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Full text of "Subalpino : giornale di scienze, lettere ed arti : Rivista Italiana"

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IL 


DI 


^ze/zze^  <=^mere  ea  f^^^:^r/i 


Non  ita  certandi  cupidus  quam  propter  aniorem. 


TORINO 


STAMPERIA    GHIRINGIICLLO    E    COMP. 

cou  permissione. 


I!\[DICE 


DELLE    MATERIE   CONTENUTE   NEL   SECONDO   V0LU8IE. 


Filosofia 


...] 


La  religione.  —  Osservazioni  Jilo  so  fiche  di 
G.  B pag.     97 

Pensieri.  G »     62 

Tutti  gli  articoli  sottosegnati  colla  lettera  G.  tanto 
nel  primo  ,  che  nel  secondo  volume  di  questo  Gior- 
nale sono  stati  scritti  dal  Prof.  Gaspare  Gorresio 
Membro  del  Collegio  di  scienze  e  lettere  nella  R. 
Scienze  Morali/  Università,  Prof,  di  letter.  nella  R.  Militare  Acca- 
demia di  Torino. 

Educazione,  ^rt.  i.*    .^^P'j'.  S.  Battaglione  »  igS 

Id.  u4rt.  2.°  id.  .     *    .     »  385 

Delle   prime    costumanze    e    della  prima 

educazione.  F.  R »  821 

Tribunali  correzionali  e  giustizia  munici' 
pale  in  Inghilterra        »        i 

Della  riforma  delle  prigioni.  Avs>.  Seve- 
rino Battaglione »     49 

Cenni  storici  sulle  casse  di  risparmio ,  e 
della  loro  utilità  ed  unione  colle  banche 
agricole  ed  industriali.  Avv,  Severino 
Battaglione »    io8 

Saggio  sul  buon  governo  della  mendicità^ 
degli  instituti  di  beneficenza  ,  e  delle 
carceri,  del  Conte  D.  Carlo  Ilarione  Pe- 
titti  di  Roreto  Consigliere  di  Stato  ord. 
di  S.  M.    Avv.  Severino  Battaglione  »   289 

Dei  primi  elementi  di  economia  politica. 
Libri  quattro  di  Filib.  Demarese.  m.  m.  »   5 1 3 


Scienze  Sociali 

ED 

Amministrative 


Dizionario  geografico-storìco-statìstico-coni' 
Scienze  Sociali]       rnerciale  dedl  Stati  di  S.  M.  il  Re  di 

ED  \ 

A  )       Sardesna.  compilato  per  cura  del  Prof. 

Amministrative  |       ^   ™    ,    t,      ^.    r^    i.  i   „    ,       ^ 

Gofiredo  Casali*  D.  di  belle  lett.  G.  pag.  621 

Des  progrés  de  Vlmprimerie  en  France  , 
et  en  Italie  au  1 6.me  siede  j  et  de  son 
in/luence  sur  la  littèrature  ecc.  Q.    Q.   »      19 

Di  una  vita   inedita   di  Alessandro  VII. 
scritta  dal  Cardinale  Sforza  Pallavicino. 
Scienze  Stor.  /      S.  F .     »   1 24 

Dell'influenza  della  religione  cristiana  so- 
pra la  nostra  letteratura.  F.  L.      .     »   204 
Histoire  externe  du  droit  romain  d  l  '«- 
sage  des  èlèves  en   droit ^  par  M.  L.  A. 
Warnkoenig.  Cav.  Bon-Gompagni    .     »  4o8 

Paleografia   (  •^*  o-lcuni  recenti  studi  di  Paleografia  Fe- 

ED            <        nicia  fatti  in  Piemonte.  A       .     .     .     »    i65 
Archeologia  (    Cenni  sulla  mitologia.  G »   2i3 

/   Geologia.  S »     65 

Geologia.  —  Osservazioni  geognostiche  ^ 
e  mineralogiche  intorno  ad  alcune  valli 
delle   Alpi  del  Piemonte  j  del  Profess. 

Scienze       J       Angelo  Sisraonda.  G »    i3o 

Naturali  \  Esposizione  ed  esame  critico  del  sistema 
frenologico  considerato  ne'  suoi  principi j 
nel  suo  metodo  j  nella  sua  teoria  e  nelle 
sue  conseguenze  ,  del  Dott.  L.  Cerise. 
A.  C,  Maffoni  M.  C. »   4,78 

Polemica  m.  m.    . «     29 

Dei  drammi  di  Vittore  Ugo.  G.  M.    .     »        3 

Novelle.  M,  M ))      16 

,  ,  Sa^s'io  che   ebbero  diverse  relisioni  sopra 

Letteratura  .  .{        ,.  ,  _,    ^       *'  ' 

diverse  letterature.  F.  L »      70 

Poesie  scelte  di  T.  Moore  tradotte  da  Gio. 

Flecchia.  Jvv.  F.  C »     83 


Letteratura  .  .  i 


Alla  Luna  versi  di  Ag.  Cagnoli.  C.  M.  pag.  i38 
FeuxFoUets,  par  Leon  Menabrea.  M.  M.  m  i48 
Manfredi  Tragedia  di  Carlo  Marenco  »  iSa 
Gian  Paolo  Federico  Richter.  Y  .  ,  »  i58 
Del  seicento  e  del  P.  Giuglaris.  P.  A.  P,  »  240 
Della  commedia  italiana.  G.  E.  Oh.  .  »  247 
Scene  Torinesi  di  Paolo  Gindd.    uéi^u.  S. 

Battaglione *     .     .     »   256 

Manfredi    Tragedia    di    Carlo    Marenco. 
Tommaseo  .........     »   33o 

Prose  ^  e  poesie  inedite  di  Italiani  viventi 

G »   342 

»  4^7 
»  4^* 
))  535 
»  527 


/  Promessi  Sposi  di  Aless.  Manzoni 
La  luna.  Racconto  fantastico.  X.  Y.  . 
Poesie  di  Giorgio  Briano.  G.     •     .     . 
\   Commedie  di  Angelo  BrofFerio.  H.  A. 

Paralèlle  des  langues  de  l'Europe ,  et  de 
V  Inde,  par  M.  F.  G.  EichhofFcfoefeMr 
ès-lettres  etc.  F.  B »   228 

Nuova  edizione  del  Dizionario  de*  sinoni- 
mi della  lingua  italiana  del  Tomma- 
seo. u4vv.  Severino  Battaglione  .     .     »   237 

Grammaire  Egyptienne,  ou  principes  gè-  . 
néraiix  de  V  Ècriture  Sacrée  Egyptienne 
appliquèe  a  la  reprèsentation  de  la  lan~ 
gue  parlèe  par  Champollion  le  Jeune, 
publiée  sur  le  manuscrit  autographe. 
F.  B M  347 

Bibliografia       j   ^^S^^  scritti  di  Tommaso  Arcidiacono  di 

Spalato^  storico  del  secolo  XIII.  G.    »   533 


Fli  OLOGIA  .  . 


Biografia 

E  Necrologia 

Belle  Arti  .  . 


Cenni  sopra  Carlo  Fea.  C.  P.  .     .     .     »  22 

Colonnello  Luigi  Signoretti   ....     »  38 

Lucia  statua  di  Angelo  Bruneri  Torinese. 

Avv.  F.  Concone m  33 

Due  nuovi  quadri  del  Prof.  Discara    .     »  35 


//  Clavicilindro.  Ai>v.  C.   .     .     .     .     pag.  i^5 

Lettera  VI.  Sulla  instabilità  della  musica. 
B »     85 

Lettera  VII'  Ricerche  sul  bello  musicale. 
Belle  Arti  ..  .^      B »  261 

Lettera  Vili.  Episodio  sui  giudiziì  musi- 
cali. B »   36o 

Lettera  IX.  SuW  espressione  o  linguaggio 
musicale.  B »   5oo 

Letture  Popolari "   *77 

Carlo  Andrea  Rana  —  Lettera      .     .     »    179 
Visita  ad  un  poeta.  X.  M »   2^4 

Incoraggiamento  alle  scienze.  —  Fremii 
che  distribuirà  la  R.  Accademia  delle 
scienze  di  Torino  agli  scienziati.     Avi'. 

Varietà^ )       Severino  Battaglione »  871 

Viaggi  scientifici  del  B.  di  Huegel.  M.  C.  »  3^6 

I  Thugy  o  secreti  assassini  deW India.  R.  »  543 
Secondo  supplimento  al  Catalogo  del  i835 
del  R.   Stabilimento   Agrario   Botanico 

di  Burdin  Maggiore  e  Comp.  Y.     .     »  563 

Lettera  di  Vincenzo  Monti  a  Luigi  Rossi  »  365 

Notizie  diverse    »  ^i,  95,   i83,  283,  38o,  568 

Annunzi  bibliografici  45,   189J  286^  384,  ^7^ 


1 

SciKNZlì    Soi-IAH  —  Tribunali  correzionali  ,    e  giustizia 
lìiiaiicijjale  in  Inghilterra. 


11  biioii  senso  pratico  degli  Inglesi  rivelasi  specialmente  in 
quella  giustizia  sommaria  che  castig;i  sull'  istante  ,  e  senza  for- 
malità di  processura  i  semplici  delitti  ,  e  che  è  di  sì  grande 
utilità  nelle  vaste  città.  Le  courts  of  j'eguest ,  ossiano  corti 
di  coscienza  ,  sono  tribunali  stabiliti  per  la  riscossione  dei  pic- 
coli debiti.  Sono  desse  in  numero  di  sei  nella  città  di  Lon- 
dra ,  e  la  loro  prima  instituzione  monta  sino  al  regno  di  Eu- 
rico ottavo  ;  ma  due  statuti  creati  dal  re  Giorgio  terzo  resero 
molto  più  vantaggiosa  codesta  instituzione.  Ogni  mese  in  ca- 
dun  quartiere  della  città  vengono  scelti  due  Scabbiui  e  venti 
abitanti  notabili  per  fox'mare  la  Corte  di  coscienza.  Questi  cit- 
tadini-magistrati portano  il  titolo  di  Gomniissarj.  Allorché  essi 
seggono  in  tribunale  in  numero  di  tre,  la  loro  giurisdizione  è 
limitata  alla  somma  di  due  lire  sterline  ;  ir.a  quando  essi  sono 
sette ,  quella  si  estende  sino  a  11.  5.  La  corte  di  coscienza 
tiene  le  sue  sedule  ogni  mercoledì  e  venerdì  :  non  \i  si  veg- 
gono quasi  mai  né  avvocati  ,  uè  procuratori  ;  le  parti  ìiliganti 
presentano  esse  medesime  la  loro  domanda  ,  o  ia  loro  difesa. 
I  Commissari  puonno  ordinare  il  pagamento  in  una  sola  volta 
o  mediante  mora  ;  puonno  condannare  il  debitore  alla  prigione, 
ma  soltanto  per  aìlrcttanti  giorni,  quante  lire  costituiscono  11 
debito,  a  meno  che  non  risulti  ad  evidenza  che  il  debitore 
possiede  danari,  o  mobili  da  lui  nascosti  per  defraudare  il  cre- 
ditore ed  i  giudici.  È  aperto  un  registro  delle  decisioni  dtlU 
corti  di  coscienza ,  e  da  quelle  non  puossi  introdurre  appello 
a  verun  tribunale  superiore.  Le  spese  ascendono  ordiuariamenlc 
a  mezza  lira  per  ogni  debito  non  maggiore  di  ìì.  j.\  e  montano  a 


2 

11.  I  circa  per  un  debito  da  2  a  5  11.  Il  tribunale  criminale 
di  Londra  (  f/ie  court  of  quavter  sessioris)  conosce  tutti  gli  af- 
fari che  oltrepassano  il  potere  della  pulizia ,  e  che  dovendo  giu- 
dicarsi per  mezzo  di  giurati,  non  vestono  però  la  qualità  di 
delitto.  Le  ricerche  e  le  nozioni  ottenute  dagli  uffiziali  di  pu- 
lizia vengono  sottomesse  a  quell'adunanza  di  probi  uomini  chia- 
mata il  gran  Giurì ,  il  quale  decide  tosto  se  havvi  luogo  a  pro- 
cedere o  non.  Allorché  il  Giurì  rispose  affermativamente  con 
queste  parole  :  a  true  bill ,  si  fa  il  processo  5  se  all'  incontro 
vien  risposto  ignoramus,  allora  l'inquisito  è  immediatamente 
posto  in  libertà.  Nella  maggior  parte  delle  quistioni  ventilate 
dinanzi  a  questa  corte,  non  trovansi  né  avvocati,  né  causidici; 
le  parti  non  vogliono  punto  commettersi  alla  loro  costosissima  as- 
sistenza. Da  che  l'inquisito  comparisce  al  cospetto  de' giudici, 
l'attore  espone  le  sue  ragioni,  e  posciachè  egli  ha  terminato, 
alla  sua  volta  l'accusato  ottiene  di  essere  ascoltato  ,  e  può  anche 
interrogare  l' accusatore.  In  seguito  presentansi  i  testimoni  a 
carico  e  a  discarico  ,  poscia  il  presidente  espone  lo  stato  dei 
fatti.  Se  il  Giuri  dichiara  innocente  l'accusato,  questi  vien  tosto 
messo  in  liberta  ,  se  all'  incontro  è  dichiarato  colpevole  ,  allora 
i  giudici  si  consultano ,  e  pronunziano  la  sentenza.  (  Rev. 
Bcitan.  i836). 


Letteratura  —  Dei  drammi  di  Vitior  Ugo. 


Articolo    Teiizo 


Maria    Tudor  *i. 

Quando  la  storia  accusando  Maria  d'Inghilterra  d'animo  cru- 
dele, si  tace  d'altre  colpe  meno  insolite  al  debol  sesso  :  dopo 
che  David  Hume  si  poco  indulgente  a  quelli,  che  i  protestanti 
chiaman  Papisti,  accusata  avendo  d'ostinazione,  di  bacchetto- 
neria, di  violenza,  di  malignità,  di  ferocia,  e  di  tirannici  modi 
questa  fiera  Cattolica,  s'astenne  dall' infamarne  colla  taccia  di 
disonestà  i  costumi:  dopo  ciò,  dico,  che  un  poeta  drammatico 
volendo  dipingere  una  donna  dissoluta,  e  crudele  nella  libidine, 

*I  Nel  secondo    articolo    sulla    stessa   materia    (  Distribuzione    prima    di    set 
tembre),  oltre  certe  piccole  mende  tipograficbe  ,  che  qualunaue    lettore     «aura 
neon      „  ,.,     ,,,„,  ^„^„^^._  ^^^  ^^^  ^^,^  ^  _  '^^^^Ji^  ^^^^  ^    e      a 

Ugo  Cappato  con  dopp.a  p  ,  corsero  i  seguenti  errori  più  -^ravi. 
Pag.  5ia.     lin.    la. 


non    che    fogliano  dissimulare 

Pag.  5i3    lin,   14     ,5. 
11   debito  onore  alla  gentilezza  e  ge- 
uen.sità  francese  non  dimenticò 
di  tributar  loro. 

Ivi  lin.   21. 
Che  non  saprei  invece 

Ivi  lin.  25. 
Sapientissima  fra  le  antiche  assemblee 

Pag.  5 14.  lin.   14. 
L'  impossibilità  del  suo  disegno 

Ivi  lin.  20. 
1  difetti  f/e//' autore  consentiti 

Pag-  517..  lin.  20. 

Già    questa  considerandosi  d'averlo 
vinto 


CoKEEGCJ 

non  che  vogliano  dissimulare 

Il  debito  onore  alla  jjcntilezza  e  ge- 
nerosità de'  Francesi  non  dimtu- 
ticò  di  tributar  loro. 

Che  non  saprei  invero 

Sapientissima  fra  le  italiche  assemblee 

L' i/nprobabilità  del   suo  disegno 

1  difetti  dall'  autore  consentiti 

Già    questa    confidandosi    d'  averlo, 
vinto 


e  questo  considerandosi  ,  per  confidandosi  è  quello  fra  tutti  che  più  mi  dia  pena. 


4  , 

trascini  sulle  scene  questa  Maria  ,  le  strappi  tli  fronte  la  sol.i 
corona  di  gloria,  clie  la  storia  non  1' elibe  sfrondala;  né  ancor 
pago  che  questa  la  mostrasse  ai  posteri  tutta  lorda  di  sangue , 
la  rappresenti  a'  suoi  spettatori  imbrattata  del  più  sozzo  fango 
del  vizio;  siffatta  violazione  delle  storiche  tradizioni,  abuso  tale 
dei  grandi  nomi,  non  so  a  qual  lodevole  intento  possa  venii- 
attribuito.  Era  più  giusto  a  parer  mio,  e  più  conforme  a  quella 
vendetta,  che  il  poeta  non  men  che  lo  storico  hanno  diritto  di 
esercitare  contro  gl'illustri  malvagi,  spazzando  da' nomi  loro 
la  polve  dei  secoli,  e  costringendoli  ad  esser  illustri  malgrado 
loro;  era,  dico,  più  giusto  il  collocare  Maria  nella  sua  vera  at- 
titudine di  persecutrice ,  brandendo  la  face  del  fanatismo,  pronta 
ad  accendere  i  roghi,  ed  esultante  frai  gemiti  delle  sue  vit- 
time, che  non  lo  stenderla  malgrado  suo  nel  letto  della  prosti- 
tuzione, e  per  la  smania  d'oscurare  il  bel  nome  italiano  *i, 
porle  a  giacere  al  fianco  un  pessimo  italiano  imaginario,  attri- 
buire a  costui  tutte  le  atrocità  di  Maria,  tutte  le  sventure  di 
quel  regno  di  sangue,  e  far  che  un  Fabiano  Fabiani,  nome 
senza  soggetto,  regni  dal  letto  della  regina  tiranno  e  carnefice 
dell'Inghilterra:  e  per  ultimo,  quasi  compiacendosi  dell'infelice 
creazione  di  quel  drudo  fantastico,  renderlo  pretesto  di  bassi  ol- 
traggi contro  la  nostra  nazione.  Per  buona  sorte  i  poeti  non 
hanno  ufficio  di   storici  fuorché    nell'infanzia  de' popoli:  e  ben 

*i  Nella  scena  2  ,  giornata  2  di  questo  dramma  Simon  Renard  alludendo  all' 
umico  costume  italiano  di  porre  al  numero  plurale  i  nomi  tutti  di  casato,  perchè 
complessivi,  dice  rispondendo  alla  regina,  che  chiamò  Fabiani  il  più  fraudolento 
e  infinto  uomo  del  inondo:  «  Je  dis,  madame  ,  qu'on  voit  bien  que  cet  liomme 
»  porte  un  noni  en  i  »  Nella  scena  settima  delia  stessa  giornata  Maria  dice  : 
Il  Ccstma  faute.  Itaìien,  cela  veut  dire  fourbe  !  Napolitain,  cela  veut  dire  lache!» 
E  più  sotto  «  Oh  .'  je  devais  le  savoir  d'avance  ,  on  ne  peut  tircr  autre  chose 
)j  de  1.1  poche  d'un  Italieu  qu'uu  stjlet  ,  et  de  l'ame  d'un  Itaìien  que  lì  trahi- 
»  soli  !  »  E  più  sotto  ancora;  «  Le  poison!  le  poignard!  que  dis-tu  là  ,  Itaìien? 
»  la  vengeance  traitre,  la  vengeance  honteuse  ,  la  vengeancc  par  dcrrière  ,  la 
»  vengeance  corame  dans  ton  pays  !  » 

Nella  giornata  terza  ,  parte  prima,  scena  nona  ,  la  regina  dice  parlando  di 
Fabiani  :  «  Je  veu  prouver  nioi-mcme  au  peuple  qu'il  n'est  pas  coupable.  »  Simon 
Renard  risponde  ;  «  Prouvez  au  peuple  qu'il  n'est  pas  Itaìien  !  »  Cose  insoppor- 
tabili ,  cose  false  e  gratuitamente  asserite  ,  cose  non  so  se  più  indegne  della 
niiwonr  contro  cui  sono  scagliate,  che  della  dignità  di  colui  xhe  le  ha  potute, 
non  dirò  pensare  ,  ma  immaginare  e  scrivere. 


5 

loro  sta,  se  non  contenti  ad  infiorarli,  s'arrogano  di  svisare  e 
adulterare  gii  anticlii  fatti 5  se  non  paghi  di  non  adularle  ,  si 
piaeciono  di  calunniare   le   tombe. 

Questa  giusta  censura  che  amore  del  vero  e  carità  di  patria 
mi  hanno  dettata,  valga  a  dispensarmi  dall' aggiugnerne  verun 
altra  su  questo  dramma.  Ond' io  passando  sotto  silenzio  il  rav- 
viluppato intreccio  della  giornata  prima,  n'andrò  d'un  salto  là 
dove  mi  si  spiega  dinanzi  largo  campo  di  lodi;  cioè  alla  seconda 
e  terza  giornata;  non  accennando  della  prima  fuorché  due  cose, 
che  a  tutta  gloria  dell'autore  ridondano.  L' una  si  è  che  Jane 
non  ha  il  menomo  colloquio  col  suo  novello  amante  Fabiani. 
Artifizio  questo  degno  d' encomio  ;  perocché  dovendo  costui  in- 
spirare avversione,  e  l'affetto  de'  spettatori  volgersi  intero  al 
suo  rivale  Gilberto,  era  pericoloso  il  farlo  bello  di  quell'inte- 
resse, che  la  rivelazione  di  sensi  d'amore,  quantunque  finti 
(quasiché  nel  seduttore  riesca  mirabile  l'artifizio  della  seduzione) 
suol  sempre  destare  malgrado  nostro  *i.  E  d'altronde  dovendo 
Jane,  prima  che  termini  il  dramma,  far  ritorno  ai  suoi  prischi 
amori,  e  cangiare  se  non  in  odio,  almeno  in  dispetto  la  passeg- 
gera sua  passione  per  l'indegno  Fabiani,  riusciva  d'effetto  pes- 
simo il  farle  dire  a  due  personaggi  diversi  parole  d'amore  sen- 
tite. Né  l'esempio  di  Shakespeare  nel  Romeo  e  Giulietta,  dove 
Romeo  due  fanciulle  successivamente  amoi'eggia,  sarebbe  stato 
valevole  scusa  al  poeta  francese:  che  quel  sommo,  comunque 
diversamente  sentenziasse  lo  Schlegel,  della  natura  fu  figlio,  e 
non  dell'arte. 

L'altra  delle  due  cose  si  é  questa,  che  Fabiani  avendo  con 
baronale  impudenza  rivelato  a  Gilberto  gelosissimo  ed  onorato 
popolano,  che  Jane  é  sua  druda 5  e  mentre  questi  di  ciò  si 
arrabbia  e  dispera,  fattogli  leggere  il  biglietto  aiauroso  che  rice- 
vette da  lei,  e  eoa  ricordargli  che  esso  Gilberto  è  plebeo,  e 
metto  (  non  avendo  spada  al  fianco  )  a  battersi  con  gentiluomini, 
insultato  al  suo  dolore:  e  sfidandolo  per  ultimo  a  vendicarsi, 
essendo  partito  gettandogli  ai  piedi  per  maggior  onta  la  chiave 

*i  Si  è  questa  cred'  io  la  ragione  ,  per  cui  il  personaggio  Ai  Don  Giovanni  , 
malgrado  gli  osceni  suoi  vizii  ,  tradotto  in  tutte  le  lingue  ,  e  raffazzonato  in 
mille  guise  ,  piacque  e  piace  pur  sempre. 


6 

della  casa  di  lui  (  la  teneva  Fabiani  dalla  giovane  per  servir- 
sene nelle  notturne  sue  visite),  aggiugnendo  all'atto  parole 
della  più  amara  derisione:  dopo  tutto  questo  non  riesce  strano 
il  vedere  come  Gilberto  dotato  di  alto  carattere,  ed  altamente 
passionato,  faccia  pensatamente  l'orribile  risoluzione  di  votarsi 
ad  una  morte  certa  per  ottenere  una  cerla  vendetta. 

Meglio  vien  espresso  il  carattere  di  un  personaggio  ponendolo 
a  dirittura  in  azione,  che  descrivendolo,  o  faceudol  parlare: 
quello  poi  di  un  ingannatore  non  può  evidentemente  dipingersi 
fuorché  facendolo  agire,  perocché  le  sue  parole  non  si  conciliano 
veruna  fede.  Si  è  perciò  che  felice  mi  parve  il  pensiero  del 
poeta  di  aprire  la  seconda  giornata  con  far  modulare  da  Fabiani 
a'  piedi  della  regina  alcune  strofe  della  stessa  romanza,  che 
nella  giornata  prima  1'  udimmo  cantare  sotto  le  finestre  di  Jane. 
Osserverem  di  passaggio,  che  leggiadra  e  voluttuosa  è  questa 
canzoncina  erotica  5  migliore  le  cento  volte  di  quella  dell'Angelo, 
nella  quale  non  sarà  credo  alcuno  che  riconosca  l'autore  delle 
Orientali.  Quando  poi  Fabiani  nullamente  sospettoso  delle 
scoperte  che  Maria  fece  sul  conto  suo,  mentre  da  lei  é  pregato 
dolcemente  di  ritirarsi ,  e  lasciar  entrare  la  regina  là  dove  non 
era  stato  altri  fin  allora  che  la  femmina,  le  dice  coli' insolente 
confidenza  d'un  favorito,  Je  veux ,  moi  ^  que  la  femme  Jasse 
attendre  la  Teine  d  la  porte  ^  la  risposta  che  ella  gli  dà,  a  mio 
parere,  è  sublime.  Vous  vouleZj  vous !  f^ous  voulez ,  vous !  Re- 
gardez-moìj  mj  lord!  Tu  as  une  j enne  et  channante  téle  j  Fabiano. 
Senz'arrestarmi  a  notare  il  rapido  passaggio  dal  voi  al  tu, 
che  è  pur  non  poco  significante,  quanti  pensieri  queste  brevi 
parole  non  racchiudono!  Una  donna  amante  che  è  pur  anco 
regina  che  sa,  0  almeno  forte  sospetta  di  essere  tradita  nell'a- 
mor suo  ,  che  vede  in  fronte  al  suo  favorito  una  cosi  impudente 
tranquillità,  che  s'ode  dir  tu  (ce  miserahle  fourbe  ^  qui  vie 
parlait  d'amour j  et  me  disait  tu _,  ce  matin.  Scen.  VII),  e  par- 
lar col  tuono  assoluto  di  un  padrone,  deve  sentirsi  risvegliare 
nel  cuore  la  ricordanza  d'esser  sovrana,  di  poter  con  un  muo- 
ver di  ciglio  annullar  l' opera  delle  sue  mani ,  distrugger  la 
fortuna  di  uno  sconoscente  da  lei  innalzato,  e  com'ella  già 
lo  trasse  dal  fango,  sommergerlo  nel  proprio  sangue.  A  vedere 


7 

se  egli  è  capace  di  verecondia,  di  rimorso,  le  dice  due  volte 
in  questo  dialogo  regar<iez-moJ,  mylord.  Fors'ella  spera  di  leg- 
gergli iu  fronte  la  colpa,  ovvero  se  egli  persiste  nella  sua  im- 
passibilità, si  lusinga  che  egli  sia  scopo  di  una  calunnia,  e  che 
non  possa  esser  colpevole  colui  che  ha  tutta  in  volto  l' imper- 
turbabil  pace  dell'  innocenza.  Essa  vede  quella  bella  testa ,  di 
che  visse  finallora  invaghita,  e  mentre  l'amore  sdegnato  più 
che  estinto,  la  porta  a  contemplarla  con  voluttà,  e  non  le  lascia 
comprendere  come  tanta  perfidia  si  veli  di  forme  così  belle  ; 
un  lampo  di  tremenda  gelosia  spingendola  a  feroce  proposito  , 
le  fa  pensare  come  quella  bella  e  giovine  testa  ,  quella  testa 
che  riposò  tante  notti  su'  suoi  origlieri,  che  ella  si  piacque  a 
carezzar  colle  sue  mani,  e  stamparla  di  baci,  quella  testa  sarà 
fra  breve  mozza  dal  busto  dalla  scure  del  carnefice.  E  certamente 
se  spettatori  di  minor  perspicacia  dotati  non  han  subito  colta 
l'idea  terribile  che  si  asconde  in  queste  dolci  parole ,  neramen 
quando  ripetendole  aggiunge  Maria  alle  lodi  della  testa  e  dei 
neri  capelli ,  queste  altre  :  Mon  Dieu  !  Mylord j  que  'vous  ètes 
jcune  !  j  quasi  dir  voglia  :  in  così  gioitine  età  andrai  al  patibolo  ! 
quando  poi  al  finire  della  seconda  giornata  la  regina  consegna 
Fabiani  al  carnefice,  e  dopo  aver  detto  che  quella  giovine  e 
bella  testa  j  quella  testa  che  poche  ore  prima  era  ciò  che  ella 
aveva  di  più  bello ,  di  più  caro ,  di  più  prezioso  al  mondo  , 
ebbene  quella  testa  essa  a  lui  1'  abbandona  (  «  eh  bien!  cette 
téle  j  tu  la  vois  bien  dis  ?  —  Je  te  la  donne  »  J  allora  que'  co- 
munque men  pronti  spettatori  si  ricordano  di  ciò  che  ella  disse 
a  Fabiano  poco  prima  accarezzando  quella  testa  medesima,  e 
tutta  scuoproao  la    ferocia  di  quelle  carezze  da  tigre. 

Bello  quanto  inaspettato  si  è  il  generoso  atto  di  Gilberto 
nella  se.  IV  della  giornata  medesima ,  dove ,  ottenuta  da  Maria 
la  sua  giurata  parola  di  unir  Jane,  riconosciuta  figlia  di  lord 
Talbot,  a  quel  gentiluomo  che  le  nominerà,  a  patto  che  esso 
Gilberto  sia  contento  di  morire  per  servir  ai  disegni  della  re- 
gina, con  istupore  di  tutti  le  nomina  il  proprio  rivale  Fabiani. 
Siffatto  sforzo  di  virtù  degno  d'un  eroe  di  Corneille,  o  di  Me- 
tastasio,  fa  giganteggiare  il  carattere  di  Gilberto,  e  spiana,  per 
COSI  dire,  la  strada  al  ritorno  di  Jane  al  suo  primo  affetto  verso 


8 

di  lui.  O  Gilbert!  esclama  essa,  vous  étes  plus  qutin  ange  , 
car  vous  at'ez  tout  à  la  fois  les  vcrtus  cTun  avge  .,  et  les  pus- 
sions  dhin  homme.  La  gelosa  rabbia  di  Maria  scoppia  nella  scena 
VII  in  un  modo  terribile  o  solenne.  «  Non,  signor  Fabiani, 
y>  ni  poignard  ni  poison.  Est-ce  que  j'ai  à  me  cacber,  moi  , 
»  à  chercher  le  coin  des  rues  la  nuit,  et  à  me  faire  petite 
»  quànd  je  roe  venge  ?  Non  pardieu ,  je  vcux  le  grand  jonr , 
»  entends-tu,  Mylord?  le  plein  midi,  le  beau  soleil  ,  la  place 
»  publique,  la  hache  et  le  billot,  la  fonie  dans  la  rue,  la  foulc 
»  aux  fenètres  ,  la  fonie  sur  les  toits,  cent  mille  tcmoins!  Je 
»  veux  qu'on  ait  peur,  entends-tu,  Mylord?  qii'on  trouve 
ìì  cela  splendide,  effroyable  et  magnifiquCj  et  qu'on  dise  : 
i)  c'est  une  femme  qui  a  été  outragée,  mais  c'est  une  teine 
M  qui  se  venge!  Le  favori  si  envié ,  ce  beau  jeune  homme  in- 
»  solent  que  j'ai  couvert  de  velours  et  de  satin,  je  veux  le 
»  voir  plié  eu  deux,  effaré  et  tremblant,  à  genoux  sur  un  drap 
»  noir,  pieds  nus,  mains  liées,  bue  par  le  peuple,  manie  par 
»  le  bourreau.  Ce  con  blanc  où  j'avais  mis  un  collier  d'or  , 
»  j'y  veux  mettre  une  corde.  J'ai  vu  quel  etfet  ce  Fabiani 
»  faisait  sur  un  tróne,  je  veux  voir  quel  eiFet  il  fera  sur  un 
?»  écbafaud  !  »  Per  ultimo  la  scena  del  carnefice,  quantunque 
dopo  che  si  è  veduto  la  regina  assegnar  Fabiani  alla  Camera 
stellata,  acciò  lo  giudichi  dei  supposti  delitti  di  tradimento  e 
di  attentato  di  regicidio,  riesca  superflua,  mentre  la  sua  mala  fine 
già  si  conosce  inevitabile-,  pure  è  preparata  in  modo  che  ne  vien 
naturalmente  quasi  conseguenza  ben  dedotta  dalle  premesse:  ed 
eseguita  in  teatro  a  dovere,  non  può  non  essere  di  sommo  ef- 
fetto. Dopo  ciò  Fabiani  più  non  compai-e:  e  quando  un  uomo 
tutto  coperto  di  un  nero  velo  passa  sulla  scena  per  esser  con- 
dotto al  supplizio,  un  tremendo  dubbio  auge  gli  spettatori,  se 
quegli  sia  Fabiani,  ovvero  Gilberto.  Tutto  ciò  è  ben  imaginato: 
perchè  l' interesse  che  desterebbe  forse  la  vista  di  una  qua- 
lunque vìttima  della  calunnia  (Mylord  vien  condannato  a  mor- 
te, come  accennammo,  per  non  veri  delitti)  nuocerebbe  a 
quell'unico  che  destar  debbono  Jane,  e  Gilberto.  Il  rinascente 
amor  di  Maria  pel  suo  drudo ,  per  cui  salvar  dalla  morte  vor- 
rebbe   sagrificare  Gilberto  in    sua  vece,  mentre  il  pubblico  di 


9 

nuovo  abborre  ([Uel  favolilo  dal  momento  che  teme  di  vederlo 
risorgere  dalla  sua  caduta,  fa  palpitare  vie  più  per  la  vita  del 
generoso  e  caro  popolano. 

La  prima;  parte  della  terza  giornata  schiudesi  nella  torre  di 
Londra  con  un  dialogo  oltremodo  patetico  di  Gilberto  incar- 
cerato con  Josvia  pietoso  carceriere,  e  suo  vecchio  amico,  Gil- 
berto, quasi  uomo  stanco  per  lo  grande  sforzo  fatto  per  amor 
di  Jane,  sente  il  bisogno  di  poter  credere,  quasi  a  compenso  , 
che  ella  di  ricambio  pensi  a  lui ,  eh'  ella  non  l'abbia  del  tutto 
dimenticato.  Da  un  mese  in  qua  ei  la  vede  tutti  i  giorni  dalla 
finestra  pallida  e  in  vesti  di  lutto  aggirarsi  come  vagabonda  a 
pie  della  torre  ,  ov'  egli  e  Fabiano  stanno  rinchiusi.  Per  chi 
vien  ella?  per  Fabiani,  o  per  esso?  Questo  dubbio  fieramente 
l'affligge.  Giosua  gli  rammenta  il  palco,  su  cui  fra  breve  ora 
deve  perdere  il  capo,  e  Gilberto  così  risponde:  «  Ma  morti 
«  Qu'entends-tu  par  ce  mot?  Ma  mort ,  c'est  que  Jane  ne 
«  m'aime  plus.  Du  jour  où  je  n'ai  plus  été  aimé,  j'ai  été  mort. 
«  Oh!  vraiment  mort,  Josua  !  Ce  qui  survit  de  moi  depuis 
«  ce  temps,  ne  vaut  pas  la  peine  qu'on  preudra  demain.  » 
E  prima  di  rientrare  nella  segreta,  donde  la  pietà  di  Josua 
l'ho  ha  tratto  per  poco,  disperatamente  egli  esclama:  «  Oh! 
«  mourir  sans  étre  aimé!  mourir  sans  étre  pleure!  Jane!... 
«  Jane  ! ,  .  .  Jane  !. ..  » 

Commoventissimo  è  l'amoroso  dialogo  di  Gilberto  con  Jane 
nella  Se.  VII  di  questa  prima  parte.  E  qui  mi  cade  in  acconcio 
il  dire ,  che  di  tutti  gli  scrittori  drammatici  che  io  conosco  , 
nessuno,  tranne  Goeth,  ve  n'ha  a  parer  mio,  che  la  passion 
d'amore  fortemente  e  naturalmente  esprima  al  pari  di  Vittor 
Ugo.  Le  scene  di  Didier  con  Marion  de  Lorme,  quelle  di  Dona 
Sol  con  Emani,  quelle  di  Tisbe  e  Catarina  con  Rodolfo,  per 
ultimo  le  scene  erotiche  del  dramma  che  abbiamo  presentemente 
sott  occhio,  ne  paiono  di  ciò  che  asserimmo  altrettante  prove 
luculentissinie.  Quando  io  lessi  la  prima  volta  le  opere  teatrali 
di  questo  scrittore,  egli  mi  parve  da  questo  lato  invidiabile.  E 
per  verità  l' aver  ringiovanita  e  rinfrescata  una  passione  dai 
poeti  di  tutti  i  tempi ,  e  di  tutti  i  climi  già  cotanto  logorata , 
e  un  merito  degno  della  più  alta  ammirazione. 


10 

Non  passeremo  sotto  silenzio,  come  piena  sia  di  verità,  di 
terrore,  e  di  strepitoso  effetto,  la  scena  nona,  dove  il  popol 
di  Londra  dagli  occulti  maneggi  dell'  ambasciatore  spagnuolo 
sollevato  a  romore,  gridando  furiosamente  morte  a  Fabiani ,  co- 
stringe  per  bella  forza  1'  ancora  amante  regina  a  promettergli  , 
per  ammansarlo  ,  la  testa  del  favorito  ,  e  a  segnare  la  prim'ora 
di  quella  notte  stessa  per  termine  della  sua  vita.  La  rabbia  di 
Maria  nel  vedersi  nella  necessità  di  sacrificare  quell'uomo, 
pur  sempre  caro  ,  le  sue  furie  contro  i  signori  cbe  la  circon- 
dano ,  perchè  pronti  a  devoversi  alla  morte  per  la  regina  non 
moverebbero  un  dito  per  la  salvezza  dell'abborrito  Fabiani ,  son 
cose  dipinte  come  meglio  non  si  poteva.  Bella  è  l' esclama- 
zione dell'  adirata  Sovrana  a'  suoi  Lordi  :  «  Vous  étes  tous 
»  des  ladies  ,  et  Clinton  tout  le  premier  \  »  e  quella  minaccia 
che  vien  subito  dopo:  «  Ah  !  Clinton,  je  me  souviendrai  de 
»  cela,  mon  ami!  »  E  quaud'ella  grida  :  «  A  cheval  ,  Mylords, 
»  à  cheval.  Est-ce  que  la  canaille  vous  iotimide?  Est-ce  que 
»  les  e'pe'es  ont  peur  des  bàtons  ?  »  bellissima  è  la  risposta 
dello  Spagnuolo  :  «  Vous  pouvez  encore  dire  la  canaille  ,  dans 
»  une  heure  vous  seriez  obligée  de  dire  le  peuple.  »  Questa 
scena  è  preceduta  da  una  nota  che  riguarda  1'  esecuzione ,  e 
prescrive  scene  mute  ,  e  spettacoli  macchinali  di  beli'  effetto. 
Quantunque  ,  come  dice  Aristotile  ,  le  bellezze  d'un'  opera  tea- 
trale non  debbano  esser  foggiate  dal  sarto  ,  né  ,  aggiungo  io  , 
dal  pittore,  dall'apparatore,  o  dal  macchinista,  invidiabili  ciò 
nondimeno  sono  da  questo  lato  gli  autori  francesi  ,  che  pos- 
sono scapriccirsi  quanto  vogliono  nelle  decorazioni  e  nelle  com- 
parse ,  ed  aggiungere  al  bello  della  poesia,  il  lusso  dello  scenico 
apparato  :  né  sono  costretti  a  render  la  scena  quasi  deserta  con 
grave  danno  della  verosimiglianza  ,  per  non  esporsi  a  far  ridere 
la  platea  delle  sgraziate  o  stupide  attitudini  delle  mal  ammae- 
strate comparse  *,  le  quali  bene  ammaestrate  si  veggono  tuttodì 
nelle  azioni  mimiche  aggiunger  cotanto  all'  ornamento  ,  e  alla 
grandiosità   dello  spettacolo. 

Termina  la  prima  metà  della  terza  giornata  lasciando  nell' 
animo  degli  spettatori  il  già  accennato  dubbio,  che  per  salvare 
da  morte    imminente  il  drudo  della  regina  non    abbia  a  porsi 


11 

in  sua  vece  Gilberto  ,  il  quale  già  mezzo  trafugato  per  opera 
di  Jane ,  per  un  vile  intrico  di  un  Maitre  Eneas  potrebbe 
esser  arrestato  ,  e  ravviluppato  nel  funebre  velo  ,  che  deve  dà 
capo  a  piedi  coprir  la  vittima  condotta  al  supplizio.  Quest'  in- 
cidente ,  mentre  chiude  in  un  modo  altamente  drammatico 
questa  prima  parte ,  spande  un'  orribile  incertezza  sulla  se- 
conda fin  al  punto  in  cui  Gilberto  si  vede  comparir  salvo  e 
lieto  :  e  al  momento  in  cui  1'  uomo  ravvolto  nel  nero  velo  at- 
traversa la  scena  ,  non  è  cuore  che  non  palpiti  di  tema  ,  che 
sotto  quel  velo  ,  non  già  1'  indegno  Fabiano  ,  ma  1'  infelice 
Gilberto  s'  asconda. 

La  prima  scena  dell'  ultima  parte  è  resa  terribile  dal  pas- 
saggio del  corteggio  funebre  ,  che  precede  e  segue  in  solenne 
attitudine  il  paziente  ,  che  collo  sbadacchio  in  bocca  ,  ed  una 
torcia  di  cera  gialla  in  mano  ,  strascinando  il  negro  lenzuolo 
move  lentamente  al  patibolo.  Le  bandiere  mortuarie  ,  il  sa- 
cerdote coperto  dei  paramenti  del  di  dei  morti  ,  i  partigia- 
nieri  vestiti  di  rosso  ,  gli  alabardieri  colle  torce  accese ,  ad 
ultimo  il  carnefice  colla  scure  rivalta  al  viso  della  vittima  , 
tutto  accresce  orrore  a  questo  spettacolo.  Un  officiale  ripete 
tre  volte  con  lenta  voce  1'  annunzio  ferale  ,  che  si  ode  dal  sof- 
fitto prima  di  veder  la  lugubre  comitiva  ,  si  ode  di  sul  palco, 
al  distendersi  eh'  essa  fa  sovra  la  scena  ;  si  ode  di  sotto  ,  al 
suo  discendere  sotto  il  palco  medesimo ,  il  quale  rappresenta 
la  parte  mezzana  della  torre.  La  decorazione  bianca  e  nera  , 
e  nera  e  bianca  ,  distinta  da  grandi  croci  nere  e  bianche  o 
bianche  e  nere  ,•  e  per  ultimo  1'  ombra  immobile  della  regina 
profilata  sur  una  bianca  tappezzeria  dietro  cui  ella  stassi  come 
leonessa  in  agguato  ,  tutte  queste  cose  insieme  fanno  un  tutto 
di  mirabile  efietto.  Bello  ,  ma  non  più  di  bellezza  macchinale 
si  è  quel  lampo  di  terrore  e  di  compassione  ,  che  scoppia  dal 
sen  di  Jane  al  veder  passare  colui,  ch'essa  crede  Fabiani.  «  Le 
»  misérable  Fabiani,  »  grida  il  carceriere.  «  Paix,  risponde  la 
fanciulla,  paix  Joshua  !  Bien  »  misérable  ,  mais  bien  malheu- 
reux  !  »  Ah  che  un  forte  amore,  comunque  vinto  ,  lascia,  al  pari 
di  un  grande  incendio  ,  orme  indelebili  in  fondo  al  cuore  !  Le 
parole  dell'Ambasciatore  spagnuolo,  poiché  il  corteggio  dispar- 


12 

Te:  «  Est-ce  bien  là  Fabiani  ?  je  le  croyais  moiiis  grand»  ride- 
stano il  fier  sospetto  nato  sul  finir  della  parte  prima  ,  che  Gil- 
berto e  non  Fabiani  s'asconda  sotto  il  velo  infelice.  Poi  quando 
compare  Maria  pallida ,  cogli  occhi  fissi  soprappensiero ,  non 
può  meglio  rompere  il  silenzio ,  che  gridando  come  fa  con  un 
sospiro:  «  Oh  !  le  pcuple  !  »  Quand'essa  tira  la  cortina  del  fondo, 
ed  apre  lo  spettacolo  di  Londra  illuminata  (  spettacolo  che  un 
testimonio  della  rappresentazione  ne  disse  essere  stato  cosa  ma- 
ravigliosa  ),  di  una  città  intera  ,  come  die'  ella  ,  illuminata  in- 
torno ad  un  patibolo 5  le  parole  ch'ella  dal  balcone  scaglia 
contro  quella  stessa  città  ,  son  degne  veramente  della  feroce  e 
sanguinaria  figlia  d'Arrigo  IV.  «  Oh  !  ville  infame  !  ville  re- 
»  voltée  !  ville  maudite  !  ville  monstrueuse  qui  trempe  sa  robe 
»  de  féte  dans  le  sang ,  et  qui  tient  la  torce  au  bourreau!  .... 
»  Oh  !  l'Angleterre!  l'Aagleterre  à  qui  de'truira  Londres  !  Oh! 
»  que  je  voudrais  pouvoir  clianger  ces  flambeaux  enbrandons, 
))  ces  lumières  en  flammes  ,  et  cette  ville  illuminee  en  une 
»    ville  qui  brulé  !  » 

E  non  è  che  a  stento  eh'  io  resisto  alla  tentazione  di  qui 
trascrivere  intera  1'  ultima  scena  ,  che  quantunque  conchiusa 
da  felice  catastrofe  ,  per  la  natura  degli  affetti  ,  e  per  la  forza 
e  contrasto  loro,  tragica  riesce  quant'  altra  mai.  Lo  spavento 
onde  Jane  è  subitamente  colpita  all'  udirsi  dir  ridendo  dalla 
regina  ,  eh'  essa  ingannò  la  furente  moltitudine,  e  che  Gilberto 
e  non  Fabiani  è  1'  uomo  del  nero  velo,  le  preghiere  di  quella 
accompagnate  da  lagrime,  acciò  questa  sospenda  l'esecuzione, 
offrendosi  di  por  se  medesima  sotto  quel  ferale  Involucro  :  la 
pietà  ,  poi  gli  sdegni  di  Maria  ,  il  fero  dubbio  che  in  lei  sì 
desta  ,  non  sia  ella  stessa  in  inganno  ,  e  la  cosa  avvenuta  tutt' 
all'opposto,  cioè  il  suo  drudo  e  non  già  l'amante  di  Jane,  ve- 
nir condotto  in  quel  punto  al  supplizio  :  i  suoi  ordini  preci- 
pitosi per  ritardare  il  momento  fatale  :  i  palpiti  e  i  timori 
d'  entrambe  5  e  per  ultimo  la  campana  della  torre  che  accresce 
co' suoi  lugubri  rintocchi  il  loro  spavento  5  son  cose  tutte ,  che 
come  il  lettore  altamente  commovono ,  cosi  nello  spettatore 
destano  un  lungo  fremito  ,  un'  indicibile  ansietà. 
Finalmente    a  La  cloche  s'arréte.  » 


i 


13 

La  Kejne 
«  G'est  qiie  le  cortège  est  sur  la  place  de  l'exécution.  L'hoiu- 
ì)   me  n'aura  pas  eu  le  temps  d'airi  ver.  » 

e  E  qui  un  lontano  colpo  di  cannone  J 

Jane 
«  Ciel  !  » 

La  Reime 
((  (1  moute  sur  l'e'chafaud.  » 

(  Secondo  colpo  ) 

«  Il  s'agenouille.  » 

Jane 
«  G'est  horrible  I  w 

(  Terzo  colpo  ) 
Toutts    dciix 
«  Ah  !  ...  » 

La  Reine 
«  Il  n'y  ea  a  plus  qu'un  de  vivant.  Dans  un    instant    nous 
«  saiirons  lequel.  Mon  Dieu  !  celui  qui  va  entrer  faites  que  ce 
«  soit  Fabiano  !  » 

Jane 
«  Mon  Dieu  !  faites  que  ce  soit  Gilbert, 

(  jE"  qui s'  apre  una  cortina  nel  J ondo  ^  e  compare  Simon  Renard 
ambasciatore  di  Spagna  conducendo  per  mano  Gilberto  ). 

Jane 


«  Gilbert  !  > 

«   Et  Fabiano  ?  » 
«  Mort.  )) 


(  E  si  abbracciano  ) 
La    PiEIKE 


La  Reine 
«  Mort  ?  .  .  .  Mori  !  Qui  a  ose  ?..  .  » 

Simon  Renak» 
«  Moi.  J'ai   sauvé   la   reine,   et  l'Angleterre.  » 
Abbracciando  d'  un  sol   colpo  d'  occhio  i   tre  drammi  esami- 
nati (  ucll'ordinc  della   composi/Jone,  l'Angelo  è  l'ultimo,  Ma- 


14 

ria  Tudor  il  penultimo  ,  e  Lucrezia  il  terz'ultimo  di  tutti  i 
drammi  di  Vittor  Ugo),  la  prima  quistione  che  si  presenta 
alla  mente  si  è  questa ,  perchè  un  uomo  dotato  di  sì  alta  fa- 
coltà poetica,  e  cosi  maestro,  checché  si  gridi  in  contrario, 
del  verseggiare  ,  abbia  scritto  in  prosa  questi  suoi  nuovi  lavori. 
Accusarne  1'  impazienza  della  fatica  ,  o  la  fretta  sarebbe  far 
ingiuria  grande  ad  uno  scrittore  siffatto  ,  ed  a  tutti  in  generale 
i  laboriosissimi  verseggiatori  francesi.  Qual  sarà  dunque  il  mo- 
tivo ,  che  trasformò  l'autor  del  Gromwello  ,  dell'  Emani  ,  ecc. 
in  uno  scrittore  di  drammi  in  prosa  ?  Quanto  alla  Lucrezia 
parmi  scorgervi  una  ragion  materiale ,  quella  del  non  potersi 
l'idurre  in  versi  francesi  i  molti  versetti  latini  cantati  dai  frati 
nella  terribile  scena  del  convito.  E  sospettammo  dapprima  che 
la  stessa  difficoltà  incontrasse  l'autore  nella  Maria  Tudor,  trat- 
tandosi di  dar  forma  di  verso  alla  proclamazione  di  Mattile 
Eneas,  mentre  il  paziente  esce  della  torre  :  «  Celui  qui  marche 
»  à  ma  sulte  ,  couvert  de  ce  voile  noir,  c'est  très-haut  et  très- 
»  puissant  seigneur  Fabiano  Fabiani  Corate  de  Glarabrassil  , 
))  Baron  de  Dinasmondy  »  ecc.  Ma  oltrecchè  non  crediamo  ca- 
pace quel  sommo  ingegno  di  sacrificare  la  maggior  bellezza 
d'  un  intero  dramma  all'  amore  di  alcune  tecniche  frasi  ,  ci 
sovvenne  ben  tosto  come  pieghevole  si  mostri  nelle  sue  mani 
la  lingua  francese  nel  Cromwello  miracolo  di  artifiziosa  verseg- 
giatura ,  dove  si  comincia  dall'  esprimere  in  un  verso  la  data 
del  giorno  ,  del  mese  e  dell'anno ,  e  dove  Is  gride  dei  bandi- 
tori ,  i  testi  biblici  tradotti  ,  le  quistioni  teologiche  ,  e  le  più 
barbare  nomenclature  si  adattano  senza  sforzo  alle  forme  dell' 
emistichio.  Neil'  Angelo  finalmente  non  trovammo  neppur  l'om- 
bra di  motivo  siffatto.  Pensò  egli  forse  che  il  dialogo  acquisti 
dalla  prosa  naturalezza  maggiore  ?  Ma  già  nella  prefazione  al 
Cromwello  disse  tai  cose,  che  lo  dimostrano,  persuaso  di  questa 
verità  già  da  Metastasio  pronunciata ,  che  il  naturale  nell'opere 
dell'arti  deve  esser  tale  nei  limiti  dell'arti  stesse  5  non  già  acco- 
starsi di  troppo  alla  realtà,  che  altrimenti  corre  rischio  di  con- 
fondersi con  quella ,  e  il  bello  ideale  andarne  perduto.  La  verità 
de' sentimenti ,  la  naturalezza  dell'espressione,  ponno  associarisi 
alla  maggior  altezza  di  stile,  alla  più  squisita  frase,    al    verso 


15 

più  nobile  ed  armonioso  :  e  1'  incanto  de'  carmi  è  tale ,  che  da 
niana  prosaica  ingenuità  può  venir  riscattato.  Qual  ragion  adun- 
que, ripeto  ,  fu  sì  potente  nel  senno  di  Vittor  Ugo  da  farlo 
discendere  dall'  altezza  del  verso  ,  a  quella  che  Lord  Byrou 
chiamava  /'  umile  prosa  ;  a  strapparsi  egli  stesso  dal  ciine  una 
cosi  bella  fronda  del  suo  lauro  poetico?  Spirito  forse  di  novità? 
Orgoglio  di  provare  come  il  bello  dell'  opere  sue  non  risiede 
ne'  panni  ,  bensì  nel  corpo  e  nelle  viscere  di  quelle  ,•  e  come 
spogliate  d'  ogni  esterno  ornamento ,  elleno  son  pur  sempre 
ricche  d'alti  sensi ,  e  di  caldissimi  affetti  ?  Volle  egli  forse  mo- 
strare a  nudo  i  suoi  pensieri,  e  come  altre  volte  espose  al 
pubblico  i  propri!  parti  vestiti  di  floride  polpe  ,  mostrarli  ora 
scarnati ,  con  ossa  ,  nervi  ,  ed  arterie  allo  scoperto  ,  come  la 
statua  dell'  Apostolo  che  fu  tratto 

Della  vagina  delle  membra  sue 

che  il  viaggiatore  contempla  dietro  il  coro  del  duomo  di  Milano? 
Avvisò  egli  ,  facendo  così ,  ad  esser  meglio  inteso  da  tutte  le 
classi  di  persone  ?  Ma  1'  evidenza  del  bello  e  del  vero  ha  forza 
di  farsi  sentire  anche  da  quelli  che  male  il  comprendono  :  e 
se  le  tragedie  italiane  dettate  nel  più  alto  stile  sono  efficaci  a 
muovere  un'intera  moltitudine  composta  d'ogni  generazione  di 
spettatori,  i  quali  tutti,. tranne  quelli  di  poche  provincie,  par- 
lano un  dialetto  dalla  lìngua  che  si  scrive  assai  lontano  ,  quanto 
più  facilmente  non  intenderà  i  più  sublimi  versi  francesi  l'udi- 
torio della  colta  Parigi  ,  e  dell'  altre  non  forse  men  colte  fran- 
cesi città  ?  Quando  mai  si  dolsero  Gorneille ,  Racine  e  Voltaire 
di  non  esser  intesi  dal  pubblico  ? 

Io  non  mi  darò  vanto  d'  indovinare  i  segreti  motivi  del  Poeta 
francese  :  e  lunge  da  me  il  supporne  di  quelli  meno  onorevoli 
a  un  sì  chiaro  nome.  Dirò  soltanto  che  il  difetto  del  verso  ne' 
suoi  ultimi  tre  drammi  si  è  forse  ,  se  non  la  sola  ,  la  principal 
cagione,  che  altri  giudicollì  assai  men  belli  de' primi,  e  si  cre- 
dette vedere  nella  sua  carriera  drammatica  quel  processo  retro- 
grado, che  noi  davvero  scorgere  non  vi  sappiamo. 

C.  M. 


16 

SLa  Ione  dei  Corvi. 
Lo  Spettro  Nero. 
Il  Cuore  del  Pioppo. 


L'  autore  di  queste  tre  novelle  che  per  un  modesto  sentire 
di  sé,  non  comune  ai  di  che  corrono,  coprivasl  col  velo  dell' 
anonimo  ,  ci  annunzia  in  una  breve  prefazione  intitolata  alle 
gentili  leggitrici ,  ch'egli  non  aspira  che  a  diradare  dalle  belle 
loro  pupille  le  nubi  della  noja  micidiale  j  e  non  vorrebbe  che 
gli  accigliati  sognatori  di  cose  grandi  tenessero  per  troppo  facile 
ed  anche  frivolo  1'  assunto  suo.  Noi  plaudenti  a  chi  gli  ozii 
letterari  consacra  al  procacciamento  di  quegli  onesti  sollievi  che 
più  lusingano  le  femminili  fantasie  ,  e  concordi  coli'  autore  in 
questo,  che  il  ben  novellare  non  è  facil  cosa,  non  la  faremo  da 
incontentabili  barbassori  nel  proferir  giudizio  sopra  questo  li- 
briccino ,  ed  accennando  le  pecche  che  in  esso  ci  parve  di 
ravvisare ,  diremo  pure  dei  pregi  che  il  fanno  commendevole. 

Ecco  in  breve  nudata  d'  ogni  fregio  episodico  la  novella  prima, 
o  a  meglio  dire  lo  scheletro  di  essa. 

11  Conte  di  Castelgrifo  invaghitosi  d'una  rrvvenente  fanciulla, 
la  fa  rapire  da' suoi  scherani ,  e  trasportata  nel  proprio  castello, 
adopra  a  vicenda  lusinghe  e  minaccie  per  indui'la  ad  appagare 
le  voglie  sue  libidinose.  L'  onesta  donzella  cui  la  lusinga  e  la 
minaccia  non  valgono  a  piegare  o  ad  atterrire,  risponde  col  nobile 
orgoglio  della  virtù  oltraggiata  superbi  rimproveri  e  parole  di 
disprezzo,  dalle  quali  fieramente  punto  il  Castellano  ne  ordina  la 
morte.  Commessa  ad  un  bravo  l'esecuzione  del  feroce  comando, 
questi,  vinto  dalla  pietà^  trae  notturnamente  a  scampo  la  vittima 
infelice,  lasciando  credere  al  signor  suo  pienamente  eseguita  la 
crudele  sentenza.  Arriva  il  giorno  della  giustizia.  Amedeo  tro- 
vatore e  sposo  promesso  alla  travagliata  vergine,  ritorna  da  lon- 
tane peregrinazioni  per  condurre  all'  altare  la  fidanzata  amante. 
Fatto  per  ventura  consapevole  dell'  attentato  del  Conte  ,  ma 
ignaro  che  fosse  pervenuta  a  salvamento  la  diletta  sua,  ricorre 


17 

al  Duca,  da  cui  rileva  il  feudo  di  Castelgrifo,  e  chiede  vendetta. 
L'  empio  tirannuzzo  viene  arrestato  e  tratto  alla  presenza  del  suo 
Sovrano ,  il  quale  scoperte  d'altronde  alcune  macchinazioni  dall' 
iniquo  feudatario  contro  la  sua  persona  praticate  ,  lo  dichiara 
fellone  e  traditore ,  gì'  impone  il  bando  da'  suoi  domimi  ,  e 
spogliatolo  del  feudo  ,  ne  concede  V  investitura  ad  Amedeo,  al 
quale  presenta  al  tempo  istesso  la  sposa,  premiando  così  con 
meritata  felicità  le  virtù  d'  entrambi. 

La  trama  di  questa  novella  o  romanzo  che  si  voglia  chia- 
mare è  ordita  con  bella  semplicità  ,  e  diremo  anche  con  qual- 
che maestria.  L'  interesse  vi  si  sviluppa  gradatamente,  ed  alF 
arrivo  d'Amedeo,  il  lettore  è  sorpreso  da  un'  ansia  veramente 
affannosa  ,  ed  anela  vivamente  a  veder  lo  scioglimento  di  quei 
casi  che  hanno  commosso  il  suo  core.  Non  aspettato  giunge  il 
felice  fine  dei  lacrimosi  eventi  ,  e  la  giusta  punizione  che  col- 
pisce il  criminoso  potente  ,  il  guiderdone  che  corona  la  virtù 
oppressa,  versan  nell'  animo  un  balsamo  soave  ,  che  ti  compensa 
dei  palpiti  provati  nel  percorrere  la  dolorosa  istoria.  Ti  pare 
insomma  di  veder  1'  ìride  consolatrice  che  sorge  dal  bujo  d'una 
tempesta  nunzia  di  lieti  giorni  e  d' insperato  gaudio. 

Quanto  ai  caratteri  ci  perdoni  1'  autore ,  se  quelli  appunto 
che  meglio  dovrebbero  campeggiare  nel  racconto ,  ne  pajono 
alquanto  zoppicanti,  e  non  troppo  maestrevolmente  tratteggiati. 
Due  sono  i  personaggi  che  più  attraggono  a  sé  l'attenzione  del 
lettore  ;  il  Conte  e  Felicia.  In  quello  io  ravviso  un  ribaldo 
bensì,  ma  pennelleggiato  in  modo  che  s'egli  sia  più  scemo  o  più 
tristo  non  sai.  E  mi  pare  di  veder  un  attore  che  ti  venga  dinanzi 
incaricato  d'una  parte  che  non  capisce,  e  di  cui  non  può  inve- 
stirsi. Altro  è  il  linguaggio  ed  il  portamento  dell'Innominato  e  di 
Rodrigo  nei  Promessi  Sposi,  ed  un  tal  paragone  che  una  qualche 
analogia  di  posizioni  induce  per  se  stessa  ,  fa  per  avventura  mag- 
giormente scapitare  il  ritratto  del  Conte  di  Castelgrifo.  Quanto 
a  Felicia  la  principal  eroina  dell'azione,  ella  compare  forse  in 
scena  troppo  raramente  :  ma  quando  essa  sostiene  l'assalto  del 
suo  innamorato  persecutore  non  ne  sembra  troppo  naturale  il 
modo  con  cui  respinge  le  espressioni  del  vSiio  amore  ,  e  ne  di- 
sfida le  minacce.   L'inerme  donzella  non  ha  un  accento  di   prò 


18 

ghiera,  non  una  lacrima,  l'anelo  suo  petto  non  manda  un  solo 
di  quei  gridi  d.'  angoscia  che  destano  la  pietà  perfin  nell'animo 
dei  tiranni  e  son  possenti  talora  ad  ammollirne  la  volontà,  ad 
attutarne  l'ira.  E  son  pur  queste  l'armi  più  efficaci  e  possenti 
che  alla  bellezza  ha  conceduto  Iddio.  Ma  essa  invece  prorompe 
di  lancio  in  rampogne  altere  e  disdegnose ,  sputa  morale  a  ri- 
bocco ,  ed  intuonando  un  profetico  dics  irae  dies  illa^  pare  che 
quasi  lieta  si  rassegni  al  suo  fato,  presaga  internamente  di  futura 
vendetta. 

Nelle  due  seguenti  novelle  1'  autore  ci  narra  storie  pietose 
del  pa-o  e  commoventi  ;  sono  scene  domestiche  di  tempi  cor- 
renti o  vicini  a  noi,  e  più  semplice  ancora  e  piana  n'è  l'ordi- 
tura. Noi  tralasciamo  di  farne  il  sunto  perchè  in  tal  sorta  di 
produzioni,  delibato  così  il  sapore  della  novità,  vien  diminuito 
il  piacere  in  chi  legge.  Solo  d'  una  cosa  vorremmo  avvertito 
r  autore  ,  ed  è  ;  che  quando  il  novellatore  non  fa  fondamento 
nella  complicazione  del  nodo  e  nell' incalzarsi  degli  eventi  per 
cattivare  l'attenzion  nostra,  allora  gli  è  mestieri,  per  vestire  di 
più  possente  incanto  la  sua  narrazione,  di  farci  assistere  a  tutte 
le  interne  rivoluzioni  del  core ,  impiegando  con  diligente  accu- 
ratezza tutte  quelle  tinte  e  mezze  tinte  che  meglio  tornano  a 
ritrarre  le  varie  gradazioni  del  pensiero  e  degli  alFetti.  Così  una 
pagina  di  Sterne  più  ne  commove  ed  attrae  che  non  tutti  i 
volumi  delle  mille  ed  una  notte.  La  qual  cosa  non  diremo  che 
abbia  interamente  omesso  l'anonimo  nostro ,  ma  stimlam  pure 
incomplete  le  sue  pitture,  e  troppo  spesso  ne  paiono  sfumanti 
soverchio,  anzi  che  vive. 

La  lìngua  usata  dall'  autore  di  queste  novelle  può  dirsi  in 
generale  di  buona  lega  :  flessibile  e  disinvolto  lo  stile.  Notammo 
per  altro  alcune  poche  locuzioni  che  ne  sembrano  peccanti,  come 
p.  e.  inferocire  il  carnefice.  Quel  verbo  inferocire  in  senso  attivo  , 
per  render  feroce,  aizzare  alla  ferocia  ,  crediamo  che  suonerà 
male  a  chi  ha  sapore  di  buona  lingua  5  alcune  altre  ne  parvero 
triviali  di  troppo,  ma,  lo  ripetiamo,  esse  son  poche,  e  per 
quelle  non  può  l'autore  venir  fraudato  della  debita  laude. 

Ora  se  per  compire  all'  ufficio  di  critico  noi  fummo  tratti  a 
spigolare  più  minutamente,   che  non  divisavamo,  quelle  mende 


19 

che  fra  non  poche  bellezze  si  trovano,  a  ciò  ne  indusse  la  per- 
suasione, che  ove  l'autore  voglia  porre  diligente  cura  nell' evi- 
tarle, potrà  darci  in  avvenire  scritti  veramente  buoni  e  prege- 
voli ,  ai  quali  toccherà  altro  fato  che  non  quello  che  mode- 
fitauiente  egli  accenna,  cioè  di'  imprigionare  i  vezzosi  ricci  che 
scherzano  sulla  limpida  fronte  delle  belle. 

M.    M. 


oTORIA.  JLeTTERARIA  —  Des  progrès  de  l'Imprimerie  en  France 
et  en  Italie  au  16.""'  siede,  et  de  son  influance  sur  la  Ut- 
tarature '^  avec  les  lettres-patentes  de  Francois  1.*='',  en  date 
du  17  janvier  i538,  qui  instituent  le  premier  imprimeur 
rojal pour  le  grec;  par  G.  A.  Grapelet,  imprimeur,  —  Paris , 
chez  Grapelet^   i8i:itì. 


Il  signor  Grapelet  è  uno  dei  pochi  tipografi  e  libra]  che  al 
dì  d'  oggi  onorano  ancora  la  propria  professione  ,  per  quell'a- 
more alle  lettere  ,  e  quella  dottrina  che  anticamente  erano  più 
comuni  fra  i  sostegni  della  tipografia.  I  suoi  lavori  k-tterarj 
sono  pregevoli  del  paro  quanto  il  raro  ingegno  e  1'  accurata 
attenzione  eh'  egli  reca  nel  materiale  esercizio  dell'arte  sua.  A 
lui  soa  dovute  importanti  ricerche  bibliografiche ,  e  ristampe 
di  molte  opere  rare  e  di  gran  momento. 

il  libro  che  annunziamo  contiene  un  rapido  sguardo  sullo 
stato  della  tipografia  ali'  epoca  di  Francesco  primo.  Egli  è  ve- 
ramente con  un  senso  di  gioia  che  la  mente  si  ritrae  a  quei 
primi  tempi  della  tipografia  ,  allorché  questa  invenzione  ,  ac- 
colta come  dono  di  Dio  ,  trovava  ovunque  buona  accoglienza 
e  protezione  5  quando  dotte  persone  assumevano  il  grave  carco 
di  dirigerla ,  ove  lo  stampatore  era  in  pari  tempo  un  liHterato, 
e  sovente  un  distinto  filologo  5  quando  infine  la  specclazione 
mercantile  non  forniva  la  base,  ma  era  il  risultamenlo  delle 
i«ipr«s«  letterarie. 


20 

La  staaipa  progrediva  con  intelligenza  e  con  metodo.  Da 
principio  ella  pose  nelle  mani  degli  studiosi  gramatiche  gre- 
che, che  venerabili  professori  sì  celebri  per  scienza,  per  fama, 
e  per  infortunio ,  come  Teodoro  Gaza  di  Tessalonica ,  Costan- 
tino Lascaris  di  Bisanzio,  Demetrio  Calcondilo  d'Atene,  non 
ebbero  a  schifo  di  comporre  pei  loro  numerosi  scolari.  Dione 
Paravisino  di  Milano  pubblica  la  prima  gramatica  greca  del 
Lascaris  nel  1476.  La  prima  impressione,  i  primi  tipi  romani 
e  greci  d'  Aldo  Manuzio  a  Venezia  nel'  1494?  servono  a  mol- 
tiplicare gli  esemplari  di  questi  rudimenti  greci  corretti,  am- 
pliati e  più  adatti  ai  bisogni  degli  studj 

Quindi  tutta  la  serie  degli  autori  greci  si  manifesta  al  mondo 
letterario.  I  principi  d'Italia  gareggiano  fra  loro  di  benivoglicnza 
e  di  generosità  onde  onorare  e  inanimire  i  dotti  ,  eccitare  il 
gusto  delle  belle  lettere  ,  ed  ajutarne  al  progresso.  I  duchi  di 
Ferrara  ,  di  Milano ,  di  Firenze  ,  il  re  Alfonso  a  Napoli  fon- 
dano 0  restaurano  accademie  ,  loro  assegnano  ricche  dotazioni, 
ìnstituiscono  cattedre  di  letteratura  greca  e  latina,  e  chiamano 
ad  occuparle  uomini  i  più  dotti  e  i  più  illuminati  5  in  quel 
mentre  gli  Aldi  a  Venezia  prosieguono  e  ampliano  la  sfera  della 
loro  difficile  e  gloriosa  carriera.  Il  capo  di  questa  famiglia,  Aldo 
seniore  ,  giugne  a  creare  un'  accademia  intera  di  letterati ,  e 
dei  più  illustri  personaggi  ,  i  quali  contribuiscono  alle  fatiche 
della  sua  officina  tipografica,  e  gli  impartiscono  liberale  pro- 
tezione. A  Roma  un  ricco  mercatante  ,  Aug.  Chigi  ,  gareggia 
coi  Medici  per  liberalità  e  per  amore  delle  lettere  greche  ,  e 
delle  arti.  Egli  fonda  a  totali  sue  spese  una  stamperia  ,  e  ne 
affida  la  direzione  a  un  greco  di  nazione  ,  Zuc.  Calliergi  di 
Creta.  Le  edizioni  di  Pindaro  e  di  Teocrito  ,  degne  d'  ammi- 
razione per  la  loro  correzione  ,  per  la  bellezza  della  stampa  , 
e  corredate  di  note  dello  stesso  tipografo ,  rendono  ben  degna 
testimonianza  dello  squisito  gusto  del  protettore  ,  della  scienza 
e  dell'  ingegno  dello  stampatore. 

I  sommi  pontefici  del  secolo  XVI  pressoché  tutti  si  mostra- 
rono protettori  illuminati  delle  lettere  ,  ed  a  gran  possa  largheg- 
giarono di  favori  per  V  incremento  della  tipografia. 

Anche  in  Francia  quest'  arte  novella  trovò  appoggio    presso 


21 

i  capi  della  nazione.  Gradevole  spettacolo  egli  è  in  vero  la 
bella  gara  con  cui  i  papi  ed  i  re  contendevano  a  chi  meglio 
favorisse  quell'arte  nascente.  Francesco  primo,  cui  sovente  vien 
contestato  il  titolo  datogli  di  protettore  delle  lettere ,  pare  abbia 
più  volte  impartiti  i  suoi  favori  alla  stampa.  E  pare  veramente 
eh'  egli  nutrisse  un  istante  l'idea  di  soffocarla  nel  suo  nascere. 
Un  despotico  instinto  destava  in  lui  a  prima  giunta  una  qual- 
che ripugnanza  contro  quel  mirabile  trovato  ,  che  gettava 
r  eguaglianza  fra  i  cultori  della  scienza  ,  come  addentellato  di 
più  ampie  innovazioni.  Ma  le  sue  intenzioni  a  questo  riguardo 
non  furono  mai  messe  ad  esecuzione  ;  e  colla  stessa  versatilità 
che  si  manifestò  in  molte  occasioni  nel  suo  carattere ,  egli  tosto 
obbliò  le  sue  prevenzioni  ;  ed  il  prepotente  suo  amore  per  le 
lettere  ebbe  il  sopravvento  sui  primi  ostili  divisamenti.  Le  lettere 
patenti  trovate  dal  signor  Grapelet  in  una  raccolta  di  varii 
documenti  conservati  nella  biblioteca  Mazarina ,  provano  incon- 
trastabilmente che  Francesco  primo  volle  assumere  sopra  di  sé 
il  progresso^  4ella  stampa  in  Francia  ,  instituendo  un  tipografo 
reale  per  la  Hngua  greca.  Costui  fu  Corrado  Neobar ,  cui  ac- 
cordò un  privilegio  di  due  e  di  cinque  anni  per  le  sue  edizioni, 
oltre  a  un'annua  pensione  di  cento  scudi  d'  oro  all'  impronta 
del  sole.  Poco  stante  il  medesimo  re  nominò  pur  anco  un  ti- 
pografo reale  per  onorare  la  lingua  francese.  Lettere-patenti  del 
12  aprile    i543  conferiscono  questo  titolo  a  Dionigi  Janot. 

Noi  invitiamo  quelli  che  cercano  nella  origine  delle  arti  e 
nelle  passate  loro  vicende  la  definizione  del  mandato  che  dalla 
Provvidenza  hanno  quaggiù  ,  a  leggere  attentamente  il  libro 
del  signor  Crapelet ,  persuasi  che  dalla  copia  di  dottrina  che 
acchiude,  dalla  venustà  dello  stile  in  cui  fu  scritto,  trarranno 
utile  e  diletto. 


22 

JdIOGRAFI/V  —  Cenni  sopra  Carlo  Fé  a. 


Le  opere  scritte  dall'Avvocato  Carlo  Fea  versano  circa  la 
maggior  parte  dello  scibile  umano:  predilesse  però  gli  studi  fi- 
lologici, archeologici  e  legali;  degli  studi  naeramente  filosofici 
non  era  digiuno  ,  ma  in  tal  caso  egli  comparisce  soltanto  come 
dotto  editore ,  come  nell'  opera  del  Casalasco  Fallctti  da  lui 
postillata  nella  seconda  edizione. 

Tacerei  volentieri  delle  sue  opere  politiche:  era  il  Fea  troppo 
tenace  del  suo  proposito  e  delle  sue  abitudini  per  potere  scor- 
gere nelle  cose  de'  moderni  strada  alcuna  di  miglioramento. 
Trasportato  d'  entusiasmo  per  Roma  e  pel  governo  che  da  tanti 
secoli  la  regge  ,  imprendeva  a  spiegare  in  nuovo  senso  la  di- 
vina Commedia  ed  attribuendo  a  Dante  idee  semiprofetiche,  lo 
rappresentava  come  validissimo  predicatore  dell'  autorità  ponti- 
ficia nelle  cose  temporali  di  RoLoa  non  solo,  ma  di  tutta  Ita- 
lia :  di  ciò  espose  poche  idee  in  suo  discorso  accademico  ap- 
petto a  quel  tanto  che  notato  aveva  ne'  suoi  fogli  volanti ,  e  che 
con  maggior  suo  agio  proponevasi  di  comunicare  al  pubblico. 

Sopra  le  stesse  basi  compose  egli  mi  discorso  nel  quale  po- 
sava i  principii  di  una  nuova  storia  Romana.  Pensava  il  Fea  che 
l'antica  potenza  di  Roma  fosse  da  considerarsi  non  solo  come 
preludio  allo  spirituale  potere  de'  secoli  posteriori  ,  ma  che  i 
Re,  la  Repubblica  e  l'Impero  non  dovessero  tenersi  che  quali 
mezzi  d'incremento  e  di  conservazione  per  quindi  stabilire  nel 
mondo  l'ecclesiastico  temporale  potere  :  conchiudeVà  dicendo 
clic  non  solo  moralmente,  ma  anche  fisicamente  la  Roma  d'og- 
gidì doveasi  stimare  più  felice,  più  bella,  più  potente  di  quella 
Roma  in  cui  vivevano  i  Scipioni.  Questa  proposta  gli  valse 
un  amaro  rimbrotto  per  parte  dei  redattori  dell'Antologia  Fio- 
rentina. Fa  però  d'  uopo  osservare  che  ciò  scriveva  il  Fea 
nella  sua  tarda  età  di  prtissochè  80  anni,  e  che^  direi  quasi 
senza  sua  saputa  ,   vi  era  spinto  da  altri. 


23 

Ma  la  fama  del  Fea  a  buon  dritto  riposa  grandissima  nelle 
sue  opere  aixheologicbe.  Egli  dedito  per  natura  allo  studio  ed 
alla  più  profonda  e  sottile  critica  ebbe  la  ventura  di  giungere 
a  Roma  in  quel  tempo  appunto  in  cui  per  opera  di  Piranesì , 
di  Winckelmann  ,  di  Mengs  ,  di  Visconti  ,  di  Mari ui  *i,  quali 
già  celebri  per  classicbe  opere  ,  quali  allora  già  di  matura  età , 
di  profonde  cognizioni  forniti  ed  a  lui  legati  di  stretta  amici- 
zia, risox'gevano  gli  studii  dell'  anticbità  e  delle  arti.  Aveva  il 
Winckelmann  nella  sua  immortale  istoria  per  il  primo  riunito 
in  modo  cbiaro  ed  evidente  la  filosofia  coli'  antiquaria  :  egli 
aveya  descritte  le  varie  epocbe  dell'arte  con  quella  lucida  mente 
che  tanto  ammirasi  in  Buffon  ,  ma  1'  edizione  ne  era  riuscita 
scorretta  ,  inesatte  le  citazioni  soprattutto  quelle  degli  scrittori 
greci;  oltre  di  ciò  molti  materiali  mancavano  al  Winckelmann; 
i  grandiosi  scavi  ed  il  Museo  Pio-Clementino,  opera  die  può 
dirsi  tutta  dell'immortale  Pio  Sesto,  i  tanti  viaggi  fatti  nella 
seconda  metà  dello  scorso  secolo,  e  le  tante  parziali  illustrazioni 
olle  in  quell'epoca  si  scrissero  circa  moltissimi  monumenti,  que- 
ste cose  tutte  ebbero  luogo  dopo  della  sua  grande  istoria.  Mo- 
riva il  Winckelmann  e  ristampavaiisene  gli  scritti  in  Francia  ed 
a  Milano,  ma  gli  editori  fidando  ciecamente  nell'originale  in- 
vece di  emendarne  gli  errori  pareva  anzi  che  adottandoli  li  vo- 
lessero autenticare.  Di  tutto  ciò  ragiona  ampiamente  il  Fea  nella 
prefazione  che  pose  in  fronte  alla  sua  nuova  edizjone;  per  suo 
elogio  basti  il  dire  cbe  questa  divenne  il  testo  ricercato  nelle 
posteriori  ristampe,  e  che  se  il  Winckelmann  aveva  nella  sua 
prima  edizione  palesata  la  potenza  del  suo  genio,  devesi  al  Fea 
che  egli  ora  si  mostri  ricco  di  tanta  e  sì  varia  erudizione.  Im- 
mane fu  veramente  la  fatica  del  nostro  traduttore  ,  ma  gran- 
dissimo onore  glie  ne  venne,  ed  in  Jal  modo  in  fresca  età 
pose  le  prime  basi  di  quell'  alta  fama  alla  quale  elevossi  in  se- 
guito. All'  edizione  del  Winckelmann  egli  aggiunse  una  larga 
Si  dottissima  dissertazione  sulle  rovine    di  Roma  ,    opera    ricer- 


*!  Vivevano  allora  oltre  i  tre  mentovati  Italiani  ,  in  Roma,  pure  l'Amaduzzi, 
il  Cuncellieri ,  il  Cardinal  Borgia,  il  Cardinal  Valenti  e  molli  aliri  eruditissimi 
«oggetti.   Da  pochi  anni  mancava  il   VVinckchiiann  morto  a  Tiiis!-;  vu:l    1768, 


24 

catissìina  da  quanti  si  applicano  a  studiare  la  topografia  della 
eterna  città.  In  questa  egli  parlò  di  quasi  tutti  i  monumenti 
romani  ,  non  già  contento  di  ripetere  cose  note,  ma  ricercando 
ne'  particolari  archivi  e  negli  scrittori  del  medio  evo  ,  egli  di 
tali  edifizii  tessè  un'  istoria  che  potrebbesi  chiamare  compiuta, 
tante  essendo  le  notizie  che  dà  delle  loro  varie  e  moltiplici  vi- 
cende soprattutto  ne'  bassi  secoli. 

Frattanto  egli  arricchiva  di  nuove  note  una  seconda  edizione 
delle  opere  del  celebre  Mengs  ,  ed  a  lui  veniva  addossata  la 
stampa  del  volume  che  il  letterato  consigliere  Bianconi  aveva 
steso  sopra  gii  antichi  circhi  come  porta  il  frontispizio ,  ma 
realmente  sopra  quello  che  è  al  castello  di  Capo  di  Bove  tra  il 
i."  ed  il  2.°  miglio  della  Via  Appia.  Questo  era  stato  dal  Fa- 
bretti  creduto  fatto  dal  Gallieno,  il  Fea  vi  sostenne  l'opinione 
volgare  che  lo  dice  opera  di  Caracalla  ;  posteriori  scoperte  ci 
dimostrax'ono  quindi  essere  stato  questo  Circo  edificato  dall'Im- 
peratore Massenzio  ad  onore  del  suo  figlio  Romolo.  Venne  quindi 
il  Fea  in  lettera  scritta  dal  Tambroni  molti  anni  dopo  censu- 
rato per  non  avere  allora  conosciuto  il  Circo  che  nella  vicina  Bo- 
ville ,  tuttora  lascia  scorgere  ruderi  vastissimi  :  ma  a  vero  dire 
non  troppo  fondate  devono  stiraax'si  codeste  critiche,  avendo  il 
Fea  ignorato  ciò  che   a  nessuno    di    quei  tempi    era  cognito. 

Datosi  poscia  intieramente  agli  studii  topografici  romani  , 
pubblicò  il  1.°  volnme  della  sua  Miscellanea  ,  nella  quale  oltre 
varie  monografie  radunò  le  così  dette  Memorie  che  degli  scavi 
fatti  in  Roma  à  loro  tempo  avevano  avuta  notizia  varii  illustri 
artisti  come  il  Vacca ,  l'Aldovrandi  ed  il  Bartoli.  Quest'  opera 
giacque  poscia  non  proseguita  ,  tuttavia  radunava  il  Fea  len- 
tamente materiali  per  formare  un  i."  volume ,  ma  ciò  gli  fu 
impedito  dalla  morte  ;  gli  scritti  suoi  però  ordinati  dal  suo  ni- 
pote Antonio  Fea  viddero  la  luce  quattro  mesi  sono  ,  4^  anni 
dopo  la  pubblicazione  del  primo  tomo  *i. 

Tralascio  varie  opere  rustiche  e  di  storia  universale,  dalle 
quali  non  ripeteva  il  Fea  onore  alcuno ,  considerandosene  solo 


*i  Questo  volume  è  adornato  io  front*  del  ritratto  somigliantissimo   del  no- 
itro  autore. 


25 

come  traduttore  od  editgre ,  ma  fu  in   questo  spazio  di  tempo 
eh'  egli  cominciò  i  suoi  diletti  studi  topografici  nelle  •vicinanze 
di  Roma,  e  gli  estese   quindi  a  quasi  tutta    la  superficie  della 
campagna  romana.  Mi  sia  permesso    riunire  insieme  gli  scritti 
suoi  che  spaziano  circa  questo  punto  ,   e  de'  quali  sarebbe  de- 
siderio de'  dotti  che  se  ne  stampasse  una  raccolta,  tanto   sono 
essi  ricchi  di  peregrine  notizie  non   solo  ricavate  dagli  antichi 
autori,  ma  l'invenute  negli  archivi  romani  e  delle  varie  comu- 
nità. Molte  descrizioni  avevansi  dell'antico  Lazio  ,  come  quella 
cominciata  dal  Corradini  e  proseguita  dal  P.  Volpi ,  quella  del 
Kirckero  ed  altre  parziali,  erano  però  tutte  scritte  in  epoca  in 
cui  non  si  conosceva,  e  non  si  voleva  conoscere  la  critica  ,  si  ri- 
petevano i  passi  de'  classici  senza  nemmeno  prendersi  fastidio  di 
verificarli  sui  libri,  e  ciò  che  è  peggio,  quasi  tutte  codeste  de- 
scrizioni erano  compilate  in  Roma  da  persone  che  sedute  a  ta- 
volino parlavano  di  topografia,  di  monumenti,  di  storia  di  quei 
paesi  che  non  avevano  visto  mai.  Unica  eccezione    fornivano  i 
due  luminari  della  scienza  Holstenio  e  Fabretti  morti  da  lungo 
tempo  ,  e  negli  ultimi  anni  il  Chaupy.  Ma  il  Fea,  benché  ri- 
stretto   di  fortuna  ,    portandosi    in  que'  siti    la  descrizione    dei 
quali  egli  voleva  stendere  ,  vi  soggiornava  lungo  tempo  ,  e    ad 
ogni  minima  notizia  di  scavi  operati  e  di  scoperte  fattevi  vi  ri- 
tornava ,    non  fidandosi    di  relazione  alcuna ,    e    tutto  volendo 
esaminare  di  persona.  Lavori  classici  sono  quelli  da  lui   scritti 
allora  ed  in    poi  sopra  Genzano  ,    sopra    le  rovine    dell'  antica 
Gabi ,  che  furono    poscia   particolarmente    illustrate    da  Ennio 
Quirino  Visconti  ,  sopra  gli  scavi  fatti  nelle  vicinanze  di  Ardea 
presso  Torre  S.Lorenzo,  dov'  era  l'antico  borgo  di  Aphrody- 
sium  e  tempio  di  Venere,  come  pure  di  tutta  la  superficie  dell' 
antico  agro  Ardeatino.  Principalmente  si  estese  sopra  le  magni- 
che  rovine  di  Ostia  e  di  Fiumicino ,  e  sopra  1'  istoria  di  que- 
sti due  luoghi  già  emporii  ricchissimi  di  Roma.  Parlò  pure  in 
tempi  posteriori  del  Porto  di  Anzio  e  del  modo  di  ristabilirlo. 
Molte  di  queste  cose  egli  stampava  a  nome  proprio  ,    ed  altre 
andavano    sotto   il  nome    del    Cav.  Giambattista    Rasi  Console 
generale  di  S.  M.  il  Re  di  Sardegna  in  Roma  :  era  insorta  tra 
questi  ed  il  sig.  Ingegnere  Linotte  una  questione   circa    questi 


26 

tre  antichi  porti,  e  fu  sostenuta  da  ambe  le  parti  con  ijiokì 
scritti  ,  era  il  Rasi  ajutato  dal  Fea,  e  per  la  parte  architetto- 
nica veniva  fornito  di  disegni  dal  nostro  Gav.  Luigi  Canina  da 
Gasale.  Sosteneva  il  Rasi  potersi  e  doversi  ristabilire  questi  an- 
tichi porti  nel  loro  primo  essere  ,  onde  far  rivivere  il  commer- 
cio di  Roma  ,  nella  qual  cosa  se  egli  dava  prova  di  cittadino 
amante  della  sua  patria  ,  non  compariva  però  egualmente  pro- 
fondo economista,  troppo  essendo  mutato  il  sistema  commer- 
ciale a'  tempi  nostri  ,  cosicché  per  ravvivarlo  basti  aprir  uii 
porto  o  dirigere  una  strada  5  così  rispondeva  il  Linotte.  Tale 
questione  portò  con  sé  di  dover  parlare  del  modo  di  migliorare 
la  navigazione  del  Tevere  ,  discussione  celebre  per  moltissime 
opere  degli  Idraulici  degli  ultimi  secoli  ;  circa  questo  punto 
molte  cose  scriveva  il  Rasi  ,  ed  altre  a  proprio  nome  stampa - 
vane  il  Fea.  Altro  però  non  si  ottenne  che  1'  apertura  della 
nuova  strada  di  Porto  ossia  di  Fiumicino ,  e  maggior  cura  nel 
mantenere  sgombra  dalle  arene  la  foce  del  Tevere  alla  dritta  , 
detta  di  Fiumicino. 

Altre  opere  sue  toporafiche  ricercatissime  sono  quelle  scritte 
circa  Tivoli  in  occasione  de'  terribili  danni  causati  dall'Amene 
nel  1826:  in  questo  scritto  produsse  molti  documenti  inediti, 
estendendosi  a  parlare  anche  di  Subiaco.  Aggiunse  a  ciò  un  suo 
progetto  per  frenare  il  troppo  impeto  del  fiume  ,  progetto  lo- 
dato dalla  Commissione  Idraulica,  ma  non  creduto  sufficiente, 
essendosi  poi  ora  messo  in  opera  quello  dell'  Ingegnere  Cle- 
mente Folchi.  A  ciò  si  deve  aggiungere  quanto  scrisse  circa  gli 
acquedotti  antichi  e  moderni  ,  non  solo  per  la  parte  istorica  , 
ma  anche  per  la  fisica  e  1'  idraulica.  Era  egli  mosso  principal- 
mente dall'  amore  caldissimo  che  portava  alla  città  di  Roma  , 
onde  desiderando  che  sempre  più  venissero  migliorate  le  acque 
potabili,  propose  al  Governo  di  riportare  in  città  l'acqua  Mar- 
cia ,  e  sotto  la  sua  direzione  si  apri  uno  scavo  alle  terme  Dio- 
clcziane  per  rinvenire  un'  acqua  corrente  che  di  colà  trapassa. 
Né  ancora  contento  a  ciò  ,  apri  di  proprio  danaro  una  escava- 
zione presso  il  Velabro  ,  nella  quale  gli  venne  fatto  di  trovare 
r  antica  acqua  detta  di  Mercurio  ,  ma  infelicemente  il  livello 
troppo  basso   Io  costrinse   a  desistere  dall'  impresa. 


27 

Aveva  egli  sin  dal  1790  nella  prefazione  alla  sua  Miscellanea 
avvertilo  le  tante  mende  che  ancora  trovavansi  negli  scritti  di 
molti  antichi  e  soprattutto  di  Vitruvio,  Virgilio,  Stazio  ed  Ora- 
zio, air  edizione  di  quest'  ultimo  egli  pose  mano  con  ogni  di- 
ligenza ,  consultando  tutti  i  manuscritti  di  Roma ,  e  siccome 
Orazio  che  tanto  parla  di  Roma  e  del  suo  agro  ,  era  stato  com- 
mentato sin  allora  da  persone  che  circa  tali  cose  non  avevano 
fatto  studio  alcuno  speciale^  egli  principalmente  a  ciò  si  volse, 
e  diedeci  una  edizione  lodatissima  da  tutti  i  filologi  ,  e  che 
gran  fama  acquistogli  nelle  riputate  scuole  di  Germania. 

I  due  più  celebri  edifizii  di  Roma  furono  dal  Fea  con  gran- 
dissima cura  illustrati  ;  più  volte  scrisse  circa  il  Panteon  ,  in- 
stando onde  il  Governo  facesse  atterrare  le  meschine  case  che 
ne  ingombrano  i  fianchi  ,  e  benché  il  voto  suo  non  sortisse  in- 
tiero effetto,  pure  ottenne  che  lo  stupendo  pronao  venisse  li- 
berato dalle  immondezze  che  lo  deformavano,  fu  aperto  accanto 
alla  sua  diritta  uno  scavo  recinto  dimostrante  1'  antica  forma 
del  basameiìto,  e  sgombrata  la  piazza  dai  casolari  in  legno  che 
toglievano  la  veduta  del  nobilissimo  tempio.  Gli  scavi  operati 
negli  ultimi  anni  della  dominazione  francese  nell'  arena  del  Co- 
losseo e  neir  antica  Basilica  del  Foro  Trajano  diedero  al  Fea 
materia  di  nuovi  scritti ,  ne'  quali  sempre  più  spiccarono  il  suo 
amore  per  la  conservazione  degli  antichi  monumenti ,  la  sua 
dottrina  e  la  sua  somma  probità. 

Moltissimi  opuscoli  scrisse  sopra  tanti  oggetti  che  di  lui  vol- 
garmente dicevasi  in  Roma,  non  v'  esser  sasso  che  dal  Fea  non 
fosse  studiato  ed  illustrato.  Egli  non  aveva  perciò  abbandonata 
la  scienza  legale ,  e  molte  cose  scrisse  in  favore  della  suprema 
potestà  dell' ecclesiastico  governo.  Autore  di  più  di  100  opere 
non  deve  il  Fea  essere  giudicato  severamente  da  ognuna  di  esse. 
Il  suo  nome  vivrà  eterno  sinché  vi  saranno  cultori  delle  ro- 
mane antichità. 

Il  Fea  era  nato  in  Pigna,  provincia  di  Oneglia ,  il  4  di  giu- 
gno 1753,  e  mori  in  Roma  il  17  marzo  i836,  era  egli  basso 
di  statura,  ma  di  fattezze  svelte,  cosicché  sino  all'estrema  vec- 
chiezza potè  adempiere  a  quanto  richiedeva  l'ufficio  suo  di  Com- 
missario delle  antichità.  Non  volle  onori  ,  e  di  tal  temperanza 


28 

diede  un  bel  saggio  allorché  avendo  voluto  Pio  VII  conferirgli 
la  dignità  di  Monsignore,  risposegli  che  non  sarebbe  stato  de- 
cente il  vedere  una  persona  in  tale  abito  ravvolgersi  tra  il 
fango  ed  i  rottami  degli  scavi.  Acclamato  socio  da  moltissme 
accademie ,  mai  non  si  fece  conoscere  per  tale  ne'  frontispizi 
de'  suoi  scritti.  Era  il  suo  aspetto  come  di  uomo  burbero  e 
rozzo ,  ma  cordialissimo  verso  tutti  quanti  sapeva  che  colti- 
vassero studi  d'  antichità  o  di  belle  arti ,  ai  quali  ,  benché 
fosse  di  troppo  modica  fortuna  fornito,  ampiamente  donava 
i  più  costosi  suoi  scritti.  La  sua  probità  ed  il  suo  zelo  nell' 
adempiere  1'  ufficio  suo  erano  tali  che  saranno  forse  eguagliati 
da  altri ,  superati  da  nessuno  5  in  tanti  cangiamenti  politici , 
e  fra  tanti  nemici  personali  suscitatigli  dalle  opere  sue  tal- 
volta un  poco  acri  e  pungenti ,  nessuno  cessò  mai  di  portare 
alla  sua  virtù  il  più  profondo  rispetto ,  ed  allorché  il  nuovo 
Commissario  delle  antichità  Pietro  Ercole  Visconti  ne  parlò 
meno  onorificamente  ,  sorse  contro  di  lui  da  tutta  Roma  una 
voce  d'  indegnazione  e  di  spregio.  Lui  vivente  ,  ne  fu  collocato 
il  busto  in  Roma  nella  sala  de'  Congressi  dell'  Istituto  di  cor- 
rispondenza archeologica  ,  onore  non  dato  che  a  Thorwaldsen. 
Il  Cav.  Bunsen  ne  lesse  un  elogio  stampato  quindi  negli  an- 
nali dell'  Istituto  ,  elogio  veritiero  e  di  amico  ad  amico  ,  di 
uomo  dotto  ad  uomo  dottissimo. 

Una  notizia  scritta  dal  Coppi  fu  stampata  in  occasione  de' 
suoi  funerali.  Il  Coppi  nativo  di  Chieri ,  e  continuatore  degli 
Annali  d'  Italia,  socio  della  Accademia  Romana  d'Archeologia 
si  applica  specialmente  alla  illustrazione  de'  siti  già  occupati  da 
famose  antiche  città  ,  ed  ora  ridotti  deserti ,  che  trovansi  nell' 
agro  romano  :  di  parecchi  ne  scrisse  dotte  illustrazioni  che  tro- 
vansi negli  atti  dell'  anzidetta  Accademia. 

Lasciò  il  Fea  un  nipote  dilato  fraterno,  di  nome  Antonio, 
il  quale  pure  dà  opera  agli  studi  archeologici.  Unitosi  coli' ar- 
chitetto Angelini  intraprese  la  pubblicazione  de'  monumenti  che 
trovansi  lungo  la  Via  Appia  ,  e  la  Latina.  Recentemente  diede 
alla  luce  la  pianta  topografica  del  Foro  Romano  ,  che  deve  es- 
sere seguita  dalle  parziali  stampe  degli  cdifizii  che  lo  circou- 
dano.  C.  P. 


29 
Polemica 


Ite  superbi  e  miseri  cristiani 

Consuriiando  1'  un  l'altro ,  e  non  vi  caglia 
Che  il  sepolcro  di  Cristo  è  in  man  dei  cani. 

Petrar.  —  Trionf. 

A  chi  considerasse  quanto  magro  sia  il  novero  delle  verità 
così  terse  e  lampeggianti  da  venire  senza  contrasto  dall'univer- 
sale degli  uomini  consentite  :  quanta  sia  la  mole  delle  cose  che 
r  umana  intelligenza  di  secolo  in  secolo  assiduamente  operosa, 
invano  s'  affanna  a  conoscere  e  spiegare  :  come  oscuro  1'  abisso 
in  cui  si  profonda  il  pensiero  dell' uomo  per  trovare  un  argo- 
mento, un'idea  che  tratti  in  luce  valgano  a  rischiarare  l'in- 
certa via,  ed  esserp  guida  a  futuri  progressi;  a  colui  non  tanta 
recherebbe  maraviglia  l' infermità  delle  menti  umane ,  quanta 
l'esclusiva  ed  imperturbata  fidanza  che  ciascun  di  noi  nel  pro- 
prio giudizio  ripone  ,  e  V  accanito  contendere  per  far  preva- 
lere le  proprie  sulle  altrui  sentenze, 

Qual  è  quella  verità  così  assoluta  per  se  slessa ,  che  sopra 
nessuno  de' suoi  lati  possa  protendersi  l'ombra  del  dubbio? 
Dov'è  l'errore,  che  sotto  nessuno  de' suoi  aspetti  possa  vestire 
le  apparenze  del  vero ,  ed  abbagliare  lo  sguardo  di  chi  per 
quella  parte  il  contempla  ?  E  fra  le  cose  che  per  vere  tene- 
vano gli  avi  nostri ,  quante  non  sono  che  assurde  riputiam  noi  ? 
Fra  quelle  che  abbiamo  per  inconcusse,  quante  non  ebbero 
nome  un  giorno  o  di  fole  o  di  menzogne  ?  Eppure  sempre  au- 
dace e  securo  in  se  stesso  1'  uomo  si  sceglie  un  cammino  e  si 
avvia  per  quello  alla  scoperta  del  vero  :  ed  a  quanti  il  circon- 
dano, grida,  seguite  me  e  troveremo  il  vero  :  poi  tutto  che  gli 
vien  fatto  di  veder  nella  sua  via  ci  lo  predica  per  vero  :  e  se 
havvi  chi  dal  suo  dire  dissenta ,  scaltri  a  lui  chinata  la  cervice 
non  àlee  amen  ,  allora  ei  s'adonta,  dà  taccia  altrui  di  menzo- 
gnero e  caparbio,  e  grida:  raca.  Ma  havvi  pure  fra  tante  scom- 
poste tendenze  un  secreto  nesso  comune:  in  tutte  (juelle  forze 
pugnanti  fra  loro  havvi  uno  stesso  impulso  che  dovrebbe  a  co- 


30 

mun  fine  dirigerle:  in  tanta  divergenza  di  vie  una  è  la  mela  a  cui 
8Ì  corre:  e  sono  l'amore,  il  bisogno ,  il  conseguimento  della  ve- 
rità. Perchè  dunque  le  incessanti  pugne  ,  e  le  stolte  ire  ?  Fu- 
nesta istoria  le  antiche  guerre  dei  sapienti  ed  i  frutti  loro  ne 
insegna  :  ma  invano.  La  trista  esperienza  dei  fatali  dissidii  non 
pare  che  sia  per  noi  maestra  bastantemente  autorevole  di  mi- 
gliori consigli. 

Queste  considerazioni  sopra  un  mal  germe  che  infetta  il  va- 
sto campo  dell'intellettuale  attività,  ora  noi,  scendendo  a  più 
umile  sfera  ,  ai  giornali  le  applicheremo. 

Già  il  Subalpino  fin  dall' apparire  della  prima  sua  distribu- 
zione veniva  da  un  giornale  meritamente  reputato  d'altronde, 
designato  quale  apostolo  del  falso  ,  e  settario  di  nocevoli  dot- 
trine. Ora  in  quest'  ultimo  fascicolo  di  settembre  vediamo  rin- 
novata r  accusa ,  cui  una  fiera  stizza  condisce  d'acri  e  d'amaro 
sentenze.  Se  abbietta  credessimo  quell'  ira  ,  che  contro  noi  si 
destò  ,  se  vile  lo  scopo  di  chi  sorse  alla  lotta  ,  noi  non  oppor- 
remmo che  silenzio  e  disprezzo  :  ma  la  gonfia  ed  acerba  pa- 
rola suona  pur  anco  carità  di  patria,  ed  amore  al  progresso 
dei  buoni  studi  e  della  civiltà,  onde  noi,  che  vogliSm  crederla 
sincera,  ci  ascriviamo  a  debito  il  farvi  sopra  alcun  commento. 
Solo  non  seguiremo  il  nostro  avversario  ,  laddove  corrivo  so- 
verchio ei  fa  dell'ingiuria  argomento.  Imperocché  l'imprecante 
contumelia  è  tal  arma  che  riposa  nel  fango  ,  e  chi  s'  abbassa 
a  raccoglierla  per  ferire  altrui,  lorda  se  stesso  ad  un  tempo, 
e  bruttamente  si  deturpa. 

La  prima  querela  che  a  noi  vien  mossa  si  è  per  essere  stalo 
Loke  chiamato  sensista  in  un  articolo  di  filosofia  inserito  da 
un  pregiato  nostro  collaboratore  nella  prima  distribuzione  del 
Subalpino.  Per  questo  noi  veniamo  tacciati  cV  imporre  tristi  nona 
a  buone  cose  e  buone  persone  ;  e  poiché  Loke  oltreché  dai 
sensi  traeva  l'origine  delle  nostre  idee  dalla  riflessione,  cioè 
dall'  atto  con  cui  V  anima  si  rivolge  sopra  se  stessa  e  le  sue  ope- 
razioni,  vorrebbesi  che  rlflessionista  noi  lo  chiamassimo  anzi- 
ché sensista. 

Noi  potremmo  con  qualche  fondamento  addurre  a  giustifica- 
zione   dell'  usato     vocabolo  ,    che    ]a     riflessione     sopraccennata 


^ 


51 

esercitandosi  sopra  idee  procurate  dai  sensi  ,  più  apposita  rie- 
sce la  voce  sensista  a  designare  quel  sistema  delle  origini , 
che  non  qualunque  altra  ;  ma  schivi  d' avvolgersi  nei  dedalici 
laherinti  d'  una  steril  dialettica  ,  noteremo  soltanto  come  l' im- 
pugnata designazione  sia  ornai  dall'  uso  universale  consacrata  , 
e  che  al  Subalpino,  dando  a  quella  parola  il  valor  suo  con- 
venzionale ,  non  può  venir  lode,  né  biasimo  di  sorta  ,  e  meno 
ancora  toccar  l'accusa  d'imporre  tristi  nomi  a  buone  cose  e 
buone  persone. 

Che  se  con  questo  ci  si  volesse  apporre  a  peccato  1'  avere 
taluni  di  noi  in  filosofia  opinioni  contraddicenti  alle  teorie  Lo- 
kiane  ,  noi  non  sapremmo  conciliare  la  vantata  tendenza  al  pro- 
gresso con  quella  tirannia  che  comprime  gì'  intelletti  per  ri- 
durli a  camminare  in  una  data  via  ,  e  gravando  d'  egual  giogo 
tutte  le  menti ,  annienta  persino  la  sacra  libertà  del  pensiero. 
Ma  ingiusto  riputeremmo  noi  l'arrestarci  a  quel  sospetto  ;  pe- 
rocché non  havvi  ingegno  colto  ed  aperto  che  non  vegga  quanti 
mali  traggasi  dietro  1'  intollerante  domiuio  d'una  dottrina  qual- 
siasi ,  e  come  per  simil  fatto  già  venisse  di  tanto  sangue  mac- 
chiata la  terra  europea  ed  in  miserrimi  casi  travolta. 

Lo  stesso  autore  dell'  articolo  che  ne  porge  argomento  al  pre- 
sente discorso  ,  pare  che  rendesse  alla  libertà  del  pensare  un 
giusto  omaggio  ,  quando  inseriva  negli  Annali  il  proemio  che 
l'egregio  Giuseppe  Ferari  fa  precedere  al  VI  volume  delle  opere 
tutte  di  Vico.  Leggonsi  in  esso  le  seguenti  parole:  —  «  egli  (Vico) 
riponeva  1'  umanità  nelle  idee  di  Platone  ,  e  la  filosofia  di  Lo- 
ke  degradava  il  pensiero  fino  alla  sensazione  5  la  storia  già 
trascurata  da  Cartesio  era  il  campo  della  sua  grandezza  ,  e  ve- 
deva difìondersi  quell'  epicureismo  essenzialmente  antistorico 
ecc.  ecc.  »  —  Al  quale  proemio  malgrado  tali  sentenze  ei  non 
restava  dal  tributare  orrevole  e  meritato  encomio  senza  tema 
di  venir  perciò  accusato  d'oltraggiare  la  memoria  d'un  grande 
uomo,  gridando  così,  come  a  noi  rinfaccia  ,  Lohe  sensista  pa- 
dre del  sensualismo ,  avolo  del  niatei'iaUsmo  e  bisavolo  delU 
ateismo. 

La  seconda  taccia  che  al  Subalpino  vien  data  si  è  di  mo- 
strarsi vago  di  cose  disutili  ed  infetto  d'  idealismo. 


32 

Che  disutili  siea  le  cose  nel  nostro  Giornale  discorse  ,  non 
crediaiu  noi  ,  che  vidimo  con  crescente  benignità  accolte  le  no- 
stre fatiche  -,  bensì  alla  calda  brama  di  giovare  (  e  qui  intendo 
parlar  unicamente  per  conto  mio  )  non  corrisponderà  1'  effica- 
cia dei  mezzi  :  ma  anche  1'  obolo  del  povero  ha  il  suo  valore 
nel  tributo  che  si  paga  alla  patria  ,  ed  a  toglierne  il  conforto 
di  generose  speranze  non  sarà  valevole  un  rimbrotto  più  che 
assennato  crudele.  Alla  vaga  accusa  d'  essere  noi  infetti  d'idea- 
lismo risponderemo  eh'  egli  è  uffizio  d'ogni  giornale  ,  che  non 
sia  ad  una  special  scienza  consecrato,  il  dare  in  iscorcio  il 
risultato  delle  altrui  meditazioni  sopra  ogni  ramo  dello  scibile 
umano  ;  e  certo  ove  taluno  badasse  al  poco  che  per  noi  fu 
scritto  circa  le  discipline  della  filosofia  speculativa,  noi  credia- 
mo che  non  larghezza  ,  ma  di  quelle  difetto  sarebbe  anzi  per 
avvisare  nel  Subalpino. 

—  «  L' identità  tra  le  dottrine  insinuate  nel  primo  articolo 
di  quel  Giornale  e  certe  altre  dottrine  che  ben  si  sa ,  feriva  an- 
che lo  sguardo  men  curante  di  perscrutare  le  capillari  differenze 
di  queste  dotte  inezie  j  intorno  alle  quali  non  sarebbe  prezzo 
dell'opera  lo  spender  parole  se  sotto  a  quelle  vanità  nulla  si 
avvolgesse  di  peggio.  Intanto  però  se  parlando  delle  une  ab- 
biam  potuto  credere  che  fosse  a  un  bel  dipresso  come  parlare 
delle  altre  ,  non  era  nostra  la  colpa.  » 

Noi  confesseremo  che  una  forte  maraviglia  ci  scosse  nel  leg- 
gere queste  parole ,  perchè  avendo  dichiarato  uell'  introduzione 
premessa  al  primo  fascicolo ,  che  gli  scritti  Jilosofici  ai  quali 
'verrà  dato  luogo  nel  nostro  giornale ,  siano  essi  consacrati  a 
recar  qualche  luce  nelle  agitate  controversie  j  sia  che  versino 
neir  esame  delle  opere  altrui ,  saranno  dettati  da  uno  spirito  di 
puro  eclettismo j  ne  parve  strano  che  per  l'assonanza  di  poche 
sentenze  in  quell'articolo  contenute  con  alcune  che  ad  un  iu- 
tiero corpo  di  dottrine  appartengono ,  ovvero  per  un  qualche 
parallelismo  di  metodo  ,  altri  inferisse  del  costituirci  noi  cam- 
pioni di  quelle  dottrine  o  seguaci  di  una  setta.  Chi  non  sa 
che  fra  due  sistemi  d'  opposta  tendenza  può  essere  comune  il 
punto  della  mossa,  e  che  .un  cgual  metodo  può  riuscire  ad 
opposti  risulta  men  li  ? 


iitj 


No.  qu.udi  sliinjanio  di  protestare  contro  quell'apparenza 
di  vassal];,gyio  che  vorrebbesi  dare  al  nostro  Giornale,  fern.i 
come  siamo  nel  non  declinar  mai  ogni  carco  che  potranne  ve- 
nir dato  per  le  dottrine  che  esplicitamente  professeremo  ,  ed 
alieni  dal  rifuggire  quandunque  sia  sotto  il  manto  altrui  per 
quanto  egli  possa  essere  venerato  al   volgo  e  largo  di  sicuro  asilo. 

Dopo  il  sinqui  detto  ne  pare  superQuo  1'  estenderci  suU'  o- 
peretta  citata  dagli  Annali  ,  della  quale,  come  di  molte  altre, 
se  tacquimo  fin  ora  ,  possono  i  lettori  argomentare  che  potenti 
ragioni  ne  consigliano  il  silenzio.  Né  la  gloria  di  Komagnosi 
abbisogna  che  noi  scendiamo  in  campo  a  farcene  propugnatori 
contro  chi  follemente  s'attenta  di  offuscarla.  L'Italia  che  sì  a 
lungo  ne  ammirava  e  l'alto  ingegno  eie  sublimi  virtù,  onorasi 
di  quel  gran  nome,  cui  verrà  tributato  un  culto  di  gratitudine 
e  rispetto,  sinché  una  scintilla  del  saero  amor  di  patria  co- 
verà  nei    cori   Italiani. 

Queste  osservazioni  credemmo  dover  fare  allo  scritto  inserito 
negli  Annali  sopra  il  Subalpino,  e  confidiamo  d'averle  emesse 
scevre  da  quel  fiele  che  soglion  stillare  in  ogni  controversia  le 
misere  passioni  letterate.  E  qui  facciam  punto  ,  e  taceremo 
d'ora  innanzi;  perchè  ove  ad  opposte  mire  sian  velo  le  dotte 
ciance,  interminabile  fora  pur  sempre  il  procace  garrito;  se  non: 
meglio  risponderanno  i  versi  che  posimo  ad  epigrafe  del  pre- 
sente articolo. 


M.    M. 


Belle  Arti  —  Luc» 


A.  —  S.'ali/n   di  Angj:lo   Bruneri 
Pic/noìitese. 


L'Italia  possiede  un  ingegno  d'una  tempra  e  d'un  raiallire 
distinto  fra  i  molti  scrittori  d'Italia  ed  anco  oltramontani.  Qu*'- 
sto  ingegno  è  Alessandro  Manzoni.  Egli  allorché  si;ouava  vocr 
per  l'Italia  che  fosse  morta  la  novità  in  poesia  scriveva  i  suoi 
Inni  ;  questi  eran  pochi  ma  tali,   che  chi  scuU'  cosa  sia  la  vera 


5i 

ispirazione  deve  coafessare  ,  dir  egli  molte  e  belle  eosc  in  po- 
che strofe,  mentre  vediamo  molti  Poeti  anche  in  fama  dir 
poco  con  molte  parole.  Una  innovazione  stava  per  farsi  nella 
letteratura  drammatica  a  distruzione  d'  antichi  pregiudizi  ,  e  a 
fondazione  di  altra  scuola  :  Manzoni  scriveva  l'Adelchi  e  il  Car- 
magnola :  l'Italia  non  solamente  difettava,  ma  mancava  del  tutto 
di  Romanzi  ;  e  i  Promessi  Sposi  mettevano  a  Walter  Scott  il  de- 
siderio d'esserne  stato  l' autore.  Da  questo  Romanzo,  che  sarà 
sempre  un  capo  lavoro  dal  lato  dell'arte  e  della  morale  ,  il  sig. 
Angelo  Brunei'i  traeva  argomento  d'una  squisita  opera  ,  che  ora 
adorna  il  suo  studio.  Il  valentissimo  artista  volle  presentarci  la 
Lucia  di  Manzoni,  allorché  trovavasi  nel  castello  dell'Innomi- 
nato. Essa  è  in  attitudine  di  persona  atterrita  e  supplicante  , 
ma  per  cui  comincia  a  splendere  qualche  raggio  di  conforto  e 
di  speranza:  nel  momento  cioè  che  avanzatosi  nella  sua  camera 
r  Innominato  la  conforta  a  non  temere  ,  dicendole  non  volerle 
fare  alcun  male.  —  La  statua  ha  il  ginocchio  piegato  a  terra  , 
le  mani  avanzate  in  atto  di  domandare  pietà;  il  capo  è  leggia- 
dro, svelto,  e  tutto  spirante  grazia  e  soave  mestizia,  e  così  è 
tutto  il  corpo  mirabilmente  bello  e  regolare  ;  ma  lo  scultore 
nello  stesso  tempo  che  volle  darci  nella  sua  Lucia  una  vaghis- 
sima fanciulla,  non  si  dimentica  della  condizione  e  della  pa- 
tria di  essa.  La  fece  bella  e  gentile,  ma  contadina  e  Lombarda; 
di  forme  pienotte  anzi  che  no  ,  e  informata  di  quella  bellezza 
maestosa  propria ,  al  dire  di  Manzoni  medesimo ,  delle  sue 
compatrlotte. 

Qualche  persona  soverchio  schizzinosa  potrà  forse  imputare 
all'  artista  di  non  aver  troppo  scrupolosamente  seguita  V  istoria 
e  il  carattere  della  Lucia  ,  allorché  fece  nuda  alcuna  parte  del 
corpo  di  essa  sì  religiosa  e  modesta  :  ma  chi  non  sa  che  la 
valentia  dell'artista  si  spiega  massimamente  nel  nudo,  e  non 
vorrà  perdonargli  quella  ,  direi  quasi ,  necessaria  mancanza  di 
storica  verità?  Quando  del  rimanente  tóon  mancano  nelle  opere 
dei  sommi  acconci  esempi  ,  onde  giustificarlo. 

Le  dimensioni  della  statua  sono  di  una  statura  e  forme  na- 
turali 5  nel  che  saggiamente  operò  l'artista,    perchè  trattandosi         aÈ 
di  persona    direi    quasi    a  tutti    nota  (  quale  si  è    la    Lucia  di         li 


55 
Manzoni  ),  e  a  cui  già  da  molti  anni  ogni  gentil  persona  ha 
posto  amore  col  darcela  di  statura  del  tutto  naturale  ,  fé'  sì  che 
a  noi  pare  averla  avanti  gli  occhi  viva  e  spirante  ,  e  nel  ve- 
derla mesta  e  tremante  per  la  sua  libertà  non  tanto  ,  quanto 
per  la  sua  purezza ,  e  nell'  atto  di  mover  preghiera  al  prepo- 
tente,  che  vediam  poscia  pentito,  sembra  quasi  che  dobbìani 
anche  noi  unirsi  alla  innocente  fanciulla  ,  e  dolerci  e  prcgHre 
con  lei. 

Se  la  passione  che  agita  il  cuore  dell'  uomo,  se  il  succe- 
dersi del  timore  e  della  speranza  ,  se  l' incanto  della  bellezza 
e  della  virtù  può  esprimersi  dallo  scalpello ,  questo  ha  fatto 
Angelo  Bruneri  ;  e  dalla  sua  Lucia  traspira  non  solo  un  egregio 
artista  ,  ma  ben  anche  un  giovane  di  generoso  e  delicato  sen- 
tire :  un  giovane  pieno  il  petto  d'entusiasmo  e  di  poesia,  e  a 
cui  mentre  lavorava ,  sorridevano  veramente  le  muse  ispiratrici. 
Se  un  ammiratore  dell'  arte  passando  a  caso  sulla  passeggiata 
che  tende  da  Porta  Nuova  a  Porta  di  Po  ,  vedrà  scritto  Studio 
di  Scultura  ,  chiederà  se  ivi  abita  Angelo  Bruneri  ,  e  gli  verrà 
risposto  di  si:  entri  allora  dall'artista,  lo  troverà  modesto  e 
gentile,  pieno  d'amore  per  l'arte  sua:  amerà  ed  ammirerà 
l'opera  e  l'autore:  io  son  certo  che  partirà  soddisfattissimo 
dallo  studio.  *=3  Così  fossero  coronate  da  degno  premio  le  fa- 
tiche del  Bruneri ,  e  il  suo  modello  di  creta  si  tramutasse  in 
una  statua  di  fino  marmo  Carrarese  per  opera  di  qualche  ge- 
neroso ,  a  cui  non  fosse  uscito  di  mente  che  l'Italia  è  la  culla 
e  l'emporio  delle  arti  ,  e  che  non  si  possono  impiegar  meglio 
le  ricchezze  che  nelle  cose  veramente  belle  e  sublimi. 

Avv.  F.  Concone. 


Due  nuovi  Quadri  del  Professore  Biscarra. 


Il  Piemonte,  che  posto  all'estremo  di  questa  bella  penisola 
ne  fu  da  tempi  antichissimi  1'  antemurale  e  il  guardiano  ,  ed 
^tjLChe  (  e  cosi    non  fosse   mai  slato  !  )  la  prima    e  più    esposta 


50 

vitliiua  ilelle  slrai)icre  incursioni,  fu  l'ultimo  a  sciMidere  ncll' 
arringo  delle  scienze  e  dtUc  arti  ,  ma  entratovi  una  volta  pu- 
gnò con  nobilissime  armi  ,  e  se  badiamo  ai  tempi  presenti  non 
pochi  degli  uomini  insigni  cbe  mantengono  viva  la  gloria  ita- 
liana ,  è  germe  del  Piemonte  ,  e  in  esso  ba  ricevuta  colla  na- 
scita r  educazione.  Pure  quanto  alle  arti  del  disegno  pare  cbe 
anche  oggigiorno  il  Piemonte  non  abbia  ancora  toccato  quell' 
apice  di  perfezione,  che  si  sarebbe  potuto  desiderare  da  una 
nazione  così  ingegnosa  e  cosi  atta  a  piegarsi  ad  ogni  genere  di 
nobile  disciplina.  —  Tuttavia  esso  già  vanta  ai  di  nostri  molti 
egregi  artisti  ,  e  se  le  cose  proseguono  a  camminare  sulla  mede- 
sima  via,  dobbiamo  nutrire  fondate  speranze  sull'avanzamento 
e  sulla  feconda  prosperità  delle  arti  Piemontesi.  —  11  signor 
Giambattista  Biscarra ,  Primario  Professore  di  Pittura  in  questa 
Pi.  Accademia,  si  è  del  bel  numero  uno  di  quei  valenti  e  bene- 
meriti ,  onde  abbiamo  arra  e  pegno  di  sempre  più  felici  de- 
stini per  le  sorgenti  arti  di  questo  suolo  a  nessun  altro  se- 
condo. —  Gliiamato  esso  nel  Piemonte  sua  patria  all'alto  grido 
della  sua  fama  ,  non  volle  già  esso  addormirsi  sugli  allori  colti 
in  Roma  e  in  altre  città  d'  Italia  ,  ma  mentre  attendeva  con 
indefessa  cura  a  informare  di  retti  principi  i  propri  allievi  ,  e 
a  spronargli  con  nobile  sollecitudine  in  sul  cammino  dell'onore 
e  della  gloria  ,  dava  mano  ad  insigni  e  grandiosi  lavori ,  i  quali 
fruttasser  per  esso  riputazione  altissima  ,  e  per  gli  altri  gene- 
rosi sensi  di  una  lodevole  emulazione.  —  Ultimi  fra  le  opere 
condotte  a  fine  dal  Professore  Biscarra  vengono  ora  due  Qua- 
dri-, uno  di  argomento  antico  e  tolto  dalla  Greca  Istoria:  l'altro 
ricavato  dalla  storia  dei  bassi  tempi  ,  e  che  versa  sopra  un 
tratto  della  vita   di   uno   dei   nostri  Principi. 

Kappresenta  il  primo  la  Tebana  Timoclea  condotta  innanzi 
al  conquistatore  Alessandro  onde  subirne  il  giudizio.  Narrano 
gli  storici  che  ne!  sacco  di  Tebe  sofferto  da  essa  per  ordine  del 
figliuolo  di  Filippo  ,  un  Trace  brutale  dopo  aver  violata  la  no- 
bile Timoclea  nella  persona  e  nella  casa ,  ingordo  di  preda  , 
domandasse  se  mai  ella  avesse  nascosto  oro  ed  argento  ;  e  che 
la  donna  dicendogli  di  sì  ,  e  d'averne  sepolto  in  un  suo  pozzo, 
colà    s'  avviasse    il  Trace  ,    e   venisse    dalla    Tebana    precipitato 


57 

dentro  e  morto  ,  invece  di  trovarvi  le  mal  augurate  ricchezze. 
—  Ora  condotta  Timoclea  nel  cospetto  di  Alessandro,  gli  disse: 
io  sono  sorella  di  Teogene ,  che  combattendo  contro  Filippo 
per  la  libertà  della  Grecia  fu  ucciso  alla  battaglia  di  Cheronea, 
nella  quale  ei  comandava.  —  Ammiiando  quindi  Alessandro  il 
magnanimo  ardimento  della  donna  e  perdonandole  la  vendetta 
da  lei  giustamente  compiuta  sopra  il  violatore  del  proprio  onore, 
la  i-endcsse  alla  sua  famiglia  ed  alla  libertà. 

Questo  quadro  va  adorno  di  un  gruppo  di  figure  di  statura 
naturale  ,  e  vi  spiccano  precipuamente  le  due  figure  di  Ales- 
sandro e  di  Timoclea  :  quello  è  seduto  sul  trono  e  composto 
in  atto  di  amabile  maestà,  e  par  che  ascolti  con  interesse  quanto 
dalla  donna  gli  viene  narrato:  questa  è  in  piedi  accompagnata 
dai  guerrieri  del  conquistatore  ,  e  a  quanto  pare  francheggiata 
e  difesa  nei  suoi  discorsi  da  un  uomo  posto  in  sul  lembo  del 
quadro ,  e  il  quale  nei  suoi  modi  oltremodo  espressivi  e  ca- 
ratteristici sembra  tutto  inteso  a  dir  sua  ragione  con  un  guer- 
riero che  tenta  contrastargli  il  potersi  avanzare  e  liberamente 
parlare.  - —  L'  attitudine  della  Tebana  è  quale  si  conveniva  a 
donna  sì  forte  :  alla  e  svolta  della  persona  ,  atteggiato  il  capo 
a  franchezza  e  coraggio  :  cinto  il  petto  di  una  specie  di  usbergo, 
quale  dicesi  che  a  quei  tempi  da  qualcuna  fi'a  le  donne  si  pra- 
ticasse. 

Il  secondo  quadro  ci  mostra  Umberto  II.  di  Savoja  allorché 
venne  creato  Cavaliere  avanti  la  sua  partenza  per  la  terra  santa: 
che  questo  Principe  facesse  veramente  parte  della  famosa  spe- 
dizione che  ad  istigazione  dell'  Eremita  Piero  ,  e  sotto  gli  or- 
dini di  Goffredo  Buglione  fu  decretata  in  Clermont ,  è  questa 
r  opinione  della  maggior  parte  degli  storici ,  benché  altri  come 
Papirio  Massonio  lo  neghino  costantemente.  La  ragione  addotta 
da  questi  ultimi  non  è  di  poco  peso.  Gli  annali  di  quei  tempi 
facendo  menzione  degli  Eroi  che  pugnarono  per  il  sepolcro  di 
Cristo  non  fanno  menzione  di  Umberto:  quando  il  suo  grado 
e  la  sua  nascita  non  dovevano  certamente  dimenticarsi  da  que- 
gli annalisti  ,  i  quali  di  persone  di  molto  minor  conto  tenner 
spesso  parola ,  e  ne  narraron  le  gesta.  —  Però  Guichenon  e 
seco  lui  la   maggior  pai-te  (  come  dissi  )  degli  storici  stanno  pel 


58 

sì  ,  e  s'  appoggjauo  essi  ad  autentici  documenti ,  dai  quali  con- 
sta che  Umberto  avanti  di  partire  fece  molte  donazioni  prin- 
cipalmente ai  monasteri!,  e  di  altre  cose  dispose,  solite  a  pra- 
ticarsi da  chi  a  lungo  e  periglioso  viaggio  si  avventura.  —  Chec- 
ché di  ciò  ne  sia,  ne  basti  il  dire  che  il  Blscarra  seguendo 
l'opinione  conforme  all'intento  suo  ha  fatto  un  bello  e  gran- 
dioso quadro  del  suo  Umberto  IL  —  Le  figure  onde  questo  è 
composto  sono  più  piccole  che  quelle  del  quadro  sovra  accen- 
nato ,  ma  questo  è  ugualmente  animato  e  mostra  la  maestria 
e  la  rara  intelligenza  dell'  artista.  —  Gli  argomenti  tolti  dai 
mezzi  tempi  sono  oggidì  del  gusto  ,  come  si  suol^dire  ,  domi- 
nante ,  e  il  Biscarra  ,  saggiamente  operando  ,  pensò  di  riuscir 
più  accetto  agli  amanti  dell'  arte  se  alla  grandezza  del  soggetto 
e  alla  perfezione  del  pennello  suo  nell'  impadronirsene  univa 
pur  anche  la  docilità  a  piegarsi  a  quel  genere  cui  pare  che 
il  secolo  maggiormente  propenda.  —  Cosi  l' Italia  che  fu  per 
due  volte  la  culla  dell'arti  *i,  non  dà  pur  anco  perduto  il  suo 
onore  ai  tempi  nostri  :  né  ultimi  sono  i  Piemontesi  a  coronarlo 
di  eletti  doni  e  di  liete  speranze  :  fra  i  quali  il  Biscarra  me- 
rita lode  grandissima  perché  oltre  di  essere  valentissimo  artista , 
è  anche  uomo  di  alto  e  generoso  sentire. 

*i  Si  è  opinione  di  molti  egregi  storici  e  antiquarj  fra    i  quali  il  Micali  che 
1«  arti  fossero  portato  dagli  Etruschi  nella  Grecia. 

Avv.  F.   Concone, 


JNecrologia 


Un  nostro  concittadino  ^  il  Colonnello  Luigi  Signoretti  »  uf- 
fiziale  della  Legion  d'Onore,  e  Cav.  di  S.  Luigi,  moriva  a 
Metz  il  31    agosto  del  corrente  anno. 

Ei  fu  uno  di  quelli  ,  per  cui  fra  gli  stranieri  rifulse  1'  onore 
del  nome  italiano  ;  onde  stimiamo  debito  nostro  il  render  un 
tributo  d'  omaggio  alla  memoria  delle  sue  virtù  :  il  che  meglio 
non   potr^oimo    fare    che  pubblicando    la    breve    allocuzione , 


39 

colla  quale  uu  prede  commilitone  ed  amico  suo  ,  il  generale 
d'Artiglieria  Peìletier ,  esprimeva  il  suo  dolore  nel  toglier  con- 
gedo dall'  esanime  spoglia  ,  che  un  numeroso  corteo  di  militari 
e  di  cittadini  d'  ogni  condizione  e  d'  ogni  grado  accompagnava 
air  ultimo  asilo. 


»  Ancora  un  prode  che  noi  chiudiamo  in  tomba  !  Nato  in  una 
terra  che  diede  alla  Francia  tanti  e  tali  soldati,  che  con  or- 
goglio essa  collocava  a  fianco  de'  suoi  ,  Signoretti  cominciò  a 
sedici  anni  la  sua  carriera  militare  ,  e  dalla  2.*  campagna  d'Ita- 
lia sino  all'ultimo  combattimento  del  181 5,  egli  non  lasciò 
mai  il  grande  esercito. 

))  Luogotenente  a  Marenco  e  ad  Austerlitz ,  capitano  a  Jena  , 
assistette  ad  Eilau  e  Wagram  ,  e  fece  la  campagna  di  Russia 
in  qualità  di  capo  di  battaglione  5  egli  ricevette  la  croce  d'  uf- 
fiziale  della  Legion  d'  Onore  a  Galosck  ,  ove  alla  testa  del  suo 
battaglione  occupò  un  ridotto  accanitamente  disputato  dai  Russi 
sotto  gli  occhi  del  generale  Maison ,  che  rese  al  suo  valore  un 
solenne  omaggio  5  ma  ei  si  fu  nel  18145  allorché  Napoleone 
non  aveva  attorno  di  sé  che  un  pugno  di  prodi  per  difender  la 
Francia,  che  Signoretti  trovandosi  in  più  elevata  condizione 
diede  della  sua  fermezza  e  de'  suoi  talenti  le  più  belle  prove. 
Imperocché  egli  aveva  il  comando  dell'  undecimo  reggimento 
d'  infanteria  leggiera  ,  più  numeroso  di  quello  che  molte  di- 
visioni in  allora  non  fossero. 

))  L'i  I  febbraio  i8i4  ei  fu  incaricato  della  difesa  di  Nugent,  e 
sostenne  durante  ventiquattr' ore  lo  sforzo  dell'esercito  nemico  5 
due  volte  ei  ritolse  la  posizione  principale  ,  dando  ai  suoi  soldati 
r  esempio    del  sangue  freddo  ,    e  del  più  intrepido  ardimento. 

»  Il  24  febbrajo  1814  attaccò  sulla  fronte  di  Montereau,  alla 
testa  di  dueceat' uomini ,  un  giogo  che  due  mila  soldati  difen- 
devano ,  e  con  focosa  carica  s'  impadronì  della  posizione  :  là 
ei  trovavasi  sotto  gli  ordini  del  bravo  generale  Duhesme  ,  il 
quale  dichiarò  essersi  egli  acquistato  tutta  la  sua  estimazione 
ed  il  suo  affetto. 

»  Que' fatti  d'armi  succedevano  a  vista  dell'Imperatore;  Si- 


40 

gnoretti ,  uffiziale  della  Legion  d'Onore,  propoeto  a  colonnello 
uell'ctà  d'anni  trentacinque,  aveva  davanti  a  sé  il  più  bello 
avvenire.  Venne  la  ristorazione  ,  e  rimosse  dalle  file  dell'esercito 
l'esperto  capitano  ,  il  prode  soldato.  Degna  opera  sarebbe  stata 
pei  governo  di  luglio  il  distinguere  e  collocare  T  uomo  mo- 
desto che  tenevasi  all'oscuro  in  mezzo  alle  pretese  ed  ai  raggiri 
che  assalivano  il  nuovo  potere. 

»  Chiamalo  dal  voto  de' suoi  concittadini  adottivi  all'onore  di 
comandare  una  legione  della  Guardia  Nazionale ,  ei  fece  prova 
che  nulla  aveva  perduto  della  sua  capacità  e  dell'  antico  vigore, 
ed  in  un  tempo  di  politiche  scissioni  ebbe  modo  dì  essere  da 
tutti  altrettanto  amato  quanto  eslimato  :  e  chi  avrebbe  negato 
amore  a  quell'  uomo  che  portava  nel  cuore  la  bontà  e  la  schiet- 
tezza ,  che  i  tratti  del  suo  volto  rivelavano  :  quell'  uomo  che 
sempre  dimenticava  se  stesso  per  consacrarsi  ai  suoi  amici ,  ed 
a  chiunque  si  volgesse  a  lui  nei  dolori  dell'  infortunio  !  Egli 
che  per  1'  estrema  delicatezza  dell'  animo  suo  non  volle  mai 
chieder  nulla  di  quanto  eragli  a  tanti  titoli  dovuto,  non  esi- 
tava luai  nel  presentare  al  potere  le  più  calde  sollicitazioni 
ogniqualvolta  trattavasi  di  un  vecchio  soldato  da  soccorrere  ^  di 
una  vecchia  o  -di  un  orfano. 

y,  Queir  uomo  così  pieno  di  forza  e  di  caldezza  di  cuore  ne 
fu  tolto  in  pochi  giorni  da  un  morbo  che  trasse  da  quella  forza 
stessa  la  sua  funesta  attività.  Ei  vide  venir  la  morte  colla  fer- 
taezza  dell'  uomo  giusto  e  senza  rimproveri  :  fra  i  più  crudeli 
patimenti  ei  fece  con  calma  le  ultime  sue  disposizioni,  solo 
tranquillo  in  mezzo  agli  amici  suoi  che  il  suo  destino  addolorava. 
»  Eppure  quante  cause  di  amar  la  vita,  di  cui  gioiva  con  pie- 
nezza,  ed  abbelliva  colla  benevoglienza  che  spandeva  fra  de- 
noti amici ,  che  1'  alto  suo  carattere  e  la  generosa  sua  abnega- 
zione ammiravano  :  gli  orfani  cui  serviva  di  padre  (  nobile  ere- 
dità raccolta  da  un  uomo  dabbene),  cinque  .fratelli  fra  loro 
vincolati  dal  reciproco  amore,  rispettabile  famiglia,  esempio 
d'  ereditarie  virtù ,  e  di  cui  non  ebbe  il  conforto  di  vedere  un 
solo  dei  membri  presso  al  suo  letto  di   morte. 

«Addio,  Signorelti,  caro  e  venerato  amico,  addio,  esempio 
di  virtù  militari  e  private;  la  tua  memoria  vivrà  eterna  nei 
nostri  cuori.  >» 


41 
JNoTiziE    Diverse 


Arti  Economiche  —  Animali  domestici.  Novelle  razze  di  mon- 
toni. —  Il  sig.  Graux,  affittajuolo  a  Mauchamp  (Aisue),  os- 
stirvò  all'epoca  del  tosare  la  sua  mandra  nel  1828,  un  agnello 
maschio  ,  la  cui  tonditura  gli  parve  offrire  un  carattere  diverso. 
La  sua  lana  era  lucente  come  la  seta.  Il  sig.  Graux  lo  separò 
dagli  altri,  lo  fece  accoppiare  con  pecore  scelte,  e  col  tempo  egli 
ottenne  una  piccola  greggia,  die  oggidì  monta  quasi  a  200  capi 
dello  stesso  carattere  del  padre.  Si  possono  dagli  altri  distin- 
guere cotesti  montoni  per  il  pelo,  il  quale  al  suo  nascere,  co- 
prendo la  testa  e  le  gambe  dell'animale,  sventola  continuamente, 
e  presenta  una  lana  morbida  qual  seta,  e  lucida.  Per  ciò  che 
spetta  alla  forma,  e  al  carcame  degli  animali,  essi  non  son 
punto  differenti  dai  cosi  detti  Merini:  la  loro  statura  si  è  tra 
la  razza  grande,  ed  i  montoni  di  Naz.  Egli  è  grandemente  a 
desiderarsi  che  questa  razza  di  montoni,  superiore  a  quella 
della  Gran-Bretagna,  si  diffonda  in  Francia,  e  ci  liberi  cosi  dal 
tributo  che  paghiamo  allo  straniero  per  aver  lane  a  pettine  di 
cui  siam  privi,  e  che  la  stessa  Inghilterra  è  costretta  di  far 
venire  iu  parte  dalla  Nuova-Olanda.  Il  sig.  Seydoux,  che  dirige 
lo  stabilimento  di  filatoio  e  di  tessitura  di  lane  pettinate  del 
sig.  Paturle  Lupin,  ci  dà  gli  indizi  seguenti:  codeste  lane  hanno 
UQ  tipo  affatto  particolare  ,  che  le  classifica  oltre  ogni  similitu- 
dine 5  esse  sono  specialmente  adatte  per  il  pettine,  poiché  hanno 
u\\  nervo  straordinario,  e  perchè  ancora  si  arricciano  molto 
meglio  che  non  le  lane  di  Parigi.  Queste  pregevoli  qualità  al- 
l'incontro le  rendono  meno  proprie  a  farne  pannilani,  e  feltri. 
Desse  sono  risplendenti  come  le  lane  inglesi ,  e  hanno  la  mor- 
bidezza di  quelle  di  Sassonia.  Producono  una  certa  tal  quale 
bianchezza  d'  argento  luccicante  ,  a  cui  nessuna  altra  qualità  di 
lane  della  Francia  può  arrivare.  La  filatura  n' è  mollo  più  age- 
vole, per  la  ragione  che  le  fila  stanno  distese  per  tutta  la  loro 
lunghezza.    Il    filo    si    riduce    molto   più  liscio,   e   le  corde   fatte 


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con  queste  lane  hanno  una  forzì^  straordinaria  che  permette- 
rebbe di  far  tessuti  alla  meccanica,  od  anco  di  farne  assai  più 
col  mezzo  della  tessitura  a  mano ,  se  codesta  qualità  di  lana 
potrà  aumentarsi.  (  Soc.  cent,   d' agr.    i836). 

Fisiologia  —  ^'^§g^  deW  organizzazione  degli  esseri.  —  Nella 
sua  teoria  deìVy4ntagonismo  organico  j  fenomeno  a  cui  attribuisce 
tutti  i  movimenti  vitali  di  composizione  e  di  scomposizione,  il 
sig.  Virey  pone  per  principio  che  il  più  semplice  tessuto  cel- 
lulare primordiale  abbisogna,  per  funzionare,  di  un  qualunque 
eccitamento  che  gli  imprima  una  specie  di  contrattività  e  di 
espansione  alternate,  sufficienti  ad  assorbire  le  materie  alimen- 
tarie, e  a  rigettarne  il  superfluo.  L'  embrione  animale  o  vegetale 
vien  risguardato  dall'  autore  siccome  prodotto  dalla  riunione  di 
due  mollecole  di  proprietà  opposte  ;  nomata  1'  una  parenchima- 
tosa  d'origine  materna,  l'altra  neri'osa,  proveniente  dal  maschio. 
Nel  feto  animale  i  due  elementi  antagonisti  sono  la  carena  ner- 
vosa del  cordone  rachidico,  e  L'apparato  vascolare,  ossia  il  cuore 
colla  reticella  arteriale.  Egli  crede  che  questi  due  elementi  pos- 
sono venir  paragonati  ai  poli  nella  pila  Voltaica.  Un  altro  anta- 
gonismo, specialmente  negli  animali  vertebrali,  si  produrrebbe, 
giusta  il  suo  avviso,  tra  il  polo  positivo  ossia  superiore,  formato 
dell'asse  cerebro-spinale  cogli  apparecchi  dei  sensi,  della  vita 
esteriore,  o  di  relazione,  e^l  polo  negativo  o  inferiore,  compo- 
sto di  tutto  l'apparato  l'iscerale  ossia  di  nutrizione,  sotto  la  de- 
pendenza del  sistema  nervoso  ganglionare  trisplancnico ,  e  com- 
presivi gli  òrgani  riproduttori.  Di  là  seguirebbe  antagonismo  tra 
l'encefalo  e  lo  stomaco  ossia  le  parti  genitali,  tra  le  parti  esterne 
e  le  interne,  tra  gli  organi  superiori  e  quelli  inferiori.  Egli 
afferma  esistervi  simile  disposizione  nei  vegetali:  i  Coljlédonés 
sovrattutto  sono  formati  di  due  parti  più  o  meno  equilibrate,  e 
il  collo  della  radice  si  è  il  nodo  intermediario  tra  il  gambo 
ascendente  e  la  barbicella  discendente.  Si  ritrovano  due  poli 
opposti  perfino  nelle  due  superficie  delle  foglie,  nelle  quali  la 
superficie  assorbente  è  rivolta  verso  la  terra,  e  quella  esalante 
rivolgesi  al  sole.  Le  gemme  fiorenti  elevansi  verso  la  regiono 
superiore,  e  i  germogli  della  radice  spingonsi   verso  le  parli  in- 


43 

feriori.  Infine  il  polo  positivo  del  vegetale  contiene  specialmente 
le  sue  parti  maschie,  ossia  gli  stami,  ed  il  polo  negativo  le 
parti  femmine.  (  Philos.  de  1' hist.  nat.  —  in-8.°    i835). 

Leggi  della  riproduzione  degli  esseri.  —  Lo  stesso  autore  con- 
sidera, negli  esseri  organizzati,  l'organo  maschio  qual  depositario 
dell'elemento  eccitatore  nervoso,  che  egli  paragona  ancora  al 
polo  positivo  di  una  pila  5  e  pone  per  base  che  la  fecondazione 
non  risulta  punto,  come  venne  finora  creduto,  dal  mescolamento 
dei  semi,  ma  si  bene  dalla  reciproca  saturazione  di  opposti 
elementi.  Egli  si  sforza  di  provare  che  gli  organi  sessuali  degli 
animali  e  dei  vegetali  hanno  la  stessa  origine,  le  stesse  dispo- 
sizioni ,  e  per  fino  una  composizione  chimica  analoga  5  e  dimo- 
stra che  la  riproduzione,  negli  esseri  i  più  semplici,  altro  non 
è  che  la  nutrizione  continuata  5  che  i  rampolli  di  una  piapta, 
il  frammento  d'un  polipo,  il  braccio  di  una  stella  di  mare, 
sono  unicamente  un  uovo  sviluppato ,  o  un  seme  sbocciato  ; 
perchè  il  loro  sistema  nervoso  sendo  sparso  in  tutta  la  massa, 
ogni  mollecola  raffigura  come  un  centro  glandulare,  suscettivo 
di  forza  vitale,  e  che  rappresenta  tutto  l'individuo:  ma  a  mi- 
sura che  il  sistema  nervoso  acquista  maggior  unità,  e  si  avvicina 
sempre  più  al  centro,  come  addiviene  nei  più  perfetti  animali, 
allora  diminuisce  la  moltiplicità  dei  germogli;  e  diffatti  vedesi 
minor  fecondità  negli  esseri  più  innoltrati  nella  serie  ascenden- 
tale della  composizione  organica.  Il  sig.  Virey  esamina  quindi 
la  struttura  dell'uovo,  del  grano,  e  delle  loro  annesse  particelle; 
egli  dimostra  che  nelle  uova  de'  vivipari  e  degli  ovipari,  co- 
desta struttura  diversifica  secondo  i  mezzi  d'  alimentarsi  di  cui 
sono  naturalmente  provveduti.  Egli  osserva  insomma  i  feti  in 
tutte  le  loro  trasformazioni,  e  si  arresta  alla  loro  nascita  (  Virey, 
ibid.  ). 

Danimarca.  —  Condizioni  per  ottenere  il  diritto  di  cittadinanza.  — 
Non  basta  in  questo  stato  di  esser  maggiorenne  per  esser  citta- 
dino: nessuno  può  godere  di  questo  diritto,  se  non  fu  prima 
munito  della  Cresima  ;  e  gì'  individui  di  qualsivoglia  religione , 
purché  ne  sappiano  il  catechismo,  sono  ammessi  alla  Cresima, 
e  il  catechismo  politico   delle  leggi   fondamentali   del   paese,  e 


44 

oltracciò  è  d'uopo  eh'  ei  sappia  leggere,  scrivere,  e  conteg- 
giare: iu  una  parola  tutto  che  viene  insegnato  nelle  pubbli- 
che scuole  elementari.  Così  in  Danimarca  la  Confermazione  è 
in  pari  tempo  un  atto  religioso  e  politico.  Se,  all'epoca  sta- 
bilita per  riceverla,  dai  sedici  ai  diciott' anni ,  il  giovane  non 
si  sente  abbastanza  istrutto,  gli  viene  accoi'dato  un  ritardo;  se 
è  troppo  ignorante,  le  autorità  fanno  indagare  se  ciò  pro- 
viene da  incapacità  del  garzone,  o  da  incuria  dei  parenti  col 
non  inviarlo  a  scuola.  Se  poi  la  sua  ignoranza  procede  da  in- 
capacità j  la  cosa  vien  sottomessa  al  giudizio  di  un  tribunale 
superiore,  il  quale  decide  se  debbasi  a  quel  tale  accordare  o  rifiu- 
tare la  Confermazione,-  ed  è  sempre  rifiutata  allorché  l'individuo 
è  conosciuto  per  affatto  idiota ,  e  da  quel  punto  egli  soggiace  a  per- 
petua tutela.  Se  la  sua  ignoranza  proviene  piuttosto  dalla  negli- 
gerfea  dei  propri  parenti,  questi  sono  puniti  con  una  ammenda, 
e  si  concede  al  giovane  un  periodo  di  tempo  per  abilitarsi. 

Mineralogia  :  —  Cera  fossile  —  Il  Dottor  Meyer  inviò ,  non 
ha  guari,  all'Accademia  delle  Scienze  di  Parigi  alcune  mostre 
del  minerale  conosciuto  sotto  il  nome  di  Ozocerite,  ovvero  cera 
fossile,  rinvenuto  in  Moldavia,  alle  falde  dei  monti  Carpazi, 
presso  il  villaggio  di  Stanitz,  nel  distretto  di  Pakan  ;  ove  si 
trova  in  masse  considerevoli  coperte  da  uno  strato  di  argilla 
lavagna  mista  a  bitume,  che  appartiene  alla  formazione  secon- 
daria. Parecchi  pezzi  erano  del  peso  dalle  80  alle  100  libbre  ^ 
e  contenevano  ragguardevole  quantità  d'ai-gento  nativo.  Poco 
lungi  dal  luogo  di  dove  si  estrae  questa  cera  fossile,  si  rinven- 
nero alcune  croste  assai  larghe  di  succino  brunastro;  ciò  che 
diede  a  credere  al  sig.  Meyer  che  codesto  fossile  possa  forse 
essere  ambra  gialla ,  la  quale  sarebbe  stata  turbata  nella  sua 
formazione.  La  tessitura  di  questo  fossile  varia  d'assai;  alcune 
volte  la  sua  spezzatura  è  fibrosa  ,  altre  fiate  è  sotto  forma  di 
foglie,  ed  anche  di  aghi;  allora  egli  è  purissimo  e  trasparente 
ai  bordi  :  egli  fonde  a  gradi  \o°  ,  e  spande  un  odore  bitumi- 
noso. Non  si  è  ancora  potuto  giugnere  a  purificare  questo  fossile. 
Lavato  a  replicate  acque,  egli  presenta  una  tinta  giallo-carica, 
e  in  questo  stato  si  adopera   per  farne  candele. 


45 


ANNUJNZJ    DI    BIBLIOGRAFI  4 


LIBRI  ITALIANI 


LIBRI  FRANCESI 


Bibliografia  critica  delle  antiche 
reciproche  corrispondenze  poli- 
tiche, ecclesiastiche,  scientifiche, 
letterarie,  artistiche  dell'  Italia 
colla  Russia  ,  colla  Polonia  ed 
altre  parti  settentrionali,  il  tutto 
raccolto  ed  illustrato  con  brevi 
cenni  biografici  degli  autori  me- 
no conosciuti,  da  Sebastiano 
Ciampi,  corrispondente  attuale 
di  scienze,  lettere  ecc.  della 
Commissione  dell'  Istruzione 
pubblica  del  regno  di  Polonia. 
»i=a  Firenze,  per  Leopoldo  ^l~ 
leprini  e  Gioanni  Mazzoni,  — 
Distrib.  ni  in-S."  a  2  colonne  , 
di  pag.  ■148  [ke-my)  .  .  2.  50 

Della  lettura  nel  doppio  aspetto 
dell'  utilità  e  del  piacere.  Per 
l'apertura  della  pubblica  biblio- 
teca maceratese ,  discorso  reci- 
tato dal  bibliotecario  Francesco 
Tonini.  Maria  Borghetti  ai  12 
del  -l  836.  =  Macerata  ,  pei  tipi 
di  Alessandro  Mancini. —  In-S." 
di  pag.  32. 

Costumi  de' secoli  xiii ,  xiv  e  xv, 
ricavati  dai  piiì  autentici  mo- 
numenti di  pittura  e  scultura, 
con  un  testo  storico  e  descrittivo 
di  Camillo  Bonnard.  Prima  tra- 
duzione ital.  di  C.  ZardeUi.=» 
Milano,  dalla  tipogr.  e  calcogr. 
di  Ranieri  Fan/ani. — Fase,  xxvii 
in-4.°  di  pag.  ]2.   Con  A  tavole 

in  nero  ,  . 3.  — 

Colle  ta%'ole  colorate  , 

senz'oro 4.   — 

Colle  tavole  lumeggiate 
d'oro 6,  — 


Mémoires  de  JohnHampden;  histoiie 
de  la  politique  de  son  teins  et 
de  celle  de  son  parti,  par  lord 
iVf/gent (trad.  pari/.  TI.  J.),  pré- 
cédés  d'une  introduction  histo- 
rique  par  M.  De-Sal\>andy.  •— 
2.  voi.  in-8.  Prixi  i5  fr.  Paris, 
cbez  Arthus  Bertrand. 

Critique  de  la  raison  pure;  par 
Eni.  Kant,  traduit  de  rallemaml 
sur  la  7.*édition  par  C.  J.  Tissot. 
—  ^  voi.  in-8.'^  Prix:  7  fr.  A 
Paris  ,  chez  Ladrange. 

Eléments  de  droit  public  et  ad- 
luinistratif ,  ou  Exposition  mé- 
thodique  des  principes  de  droit 
public  et  positif,  avec  l'indica- 
tion  des  lois  à  l'appui,  suivis 
d'un  appendice  contenaut le  texte 
des  priucipales  lois  de  droit  pu- 
blic; par  31.  Foucart  avocat, 
prolesseur  à  la  faculté  de  l'oi- 
tiers.  Voi.  iu-12,  prix  12  fr.  A 
Paris,  chez  Videcocq. 

Maìnuel  du  banquier,  contenant  les 
tables  ou  coniptes  faits  pour  Ics 
changes  des  priucipales  places 
de  l'Europe  etc,  par  P.  Ichon. 
In-8.°,  prix  5  fr.  A  Bordeaux, 
chez  l'auteur. 

Le  Maf.heur  du  riche ,  et  le  Bon- 
heur  du  pauvre  ,  roinau  tic 
mojurs  ,  par  M.  Casimir  Bon- 
jour.  In-B.",  prix  7  fr.  Paris, 
Duniont. 

Le  Chemin  le  plus  court ,  par  Al- 
phonse  Karr.  Voi.  2  in-8.° ,  prix 
i5  fr.  Paris,  chez  Gosselin. 


46 


LIBRI    ITALIANI 


LIBRI    FBAI^CESI 


Le  opere  del  pittore  e  plasticatore 
Gaudenzio  Ferrari ,  disegnate 
ed  incise  da  Silvestro  Pianazzi , 
dirette  e  descritte  da  Gaudenzio 
Bordiga.  =  M.ì\nno,  coi  tipi  di 
Paolo  Andrea  Molina  ,  iS35. — 
Fase,  m  in-4 ,  di  pag.  8,  e  4 
tavole  a  contorno  ....  5.  — 
Nuovi  Elementi  di  Fisiologia  del 
barone  Richerand  profess.  alla 
facoltà  medica  di  Parigi  ecc. 
Undecima  ediz.  riveduta,  cor- 
retta ed  aumentata  dall'autore 
e  da  Bérard  seniore,  profess. 
di  fisiologia  alla  facoltà  medica 
di  Parigi  ecc.  Tradotta  e  cor- 
redata di  annotazioni  da  Paolo 
dclV Acqua,  dott.  ecc.  e  mem- 
bro della  facoltà  medico-chirur- 
gico-farmaceutica  presso  l'uni- 
versità di  Pavia.  -  Pavia,  libre- 
ria della  Minerva  di  Luigi  Lan- 
doni ,   i835.  -  Fase.   V.  in-S." 

di  pag.    128 11.    I'.  56 

Paradisea  Classica  ,    ecc.    Voi.  X. 
Opere    scelte    di  Nicolò  Mac- 
cliiavelli ,    con  note   filologiche 
di  Bernardo  Bellini,  professore 
di  storia  universale  e  di  filolo- 
gia latina  nel  liceo  di  Cremona. 
Edizione  stereotipica.  -  Cremona 
dalla  stereotipia   Bellini,   i835. 
Yol.  III. in- 16  di p. 240.  11.  i.3o 
Raccolta  delle  Poesie  giocose  del 
dott.    Antonio    Guadagnali    di 
Arezzo  ,  con  aggiunte  e  corre- 
zioni fattevi  dall'autore.  -  Italia 
1 835.  Due  volumi  in-32  di  pag. 
itìo,  204.  -  Firenze,  dalla  ti- 
pografia della  Speranza  11,  2.  80 
Simboli:  nuove  melodie  italiane  di 
Samuele  Biava.  -  Milano,  dalla 
tipograiia  di  Vincenzo  Ferrario, 
i836. -Iu-i6  di  pag.  20. 


L'Aborhage  ,    roman    maritime  , 
par  M,   Jules   Lecomtc.  Voi.  2 
in-8.'',  prix  i5  fr.  Paris,  chez 
Souverain. 
Invasions  des  Sarrasins  en  France 
et  de  France  en  Savoie ,  en  Pié- 
mont   et  dans    la  Suisse,    pen- 
dant les  8.%  9.*  et  IO.''  siècles, 
d'après  les  auteurs  chrétiens  et 
mahométans  ,  par  M.  Reinaud 
de  rinstitut.  In-8.'*  de  22  feuil. 
prix  7  fr.  5o  cent.  Paris,  chez 
Dondey-Dupré. 
Mémoires  sur  l'expédition  des  ré- 
fugiés  polonais  en  Suisse  et  en 
Savoie,  dans  les  année^   i833, 
i834,  par  N.  A.  Kubalski  etc. , 
précédés  d'un  avant-propos  con- 
tenant    un   coup    d'oeil    general 
sur  la  situation  actuelle  de  l'Eu- 
rope ,  par  M.  A.  Julien  de  Pa- 
ris etc.    —   Paris    i836 ,   chez 
Merklin  llb.  édit.,  rue  des  Beaux- 
Arts  ,   N.   1 1 .  Un    Tol.   in-8.°  , 
pages  xx-398. 
HisToiRE   des   sociétés   de   tempé- 
rance  des  États-Unis  d'Ainéri- 
que,  avec  quelques  détails   sur 
celles    de    l'Angleterre  ,    de   la 
Suède  et  autres  contrées  ,   par 
R.  Baird.  In-S." ,  prix  2  fr.  5o 
e.  Paris  ,  chez  Hachette. 
Examen  de  la  philosophie  de  Ba- 
con,  où   l'on  traite    diiTérentes 
questions  de  philosophie  ration- 
nelle ,    ouvrage    posthume     du 
comte  Joseph  de  Maistre.  Voi. 
2  in-8.",  prix  12  fr.  Paris,  chez 
Poussielque  Rusand. 
Bagnes,  prisons  et  criminels,  par 
M.  Appert.    Paris    i836,    chez 
Guibert ,  quai  Voltaire  ,  N.   2 1 
bis.  Voi.  3  ,  in-8.'" 


47 


LIBRI    INGLESI 


LIBHI    TEDESCHI 


The  most  striking  events.  (  Acci- 
denti i  più  segnalati  dì  una 
campagna  di  dodici  mesi  con 
Znmalacarregui  in  Ispagna),  di 
C.  F.  Henningen.  —  2vol.  in-S." 
Parigi. 

Lectures  on  the  nervous  system, 
(Lezioni  sovra  il  sistema  nervoso). 
In-8.°,  Parigi. 

The  mascarenha.  (  I  Mascareni ,  leg- 
genda de'portoghesi  nell'India). 
■ —  3  voi.  in-S.",  Parigi. 

Narrative  of  a  journey.  (Relazione 
di  un  viaggio  nel  paese  di  Zoolu 
nel  mezzodì  dell'  Africa  )  ,  del 
capitano  Alien  F.  Gardiner. — 
In-S.",  Londra. 

The  chinese  a  general.  (Descrizione 
generale  della  China  e  de' suol 
abitanti),  di  /.  F.  Davis. —  2 
voi.   in-8.°,  Londra. 

Robertson's  new-magazine.  (Gior- 
nale letterario  inglese,  che  si 
piiùbiica  il  primo  giorno  di  ca- 
dun  mese).  Gr.  in-8.°  Prezzo 
d'associazione  all'estero  annue 
lire  H.  —  Parigi,  all'  ufficio, 
contrada  del  Bouloy,  nam.  1. 

Narrative  of  a  jodrney.  (Relazione 
di  un  viaggio  da  Lima  al  Para), 
del  luogotenente  IF.  Smyth,  e 
M.  F.  Lowe.  —  In-8.»,  Parigi. 

The  HisTORY  oF  Herodotus,  etc. 
(Traduzione  d'Erodoto  in  lingua 
inglese,  con  prolegomeni  e  note), 
di  Aless.  Negris. — Edimburgo, 
1835,  2  voi.  in-8.° 

The  Loseley's  manuscripts  etc.  (  I 
manoscritti  di  Loseley),  da  /. 
Kempe.  —  Londra,  ■1835,  in-8.° 

History  of  Rome.  (Storia  di  Roma), 
tradotta  dal  tedesco,  del  signor 
Schlosser ,  dal  sig.  Finden.  — 
Londra,  1835,  2  voi.  in-4 2,  co« 
rami. 


Uebeb  nationautaet  der  sprachew. 
(Della  nazionalità  delle  lingue), 
di  Rautenbach.  Darmstadt,  1835, 
in-8.".  —  Saggio  sopra  l'origine 
delle  lingue  antiche  e  moderne 
dell'Asia  e  dell'Europa ,  sovra 
le  loro  affinità  ecc. 

ChRONOLOGIE    der    GRIECHISCHEN    UNO 

BOEMiscHEN  KUivsTLER.  (Cronologia 
degli  artisti  greci  e  romani  sino 
al  fine  del  quinto  secolo  dell'era 
volgare),  del  sig.  De-Eartsch. 
— Vienna,   i835,  In-foglio. 

BuCHERKtfNDE  DER  KIRCHENGESCHICHTE. 

(Bibliografia  della  storia  eccle- 
siastica), di  H.  Beckaus-Mar- 
bourg.  —  Elwert,  1836,  3  voi. 
in-8." 
Die  PHYsroLOGiE  .  .  .  (La  fisiologia 
considerata  come  scienza  speri- 
mentale ) ,  di  jP.  Burdach.  — . 
Leipsic,  1835,  5  voi.  in-8." 

Philologisch-theologische  Ausle- 
gung  der  Bergpredigt  etc.  Ham- 
bourg  plesso  Perthes  ,  i835 
(XXII  et  532  p.  grand  in-8.  ) 

Das  Pandektenrecht  aus  dea  Reclit- 
sbuchern  Justinian's ,  iiach  den 
Eifordernissen  einer  zwecknias- 
sigen  Gesetzgebimg  dargestellt 
etc.  Vie\  àotl.  P.  L.Kritz  ^  voi.  i. 
A  Meissen  presso  Klinkicht  , 
i835. 

Grundsatze  des  orthodoxen  Juden- 
thuius  ;  del  sig.  A.  Th.  Hart- 
mann; Rostock,  presso  OEberg, 
i835. 

Die  Oeffentlichkeit  des  Strafver- 
falirens.  Di  L.  H.  De  Jagemann 
Heidelberg,  presso  Mohr ,  i835. 

Lehrbuch  der  inaterielleii  Politik  ; 
di  Carlo  Rotteck  :  a  Stuttgart , 
presso  Hallberger,    i834. 


48 


LIBRI    INGLESI 


LIBRI    TEDESCHI 


ElEMENTS    OF    BEDSIDB    MEDECINK    Ctc. 

(Elementi  di  medicina  clinica 
e  di  patologia  generale)^  per 
/.  S.  Tkorbiirn.—  \n-S.°  Prezzo 
1 4  scellini.  —  Parigi. 
Pratical  observations  etc.  (Osser- 
vazioni pratiche  sovra  le  malat- 
tie del  cnore  ) ,  per  John  Mar- 
sìial,  —  ln-8.°,  Parigi. 

Dl5SERTATIONS     ON     ETHICAL     PHIIOSO- 

PHY.  (Dissertazione  snlla  filosofia 
inorale),  di  /.  Mackinlosh,  con 
lina  prefazione  del  rever.°  fV. 
TFhewel.  —  In-8.°,  Parigi. 

Tue  annual  biography  and  obituary. 
(Biografia  e  necrologia  annuale). 
Voi.  XX  per  \  83).  —  6  voi.  in-8.° 
Parigi. 

Narrative  of  voyage  round  the 
World.  (Relazione  di  un  viaggio 
attorno  al  mondo)  di  T.  B.  Wil- 
son. —  In-S.",  Parigi. 

A  HisTORY  OF  BRiTiSH  FisiiEs.  (Storia 
dei  pesci  d'Inghilterra),  di  IF. 
Yarrell.  —  In-S."  con  «stampe 
in  legno.  Londra,  '1835.  L'opera 
sarà  composta  di  \6  fascicoli. 

A  TREATISEON  THEPREVENTION.  (Trat- 
tato sui  mezzi  di  prevenire  e  di 
guarire  le  malattie  pulmonari), 
di  Robert  Little. — In-S.",  Parigi. 

On     THE     MEANS     OF     COMPARINO     CtC. 

(Sovra  i  mezzi  di  confrontare  i 
rispettivi  vantaggi  delle  varie 
linee  di  strade  ferrate,  e  dell' 
impiego  delle  macchine  loco- 
motrici), di  /.  M']Vell.~ln-S.° 
Parigi. 


HaNDBUCH    DEB    ENTWICKELUNOS    GES- 

CHiCHTE.  (Manuale  della  storia 
dello  svilnppamenlo  dell''uomo, 
con  un  sunto  comparativo  sullo 
sviluppo  dei  mammiferi  e  degli 
uccelli),  del  dott.  G.  F'alentin. 

—  In-8.°,  -1835,  Berlino. 
Jahrbucher  BER  ARTZLicHEN.  (Annali 

della  riunione  dei  medici  a  Mo- 
naco).—  In-S.",  Monaco,  iSSS. 
Primo  anno. 

Die  ehdfunde.  (Geografia  univer- 
sale ) ,  di  C.  Ritter.  Tom.  in  e  iv, 
Asia.  — -  In-8.",  Berlino,   1834. 

Geschichte  der  skythen.  (Storia  dei 
Sciti  e  degli  Alemanni  sino  ai 
dì  nostri),  di  ffalting. —  In-B." 
con  islampe  e  carte.  Berlino  , 
'1835,  tom.  I. 

Amtlicher  bericht.  (Ragguaglio  of- 
ficiale sovra  la  riunione  dei  na- 
turalisti e  medici  tedeschi  a 
Stoccarda,  in  settem.  ■1834),  dei 
sig.  C.  Df-Kielmeyer  e  G.  Fae- 
jer.  —  111-4.°,  Stuttgard,  1835. 

Chirurgische  hupfer  tafeln.  (  Rac- 
colta di  stampe  di  chirurgia  per 
il  maggior  incremento  della  chi- 
rurgia pratica),  del  dott.  Frorip. 

—  In-4.°,  Veiinar,  1836.  Queste 
stampe  giungono  già  a  338. 
Caditna  è  accompagnata  di  un 
testo  spiegatii/o. 

Geschichtliche  tjnd  statistische. 
(  Notizie  statistiche  e  storiche 
delle  università  negli  stati  prus- 

■      siani),  di  fF.  Dieterici. — ln-8.° 

!      Berlino,  •IBSG. 


STAMPERIA    GHIRINGHELLO    E    COMP. 
con  permissione. 


49 
Scienze  Sociali  —  Legislazione  Cr*«iinale 

Della  riforma   delle  prigioni. 


Mentre  la  ragione  e  la  filosofia  dirigendo  e  dilatando  il  sen- 
timento di  benevolenza  che  distingue  V  umana  famiglia  ,  rie- 
scirono  a  renderlo  fecondo  di  ottimi  risultati  non  solamente 
tra  nazione  e  nazione ,  ma  eziandio  fra  i  diversi  ordini  della 
società  e  fra  gì'  individui  stessi  con  influire  possentemente  sulla 
restaurazione  dei  codici  penali:  mentre  Beccaria,  Filangeri , 
Blacstone  ,  Rossi  ,  Berenger ,  il  Duca  di  Broglio  ed  il  Conte  di 
Sellon  adoperarono  a  vicenda  il  genio  ,  la  dottrina  e  l'eloquenza 
per  accomodare  a'  costumi  divenuti  più  miti,  leggi  più  pie  che 
sempre  in  quella  via  li  mantenessero  :  mentre  la  coscienza  , 
r  equità  e  la  filantropia  de'  magistrati  vanno  ncll'  applicazione 
delle  pene  mitigando  la  soverchia  asperità  di  leggi  non  ancor 
derogate  e  fatte  per  altri  tempi  e  per  altri  bisogni  :  mentre 
tulli  questi  passi  or  più  or  meno  veloci  1'  opinione  e  la  pra- 
tica facevano  verso  1'  umanità  e  la  civiltà,  venne  quasi  univer- 
salmente accolto  quell'onesto  discernimento  che  la  maggior 
parte  dei  delitti  reputa  piuttosto  come  effetti  della  cieca  e  su- 
bita passione,  dell'umana  fragilità  e  della  prepotenza  delle  cir- 
costanze in  cui  r  uomo  è  posto  talvolta  ,  che  come  parti  quasi 
nccessarii  della/  natura  corrotta  ,  o  conseguenze  di  una  invete- 
rata premcdilazione,  di  una  satanica  perversità.  Nello  stesso  tempo 
e  per  gli  stessi  impulsi  prevalse  pur  anche  la  convinzione  che 
né  lo  spirito  della  vendetta,  né  quello  d'  incutere  il  patimento 
ed  il  dolore  presieder  debbano  all'  applicazione  delle  pene , 
ma  bensì  l'emendazione  del  reo  e  l'allontanamento  dai  delitti. 

Gomecìiè  queste  benefiche  dottrine  già  s'  impadronissero  del 
cuore  da'  popoli ,  de'  magistrati  ,  e  de'  legislatori ,  e  già  venisse 
ogni    giorno    più  gagliardameute  combattuta   la    giustizia  della 

4 


50 

pena  di  morte  ,  tuttavia  per  lunghi  anni  ancora  le  prigioni  ri- 
masero abbandonate  all'  arbitrio  dei  carcerieri  ,  1'  unico  scopo 
fu  di  prevenire  le  evasioni ,  e  tutta  1'  ispezione  si  limitò  alla 
sicurezza  materiale  del  carcere. 

Vai'ie  poterono  essere  le  cagioni  di  questo  ritardo  nelle  scienze 
sociali  :  forse  la  maggior  frequenza  della  pena  di  morte  e  dei 
Bagni ,  sceverando  la  società  dai  malfattori ,  rendeva  meno  im- 
portanti e  meno  osservate  le  quistioni  lelative  alla  carcei'a- 
zioncj  forse  una  sorte  che  non  si  teme  ed  a  cui  non  si  va 
esposto  ,  ne  faceva  obbliare  i  mali,  o  non  svegliava  che  una 
languida  pietà  5  forse  ancora,  come  pensa  V  esimio  professore 
Kossi  ,  perchè  il  fiore  della  società  non  vedendo  nella  giustizia 
criminale  che  un  mezzo  per  contenere  quella  classe  di  citta- 
dini ,  che  volentieri  egli  chiama  bordaglia  ,  conchiudeva  taci- 
tamente tra  sé  senza  neppur  darsene  conto  ,  che  la  giustizia 
penale  qualunque  ne  fossero  i  principi!  e  le  forme  era  indiffe- 
rente per  lui. 

Qualunque  sia  stata  di  queste  cagioni  ,  certo  è  però  che  per 
molto  tempo  ancora  1'  ordine  e  1'  obbedienza  nelle  carceri  fu- 
ron  mantenuti  col  timore  delle  minacce  ,  dei  castighi  corpo- 
rali, delle  segrete,  e  delle  catene.  In  tutto  il  resto  poi  si  lasciava 
il  carcerato  padrone  del  suo  tempo  e  delle  sue  azioni ,  purché 
non  eccedessero  i  limiti  generalmente  prescritti  ,  nò  più  oltre 
si  prendeva  pensiero  né  della  sua  sorte,  né  della  sua  moralità. 
Frattanto  allorché  il  carcere  venne  consideralo  come  una 
transazione  delle  altre  pene  più  atroci  ,  e  di  quella  principal- 
mente di  morte  ,  il  numero  dei  caxxerati  veniva  crescendo  a 
dismisura  ,  ed  ogni  specie  di  prigione  rigurgitava  di  sciagurati, 
i;he  stipativi  senza  distinzione  veruna  ,  ed  abbandonati  a  loro 
stessi  ed  al  fermento  di  tante  agglomerate  corruzioni ,  giacevansi 
nel  lezzo  di  una  immoralità  turpe  e  contagiosa. 

Ella  si  fu  la  filantropia  e  soprattutto  la  filantropia  religiosa, 
sempre  sollecita  a  penetrare  nei  recessi  più  oscuri  per  esercirvi 
la  sua  influenza ,  quella  che  prima  si  accorse  di  questi  mali ,  e 
vi  portò  l'imedio  cercando  di  migliorare  la  sorte  dei  carcerati, 
non  solamente  fintanto  clic  rimanessero  prigioni ,  ma  auche 
allorquando  riacquistassero  la  libertà. 


51 

L'  autorità  poi  non  tardò  mollo  anch'  essa  ad  avvedersi  che 
la  forza  brutale  era  insufficiente  a  frenare  1' impeto  di  tanta 
corruzione  5  e  lo  spaventevole  aspetto  di  queste  moltitudini  per- 
verse ognora  crescenti  ,  e  clic  per  la  maggior  parte  ,  spirato  il 
termine  del  carcere  ,  si  riversavano  nella  popolazione  ,  ingenerò 
un  fremito  che  divenne  ben  tosto  mi  utile  ammaestramento. 

Egli  fu  per  questa  successione  d'  idee  e  di  emergenze  ,  che 
lo  stato  delle  prigioni  destò  1'  interesse  di  tutte  le  società,  di- 
venne l'oggetto  di  una  scienza  ,  e  fu  considerato  come  un  ramo 
essenziale  dell'  economia  pubblica. 

Tralasciando  di  fare  altre  celebri  menzioni,  quegli  che  più 
di  recente  e  con  maggior  ampiezza  vi  applicò  l' animo  si  è  il 
sig.  Lucas ,  ispettore  generale  delle  prigioni  in  Francia ,  eru- 
dito scrittore  e  sapiente  giureconsulto.  Intorno  a  questo  inte- 
ressante argomento  egli  già  pubblicò  due  ottimi  scritti  ,  1'  uno 
sopra  il  sistema  penitenziario  in  Europa  e  negli  Stati-Uniti  ,  e 
r  altro  che  intitolò:  Teoria  deW  imprigionamento. 

Egli  è  di  questa  più  recexite  sua  opera  che  compendierenio 
le  principali  vedute,  e  vi  aggiungeremo  alcune  osservazioni  che 
in  noi  si  sono  sviluppate  dalla  lettura  di  un  articolo  sulla  stessa 
materia  inserto  nella  Bibliothèque   Universelle  de  Genève. 

Opportuno  egli  è  quindi  anzi  tutto  a  sapersi,  che  se  nello 
sviluppo  del  sistema  penitenziario  il  sig.  Lucas  trovava  ancora 
alcun  che  di  vago  e  d'imperfetto,  ciò  proveniva  dacché  quel 
solo  dettato  non  poteva  e  non  doveva  abbracciare  tutte  le  ca- 
tegorie dei  ditenuti.  Era  difatti  ,  come  egli  stesso  sci'ive,  più 
per  simpatia  che  per  convinzione  che  l'opinione  andava  inva- 
ghita del  sistema  penitenziario  ,  come  di  una  parola  magica 
che  conteneva  se  non  ancora  la  definizione  precisa,  almeno  l'ur- 
gente bisogno  della  riforma. 

A  quanto  perciò  egli  stesso  aveva  osservato  mancare  a  quel 
sistema  ,  vi  sopperì  colla  seconda  sua  opera  sulla  Teoria  dell' 
imprigionamento. 

Ma  questa  teoria  ei  non  la  trattiene  soltanto  entro  le  mas- 
sime più  superficiali  e  ristrette  ,  ma  invece  la  fa  risalire  alle 
più  alle  sue  relazioni  ,  e  le  dà  1  più  grandi  sviluppi.  Difatli 
hi  grande  scienza  del  perfezionameulu  morale  deli'  umanità  cbc 


52 

dalle  obbligazioni  sociali  si  estende  sino  alle  virtù  private  ,  non 
ha  soltanto  per  fondamento  la  giustizia  di  repressione ,  ma  prima 
ancora  ha  quello  della  giustìzia  di  heneficenza  e  di  -previdenza. 
Né  altrimenti  può  essere  ,  poiché  la  giustizia  di  repressione  si 
occupa  unicamente  di  reprimere  e  punire  i  delitti  allorché  già 
sono  commessi,  quando  invece  le  altre  due  giustizie  si  occupano 
a  prevenirli  o  a  diminuirli. 

Insegnando  dunque  questi  principii  che  il  sig.  Lucas  ha  ri- 
dotto a  scienza  ,  egli  non  li  considera  soltanto  dal  lato  penale 
ed  afflittivo ,  ma  li  solleva  a  quelle  parti  più  nobili  che  ten- 
dono a  purgar  la  società  dalle  pene  e  dai  delitti.  Per  giudicare 
se  r  autore  sia  pari  a  tanta  missione  ,  basterebbe  sentire  que- 
ste eloquenti  parole  :  «  Il  tempo  è  giunto  ,  egli  esclama  ,  in 
»  cui  la  giustizia  umana  per  la  moralità  del  suo  esercizio  ,  per 
))  la  legittimità  del  suo  impero  deve  lavarsi  innanzi  a  Dio  ed 
»  innanzi  agli  uomini  dal  terribile  rimprovero  di  accrescere 
»  piuttosto  che  di  scemare  le  contaminazioni  del  delitto.  Le 
))  leggi  di  tutti  i  tempi,  di  tutte  le  nazioni  nelle  loro  pene 
»  temporarie  o  perpetue,  indulgenti  o  sanguinarie,  ispirate  dal 
»  genio  di  un  Bracone  ,  o  da  quello  di  un  Howard  ,  hanno 
»  voluto  distrurre  ,  intimorire  o  correggere  i  colpevoli,  ma  cor- 
»   romperli  giammai.  » 

Nello  scopo  di  far  meglio  sentire  1'  importanza  della  scienza 
e  della  riforma  delle  prigioni ,  e  di  dimostrare  quanto  possente 
istromento  di  moralità  o  d' immoralità  possano  essere  e  dive- 
nire i  carcerati ,  il  sig.  Lucas  procede  al  novero  di  essi  nella 
sola  Francia,  e  trova  che  in  meno  di  i8  anni  il  loro  numero 
ascende  ad  un  milione.  Ciò  posto  ,  ei  grida  ,  quali  tenibili  con- 
seguenze possono  succedere  in  una  società  che  manda  ogni 
anno  56\m.  individui  alla  scuola  delle  prigioni ,  e  che  la  scuola 
delle  prigioni  restituisce  pressoché  per  intiero  alla  società? 

Se  dunque  si  domanda  quale  sia  l'oggetto  di  questa  scienza 
cosi  importante  ,  cosi  nuova  ,  si  può  rispondere  che  essa  in- 
tende a  prevenire  tre  cose  :  le  evasioni  ;  la  corruzione  reci- 
proca de'  di  tenuti  ;  e  le  recidive. 

I  due  primi  di  questi  oggetti  si  riferiscono  indistintamente 
ad  ogni  sorla   d'imprigionamento  anche  in  via  di  semplice  i)re- 


53 

venzlone  ;  ma  il  terzo  scopo  poi ,  cioè  quello  di  impedire  le 
recidive,  non  concerne  che  l' imprigionamento  dopo  la  sentenza. 
Rivolto  lo  sguardo  a  quest'  ultima  specie  d'  imprigionamento 
si  scorge  ben  tosto  ch'essa  comprende  due  distinte  categorie, 
che  richieggono  due  distinti  metodi  di  disciplina.  L'  una  si  è 
quella  dei  condannati  a  Lreve  cattività  ,  e  per  questi  non  po- 
tendosi adoperare  i  mezzi  educativi  e  di  rigenerazione  onde 
opporsi  alle  recidive  ,  non  v'  ha  altra  strada  che  quella  dell' 
intimidazione.  L'  altra  poi  si  è  quella  dei  condannati  a  lunga 
prigionia  ,  e  per  questi  si  può  sperare  di  ottenerne  l'emenda- 
zione coir  istruzione ,  coli'  educazione  ,  col  lavoro ,  con  tutte  le 
abitudini  morali  a  cui  si  possono  sottomettere. 

Premesse  queste  considerazioni,  ogni  sorta  d'imprigionamento 
si  riduce  a  tre  classi.  Esso  difatti  od  è  preventivo ,  o  repressivo  ^ 
o  penitenziario. 

11  libro  del  sig.  Lucas  ragiona  per  ora  soltanto  delle  due 
prime  specie  di  prigionia.  La  prigionia  preventiva ,  egli  dice  , 
può  soltanto  avere  due  oggetti,  quello  d'  impedire  le  evasioni, 
e  quello  di  evitare  la  scambievole  corruzione.  Ad  essa  perciò 
non  possono  applicarsi  i  metodi  repressivi  e  penitenziarii ,  per- 
chè ancor  non  si  sa  se  i  ditenuti  per  misura  preventiva  siano 
meritevoli  ed  abbiano  bisogno  di  quei  due  più  efficaci  rime- 
dil.  Quindi  ne  viene  che  questa  sorta  di  ditenuti  deve  trattarsi 
con  tutti  quei  riguardi  che  li  distingua  da  coloro  che  già  su- 
birono la  condanna. 

La  prigionia  invece  lepressiva  e  penitenziaria  si  applica  egual- 
mente agli  inquisiti  già  condannati  ,  come  a  quelli  che  sono 
ancora  sotto  processo  ,  ma  1'  una  e  1'  altra  però  hanno  per  og- 
getto comune  d'  impedire  le  recidive. 

Forse  da  una  classificazione  cosi  tronca  e  distinta  potrebbe 
taluno  dubitare  che  il  principio  dell'  intimidazione  debba  sol- 
tanto applicarsi  al  sistema  repressivo  ,  e  non  al  penitenziario. 
IMa  noi  invece  siamo  d'  avviso  che  anche  a  quest'  ultimo  debba 
estendersi  l' intimidazione ,  perchè  se  il  timore  è  un  mezzo  an- 
cor esso  di  ovviare  le  recidive,  e  di  correggere  e  di  emendare, 
non  si  vede  il  perchè  esso  debba  escludersi  dal  sistema  peni- 
tenziario. Bisognerà  soltanto  temperare  per  esso  i  gradi  dell'iu- 


54 

timìdazìone  ,  e  tener  sempre  lontano  dalla  coodanua  Io  spinto 
della  vendetta, 

L'  incoerenza  clie  a  taluni  parve  di  scorgere  nella  classifica- 
zione adottata  dal  sig.  Lucas  applicando  esclusivamente  al  si- 
slenia  repressivo  il  principio  d'  intimidazione  ,  fece  ad  essi  de- 
siderare un'  altra  classificazione  ,  la  quale  comprendesse  da 
prima  sotto  il  governo  penitenziario  ogni  specie  d'  imprigiona- 
mento anteriore  alla  condanna  ,  e  poscia  avesse  assegnato  a 
ciascuna  categoria  di  ditenuti  od  il  metodo  repressivo  o  quello 
di  semplice  educazione ,  siccome  meglio  a  ciascuna  si  fosse  tro- 
vato conveniente. 

Ma  la  soverchia  esclusività  che  si  appone  alle  teorie  del  sig, 
Lucas,  sembra  che  possa  ancora  presentare  dal  lato  pratico 
maggiori  inconvenienti  ,  imperciocché  se  a  qualch'  una  classe 
di  ditenuti  si  niega  il  metodo  penitenziario,  e  soltanto  essa  si 
sottopone  al  repressivo,  allora  si  corre  il  rischio  che  quest'ul- 
timo metodo  invada  il  primo  ,  e  quindi  che  {prigioni  ritornino 
soggetti  a  tutta  la  brutalità  dei  carcerieri.  Infatti  questo  metodo 
rigoroso  ed  assoluto  offre  pur  troppo  maggiori  attrattive  per  l'am- 
ministrazione ed  il  governo  delle  case  di  punizione.  Sarebbe 
quindi  a  paventarsi  che  1'  intimidazione  ,  di  cui  per  troppo 
largo  pensare  si  vorrebbe  far  esente  una  classe  di  ditenuli  già 
condannati ,  soverchiasse  invece  a  poco  a  poco  1'  elemento  rige- 
neratore che  deve  sempre  presiedere  nelle  teorie  penali  ed  allo 
stesso  metodo  repressivo. 

lo  non  vorrei  che  quest'  opinione  di  admettere  generalmente 
il  principio  dell'intimidazione  nelle  penalità  si  calunniasse  come 
disumana ,  vieta  e  retrograda.  Non  si  vuole  assolutamente  escluso 
il  timore  perchè  mezzo  sicuro  ed  efficace  di  rigenerazione,  ma 
nel  tempo  stesso  affinchè  non  si  cangi  in  barbarie  si  vuole  che 
sia  sempre  subordinato  al  sistema  penitenziario ,  predominato 
da  esso  e  da  esso  corretto. 

Siffatta  opinione  poi  tuttoché  forse  spiacevole  a  certe  utopie 
più  soavi,  non  ha  per  fondamento  soltanto  quell'antico  adagio: 

Odorimi  ppccare  mali  forniidine  poenac. 
ma  la  vera  ragione  la  si  trova,  secondo  noi,  nell'elemento  dell' 


55 

espiazione  ,  che  in  sostanza  è  la  base  delF  intimidazione  ,  e  ne 
costituisce  la  moralità. 

Indipendentemente  dal  dogma  religioso  che  ne  formarono  i 
culti  d'ogni  tempo,  il  pi'incipio  dell'  espiazione  è  ingenito  nella 
natura  umana ,  poiché  1'  uomo  percosso  dalle  miserie  si  per- 
suade naturalmente  nel  suo  segreto  di  averle  meritate  e  di  do- 
verle soffrire  ,  e  questa  persuasione  facendogliele  sopportare  con 
maggior  fortezza  ,  lo  conforta  colla  speranza  che  passato  quel 
tempo  di  prova,  possano  sorgere  ancoi'a  per  lui  giorni  più  vir- 
tuosi ,  più  tranquilli  e  senza  rimorso.  Colui  che  soffre  la  sven- 
tura e  la  pena  anche  inflitta  ingiustamente  con  rassegnazione, 
eleva  il  proprio  animo  e  lo  rende  migliore  ,•  ed  ella  è  persino 
cosa  assai  frequente  in  chi  sconta  una  pena  non  meritata  ,  il 
credere  di  sopportarla  giustamente  per  altre  colpe.  Così  avviene 
che  alle  male  azioni  si  associa  sempre  come  per  istinto  un 
mal  presagio  ,  e  che  chi  le  commette  meriti  un  castigo ,  una 
sventura ,  è  sentimento  di  universale  giustizia.  Che  se  nulla- 
meno  taluno  volesse  disconfessare  queste  verità  ,  questi  do- 
vrebbe arrestarsi  a  meditare  l'incanto  che  si  prova  alla  lettura 
delle  Mie  prigioni  di  Pellico  ,  anche  colà  dove  l' illustre  pri- 
gioniere assiepa  il  suo  petto  di  conforti  semplicemente  morali, 
senza    ancora  ricorrere  agli  ascetici. 

Se  dunque  1'  espiazione  è  un  bisogno  ,  una  legge  dell'umana 
coscienza  ,  il  principio  della  punizione  che  mai  si  può  scompa- 
gnare dall'  idea  del  dolore  ,  sarà  sempre  necessario  sinché  non 
più  ignorata  o  respinta  una  più  generale  distribuzione  del  la- 
voro e  di  mezzi  per  procacciarsi  la  sussistenza  ,  non  farà  ces- 
sare lo  stimolo  del  bisogno  mal  consigliero ,  sintantoché  le  più 
abbiette  classi  del  popolo  non  impareranno  da  una  fraterna 
educazione  a  moderare  le  proprie  passioni,  a  soffrire,  ad  amare. 
Ed  ella  è  cosa  degna  di  osservazione  che  in  quei  paesi  dove 
r  istruzione  ha  fatto  maggiori  progressi ,  ed  i  costumi  me- 
glio dirozzati,  e  più  accomunati  divennero  i  mezzi  di  sussi- 
stenza, quivi  se  da  un  canto  gli  uomini  si  asieugono  dalle  uc- 
cisioni e  dalle  rapine,  e' pare  dall'altro  che  corrano  all'estre- 
mo opposto  e  rivolto  contro  di  se  stessi  l'impeto  delle  passioni, 
più  frequenti  si  trovino  le  tristi  o  solitarie  ipocoadne,  ie  ma- 


56 

jùe  ,  i  suiciflj.  Ben  gli  è  vero  che  por  recare  rimedio  a  questa 
nuova  specie  d'infelici,  conviene  clie  l'educazione  non  sia  sol- 
tanto morale  nel  senso  limitato  in  cni  comunemente  vien  tolta 
questa  parola  ,  ma  si  sollevi  ad  essere  religiosa.  Conciossiacliè 
il  principio  della  probità  naturale  farà  bensì  clic  l'uomo  rispetti 
V  esistenza  e  la  proprietà  de'  suoi  simili  ,  ma  non  basterà  per 
fargli  rispettare  se  stesso  ,  per  convincerlo  eh'  egli  non  è  il  solo 
rd   assoluto  padrone  di   tutto   ciò  che  v'  ha  in  lui. 

Ci  verrà  perdonato  questo  apparente  traviamento  dal  propo- 
stoci tema,  ove  si  rifletta  che  quanto  sinora  dicemmo,  giova 
eziandio  a  provare  che  tutto  il  risultato  a  cui  potrebbe  aspi- 
rare il  sistema  penitenziario  senza  intimidazione,  sarebbe  quello 
(Iella  probità  al  cospetto  della  legge.  E  vei-amente  quando  il 
condannato  restituito  alla  società  più  non  ricada  negli  stessi 
delitti  ,  e  più  non  sia  pericoloso  per  gli  altri  ,  alloi-a  tutto  è 
conseguito  per  lui.  Laddove  ben  altro  ancora  dovrebbe  cercare 
il  legislatore  ,  vogliam  dire  il  miglioramento  e  la  rigenerazione 
interna  del  ditenuto.  Tale  appunto  si  è  lo  scopo  più  nobile  e 
più  bello  della  scienza  di  diminuire  i  delitti,  della  conserva- 
zione cioè  ,  e  del  progresso  dell'  ordine  sociale. 

Alla  giustizia  pertanto  che  previene  ,  superiore  alla  giustizia 
che  reprime,  deggiono  anzi  tutto  esser  rivolte  le  cure  del  fi- 
losofo e  dell'  economista  ,  e  far  sì  che  1'  eserciido  ne  venga  il- 
luminato ed  inculcato  nel  governo  colla  previdenza  e  nella  so- 
cietà colla  carità. 

Ella  è  frattanto  questa  scienza  che  è  chiamata  a  denunciare 
alla  pubblica  ragione  due  pregiudizli  che  sinora  1'  opinione  e 
persino  i  codici  stessi  hanno  consacfato.  Essi  consistono  nella 
confusione  delle  varie  moralità  delittuose. 

I.  E  quindi  insegnamento  rilevantissimo  de'  più  recenti  cri- 
minalisti  ,  che  più.  grave  debba  essere  il  tratt.imento  nel  car- 
cere ,  e  più  grave  la  pena  per  quei  delinquenti  che  commet- 
tendo delitti  in  apparenza  leggieri  a  vece  che  vengono  soltanto 
puniti  con  misure  correzionali.  Questa  sorte  di  colpevoli  si  cre- 
dono comunemente  i  meno  perversi  ed  i  meno  dannosi  alla 
società,  e  per  contro  sono  in  sobtanza  i  più  profondamente  cor- 
rotti ed   inclinali,  al  delitto  ,  quelli  in  cui  si  trovano  più   osti- 


57 

nate  e  maggiori  le  disposizioni  a  consumarlo ,  quelli  infine  che 
più  di  frequente  commettono  le  recidive.  In  questa  classe ,  tu 
trovi  il  mariuolo  ed  il  truffatore  ,  che  nella  scelta  delle  va- 
rie maniere  di  vivere  nella  società  si  appiglia  a  quella  del 
furto  come  la  migliore  ,  perchè  sa  di  possedere  1'  arte  di  ri- 
cavarne tutti  i  vantaggi  ,  e  nel  tempo  stesso  ha  tutta  la  scal- 
trezza per  scemarne  i  pericoli.  Vedete  questa  razza  di  colpevoli 
pullulare  nelle  popolazioni  delle  grandi  città,  dove  la  maggior 
copia  dei  prodotti  della  civiltà  sviluppa  ed  invita  necessaria- 
mente l'esercizio  del  loro  infame  mestiere,  ed  attribuitene  in 
gran  parte  la  cagione  alle  misure  soltanto  correzionali  con 
cui  sono  puniti. 

All'  incontro  più  mite  dovrebbe  essere  il  trattamento  nel  car- 
cere per  quei  delinquenti  che  sono  condannati  a  pene  più  se- 
vere, perchè  il  maggior  numero  di  questi  esce  dalle  popolazioni 
agricole  e  più  semplici,  tranne  coloro  che  vi  ci  sono  rigettati 
dal  riflusso  delle  recidive.  Questa  classe  di  sciaurati  che  le  più 
frequenti  volte  male  operarono  non  già  spinti  da  un  maggior 
grado  di  perversità  ,  ma  per  minor  scaltrezza  nell'  eseguire  il 
delitto  ,  racchiude  in  sostanza  una  moralità  assai  meno  conta- 
minata che  quella  di  altri  condannati  a  minor  pena. 

II.  Oltre  a  queste  v'  ha  un'  altra  imperfezione  legislativa  e 
disciplinaria  rispetto  ai  condannati  a  più  lunghe  detenzioni  ed 
anche  alla  prigionia  perpetua.  Fra  questi  esiste  una  quasi  op- 
posta diversità  di  origine  nella  carriera  del  delitto  ,  e  due  sorta 
ben  distinte  di  moralità  che  il  legislatore  ha  voluto  confondere 
ed  il  giudice   concorre   a  riunire. 

Sono  questi  da  un  canto  gli  eroi  e  per  cosi  dire  ì  veterani , 
r  aristocrazia  ,  del  delitto  ([uelli  che  hanno  salita  successiva- 
mente per  tutti  i  gradi  V  infame  scala  delle  scelleratezze  ,  e 
dall'  altro  canto  si  trovan  quelli  che  non  avevano  mai  prima 
trasgredito  le  leggi,  né  la  probità  stessa;  uomini  che  furono 
atrocemente  colpevoli  ,  ma  per  xin  giorno  solo  ,  per  un  solo 
istante  ,  uno  di  quegli  istanti  che  devastano  e  squassano  il 
cuore  umano  ,  e  la  ragione  si  fa  naufraga  nel  sangue.  Questi 
infelici  anche  sotto  qucst'  orrida  macchia ,  quando  la  lor  pas- 
sione è  soddisfatta  ed  il  rimorso  sottentra  al  delirio  ,  ricompa- 


58 

riscono  onesti  e  pentiti ,   e  ripigliano  le  innocue  abitudini  della 
lor  vita  anteriore. 

L'  esperienza  ha  confermato  la  verità  di  queste  osservazioni , 
ed  oggimai  tutti  vanno  persuasi  di  quanto  non  è  gran  tempo 
sembrava  ancora  un  paradosso  ;  cioè  che  sarebbe  miglior  par- 
tito lo  incominciare  la  riforma  penitenziaria  dai  rei  di  omicidio, 
che  non  dai  colpevoli  di  semplici  reità  correzionali. 

La  conclusione  pertanto  che  da  questi  riflessi  ne  trae  il  sig. 
Lucas  si  è ,  che  1  imprigionamento  repressivo  dovrebbe  gover- 
nare tutti  i  condannati  a  detenzioni  non  eccedenti  il  biennio  , 
e  poscia  il  sistema  penitenziario  dovrebbe  accogliere  tutti  i  di- 
tenuti ,  la  di  cui  prigionia  non  oltrepassasse  questo  termine. 

Tali  sono  le  generali  vedute  della  teoria  sulle  prigioni.  Scen- 
dendo alle  applicazioni,  siccome  1'  imprigionamento  repressivo 
non  esige  che  due  cose  5  prevenire  le  evasioni ,  e  prevenii-e  la 
corruzione  reciproca  ,•  così  per  ottenere  il  primo  intento  oltre 
alla  materiale  sicurezza  del  carcere ,  si  additano  li  mezzi  se- 
guenti :  la  disciplina  interna  5  la  solitudine  diiiotte^  il  silenzio 
di  giorno,  ostacolo  alle  trame  ;  il  lavoro  ,  rimedio  contro  la 
noja  e  contro  i  traviamenti  dell'  immaginazione. 

Quanto  ai  mezzi  di  prevenire  la  corruzione  scambievole,  eccoli: 
i.°  Separazione  ben  intesa  dei  sessi,  delle  età  e  delle  mora- 
lità ,  alle  quali  separazioni    noi   aggiungiamo  quella  delle  con- 
dizioni sociali. 

2.°  Solitudine  di  notte. 

3.°  Solitudine  di  giorno  od  il  silenzio  assoluto  fra  i  detenuti 
riuniti.  Questo  mezzo  però  portato  alT  eccesso  ha  prodotto  ben 
tristi  effetti  ,  e  lion  è  guari  in  Francia  si  è  rappresentato  al 
governo  le  funeste  conseguenze,  soprattutto  le  frenesie  ed  ogni 
sorta  di  aljerrazione  mentale  e  di  disperazione  che  trae  seco 
r  isolamento  dei  caicerati. 

4.°  Il  lavoro  concesso  però  in  gran  parte  all'  arbitrio  del  di- 
tenuto. 

5."  Finalmente  1' esercizio  delle  pratiche  religiose. 
Riguardo  ai  carcerati  per  debiti  il  loro  regime  vorrebbe  esser 
intieramente  diverso  ,  e  tutte  le  misure  dovrebbero  soltanto  li- 
mitarsi ad  evitare  le  evasioni. 


59 

Dopo  aver  discorso  suli' imprigionamento  preventivo,  si  passa 
a  ragionare  sopra  quello  repressivo.  Oltre  alli  due  fini  sopra 
additati  ,  esso ,  come  già  si  avverti  ,  intende  a  quello  d'  impe- 
dire le  recidive. 

Il  solo  mezzo  che  ne  sappia  suggerire  il  sig.  Lucas  si  è  pur 
quello  di  sopra  ammesso  dell'  intimidazione.  Ma  tutta  la  diffi- 
coltà consiste  nella  scelta  dei  mezzi  con  cui  si  possa  impiegare 
r  intimidazione. 

Questi  mezzi  non  possono  più  certamente  essere  né  le  bat- 
titure ,  né  i  ceppi ,  uè  i  castighi  corporali.  Anche  in  ciò  i  pro- 
gressi della  civiltà  hanno  introdotto  un  cangiamento.  Nei  secoli 
di  mezzo  ,  quando  V  uomo  era  non  solamente  ridotto  nel  suo 
morale  alla  schiavitù ,  ma  llsicamente  anche  parlando  la  sua 
vita  era  più  dura,  più  aspra,  una  barbara  necessità  voleva 
pur  troppo  che  divenendo  egli  colpevole  ,  si  sottoponesse  ad 
uno  slato  ancora  più  penoso,  più  miserabile.  Oggi  giorno  invece 
che  gli  uomini  godono  di  un  miglior  essere  tanto  fisico  che 
morale  ,  essi  souo  abbastanza  punibili  da  questo  più  nobile 
lato  ,    senza   che    si  incrudelisca  contro  la  loro  fisica  esistenza. 

Quindi  r  isolamento  di  giorno  e  di  notte  ,  il  silenzio  che  la- 
scia r  imprigionato  senza  scuola  per  imparare  il  vizio  ,  come 
senza  cattedra  per  insegnarlo,  un  tenore  di  vita  temperante, 
ordinata  ,  solitaria  ,  silenziosa  che  formi  appunto  il  più  sensi- 
bile contrapposto  col  precedente  genere  di  vita  ,  per  cui  il  di- 
tenuto traviò,  ecco  i  mezzi  morali  che  agiscono  sopra  l'animo 
suo  ,  e  castigandolo  possono  renderlo  migliore. 

Spetta  poi  alla  disciplina  di  fare  in  modo  che  la  pratica  di 
questi  varj  mezzi  si  ottenga  anche  occorrendo  coli'  impiego 
della  forza,  coattivamente. 

Cosi  il  lavoro  sarà  variamente  imposto  e  distribuito  in  guisa 
però  che  sia  sempre  lontano  e  dalla  pubblica  umiliazione  ,  e 
dall'attrattiva  di  un  passatempo 5  esso  sarà  anche  senza  mer- 
cede, oppure  il  di  tenuto  potrà  soltanto  goderne  dopo  avere 
scontata  la  pena. 

Indi  il  silenzio  ora  sarà  continuo  ,  ora  tollerati  i  brevi  col- 
loquii,  ora  la  solitudine  più  frequente,  ed  or  meno  5  ora  im- 
poste anche  le  astinenze;  e  le  trasgressioni  sempre  coli' alterno 
uso  di  queste  pene  severamente  punite. 


60 

Vietato  finalmente  potrà  essere  qualunque  insegnamento , 
tranne  quello  della  lettura.  Austero  consiglio:  ma  si  badi  clie 
qui  si  annoverano  i  mezzi  di  repressione.  Del  resto  se  nelle 
prigioni  si  ammettesse  l'insegnamento  delle  scienze,  e  soprat- 
tutto delle  artlLelle^  allora  il  carcere  non  sarebbe  più  un  luogo 
di  punizione  ,  ma  si  trasformerebbe  in  un  asilo  di  quiete  ed 
anclie  in  un  luogo  di  piacere.  Invece  pare  che  ogni  ricreazione 
dovrebbe  essere  limitata  all'esercizio  indispensabile  per  la  salute. 
Il  servizio  religioso  poi  dovrà  sempre  essere  di  stretta  obbli- 
gazione. 

Tali  sono  i  mezzi  che  il  slg.  Lucas  concede  al  sistema  re- 
pressivo ,  ed  egli  li  crede  e  spera  capaci  di  ottenere  con  essi 
quella  sufficiente  intimidazione  che  può  far  evitare  le  recidive. 

Tali  vogliamo  pur  anche  crederli  noi  in  tesi  generale  ,  seb- 
bene nelle  particolari  applicazioni  la  pratica  dovesse  forse  an- 
cor pigliar  norma  e  consiglio  dai  tempi  e  dai  luoghi  ,  mentre 
il  risultato  di  queste  teorie  non  sarebbe  forse  lo  stesso  dove 
r  istruzione  già  fosse  diffusa  sino  alle  ultime  classi  della  so- 
cietà, e  la  civiltà  adulta  e  matura  5  come  colà  dove  per  contro 
l'una  e  l'altra  fossero  ancora  nell'  infanzia,  o  nel  primo  loro 
avviamento. 

Ad  ogni  modo  ecco  i  principj  ,  i  mezzi  ed  i  fini  della  scienza 
ddV  imprigionamento ,  che  il  sig.  Lucas  se  non  ha  creata,  ha 
per  certo  con  sommo  ingegno  illustrata  ,  e  ne  darà  il  compi- 
mento facendo  di  pubblica  ragione  la  terza  parte  del  suo  la- 
voro ,  quella  cioè  che  abbraccia  V  imprigionamento  peniLenziario  , 
che  sinora  non  ha  ancor  pubblicato.  Nessuno  frattanto  vorrà  ri- 
vocar  in  dubbio  1'  importanza  complessiva ,  e  le  vedute  gene- 
rose ,  ed  1  beneflzli  immensi  che  dallo  studio  di  questa  scienza 
possono  derivare  per  1'  umanità.  Trattasi  non  di  meno  che  di 
purgare  la  società  dai  delitti  ,  disarmarla  dal  tristo  obbligo  di 
infligere  pene  ,  togliere  dal  suo  seno  1  delinquenti  ,  o  dimi- 
nuirne il  numero  ,  restituirglieli  poscia  almeno  emendati  ed 
onesti,  e  temperarne  le  punizioni  in  guisa,  che  queste  si  con- 
vertano in  loro  vantaggio  ed  in  bene  di  tutta  la  sociale  fa- 
miglia. 

Questa  scienza  dunque  mentre  gioverà  a  stampare  nei  cuori 


61 

di  tutti  1  legislatori,  magistrati,  officiali,  cittadini  qucìVoportet 
misereri ,  che  una  volta  si  leggeva  scritto  sulle  porte  delle  pri- 
gioni di  Firenze  ,  non  sveglìerà  soltanto  una  commiserazione 
debole  e  stolta  ,  ma  prudente  ,  ma  saggia  non  disgiunta  dal  pen- 
siero della  pubblica  e  privata  sicurezza  ,  dal  bisogno  della  so- 
ciale ed  individuale   moralità. 

Già  molti  nomi  illustri  concorsero  a  somministrare  i  loro 
pensamenti  profondi  per  1'  edifizio  filantropico  che  il  sig.  Lucas 
volle  erigere.  A  destare  questi  possenti  interessi  dopo  il  celebre 
Howard  ,  vennero  in  Fi'ancia  Beaumont  e  Toqueville  ,  in  In- 
ghilterra Grawford  ,  in  Prussia  Julius,  e  più  vicino  e  conosciuto 
da  noi  il  ginevrino  conte  di  Sellon. 

Ma  chi  alla  profondità  delle  meditazioni  ,  alla  forza  dei  ra- 
gionamenti ,  all' esperienza  ed  ai  sentimenti  del  cuore,  potè  ag- 
giungere e  vi  aggiunse  1'  autoiità  dell'  esperienza  ,  si  fu  il  sig. 
Lucas  che  ispettore  generale  delle  prigioni  di  Francia  quivi  non 
solamente  ,  ma  in  molte  altre  partì  d'  Europa  e  di  America , 
visitò  questi  recinti  di  dolore.  E  non  sono  molti  anni  visitò  pur 
anche  le  prigioni  di  Torino  ,  sulle  quali  ebbe  a  dire  di  averle 
trovate  con  tutti  i  germi  della  riforma  e  di  un  buon  sistema. 
Opinione  onorevole  che  molli  fatti  giustificano  ,  fra  cui  noi  non 
accenneremo  che  quello  sanitario  5  mercè  del  quale  invece  che 
nel  1818  nelle  sole  carceri  di  Torino  sopra  49 1  carcerati  ne 
morivano  Sa  percento,  cioè  uno  sopra  95  nel  1829  poi  oltre- 
ché il  numero  dei  carcerati  era  già  diminuito  sino  a  3j4  >  il 
numero  dei  morti  era  ridotto  alli  9  per  cento  ,  cioè  ad  uno 
sopra  4i- 

Se  di  conserva  a  questi  progressi  fisici  vanno  crescendo  i 
progressi  morali  ,  lo  stato  delle  prigioni  e  dei  prigionieri  in  Pie- 
monte ,  come  tante  altre  istituzioni  d' Italia  desteranno  ne'  fo- 
restieri più  invidia  ,  più  rispetto  ,  che  pietà  o  dispregio. 

S.    B.. 


62 
Scienze  Morali  — •  Pensieri. 


Chi  nega ,  che  la  spezie  umana  dappoi  in  qua ,  che  ebbe 
suo  principio  sulla  terra,  e  si  succedono  le  une  alle  altre  le 
generazioni  non  abbia  fatto  cose  grandi,  e  stupende  od  è  un 
ignorante,  che  nulla  sa  né  vede,  od  è  un  maligno,  clic  tutto 
calunnia,  e  condanna;  od  è  uno  scettico,  che  ogni  cosa  oppugna 
e  rifiuta.  Sciagurati  tutti  ,  che  non  sanno  ,  o  disdegnano  far 
loro  propria  la  gloria  dell'  umanità  ,  ond'  essi  puro  fan  parte  , 
e  rinunziando  a  quella  nobile  alterezza ,  che  loro  ne  verrebbe , 
inaridiscono  uno  de'  più  bei  fonti  delle  splendide  ,  e  generose 
azioni. 

Le  nobili  piante  della  ragione,  e  della  libertà,  scrive  l'Herder, 
hanno  prodotto  frutti  maravigliosi,  sebbene  molti  rami  sel- 
vaggi abbiano  sovente  distesa  la  loro  ombra  sopra  i  figliuoli 
della  terra.  Ei  parrebbe  appena  credibile  ,  se  la  storia  noi  con- 
fermasse, che  la  ragione  umana  abbia  potuto  cotanto  innalzarsi 
da  scoprire  non  solamente  ,  ma  da  imitare  eziandio  la  divi- 
nità che  crea  ,  e  che  conserva. 

L'uomo  ha  indagato,  e  discoperto  l'unità,  l'ordine,  e  la 
bellezza  nel  caos  degli  esseri  ,  che  i  scusi  gli  hauno  manife- 
stato. In  mezzo  alla  varietà  e  mutabilità  degli  effetti  ha  colto 
le  leggi  che  li  governano,  ponderate  le  forze  ond'ei  muovono. 
Dai  particolari  s'è  sollevato  all'universale,  dal  molteplice  all' 
uno,  dal  contingente  e  relativo  al  necessario  ed  assoluto,  dal 
mutabile  e  fuggevole  all'  immutabile  ed  eterno. 

La  libertà  anch'  essa  ha  nobilitata  1'  umana  schiatta  per  gli 
splendidi  effetti,  che  produsse  co' suoi  odj ,  e  colle  sue  simpa- 
tie ,  co'  suoi  rifiuti  ,  e  co'  suoi  intendimenti ,  colle  sue  lotte  , 
e  co'  suoi  conquisti.  Sublime  dote  dell'  uomo  ,  la  libertà  è  il 
maggior  dono  ,  che  Iddio  facesse  alla  sua  creatura  prediletta  ; 
ella  gli  die  signoria  sopra  l'universo,  ed  assomigliò  alla  di- 
vina r  umana  natura. 


65 

Gentil  frutto  della  libertà  e  della  ragione  T  amore ,  motor 
primo  dell'umana  sensibilità,  ha  scaldato  colle  pure  sue  liam- 
me ,  sospinto  co'  suoi  desideri ,  rallegrato  colle  sue  gioie  gli 
uomini.  Socio  dell'intelligenza  ha  contribuito  cogli  ardenti  suoi 
palpiti  ,  quanto  quella  co'  suoi  alti  concetti  ,  all'  educazione 
dell'umanità.  L'intelligenza  e  T  amore,  dice  il  Gousin  ,  sono 
le   due  grandi  forme  della    vita  umana. 

L'  iD^magiuazione  ,  questa  facoltà  cosi  operosa  e  feconda  , 
ed  insieme  cosi  moltiforme  e  misteriosa  ,  al  cui  impero  nes- 
suno può  sottrarsi,  quale  sorgente  di  maravigliosi  effetti  non  è 
ella  stata  sia  negl'individui,  che  ne' popoli!  dal  mondo  sensi- 
bile che  la  circonda,  risalendo  all'ideale,  ella  ha  creato  tutte 
le  arti  ministre  di  gentile  diletto,  ritraendo  quaggiù  le  cele- 
sti, e  ricreatrlci  forme  del  hello  5  ha  sparso  fiori  sulle  gioje  de- 
gli uomini  ,  lagrime  sulle  loro  sventure  ,  balsamo  sui  loro  do- 
lori ,  speranze  in  mezzo  ai  gemiti  delle  loro  angosce.  Da  lei  son 
derivate  tutte  quelle  misteriose  finzioni  ,  e  tradizioni  mitiche, 
tesori  di  nazionali  reminiscenze  ,  di  credenze  e  di  costumi ,  le 
quali  tanto  potere  esercitarono  sulle  menti  de'  popoli  e  li  go- 
vernarono per  lungo  corso  di  secoli. 

Alcuna  volta  nel  volger  delle  età  parve  oscurata  1'  umana  ra- 
gione ;  abbandonate  le  vie  diritte  del  vero,  si  dilungò  dal  suo 
scopo,-  la  libertà  adoperò  malamente  1'  efficacia  della  sua  pos- 
sanza; l'immaginazione  produsse  sogni,  ed  illusioni  mostruose, 
di  cui  bene  spesso  la  frode  altrui  abusò  crudelmente  ;  ma  que- 
gli errori  stessi  furono  scuola  d'esperienza,  e  guida  alla  verità. 
«  Una  sola  e  medesima  umanità  s\  manifesta  quaggiù  sotto  di- 
verse apparenze  in  tutte  quelle  cose,  le  quali  alcune  nazioni 
sulla  terra  hanno  perfezionato,  e  che  alcune  altre  hanno  con  arti 
false    travisato.  » 

La  religione  antichissima  delle  miaane  tradizioni,  esercizio 
ad  un  tempo  dell'intelligenza  e  del  cuore,  guidando  la  ragione 
a  più  perfetta  conoscenza  dell'Essere  infinito  e  degli  eterni  ed 
immutabili  pdncipj  di  verità  ,  di  bontà  ,  di  bellezza  che  da 
quello  derivano,  dirizzando  verso  lui  l'amore  ed  il  culto  degli 
uomini  ,  prò-,  -ticndo  loro  siccome  modello  la  perfezione  della 
Divinità  ,    e  confortandoli   di  liete  speranze    ha  dato    alle  loro 


64 

facoltà,  ai  loro  desiderj  l'avviamento,  e  lo  scopo  il  più  nobile 
ed  il  più  puro. 

L' uomo  è  portato  naturalmente  a  concepire  ed  immaginare 
qualche  cosa  d'invisibile  al  di  là  del  visibile  :  i  popoli  ezian- 
dio più  incolti  sono  pur  pervenuti  a  questo  segno  di  cono- 
scenza intellettuale.  Ma  quand'  egli  attraverso  le  fonne  e  le 
manifestazioni  dell'assoluto  intravide  al  di  là  del  finito  l'Essere 
infinito;  scoperse  la  base  eterna  del  vero  a  cui  tutto  si  lega  , 
e  si  rivolse  a  quella,  allora  toccò  egli  veramente  la  suprema  al- 
tezza della  ragione  trascendente. 

Qualunque  possa  essere  stato  il  principio  ,  e  la  causa  dell' 
avviamento  dell*  umanità  alla  sua  perfezione,  o  l'opera  diretta 
d'  una  potenza  superiore  ,  come  inclina  a  credere  Herder  ,  o 
la  virtù  propria  delle  umane  facoltà,  il  progresso  incominciò  , 
crebbe  via  via  mediante  l'opera  successiva  delle  generazioni  per- 
petuata colla  tradizione  ,  e  l' efficacia  di  sommi  ingegni ,  i  quali 
anteposero  a  più  pronti  e  quieti  diletti,  a  più  soavi  commozioni 
il  faticoso  agitarsi,  il  penoso  intento,  l'ansia  attività  e  i  diffi- 
cili godimenti  della  vita  iutelleltuale.  Sebbene  già  condotto 
molt'  oltre  prosegue  tutt'  ora  la  lunga  sua  carriera  ,  ora  la- 
sciando di  so  visibili  segni,  ora  maturando  a  più  tajde  età  il 
fecondo  suo  germe;  perocché  è  legge  quaggiù,  che  tutto  tenda 
al  perfezionamento  :  né  è  da  credere  ,  che  tutto  il  tesoro  delle 
umane  facoltà  sia  stato  già  scoperto  ed  esaurito.  "  Foiose  noi  sarà 
quaggiù  mai  intieramente  ;  essendoché,  dice  l'Herder,  l'uma- 
nità è  come  un  fiore,  il  quale  sbattuto  in  su  questa  teri'a  da  cru- 
deli tempeste,  soffocato  da  aliti  maligni,  contaminato  sovente 
di  sangue,  ha  bisogno  per  dischiudersi  in  tutta  la  sua  bellezza 
d'altro  giardino,  che  il  terrestre.  Con  tutto  ciò  l'umauilà  non 
può  essere  quaggiù,  sebbene  talvolta  cosi  appaja,  né  retrograda, 
né  stazionaria.  In  mezzo  agli  errori,  ai  rivolgimenti,  alle  rovi:. e 
ella  progredisce  e  compie  nel  suo  corso  gli  occulti  e  sublimi 
disegni  della  Provvidenza.  Seguitare  1'  andamento  di  questo  pro- 
gresso, considerarne  le  cause,  le  leggi,  e  gli  accidenti,  atte- 
nendosi sempre  ai  fatti  siccome  base  d'ogni  ragionamento,  è 
fare  la  filosofia    della    storia    dell'  umanità. 

11  secolo  si  va  maturando  all'  intraprendimcnlo  di  si    grand' 


65 

opra.  Le  cognizioni  filosoCclie  s' accrescono  ,  e  si  distendono 
ampiamente.  L'Oriente,  antichissima  culla  dell' umanità ,  è  ora 
aperto  all'  indagazione  dei  dotti  ;  tuttodì  si  vanno  discoprendo 
monumenti  ,  studiando  le  lingue  ,  le  tradizioni ,  le  dottrine  , 
i  costumi  ,  la  storia  fisica  ,  e  politica  degli  antichissimi  popoli 
orientali,  le  migrazioni  di  genti,  e  di  dottrine  dall'oriente  all' 
occidente.  Un  ingegno  pari  a  quello  del  Vico,  o  dell'Herder, 
meditando  1'  efficacia  che  ebbero  sull'  andamento  progressivo 
delle  spezie  umana  i  due  principali  elementi  dell'  educazione 
dell'umanità,  le  facoltà  dello  spirito,  e  la  natura  esterna,  al 
primo  de'  quali  s'  attenne  principalmeale  il  Vico  ,  al  secondo 
r  Herder  ,  potrebbe  coi  sussidi  novellamente  procacciati  por 
mano  ad  un'  altra  opera  di  scienza  nuova  ,  o  di  filosofia  della 
storia  dell'  umanità.  G. 


Scienze  Naturali  —  Geologìa. 


Negli  antecedenti  fascicoli  di  questo  Giornale  si  è  parlato  di 
due  rivoluzioni  geologiche  che  lasciarono  di  loro  grandi  traccie 
nel  suolo  del  paese  nostro.  Per  compiere  l'intrapreso  assunto 
rimane  a  discorrere  di  quelle  accadute  durante  la  formazione 
dei  terreni  terziarii,  le  quali  non  furono  né  minori  ^  né  meno 
importanti  delle  prime  :  i  fatti  che  lo  comprovano  guidano 
eziandio  a  scoprire  le  cagioni  per  cui  siffatti  terreni  non  sono 
dapertutto  gli  stessi ,  ma  cambiano  di  natura ,  e  racchiudono 
fossili  diversi  secondo  i  luoghi  e  le  profondità.  I  geologi  attri- 
buiscono queste  cose  a  tre  sollevamenti  succeduti  nel  tempo  di 
questa  formazione,  ciascun  de'  quali  essendo  stato  causa  di  essen- 
ziali variazioni  nel  suolo  e  nelle  altre  condizioni  fisiche ,  gli  es- 
seri organizzati  che  vivevano  in  una  data  epoca,  non  si  trova- 
rono più  conformati  per  rimanere  in  quelle  che  sopravrennero. 

Il  terreno  terziario  è  composto  di  ciottoli,  ghiaja,  sabbia  e 
di  argilla  variamente  tinta.  Tutte  queste  sostanze  sono  dispo- 
ste a  strati  paralelli  ora  inclinati ,  edora  orizzontali  secondo   li- 

5 


66 

località  e  1'  epoca  loro  di  formazione.  Uu  sugo  lapidiscente  , 
per  lo  più  calcare,  bene  spesso  ha  agglutinato  queste  materie, 
le  quali  in  tal  caso  presentano  roccie  tenaci  e  resistenti,  alle 
quali  si  danno  nomi  diversi  secondo  la  grossezza  e  la  natura 
delle  parti  componenti.  In  questi  strati,  che  costituiscono  la 
parte  essenziale  della  formazione,  sono  t-alvolta  frapposti  ban- 
chi o  strati  di  gesso  e  di  calcare  compatto.  Nel  Piemonte  se 
ne  osservano  in  più  siti ,  e  dove  la  vicinanza  ai  luoghi  abi- 
tati,  e  la  facilità  del  trasporto  il  consente,  si  estraggono  e  sul 
luogo  istesso  si  sottopongono  alle  solite  ignee  operazioni ,  per 
cosi  renderle  atte  alla  fabbricazione ,  ed  agli  altri  usi  a  cui 
nelle  arti  si  adoprano. 

Cominciò  a  deporsi  il  terreno  terziario  subito  dopo  la  for- 
mazione cretacea  5  e  questa  circostanza  invita  a  credere  ch'essa 
ne  debba  essere  dapertutto  coperta  ,  il  che  è  ben  lontano  dal 
vero  essendovi  moltissimi  siti,  ove  la  creta  se  ne  giace  scoperta 
d'  ogni  posteriore  sedimento  ,  ciocché  al  credere  nostro  ,  eh'  è 
appoggiato  a  numerosissime  osservazioni ,  nasce  dall'  essere  essa 
stata  elevata  fuori  delle  acque  quando  successe  il  sollevamento 
del  sistema  Pireneo-Appennino  5  ma  questa  non  è  Tunica  causa 
da  cui  si  debba  ripetere  questa  nudità  della  creta  ,  essendovi 
più  e  più  fatti,  i  quali  provano  nel  miglior  modo  possibile  che 
essa  è  dovuta  all'  impetuosità  e  gagliardia ,  con  cui  fu  urtato 
il  globo  nostro  nei  tre  sollevamenti  accaduti  posteriormente 
all'accennato ,  e  pei  quali  le  falde  di  sostanze  disgregate  e 
poco  coerenti  vennero  rigettate  e  disperse.  Anche  le  grandi  cor- 
renti o  fiumane  che  si  vogliano  dire  ,  ebbero  la  loro  parte  in 
questi  trasporti  di  terreno ,  ma  qualunque  sia  stata  1'  azione 
loro,  certo  è  che  fu  piccolissima  in  confronto  di  quella  che  i 
fatti  fanno  supporre  opera  dei  sollevamenti. 

I  fossili  sepolti  nelle  varie  falde  di  questa  formazione  servi- 
rono a  dividerla  in  tre  serie,  e  di  tutte  le  divisioni  che  si  sono 
fatte  della  corteccia  del  globo,  nessuna,  a  mio  credere,  presenta 
tanta  naturalezza  ,  quanta  si  ravvisa  in  questa.  Perocché  oltre 
all'  essere  le  tre  serie  suddette  distinte  per  la  disparità  di  molti 
dei  loro  fossili ,  la  soprammentovata  partizione  si  accorda  an- 
clie  coi   tre    sollevamenti ,    che    abbiamo    detto  essere  accaduti 


67 

durante  il  deposito  dei  terreni  terziarii ,  la  parte  più  antica  si 
chiama  terreno  terziario  inferiore,  perchè  collocata  sotto  tutte 
le  altre.  Essa,  come  si  disse  ,  succedette  alla  creta  e  cessò  di 
formarsi  quando  appari  il  sistema  di  monti  chiamato  Sardo- 
Corso  ,  il  quale  si  suppone  essersi  sollevato  a  quest'  epoca.  I 
fatti  che  confermano  quest'  opinione  sono  quivi  meglio  dispie- 
gati che  in  ogni  altro  luogo  del  nostro  paese  ,  nel  quale  proba- 
bilmente tutti  i  segni  che  rimasero  di  quella  formazione,  furono 
annullati  o  cambiati  dalle  rivoluzioni  successive ,  le  quali  sta- 
bilirono le  cose  nello  stato  in  cui  le  osserviamo  presentemente. 
I  fossili  pertanto  di  questa  parte  della  corteccia  terrestre  sono 
le  reliquie  di  quegli  esseri  organizzati  che  popolavano  i  monti 
formatisi  nelle  anteriori  rivoluzioni ,  ed  il  mare  che  li  circon- 
dava. E  quando  si  faccia  di  questi  il  paragoiie  con  quegli  che 
sopravvennero,  si  riconoscerà  che  le  condizioni  fisiche  dopo 
questo  sollevamento  persistevano  presso  a  poso  nello  stato  di  pri- 
ma, cosicché  non  solo  si  ravvisa  una  grande  rc.sscmiglianza 
ne* generi,  ma  vi  furono  ben  anche  molti  animali  che  a  quella 
rovina  sopravvissero  ,  eie  cui  spoglie  si  ritrovano  nei  sedimenti 
di  età  più  moderna.  Di  qui  le  difficoltà  che  vi  sono  ialvolta  per 
distinguere  questa  serie  da  quelle  posteriori,  e  quando  si  hanno 
pochi  fossili  e  per  soprappiù  male  conservati  ,  la  distinzione 
riesce  quasi  impossibile  ;  laonde  se  è  utile  cosa  il  tener  conto 
delle  dislocazioni  degli  strati,  in  simili  casi  diventa  indispen- 
sabile ,  imperocché  chi  è  esercitato  a  simili  osservazioni  ne  può 
trarre  utilissime  conseguenze,  le  quali  poi  se  avvenga  che  possano 
essere  fondate  su  qualche  avanzo  di  corpi  organici  ,  allora  si 
arriva  a  risultamenti  pressoché  sicuri  e  certi.  E  la  cosa  è  tal- 
mente dimostrata  che  mai  non  accadrà  di  collocare  colle  se- 
rie terziarie  falde  p.  e.  dislogate  nel  senso  del  sistema  Pire- 
naico-Appennino,  quantunque  prive  di  fossili,  sapendosi  mercè 
le  ricerche  e  gli  studii  de'  più  distinti  geologi ,  che  i  terreni 
in  tal  guisa  disposti  non  sono  mai  più  moderni  della  creta  su- 
periore. Oltre  a  questi  segnalati  vantaggi,  moltissimi  altri  se 
ne  possono  ancora  trarre  di  non  poco  giovamento  al  progredi- 
mento della  scienza  quando  le  osèervazioni  sieno  fatte  con  es.tt- 
tez2a  e  maestria. 


68 

Il  sollevamento  dei  monti  del  sistema  Sardo-Corso  non  mancò 
di  cagionare  molta  confusione  in  tutta  la  natura.  Succedette 
a  questo  una  perfetta  e  lunghissima  calma  ,  che  fu  favorevole 
allo  sviluppo  ed  alla  riproduzione  degli  esseri  organizzati  ,  come 
lo  testifica  la  prodigiosa  quantità  che  delle  loro  spoglie  si  trova 
nei  sedimenti  posteiiori ,  chiamati  a  diffei'enza  dei  primi,  ter- 
reni terziarii  medj  :  e  questo  nome  è  loro  molto  adattato , 
ricordandoci  la  loro  posizione  che  in  generale  è  tra  gli  infe- 
riori e  quelli  più  moderni  detti  superiori;  e  se  talvolta  questa 
nomenclatura  pare  erronea ,  perchè  mancano  ìe  due  accennate 
serie,  e  la  media  trovasi  tutta  sola,  e  su  terreni  molto  antichi, 
non  ce  ne  dobbiamo  sgomentare  e  tanto  meno  tacciare  d'im- 
proprio questo  modo  di  dire ,  il  quale  ci  rammenta  un  fatto 
esattissimo,  quale  è  quello  della  loro  formazione,  che  fu  né 
prima,  né  dopo  dei  summentovati  terreni;  ma  bensì  preci- 
samente tra  di  essi. 

Gli  stessi  fossili ,  che  ci  palesano  la  calma  succeduta  allo 
scompiglio  ,  in  cui  gli  elementi  si  trovarono  pel  sollevamento 
del  sistema  Sardo-Corso  ,  ci  guidano  più  innanzi ,  e  ci  fanno 
arguire  molto  verosimilmente  ,  quale  fosse  lo  stato  delle  con- 
dizioni fisiche  dopo  questa  rivoluzione.  Nesruno  per  certo  vi  ha 
che  sia  talmente  estraneo  alle  scienze  naturali  per  ignorare  che 
ciascuna  regione  ,  secondo  la  sua  posizione  e  la  sua  elevazione, 
è  stanza  d'  animali  e  di  piante  molto  diverse.  Ora  i  fossili  che 
tuttodì  si  dissotterrano  nelle  falde  dei  colli  Torinesi  sono  per 
la  maggior  parte  di  generi  esclusivi  ai  mari  dei  tropici ,  e  qui 
non  si  può  dire  eh'  essi  sieno  stati  di  colà  trasportati  ,  poiché 
hanno  uno  stato  di  conservazione  che  afferma  avere  essi  vìs- 
suto ,  dove  ora  sono  sepolti  j  ma  la  ragione  si  è  che  a  quei 
tempi  il  Piemonte  godeva  dì  un  clima  assai  più  caldo,  che 
non  è  presentemente.  Queste  ragioni  cosi  generali  non  appa- 
gheranno forse  la  curiosità  di  tutti  ,  ma  taluni  vorranno  ancora 
sapere  come  avvenga  ,  che  gli  stessi  terreni ,  per  essere  in  un 
paese  od  in  un  altro  ,  racchiudono  ordinariamente  spoglie  or- 
ganiche di  specie  diverse.  Un  tale  fatto  che  pare  molto  imba- 
razzante, non  lo  è  affatto  quando  sia  preso  nel  suo  verso,  anzi 
allora  sempre  maggiormente  comprova  le  stesse  verità,   l  solle- 


69 

vamenti  Don  furoDO  già  fenomeni  locali ,  eh'  abbiano  cambiato 

0  modificato  una  piccola  porzione  del  globo  5  ma  ebbero  ad 
ogni  volta  una  estensione  vastissima,  e  sotto  tutte  le  latitudini 
alzarono  nuove  isole ,  ne  fecero  avvallare  di  cjuelle  già  d§  lungo 
tempo  esistenti  :  cambiarono  qua  e  là  la  profondità  del  mare  , 
e  dove  prima  era  profondissimo  lo  restò  meno,  se  pure  il  fondo 
non  uscì  dalle  acoue.  Giaiili  avvenimenti  ripetutisi  più.  volte  , 
divisero  appoco  appoco  la  terra  in  tante  porzioni  ,  dove  si  ave- 
vano tanti  climi ,  quanti  erano  esse  ,  e  queste  col  tempo  ven- 
nero poi  popolate  di  animali  e  di  vegetabili ,  i  quali  erano  di 
conformazione  adattata  al  luogo  in  cui  dovevano  rimanere.  Non 
vediamo  noi  un'  immensa  diversità  tra  gli  animali  e  i  vegetabili 
della  Nuova  Olanda  e  quelli  dell'Europa  ,  e  tra  questi  come 
sono  diversi  quelli  che  ne  abitano  il  Nord  ovvero  il  Sud?  Ora 
per  rendere  più  chiaro  quanto  è  detto  ,  supponiamo  una  grande 
rivoluzione  che  sommerga  e  distrugga  tutto  il  mondo  conosciuto. 

1  posteri  che  verranno  ad  esaminare  le  novelle  falde  non  trove- 
ranno essi  a  un  dipresso  quelle  stesse  anomalie ,  che  noi  rico- 
nosciamo negli  strali  della  terra ,  che  sono  ora  oggetto  delle 
nostre  osservazioni  ;  e  per  tutto  questo  sarà  raen  vero  che  tutto 
ciò  che  d'  organico  troveranno  non  abbia  vissuto  contempora- 
neamente, e  che  una  sola  e  medesima  rivoluzione  non  1'  abbia 
distrutto  0  sepolto  ? 

Di  questi  sedimenti  ve  ne  sono  dei  marini  e  del  lacustri, 
e  sì  gli  uni  che  gli  altri  esistono  nel  Piemonte,  ma  più  ab- 
bondanti e  comuni  quelli,  che  questi.  Ai  primi  appartengono 
i  sedimenti  del  colle  diSuperga,  e  tutti  quelli  che  alla  sinistra 
ed  alla  destra  di  esso  si  estendono ,  ritenendo  il  nome  di  colli 
Torinesi  ;  parecchi  ss  ne  conoscono  nella  valle  del  Tanaro 
piuttosto  scarseggianti  di  fossili,  ma  quei  pochi  che  si  sono 
trovati,  e  la  direzione  delle  loro  dislogazioui  accertano  essere 
essi  della  serie  terziaria  media.  Egli  è  ancora  in  questa  stessa 
valle  che  esistono  depositi  medj  lacustri.  A  Bagnasco  ve  ne  sono 
dei  molto  importaati  per  la  lignite  che  racchiudono ,  e  non 
credo  di  sbagliarmi  pronosticando  fin  d'  ora  ,  che  un  giorno  o 
r  altro  quel  combustibile  diventerà  oggetto  di  utili  speculazioni 
per  l'industria  patria,  la  quale  pur  troppo  per  difetto  di  com- 


70 

bustiàiil*  comincia  a  decadere  in  molte  delle  sue  importanti 
parti.  Un  altro  di  questi  depositi  da  ben  lungo  tempo  conosciuto 
è  a  Cadibona  presso  Savona.  Da  esso  si  ritira  con  vantaggio 
cospicuo  r  accennato  combustibile,  nel  quale  di  quando  in 
quando  s'incontrano  fossili  :  e  tra  questi  si  scoprono  mandi- 
bole ed  altre  ossa  del  pachiderme ,  cbe  il  sig.  Cuvier  nominò 
Antracoterio  animale,  ora  non  più  esistente,  ma  piuttosto  co- 
mune iu  quei  tempi. 

Rimane  la  questione,  se  questi  due  depositi  siansi  formati  in 
laghi  ovvero  allo  sbocco  di  qualche  gran  fiume  sul  mare.  La 
soluzione  non  è  cosa  cosi  facile  ,  tuttavia  avendo  io  visitato 
ambe  le  località ,  mi  credo  di  dover  palesare  quanto  i  fatti 
su  tale  particolare  raccolti  mi  fanno  opinare.  Il  terreno  lacu- 
stro  di  Bagnasco  è  in  una  specie  di  bacino  chiuso  da  una  parte 
da  monti  antichissimi ,  coronati  di  banchi  d'  una  bellissima 
poddinga,  dall'altra  va  confinarsi  coi  terreni  evidentemente  ma- 
rini ,  anzi  in  certi  luoghi  s'  innoltra  talmente  in  questi  che 
non  troppo  facilmente  si  possono  segnarne  i  veri  limiti.  E  que- 
ste ragioni  sono  quelle  che  mi  fanno  propendere  a  credere  che 
un  gran  fiume  gli  abbia  portati  nel  mare,  che  ne  riceveva  le 
acque  della  poddinga,  non  saprei  in  altro  modo  rendermi  ra- 
gione, se  non  supponendo  che  i  ciottoli  e  i  massi  di  cui  è  com- 
posta sieno  quivi  stati  radunati  in  occasione  di  grandi  e  forti 
tempeste,  e  poscia  solidamente  legati  insieme  da  un  principio 
pietrificante  che  le  acque  correnti  toglievano  ai  monti  calcari 
circonvicini  ;  ben  diversa  è  1'  origine  del  terreno  di  Cadibona. 
Quando  l'osservai  mi  venne  il  pensiero  ch'esso  sia  il  deposito 
di  un  lago  d'  acqua  dolce,  il  quale  era  incavato  in  mezzo  a 
monti  del  sistema  Pireneo-Appennino.  Le  varie  materie  che  lo 
riempirono,  ora  convertite  quali  in  arenarie,  quali  in  pod- 
dinga e  quali  in  lignite  ed  altre  tuttora  allo  stato  di  argilla  , 
di  sabbia,  e  di  ghiaja,  sono  state  tolte  dalle  acque,  che  sco- 
lavano verso  il  basso  giù  giù  per  !e  pendici  dei  monti,  ed  ar- 
rivatevi per  la  conformazione  del  luogo  abbandonarono  secondo 
la  gravità  specifica  gran  parte  di  quei  principi  ^^^  ^^^^  porta- 
vano. Ciò  si  è  continuato  per  un  tempo  da  noi  incalcolabile  , 
e  !ae  seguirono  i  diversi  strati  più  o  meno  grossi,  feeondo  che 


71 

questa  loro  formazione  è  stata  più  spesso  o  più  di  rado  inter- 
rotta da  rovinose  pioggie,  le  quali  menarono  al  basso  i  grandi 
massi  ivi  esistenti,  i  materiali  delle  poddinglie  ,  e  la  maggior 
parte  delle  piante,  che  di  poi  furono  cambiate  nelle  ligniti. 
Tutte  queste  diverse  falde  da  bel  principio  presero  sicuramente 
la  posizione  orizzontale  ,  e  la  causa  che  in  seguito  gli  mosse 
e  gli  collocò  pressoché  verticali,  noi  la  vediamo  nel  sollevamento 
delle  Alpi  occidentali ,  nel  quale  sistema  sono  dislocati  pres- 
soché tutti  quei  monti  ;  e  per  le  rotture  che  in  tal  occasione 
si  fecero  negl'argini,  le  acque  discesero  nelle  regioni  sottoposte, 
e  lasciarono  così  allo  scoperto  un  terreno  ,  che  fa  fede  come 
fossero  le  cose  in  que'  remotissimi  tempi. 

Mentre  che  le  acque  deponevano  gli  accennati  sedimenti , 
quelle  forze  per  noi  tuttora  enigmatiche  ed  oscure  che  tanti 
sconcerti  avevano  già  cagionato,  di  bel  nuovo  animandosi,  alza- 
rono qua  e  colà  giogaje  di  monti ,  le  quali  dove  toccarono  e 
dove  non  toccarono,  lasciarono  traccie  di  loro  sul  globo  nostro 
per  la  gagliardia  con  cui  l'urtarono.  Chi  mai  può  descrivere  lo 
stato  d'  allora  ?  oppure  ricordare  con  verosimiglianza  1'  aspetto 
eh'  aveva  questa  immensa  mole  di  materia  tutta  sconcertata 
e  sossopra?  In  vero  io  non  credo  che  vi  sia  geologo  da  tanto; 
e  quando  penso  alle  innumerevoli  novità  ,  ai  fenomeni  così 
svariati  che  tutto  in  una  volta  nascono  in  occasione  di  terre- 
moti, o  d'eruzioni  vulcaniche,  allora  maggiormente  comprendo 
r  impossibilità  di  farsi  una  precisa  e  giusta  idea  degli  antichi 
avvenimenti. 

In  questa  rivoluzione  sebbene  siansi  formati  in  più  luoghi 
giogaje  di  monti  ,  egli  è  però  singolare  e  curioso  il  vedere 
eh'  essi  non  s'  allontanarono  dalla  direzione  del  N.  36.  E.,  al 
S.  26.  O;  l'avere  tenuta  una  direzione  costante  non  è  più 
particolare  a  questo  sistema  de'  monti  detto  delle  Alpi  occi- 
dentali ,  di  quel  che  fosse  stato  a  quelli  eh'  erano  sin  qui  suc- 
ceduti ,  ma  quel  che  più  deve  maravigliare  ,  sono  i  molti  e 
svariati  fenomeni  che  ne  seguirono.  Non  la  finirei  cosi  presto 
se  gli  volessi  tutti  enumerare ,  ma  poiché  conosco  di  non  potere 
soddisfare  a  tanto,  non  voglio  pei'ò  nemmeno  tralasciare  di  dirne 
quel  poco  che  comporta  la  natura  dello  scritto  ,    e    fra    questo 


72 

fo  scielta  di  quello  ,  che  io  giudico  di  maggiore  importanza  a 
chi  s'  occupa  della  geologia  ;  la  maggior  parte  di  quelle  modi- 
ficazioni che  si  notano  nelle  roccia  e  ne'  monti  provengono 
dall'  essere  essi  stati  attraversati  dalla  materia  fusa ,  che  nei 
sollevamenti  posteriori  alla  loro  consolidazione  venne  spinta 
in  alto  dalle  parti  più  interne  del  gloho  ove  essa  risiedeva. 
Di  fatto  chiunque  voglia  per  poco  contemplare  la  natura  nelle 
sue  odierne  operazioni,  si  convincerà  come  essa  costantemente 
adopera  a  modificare  e  cambiare  i  suoi  primi  lavori.  Non  altri- 
menti è  succeduto  nei  sollevamenti  ;  e  noi  1'  abbiamo  in  più 
maniere  provato.  Ora  per  viemmaggiormente  corroborare  le  cose 
dette,  se  pure  n'hanno  d'uopo,  noi  proponiamo  d'osservare 
nei  monti  dove  esiston  filoni  metallici  o  di  altra  sostanza , 
come  le  roccie  ivi  son  modificate.  Allora  s'acquistei'à  la  certezza 
che  vi  è  stata  reazione  tra  la  materia  del  monte  e  quella  del 
filone,  ed  il  risultamento  è  stato  un  prodotto  particolare  di- 
sposto in  una  data  direzione  ,  ed  il  quale  non  suole  occupare 
un  grande  spazio.  Ma  perchè  ciò  si  compisse,  fu  certamente 
necessario  che  la  materia  fosse  liquida,  e  questa  liquidità  nello 
stato  attuale  della  scienza  bisogna  attribuirla  alla  sostanza  a- 
sceudente  dall'  interno  della  terra ,  la  quale  potè  così  liquefare 
uua  porzione  della  materia  solida  che  1'  attorniava  ,  e  metterla 
in  circostanza  favorevole,  perchè  le  diverse  affinità  ed  attrazioni 
fisiche  potessero  operare  secondo  le  leggi  stabilite.  Oltre  a  que- 
sti gravi  cambiamenti  chimici  che  ne  seguirono  per  la  pene- 
trazione di  sostanze  liquefatte  in  quelle  già  consolidate  ,  o  se 
sì  vuole  dire  nell'  incontro  di  due  sollevamenti,  uno  antico  ed 
uno  che  si  formava,  altri  ne  successero,  i  quali  sebbene  tutti 
fisici ,  tuttavia  non  cessano  di  essere  molto  importanti  per  le 
conseguenze  che  in  seguito  ne  derivarono.  Tra  i  principali  fe- 
nomeni di  tale  natura  si  deve  annoverare  la  maggiore  elevazione 
acquistata  da  quei  monti,  che  si  trovavano  sul  passaggio  della 
materia  che  doveva  uscire  ,  e  siccome  questo  avveniva  in  forza 
d' una  gagliarda  spinta,  non  è  dunque  maraviglia  che  gli  strati 
di  questi  monti  abbiano  in  simili  occasioni  cambiato  sensibil- 
mente di  direzione  e  d'  inclinazione ,  quando  però  erano  di 
sostauiie  stratificate,  come  neppure  ci  deve  sembrare  strano  che 


73 

taluni  siansi  in  vari  sensi  rotti  e  fessurati.  Nel  nostro  paese 
abbiamo  molti  di  questi  monti ,  i  quali  debbono  la  loro  attuale 
altezza  e  molte  delle  loro  rotture  e  fessure  a  spinte  ricevute 
in  vari  sollevamenti;  il  monte  Bianco,  il  monte  Viso,  il  monte 
Rosa  ecc.  sono  tutti  di  questo  numero  ,  e  diffatti  essi  sono 
attraversati  da  filoni  composti  di  varie  sostanze  i  quali  giacciono 
alineati  in  varie  direzioni. 

Gli  esseri  organizzati  non  comparirono  sulla  terra  immedia- 
tamente dopo  i  sollevamenti ,  ma  vi  volle  un  tempo  assai  lungo 
prima  che  vi  potessero  vivere  per  1'  elevata  temperatura  che 
acquistò  il  globo.  Il  continuo  irradiamento ,  ed  altre  cause  che 
qui  è  inutile  dichiarare,  potendo  parere  opinioni  non  ancora 
abbastanza  mature  ,  avendolo  infine  condotto  in  quelle  condizio- 
ni tutte  opportune  e  favorevoli  a  molte  maniere  di  essi ,  non 
tardarono  a  svilupparsi  per  ogni  dove  con  organizzazione  adat- 
tata al  luogo  in  cui  dovevano  rimanersi.  Quegli  che  sono  succe- 
duti all'avvenimento  delle  Alpi  occidentali  conservavano  molta 
analogia  con  quelli  che  poco  addietro  eransi  perduti ,  e  tal 
Cosa  si  comprova  facilmente  mettendone  in  confronto  le  spoglie 
sparse  nelle  due  ultime  serie  terziarie.  Il  paese  nostro  è  oppor- 
tunissimo  a  questi  studj ,  imperocché  in  varie  delle  sue  parti 
tali  sorta  di  terreni  sono  abbondantissimi.  Chi  è  curioso  di 
queste  maraviglie  meglio  che  altrove  può  osservarle  nei  colli 
dell'  Astigiana ,  composti  pressoché  di  sabbie  e  argille  della  se- 
rie terziaria  superiore ,  nelle  quali  si  sono  trovate  bellissime 
spoglie  di  pachidermi,  di  ruminanti,  di  rettili,  di  carnivori, 
di  cetacei  ecc. ,  ed  un'  infinità  di  conchiglie  univalvi ,  e  bi- 
valvi ,  delle  quali  alcune  vivono  tuttora  o  nel  Mediterraneo 
o  nell'Oceano ,  altre  invece  sono  intieramente  perdute  ,  e  sap- 
piamo avere  esse  esistito  per  causa  degli  avanzi  che  ci  restano. 

I  terreni  terziarii  superiori ,  ossia  quelli  che  si  formarono 
dopo  il  sollevamento  delle  Alpi  occidentali  sono  ricchissimi  di 
queste  spoglie.  Questa  abbondanza  che  non  si  osserva  in  quelli 
delle  serie  sottogiacenti  deriva ,  a  mio  credere ,  da  un  com- 
plesso di  circostanze,  il  quale  ne' primi  tempi  anziché  ajutare 
e  favorire  la  vita ,  le  era  contrario.  La  terra  secca  in  quelle 
epoche  era  poca  ,   e  quella  poca  sottoposta    a   una  temperatura 


74 

eccessiva  ,  ed  attorniata  da  uu'  atmosfera  sopraccarica  d'  acido 
carbonico.  la  simili  condizioni  pochissimi  sono  gli  animali 
che  possano  vivere ,  e  vi  vollero  tutti  i  sollevamenti  i  quali 
cambiando  e  ricambiando  la  faccia  del  globo  ,  alla  fine  l'acco- 
modarono in  modo  tale ,  perchè  ogni  maniera  di  generazioni 
organizzate    vi  potesse  prosperare. 

Lo  stato  del  globo  tale  quale  noi  l'osserviamo ,  a  giudizio  dei 
geologi  gli  fu  dato  dall'  ultimo  sollevamento  detto  delle  yélpi 
Orientali  ossia  dall'  uscita  di  più  propagini  di  monti  tutti  di- 
retti dall'E.  i;4  N.  E.  all' O.  1/4  S.  O.  In  questo  avvenimento 
gran  parte  di  quanto  esisteva  è  stato  distrutto  ,  e  restarono  a 
secco  tutti  quei  luoghi  ove  esiste  il  terreno  terziario  superiore, 
il  quale  componeva  il  fondo  del  mare  ovvero  di  estesissimi  la- 
ghi. 

Il  terreno  alluviale ,  cioè  quei  sedimenti  terrosi ,  sabbiosi  , 
ghiajosi  e  di  ciottoli  che  formano  la  crosta  del  globo  nostro, 
è  eziandio  di  quest'  epoca.  Io  ne  avviso  la  cagione  in  quelle 
portentose  cori'enti,  che  in  simile  occasione  si  sono  generate 
per  la  quasi  istantanea  liquefazione  delle  nevi  e  dei  ghiaccia) 
di  cui  dovevano  essere  coronati  i  monti  dei  sistemi  anteriori. 
E  sebbene  sappia  che  distinti  geologi  gli  derivono  da  altre  cause, 
nulladimeno  non  posso  acconsentire  a  mutare  d'  opinione  ;  im- 
perocché tutti  i  fatti  da  me  fin  qui  osservati  invece  d'  allon- 
tanarmene ,  sempre  più  me  la  confermarono.  E  per  non  troppo 
diffondermi,  giacché  sou  ito  senza  avvedermene  troppo  lungi  di 
quanto  a  bel  principio  m'era  proposto,  mi  contento  ora  di  ci- 
tare quelle  località  ,  che  si  difficile  e  ritroso  mi  rendono  a  ri- 
nunziare alla  dichiarata  opinione.  I  colli  ed  i  piani  alti  che  da 
noi  si  chiamano  Serre  e  Vaude,  non  che  i  materiali  della  no- 
stra bella  e  fertile  pianura ,  e  quelli  che  coprono  il  dorso  dei 
monti  e  il  fondo  di  molte  valli  sono  di  terreno  alluviale  ,  il 
quale,  quando  sia  attentamente  esaminato,  ci  scuopre  che  le  va- 
rie sostanze  sono  state  rottolate  ,  e  certo  per  buon  tratto  di 
strada,  perchè  taluni  diventarono  minuti  granelli  e  granellìni 
che  si  depositarono  tra  il  polverio  risultante  dall'  attrito  vicen- 
devole di  esse  sostanze.  Chiunque  esamina ,  come  noi  abbiamo 
esaminato  queste  alluvioni,  ci  pare  impossibile,  che  non  trovi 


75 

adattata  e  soddisfacente  la  spiegazione ,  che  ne  diamo ,  alla  cui 
credenza  invita  ancora  la  conformazione  complessiva  di  quella 
parte  del  suolo  ,  la  quale  veduta  da  un'  altura  si  dipinge  come 
il  letto  d'un  vastissimo  fiume,  sul  quale  si  solcarono  tanti  alvei 
decrescenti  a  misura  che  le  venivano  mancanti  le  acque  per 
alimentarlo. 

Da  questi  strati  si  dissotterrano  talvolta  spoglie  ben  conser- 
vate di  pachidermi  e  di  ruminanti,  le  quali  non  furono  fran- 
tumate, e  così  disperse,  forse  perchè  restarono  tosto  coperte 
di  limo  5  o  perchè  qualche  grande  masso  le  difese  dall'  urto  e 
dall'  attrito  di  quanto  vagava  per  le  acque.  Nelle  pianure  del 
Tanaro  e  del  Po  in  Piemonte  se  ne  sono  trovate  delle  bellis- 
sime, che  ora  sono  riposte  e  conservate  nel  Museo  della  Regia 
Università  di  Torino.  Anche  le  breccie  ossee  le  opino  di  que- 
st'  epoca ,  ma  per  ora  tralascio  di  parlarne ,  avendo  già  tra- 
passato di  gran  lunga ,  non  so  come ,  i  confini  che  m' era 
prefisso  in  mente  quando  presi  la  penna ,  e  ciò  ho  fatto  cou 
istile  secco  ,  e  digiuno  d'  ogni  leggiadria,  perlocchè  non  è  im- 
possibile che  ne  venga  da  molti  biasimato  ,  ed  io  non  saprei 
contraddirlo:  ma  se  arrivai  al  mio  scopo  di  spingere  al  rintrac- 
ciamento  della  verità,  la  quale  come  dicea  Seneca  :  Omnibus 
patet  j  nondum  est  occupata  :  qui  ante  nos  fuerunt  ,  non  Do- 
mini ,  sed  duces  sunt  ;  multum  ex  illa  etiam  futuris  relictum 
est;  io  me  ne  terrò  contentissimo. 


76 

JjETTERATUIVA  —  Saggio  sull  influenza  che  ebbero 
diverse,  religioni  sopra  diy^erse  letterature. 


La  letteratura  delle  più  antiche  nazioni  fu  mai  sempre  annessa 
alla  loro  religione.  L'uomo  in  quelle  prime  età  rivolgendo  at- 
torno a  sé  lo  sguardo ,  e  rimirando  da  ogni  lato  e  sopra  il  suo 
capo  tanti  prodigi  a  sé  inesplicabili  del  cielo  e  della  terra , 
non  potea  essere  che  non  ne  concepisse  T  immensa  possa  di 
un  Nume  operatore  di  quelle  meraviglie.  Da  quello  perciò  ri- 
conosceva tutti  i  grandi  avvenimenti  che  succedevano  nella  sua 
nazione.  Nelle  calamità  ne  implorava  atterrito  la  clemenza  ,  e 
nelle  felici  avventure  ne  esaltava  con  impeto  di  allegrezza  la  be- 
neficenza. La  religione  estendeva  ancora  la  sua  forza  su  tutte  le 
grandi  azioni  e  pubbliche  opere ,  e  i  sensi  e  il  linguaggio  della 
religione  erano  quali  gli  dettava  1'  entusiasmo  della  poesia.  Le 
arti  e  le  scienze  trovavansi  allora  come  nel  germe  implicate  in 
quella  poesia  religiosa.  Laonde  il  poeta  o  vate  era  insieme  il 
sacerdote  ,  il  legislatore  ,  lo  storico  e  il  filosofo  della  sua  na- 
zione ,  e  con  quel  sacro  carattere  ammaestrava  le  genti.  Gli 
antichi  sacerdoti  dell'Oriente,  e  le  memorie  che  ne  rimangono 
ne  rendono  testimonianza.  Questa  verità  apparisce  pure  espressa 
elegantemente  da  Orazio  ,  là  dove  chiama  Orfeo  sacer  inter- 
presquG  Deorum ,  e  poco  appresso 

....  Fuit  haec  sapientia  quondam 
Publica  privatis  secernere  ,  sacra  profanis 
Concubitu  prohibere  vago  :  dare  jura  maritis 
Oppida  moliri  :  leges  incidere  liguo. 
Sic  honor  et  nomen  divinis  vatibus  ,  atque 
Carminibus  venit. 

Da  questo  si  chiarisce  come  la  religione  improntava  del  suo 
proprio  carattere  tutta  la  letteratura  della  nazione  in  cui  ella 
dominava.  Non  sarà  perciò  senza  utilità  né  diletto  il  conside- 
rare brevemente  quale  eia  stata  l'influenza  che  diverse  religioni 


n 

ebbero  sopra  letterature  diverse  ,  e  come  le  abbiano  segnate 
del  loro  proprio  marcbio  5  per  modo  cbe  conosciuto  il  carat- 
tere di  una  religione  ,  si  potrebbe  quasi  anticipatamente  desi- 
gnare quale  sia  stato  il  carattere  della  letteratura  sotto  quella 
stessa  religione.  Io  verrò  gittando  solo  i  semi  delle  idee  cbe  poi 
nei  vividi  e  fecondi  animi  potranno  esplicarsi  e  crescere  am- 
piamente. 

Egli  non  si  può  rivocare  in  dubbio  cbe  la  remota  orìgine 
della  greca  civiltà  e  delle  grecbe  istituzioni  anticbe  si  trovi  sulla 
costa  dell'  Egitto ,  nelle  pianure  della  Persia  ,  e  forse  sopra 
l'alto  piano  dell'Asia  centrale.  Ma  l'idea  dominante  dell'Oriente 
era  quella  della  religione.  Leggi  ,  istituzioni ,  lettere  ed  arti 
erano  sotto  l'imperio  di  quella.  Ma  qual  era  la  loro  religione? 
Quelle  antichissime  genti  forse  ancora  vicine  a  una  tradizione 
primitiva  cbe  presumeva  riscbiarare  la  culla  del  genere  umano, 
esser  doveano  fort^tnente  colpite  dalla  immagine  oscura  sì,  ma 
certo  grande  di  un  Nume  eterno,  onnipotente,  immutabile;  e 
sopraffatte  da  questa  grande  idea  ,  e  quasi  smarrite  considera- 
vano come  un  nulla  la  loro  fragile  esistenza.  Quindi  la  prima 
epoca  dell'  umanità  fu  il  predominio  di  questa  idea  dell'  asso- 
luto, dell'immutabile,  dell'infinito  di  quel  principio  eterno, 
e  del  nulla  dell'  uomo  rimpetto  a  quello.  Di  questa  idea  erano 
improntati  i  monumenti  simbolici  e  misteriosi  della  loro  reli- 
gione e  le  opere  delle  arti ,  grandi  e  smisurate.  Le  piramidi 
dell'Egitto,  i  templi,  i  monumenti  di  Babilonia,  di  Persepoli, 
e  quelli  dell'  Indostan  ne  fanno  testimonianza.  Questo  pensiero 
apparisce  a  chiare  note  scolpito  in  un  episodio  del  gran  poe- 
ma indiano  intitolato  Bagavalgita,  riferito  pure  dal  Cousin  nelle 
sue  lezioni  di  filosofia.  Ivi  si  l'acconta  come  due  grandi  eser- 
citi stavano  a  fronte  1'  uno  dell'  altro  per  venire  ad  una  cam- 
pale giornata  ;  era  quella  una  guerra  civile  ,  epperciò  da  una 
parte  e  dall'altra  doveano  azzuffarsi  per  togliersi  la  vita  parenti 
e  concittadini.  Un  giovane  guerriero  per  nome  Ardscuna  , 
cbe  era  uno  de' principali  capitani  dell'esercito,  nell'ora  immi- 
nente di  versare  tanto  sangue  di  parenti  e  di  amici  è  compreso 
da  pietà ,  gli  vien  meno  il  coraggio  ,  e  confida  questa  sua  ir- 
resolutezza   a    Crisna.  Or   ecco    nella    risposta   di   Crisna',    che 


7S 

pur  era  una  divinità,  la  dottrina  di  quella  filosofia  o  religione. 
«  Invero  tu  mi  sembri  puerile  con  questa  tua  pietà  I  che  parli 
d'amici  e  di  parenti?  che  parli  d'uomini?  uomini,  animali, 
tronchi  o  piante  sono  lo  stesso.  Una  forza  perpetua  ed  eterna  ha 
creato  tutte  le  cose  che  vedi,  le  affatica  e  le  rinnova  senza  posa. 
Ciò  che  ora  è  uomo  era  jeri  pianta  o  materia  inerte;  domani 
tornerà  al  suo  primo  stato.  Il  principio  di  tutto  questo  è  eterno; 
tutto  il  rimanente  che  monta?  nulla.  Tu  come  uomo  della  Ca- 
sta o  ordine  de'  guerrieri  sei  condannato  a  combattere  ;  com- 
batti. Ne  nascerà  una  spaventevole  strage  :  che  importa?  domani 
il  sole  risorgerà  sul  mondo  a  rischiarare  scene  novelle  :  e  il 
principio  eterno  sussisterà  :  fuori  di  questo  tutto  è  illusione. 
L'  errore  fondamentale  è  di  prender  per  reale  ciò  che  non  è 
se  non  apparenza.  Se  dai  qualche  importanza  a  queste  appa- 
renze t'inganni,  se  dai  importanza  alle  tue  azioni  t'inganni 
ancora.  Il  merito  dell'azione  consiste  nell'  esser  fatta  con  una 
profonda  indifferenza  dell'  animo  per  rispetto  al  risultamento 
che  ne  può  sorgere.  Conviene  che  1'  uomo  operi  senza  che  si 
prenda  cura  dell'  effetto  che  ne  può  nascere ,  imperturbato 
e  immobile  nell'  interno  ,  e  con  gli  occhi  di  continuo  fissi  sul 
principio    assoluto ,    che    solo    esiste    di  una  vera  esistenza.  » 

Ecco  adunque  il  perchè  in  faccia  di  questo  deismo  terribile 
figurato  in  que'  loro  simboli  e  monumenti  strani  e  giganteschi, 
la  natura  umana  dovette  smarrirsi  ;  e  le  arti  e  le  lettere  ten- 
tando talvolta  di  esprimere  quella  infinita  e  assoluta  possanza, 
abbandonarsi  ad  opere  ed  a  concetti  grandi  e  smisurati.  A  que- 
sta idea  dominante  del  grande  e  smisurato  contribuiva  pure  la 
natura  de'  luoghi.  Vasti  deserti  ,  immense  pianure  ,  sterminate 
catene  di  montagne  e  la  vastità  dell'  oceano  testimoniavano  la 
immensa  possa  del  Nume  ,  e  la  picciolezza  dell'  uomo.  Aggiun- 
gasi a  questo  il  linguaggio  orientale  di  sua  natura  metaforico  , 
perchè  non  ancora  copioso  di  termini.  Ma  il  carattere  del 
sublime  più  chiaramente  apparisce  nella  sacra  scrittura.  Ivi 
eziandio  le  leggi  ,  le  istituzioni  ,  le  arti  erano  sotto  1'  imperio 
della  religione  ,  essendo  mera  teocrazia  il  governo  del  popolo 
d' Israello.  Rapiti  ad  ammirare  la  infinita  possa  di  Dio  ,  a  lui 
riferivano  tutti  gli  avvenimenti  che  intorjoo  a  loro  succedevano; 


79 

e  slanciandosi  le  loro  menti  a  quella  ineluttabile  volontà  eterna, 
creavano  spesso  il  sublime.  Tale  è  la  Genesi  di  Mosè  ,  l' inno 
sul  passaggio  del  mar  rosso  o  eritreo  ,   e  quello  del  suo  testa- 
mento. Sublime    il  libro    di    Giob ,    e    sublimi    i  Profeti ,    che 
nella   visione  della    potenza  eterna    con  grandi   commozioni  ne 
vaticinavano    il  futuro.    In  tutti  predomina    quella    idea    della 
sterminata  possa  del  Nume ,  e  del  nulla  dell'uomo  e  delle  umane 
cose  :    u  Dov'  eri  tu  ,  dice  all'  uomo  Iddio  nel  libro  di  Giobbe, 
quand'  io  gittava  i  fondamenti  della  terra  ,    e  quando  gli  astri 
lodavanmi  in  sul  mattino  ,  e  giubilavano  i  figli  di  Dio  ?  »   Ed 
Isaia  esclama:    «  cbi  colla  destra  misurò  i  mari,  o  i  cieli  pesò 
colla  palma  ?  Ecco  i  popoli  riputati  sono  come  una  goccia  d'acqua. 
Tutte  le  genti  al  cospetto  di  lui  quasi  un  vacuo  e  nulla.  »   E 
Abacuc;   «  Stette  Iddio,  e  misurò  la  terra  d'un  guardo.  Mirò, 
e  distrusse  le  nazioni  :    ridotti    furono    in   polvere    i   monti  del 
secolo.  Le  montagne  ti  videro,  o  Signore,  e  tremarono,  anda- 
rono a  nascondersi  nell'Oceano.  Il  gorgo  dell'acque  passò:  l'a- 
bisso mandò  il  suo  grido.  »   In  que' tratti  è  scolpito  il  sublime 
orientale. 

Le  lettere  dall'  Asia  e  dalle  rive  del  Nilo  discendono  a  sta- 
bilir la  lor  sede  sulle  coste  della  Grecia.    Generate  di  un  pro- 
gresso le  lettere ,    le  arti  e  le  istituzioni  greche  sono  natural- 
mente progressive.  Esse  vengono    a   mano    a  mano  svolgendosi 
e  separandosi  dalla  religione  ;  e  già  più  non  formano   una  cosa 
medesima  con  quella  ,  ma  pur  ne  ricevono  ancora  il  carattere 
e  il  lume.  Ritengono  ancora  una  qualche  idea  del  deismo  orien- 
tale rappresentata  specialmente  in  quel  fato  ineluttabile,  ferreo, 
sempiterno  ,  innanzi  a  cui  tutto  cede  e  frangesi.  Onde  i  primi 
tragici ,   Eschilo  principalmente    nel    Prometeo ,    rappresentan- 
done  in  parte  quella    dottrina    orientale ,    solevano    esporre   in 
sulle    scene  qualche    eroe    dell'  antichità    nella  lutta    col  fato , 
combattuto  dalle  sventure  che  evitar  non  potea.  Ma    il   colmo 
della  virtù  era  d'  esser  tetragono    a  que'  colpi    inesorabili ,  di- 
mostrar l'animo  invitto  e  superiore  in  certo  modo  al  fato  stesso. 
Qui  dunque  1'  umanità  non  più    si  annichila  in  faccia    a  quel 
principio  eterno  degli  orientali,  non  più  si  considera  come  un 
nulla  ,  ma  attribuisce  pure  qualche    importanza  ,    qualche  va- 


so 

lore  alle  sue  proprie  azioni.  Ed  ecco  nel  suolo  greco  eorge  la 
greca  religione ,  ed  accanto  al  fato  ,  immagine  di  quel  nume 
orientale  ,  crea  mille  altre  divinità  pieghevoli  ai  bisogni  ed  al 
sollievo  degli  uomini.  Il  cielo ,  la  terra  ,  il  mare  sono  popolati 
di  numi  benefici.  Un  nume  è  il  sole  ,  che  guidando  pel  cielo 
il  suo  carro  accompagnato  dalle  Ore  e  dalle  Stagioni ,  e  prece- 
duto dall'Aurora  ravviva  e  feconda  la  natura.  La  Luna  e  la  Notte 
sono  pur  esse  consolatrici  deità.  Le  selve ,  i  monti  ,  le  valli , 
i  fiumi  hanno  i  loro  dei  e  le  loro  dee ,  che  favorevoli  all'uomo 
han  cura  di  far  germinare  la  terra,  coprir  di  frutti  gli  alberi, 
ondeggiar  di  messi  il  suolo,  e  versare  da  inesauribil  urna  le 
acque  ai  fonti  e  ai  fiumi.  Il  mare  stesso  ,  1'  oceano  non  è  più 
un  deserto  vorticoso  e  inospitale  ,  ma  un  mondo  di  divinità  : 
Nettuno  ,  Teti ,  le  Nereidi ,  ì  Tritoni  rendono  più  giocondi  que' 
gorghi  immensi.  L'idea  della  bellezza,  della  varietà,  dell'ele- 
ganza si  diffonde  sulla  greca  religione  :  e  tale  è  pure  il  carat- 
tere della  greca  letteratura  ,  che  traeva  dalla  religione  i  suoi 
colori  va^ii ,  vaghi ,  e  ridenti.  Ne  sono  una  vivissima  immagine 
i  poemi  di  Omero  :  e  quel  carattere  dai  poemi  di  Omero  si 
diffuse  non  solo  ai  diversi  generi  di  poesia  greca  ,  ma  agli  sto- 
rici altresì  ,  ai  filosofi  ed  agli  altri  scrittori.  Le  belle  arti  ani- 
mandosi dello  spirito  di  quella  religione  ne  improntavano  co'  più 
famosi  pennelli  e  scarpelli    le  immagini    divine. 

Grande  è  il  progresso  che  si  è  fatto  dall'Oriente  nella  Grecia. 
Là  tutto  è  immobile,  arti,  istituzioni  e  lettere  ravvolte  nell' 
oscuro  velo  di  quella  religione  col  carattere  del  grande  e  smi- 
surato. Qua  tutto  è  mobile  ,  tutto  è  varietà  ,  vita  ,  grazia  nelle 
arti,  lettere  e  istituzioni.  La  religione  riflette  sopra  queste,  qual 
iride  bella,  i  suoi  vaghi  colori.  Ma  per  meglio  comprendere 
questa  diflerenza  tra  1'  Oriente  e  la  Grecia  varrommi  di  una 
similitudine  ingegnosa  del  Cousin.  Immaginate  un'antica  statua 
egiziana,  p.  e.  quella  della  dea  Iside  o  del  dio  Osirij  e  di 
fronte  a  quella  immaginate  una  statua  greca  «  quella  di  Mi- 
nerva o  di  Venere.  Nella  prima  voi  vedete  una  colossale  figura 
massiccia  e  rude  nell'aspetto,  colle  braccia  in  giù  distese  e  ser- 
rate al  corpo,  coi  piedi  giunti  insieme,  senza  alcun  atto  di  mo- 
vimento o  indizio  di  vita.  Ma  nell'altra  statua  tutto  il  contra- 


81 

rio  apparisce:  si  scorge  cìie  qiieìla  fronte,  quel  volto  sono  ani- 
mati da  un  sentimento  che  non  é  privo  d'  affetto  verso  gli 
uomini;  quell'atteggiamento,  quelle  braccia,  quelle  membra 
tutte  ben  contornate  e  sciolte  dimostrano  una  grazia  divina  , 
un  alito  di  vita.  Ora  quella  statua  gigantesca  d'Iside  o  d'  Osiri 
rappresenta  l'idea  del  genio  orientale  nella  letteratura  non  men 
che  nelle  arti;  e  la  statua  di  Minerva  o  di  Venere  riassume 
l'idea  del  genio  greco.  A  questa  idea  del  bello  nelle  lettere  ed. 
arti  greche  contribuì  pure  la  natura  del  luogo.  Quelle  regioni 
jmene,  irrigate  da  bei  fiumi  ,  svai'iate  da  colline  ,  da  valli  e 
da  vaghissimi  prospetti  ,  circondate  da  rive  e  stretti  di  mare 
ispirar  potevano  alle  lor  menti  immagini  gioconde  ;  e  la  lor 
lingua  ricca,  pieghevole  e  arnoniosa  si  arrendeva  mirabilmente 
ad  esprimerle.  E  nota  la  religione  e  la  letteratura  de'  Romani. 
Il  mondo  greco  e  romaiìo  formano,  per  modo  di  dire,  un  solo 
mondo  :  se  non  che  la  religione  appo  i  Romani  in  sembianza  più 
grave  ,  e  la  grandezza  del  loro  imperio  valsero  per  avventura  a 
dare  alla  lor  letteratura  un  carattere  di  una  maggiore  gravità. 
Or  vogliam  noi  sapere  quale  sìa  stata  la  letteratura  di  alcuni 
popoli  del  settentrione,  per  cagion  d'esempio,  degli  Scandinavi? 
Osserviamone  la  loro  religione  :  un  complesso  di  spaventose  tra- 
dizioni ,  di  streghe  ,  di  lemuri  ,  di  geni  del  male  e  di  tetre 
oiubre  che  funestavano  la  lor  fantasia.  Tetra  perciò  è  la  tinta 
della  loro  letteratura.  Le  poesie  de'  poeti  Scandinavi  ,  le  loro 
storie  favolose  ne  fanno  fede.  Si  ponga  a  canto  a  quella  la 
letteratura  degli  Arabi  ,  e  si  conoscerà  come  quella  volut- 
tuosa religione  del  lor  Maometto  abbia  pure  giovato  a  quelle 
deliziose  e  incantevoli  immagini  de'  loro  poeti  e  romanzieri. 
Noi  non  abbiamo  vcrun  monumento  certo  dell  antica  lettera- 
tura de'  Galli  o  de'  loro  Druidi,  che  ne  erano  i  maestri  ,  i  sa- 
cerdoti e  ì  giudici:  ma  ne  basta  sapere,  per  conoscerne  la  na- 
tura ,  quanto  fosse  feroce  e  crudele  quella  loro  religione  che 
si  compiaceva  di  vittime  umane  :  basta  sapere  che  solcano  qvie' 
druidi  in  certe  solennità  raccogliersi  nell'interno  delle  loro  selve, 
ed  ivi  con  riti  misteriosi  costruire  di  rami  e  di  vinchi  simu- 
lacri di  smisurala  grandezza  al  loro  dio  Eso ,  empierne  le  mem- 
bra tra  i  rami  e  vinchi  d'  uomini  vivi  ,  e  appiccare  il  fuoco  a 

6 


82 

quella  orribile  forma  del  nume;  tal  che  le  Gamme  stridenti  e 
le  orrende  grida  delle  vittime  tra  le  scintille  del  fuoco  e  i  vor- 
tici del  fumo  rendessero  un  grato  concento  all'  orecchio  di  quella 
crudele  divinità.  I  cittadini  e  qualche  volta  i  fratelli,  le  mogli 
e  i  figliuoli  non  andavano  esenti  dalF  abbominevole  sacrifizio. 
Chi  potrà  perciò  dubitare  che  non  fosse  sparsa  di  atroci  sensi 
ed  immagini  quella  loro,  qual  che  si  fosse,  letteratura  ?  Tras- 
portiamoci ora  col  pensiero  nelle  valli  della  Scozia  tra  gli  an- 
tichi Caledonii  ,  udiamo  il  canto  di  que'  Bardi  e  del  principe 
de'  Bardi  Ossian.  Quali  dolci  e  vaghe  immagini  non  prestò  alla 
lor  poesia  quella  a  noi  oscura  religione  ?  Ivi  le  anime  de'  con- 
giunti e  degli  amici  estinti  vedeansi  errar  sulle  nubi ,  e  spesso 
affacciarsi  dal  seno  di  una  leggiera  nuvoletta  e  sorridere  agli 
amici.  Ne  sentivan  la  voce  sul  fioco  sospiro  di  un'  auretta  che 
passava  lamentevole^  e  talvolta  nella  tacita  notte  vedeva  un 
amico  dolente  scendere  sul  pallido  raggio  della  luna  lo  spirito  dell' 
amico,  e  udialo  rispondere  in  debil  suono,  o  toccare  le  corde 
dell'arpa  pendente.  Erano  i  valorosi,  al  partir  della  vita,  in- 
contrati dai  loro  padri  in  lieto  e  luminoso  aspetto,  e  ricevuti 
dentro  le  nubi  in  un  palagio  aereo.  Queste  e  cento  altre  imma- 
gini dolci  e  delicate  somministrava  all'  Ossian  quella  religione 
de' Caledonii.  Gli  spiriti  del  cielo,  dei  colli,  della  notte,  della 
tempesta  vi  fanno  pure  di  sé  bella  mostra.  Che  se  non  si  deb- 
bono nella  nostra  poesia  trasportare  quelle  fantasie  proprie  di 
altra  religione,  di  altro  cielo,  di  altri  costumi,  non  è  perciò 
men  gradevole  1'  illusione  che  producono  nell'  aniirio  di  chi 
coir  immaginazione  si  trasporta  a  que'  luoghi  ,  a  que'  tempi,  a 
quelle  credenze.  Ora  io  dovrei  ragionare  della  nostra  religione 
cristiana,  vera  consolatrice  de' cuori,  dovrei  dimostrare  quale 
sia  stata  la  sua  influenza  sopra  la  nostra  letteratura  ,  e  come 
l'abbia  diversificata  dalla  letteratui'a  de'  Greci  e  de'  Romani,  e 
in  alcune  parti  l'abbia  resa  ancor  più  sublime  e  veneranda, 
come  si  è  ella  stessa;  ma  essendo  molto  ampio  il  campo  che 
mi  si  para  innanzi ,  mi  giova  per  ora  di  chiudere  come  il  Fer- 
rarese poeta  : 

All'  altro  canto  vel  farò  sentire  , 

Se  all'  altro  canto  mi  verrete  a  udire. 

Francesco  Lanieri. 


83 

Poesie  tceiie  di  T.  Moore  tradoice  da  Giovanni  Plecchia. 


La  conoscenza  delle  straniere  ielterature  è  ai  nostri  tempi 
sì  necessaria,  che  coloro  i  quali  con  anticipato  giudizio,  e  mal 
inteso  nazionale  orgoglio  le  sprezzano ,  non  già  amanti  della 
patria  reputar  debbonsi,  ma  sibbene  ostinati  settarj  di  un  st- 
£temd  quanto  in  sé  falso,  altrettanto  nocivo  al  vero  progresso 
dell'  italiana  letteratura.  —  Infatti  allorché  noi  ci  studiamo  di 
prender  conoscenza  delle  bellezze,  che  sfavillano  nelle  opere 
degli  egregj  stranieri,  qual' altra  cosa  facciamo  che  cercar  di 
arricchire  vieppiù  il  patrimonio  delle  li;ttere  italiane  ,  trapian- 
tando quale  eletto  frutto  in  suolo  straniero  educato  quanto  han 
di  bello  e  di  buono  le  straniere  nazioni  ?  Lo  sdegnar  di  cono- 
scere i  migliori  parti  di  chi  nacque  al  di  là  delle  alpi  e  del 
mare  si  è  lo  stesso  come  se  volessimo  vietare  l'uso  degli  aromi 
e  dei  semi  cresciuti  in  un  altro  continente  solo  perchè  non 
bevettero  l'aria  e  il  sole  d'Europa.  —  Lode  quindi  si  deve 
(  e  non  volgar  lode  )  a  tutti  quei  benemeriti ,  che  coli'  uopo 
di  belle  ed  acconce  traduzioni  delle  migliori  opere  straniere 
sanno  trasportarci  in  un  mondo  novello  ,  rendendoci  famigliari 
le  idee  e  le  creazioni  più  vaghe  e  più  profonde  ,  che  misero 
radice  e  germogliarono  al  di  là  del  mari  e  dei  monti.  —  Ora 
fra  le  moderne  nazioni  che  sono  più  feconde  di  sublimi  tro- 
vati, di  pensatori  egregj,  d'immaginosi  poeti  si  è  certamente 
r  Inghilterra:  e  invero  qual'  altra  nazione  può  vantarsi  di  un 
genio  pari  a  Sakespeare  ?  Forse  la  sola  Crocia  può  mettergli 
a  confronto  il  suo  Omero  e  1'  Italia  il  suo  Dante.  Ai  dì  no- 
stri qual  altro  vate  di  qualunque  nazione  poteva  e  può  dirsi 
pari  a  Bjron ,  al  sovrano  poeta,  la  cui  sfolgorante  fantasia  si 
stese  con  ugual  forza  a  svelare  l' abisso  il  più  profondo  dell' 
umano  cuore  ,  a  cantar  le  gesta  degli  eroi  come  ad  aggirarsi  fra 
le  inezie   dei    molli    seguaci    d'  Epicuro  e    degli    scioperoni   del 


84 

trivio?  Ora  nel  novero  dei  molti  illustri  poeti,  dei  quali  la  mo- 
derua  Inghilterra  s'onora,  merita  un  luogo  distinto  Tommaso 
Moore,  il  cantore  degli  Amori  degli  Angeli  e  di  Lalla-Rooh -^ 
del  quale  annunziamo  ora  tradotte  alcune  scelte  poesie.  Il  tra- 
duttore di  queste  si  è  il  sig.  Giovanni  Flecchia,  già  noto  per 
altre  purgate  e  immaginose  poesie  originali.  Se  io  dico  che  que- 
sta traduzione  del  Moore  è  una  delle  migliori ,  che  abbiano  ve- 
duto la  luce  in  questi  giorni  in  Italia,  io  son  certo  che  nes- 
suno vorrà  appuntarmi  come  appassionato  e  parziale  :  diflflcil 
cosa  (  e  più  che  qualcun  non  crede)  si  è  il  ben  tradurre  e  spe- 
cialmente la  poesia  :  quando  il  dover  ir  dietro  ai  voli  della  bol- 
lente fantasia  in  uno  straniero  poeta,  e  il  farlo  sì  che  senza 
tradirne  1'  intenzione ,  tragga  veramente  un  vantaggio  dal  tras- 
latamento  la  nostra  letteratura ,  e  se  ne  arricchiscano  le  posses- 
sioni ,  richiede  gran  forza  d' intelletto  ,  cognizione  d'  entrambe 
le  lingue  ,  e  cuore  che  molto  addentro  senta  nelle  più  riposte 
bellezze.  Di  tutti  questi  pregi  va  certamente  adorno  il  signor 
Giovanni  Flecchia  :  e  se  togli  qualche  leggera  tinta  di  monoto- 
nia che  qua  e  là  regna  in  qualcuna  delle  annunziate  poesie , 
la  sua  traduzione  può  sfuggire  alla  critica  più  acuta.  I  suoi  versi 
sono  sì  armoniosi  e  leggiadri,  che  io  credo  che  nella  tradu- 
zione poco  o  nulla  scapiti ,  se  non  avanza  1'  originale.  Facciasi 
dunque  plauso  al  traduttore,  eh'  ^gli  è  grandemente  benemerito 
dell'  Italia. 

ji{'i>.  F.  Coiicone. 


85 
Belle  Arti  —  Lettera  vi. 

SULLA       instabilità'     DELLA     MUSICA. 


Varium  et  rnulabile  semper. 

VlRC. 

A  voi  parrà  tempo  d' uscire  di  chiesa ,  e  d'  udire  le  musiche 
profane  5  cosicché  io  sarò  costretto  a  continuare  la  sinfonia  con- 
ducendovi ai  teatri,  alle  accademie,  ai  concerti,  su  per  le  piazze, 
pei  trivj ,  e  forse  anche  per  le  taverne ,  onde  ve  ne  facciate 
un'  idea  compiuta  e  perfetta  5  nella  quale  passeggiata  talvolta 
dovrò  dirvi:  eh!  badate  bene;  anche  questa  è  musica,  quan- 
tunque poco  differisca  dal  guaire  dei  gatti ,  o  da  strepitoso  bac- 
cano. Del  resto  guardate  che  la  passeggiata  sarà  lunga  5  poiché 
la  musica  avendo  ottenuto  un  passaporto  d' ubiquità ,  o  privi- 
legio di  cosmopolizia  che  vogliate  dire ,  ed  essendo  perciò  cit- 
tadina di  tutto  il  mondo,  saranno  innumerevoli  i  buchi  in  cui 
dovremo  visitarla.  Ma  come  il  bell'autunno  ancor  ci  fa  grazia 
di  sue  lusinghe,  sarei  quasi  tentato  di  menarvi  tosto  lungi  dalla 
città  per  le  campagne  a  udire  i  bei  concerti  de'  contadini  ,  e 
dei  pastori  ;  onde  da  questa  musica  semplice  e  rozza  fai'ci  scala 
a  quella  della  città  . , ,  Ma  adagio  5  che  io  non  potrei  assicu- 
rarvi di  farvi  gustare  tra  i  boschi,  e  lungo  i  ruscelli  le  belle 
Egloghe  de'  Goridoui,  e  degli  Alcssi  accompagnate  dalle  pive  , 
dalle  zampegne ,  dalle  cornamuse  ,  in  breve  da  tutta  la  bosche- 
reccia orchestra.  Pur  troppo,  amico  ,  le  valli  e  le  selve  non 
risuonano  più  come  una  volta  !  i  pastori  non  son  più  poeti  , 
non  son  più  musici  ;  essi,  come  crtdo,  perdettero  tanta  abilità 
dopoché  i  musici  e  i  poeti  diventarono  pastori.  Però  vi  sarebbe 
in  cambio  un'altra  musica  da  udire  in  campagna  ,  musica  pur 
seuipllcc  ,  bella,  varia,  inalterabile,  e  veramente  ferma,  siccome 
fermo  é  l'istinto  che  la  produce,  voglio  dire  l'armonia  del 
coro  pennuto...  Che  ve  ne  pare?  sarebbe  ella  degna  del  vo- 


stro  gentilissimo  orecchio,  della  vostra  mente  osservatrice?  Io 
vi  accerto  che  udiremmo  de' bei  trilli,  e  gorgheggi,  e  modu- 
lazioni^ e  volatine  di  gola  da  disgradarne  le  Catalani  e  le  Ma- 
librau ,  e  che  saremmo  anzi  accolti  con  piacere  nel  loro  gra- 
tuito teatro,  poiché  anche  gli  uccelli  ambiscono  d'essere  ascol- 
tati,  d'essere  ammirati  nelle  loro  gare,  nelle  loro  bravate,  e 
vi  so  dire  che  amano  più  questo  che  il  dar  nelle  ragne  ,  o 
l'essere  arcobuglati  dai  barbari  cacciatori.  Ma  quale  non  sarebbe 
poi  la  vostra  maraviglia,  quando  in  un  momento  di  pausa  io 
vi  dicessi  all'orecchio:  ehi  I  badate  bene  anche  qui;  che  questa 
è  musica  maestra.  Imperocché  non  è  dubbio  che  noi  uomini 
avendo  molte  cose  imparate  dalle  bestie,  come  per  cagion  di 
esempio  dalla  volpe  la  frode,  dal  serpente  la  sottigliezza,  dal 
leone  la  ferocia,  dai  cani  l'ingordìgia,  avrem  pur  dagli  augelli 
appresa  la  musica ,  non  dico  la  stromentale ,  ma  la  vocale  ;  di 
modo  che  le  rondinelle  e  i  cardellini  ci  saran  stali  maestri  di 
melodia,  i  rossignuoli  d'armonia,  i  merli  di  contrappunto,  e 
via  discorrendo.  E  come  anticamente  usavansi  contraccambiare 
le  fatiche  de' maestri,  e  d'altra  parte  dando j  et  accijjiendo  la 
società  si  mantiene,  e  l'amicizia  si  conserva;  noi  uomini  e  sco- 
lari ci  saremo  addossati  in  generale  di  donar  le  belve  feroci  , 
e  malefiche ,  che  sono  i  turbolenti  della  repubblica  belvlna  , 
ed  in  particolare  in  quanto  ai  pennuti  d'insegnare  l'articola- 
zione ai  pappagalli.  Ma  quesito  contratto  non  dovette  durar  molto, 
avendo  gli  uomini  mossa  guerra  anche  ai  quieti  ed  innocui 
animali,  incarcerati  molti  uccelli  pei  loro  sollazzi,  e  destinatine 
molti  al  supplizio  delle  loro  mense.  So  bene  che  alcuni  non 
ammetteranno  l'esistenza  di  questa  scuola,  né  di  questo  contratto 
siccome  non  necessario,  avendo  potuto  gli  uomini  imitare  il 
canto  degli  uccelli,  come  s'imitano  le  altre  cose,  procurando 
di  migliorare ,  e  direi  quasi  umanizzare  quanto  vedevano  farsi 
da  loro.  Ma  per  me  poi  fa  lo  stesso,  sapendo  che  l'imita- 
zione è  una  scuola  muta  5  né  per  altro  la  natura  fu  chiamata 
maestra  che  per  aver  tacitamente  insegnato  agli  uomini  quanto 
dovessero  a  lor  vantaggio  e  diletto  operare. 

Comunque  però  sia  la  cosa,  allorché   gli    uomini    lasc'.asono 
I^a  '■/era  scuola  della  natura,  e  uieùer^i  a  contraiLìre  Tun  T altro, 


87 

o  ad  imìlare  il  peggio  ,  le  arti  cominciarono  a  decadere.  Né 
allrìmenti  doveva  avvenire  alla  musica  allorché  i  suoi  cultori, 
trascurato  il  canto  degli  augelletti,  si  volsero  ad  imitare  il  rug- 
gito del  leone,  1'  urlo  del  lupo,  il  brontolio  del  tuono,  il  fra- 
casso dell'  artiglieria ,  facendoli  credere  più  belli  ,  più  dolci 
delle  soavi  melodie  de'  boschi ,  avvezzando  la  moltitudine  ad 
accorgersi  dal  rumore  della  esecuzione  d'una  sinfonia,  come 
dal  tuonare  avvedevaiisi  gli  antichi  dell'  esistenza  di  Giove.  Per 
questo  reo  costume  accadono  tempi,  in  cui  non  si  sa  più  dove 
stia  il  buono  ed  il  bello ,  in  cui  i  figli  trovan  belio  e  buono 
quanto  ai  padri  ed  agli  avi  era  paruto  cattivo,  e  disgustoso,  e 
viceversa;  accadono  tempi  in  cui  le  arti  s'aggirano  in  un  vor- 
tice d'incertezza,  d'errore,  d'instabilità,  in  cui  ogni  palato  è 
diversamente  soddisfatto,  e  gli  ingegni  debbono  cucinare  su  tanti 
gusti  quanti  sono  i  commensali.  E  questo  caos  d' incertezza  si 
osserva  principalmente  nella  storia  musicale. 

Infatti  (  per  non  trattenervi  più  in  preamboli  )  dall'  età  pol- 
lo meno  di  Palestrina  sino  a'  goriii  nostri ,  il  che  vuol  dire  per 
tre  secoli ,  altro  non  fece  la  musica  e  sacra  e  profana  che  di- 
vagare qua  e  là  incerta  ed  instabile  ,  cangiando  ad  ogni  età  e 
metodo  ,  e  gusto,  e  tenore,  prevalendo  sempre  il  nuovo  sulla 
distruzione  del  vecchio.  Cosi  le  prime  opere  musicali  del  sec. 
XVII,  in  cui  un  Caccini,  un  Carissimi,  un  Peri,  un  LuUi  , 
uu  Zarlino  avevano  abbozzato  il  nostro  melodramma  con  molto 
senno  e  gusto ,  caddero  in  un  eterno  obblio  all'  apparir  dei 
drammi  di  Zeno  ,  e  poi  di  Metastasio ,  su  cui  i  più  valenti  mae- 
stri sudavano  a  prova.  Correva  allora  1'  età  aurea  per  la  musica. 
Vinci ,  Pergolesi ,  Porpora ,  Marcello  ,  Gluck ,  Hasse  con  altri 
cccelleuti  erano  ricercati  per  tutta  Europa;  l'opera  in  musica 
aveva  toccato  il  colmo  della  perfezione,  e  della  gloria.  Eppure 
cinquanta,  o  sessaut'anni  dopo  la  fama  e  le  opere  di  costoro 
erano  ecclissate  perpetuamente  dai  Cimarosa,  dai  Paesiclli,  dai 
Tarchi ,  da  Mozart ,  dagli  Hajdn  ,  e  poco  dopo  da  Majer,  da 
Paer,  da  Generali,  da  Fioravanti,  da  Guglielmi.  I  quali  videro 
i  padri  nostri,  e  noi  oscurarsi  allo  splendore  de'  maestri  viventi 
che  trionfarono  di  loro,  e  di  tutti  quelli  che  per  tre  secoli 
avevano    guerreggiato  ne'  campi  teatrali.  Eccovi  toccata  di   volo 


88 

la  storia  di  cjuesta  musicale  incertezza,  la  quale  non  ha  biso- 
gno di  più  lungo  e  minuto  racconto  per  essere  dimostrata.  Ella 
è  cosa  certa  e  nota,  verità  ammessa  universalmente. 

Che  se  il  fatto  è  chiaro ,  la  causa  non  lo  è  egualmente  , 
almeno  per  tutti  5  pochissimi,  cred'io,  potranno  immaginarsi 
d'  onde  tanta  instabilità  derivi,  da  qual  misterioso  fonte  queste 
onde  incalzantisi  continuamente  scaturiscano.  Questa  incertezza 
deriverebbe  dalla  natura  medesima  della  musica,  e  da  circo- 
stanze che  su  lei  influiscano?  Io  noi  saprei,  ma  nella  mia  igno- 
ranza sarei  tentato  a  domandare  se  p.  e.  la  musica  sia  una 
scienza,  od  una  moda,  e  non  un'arte  imitatrice?  Imperocché  se 
è  scienza,  dovendo  progredire  e  far  contiaai  acquisii,  e  perfe- 
zionarsi coir  andar  de'  giorni,  la  sua  instabilità  è  quasi  spiegata, 
benché  il  suo  fermarsi  non  ancora  si  possa  prevedere.  Se  poi 
è  articolo  4^  moda  com3  le  foggie  del  vestire,  e  dell'ornarsi  , 
ella  debbe  essere  naturalmente  variabile ,  valium  et  inutahile 
seniper.  Che  se  voi  con  moìlissimi  altri  la  volete  arte  bella  , 
arte  imitatrice  come  la  pittura  e  la  poesia  ,  io  vi  domanderò 
perchè  sia  così  dissiatile  dalle  altre  belle  arti  ,  per  cui  é  già 
fermo  e  consentito  qu:into  è  buono  e  bello,  quanto  debba  pia- 
cere in  ogni  età,  in  ogni  paese?  Io  vi  domanderò  perché  in 
fatto  di  musica  la  prcclri-ione  del  giorno,  V  opera  nuova  sia 
sempre  la  meglio  arrivata,  e  faccia  dimenticare  le  antecedenti, 
e  le  vecchie  come  abiti  logori,  0  scarpe  sdruscite?  Che  qualche 
periodo  d'anni  infausti  sopraggiunga  alla  musica  come  alle  altre 
arti ,  che  siavi  per  lei  anche  l'età  marinesca ,  ed  ossianesca  dopo 
le  quali  passi  a  miglior  secolo  non  vi  è  meraviglia  ;  ma  che 
venga  continuamente  travagliata  dalle  vertigini,  dal  capogiro  , 
uè  trovi  pausa  una  volta  nel  consenso  d'  un  bello  stabile  e  vero, 
in  un  tipo,  in  un'idea  regolatrice,  io  non  la  capisco. 

Né  vi  tacerò  che  alcuni  bau  voluto  spiegare  questa  incertezza 
musicale  5  le  cui  opinioni  perchè  a  me  paiono  singolari  credo 
pregio  dell'opera  addarvi  qui  con  qualche  mia  osservazione  ; 
dopo  di  che  io  vi  proporrò  i  miei  dubbi  (  perchè  torno  a  dirvi 
che  non  ne  so  niente  )  e  così  darò  fine  alla  lelLeia.  li  Betti- 
nelli dopo  d'avere  discorsa  l'incertezza  della  musica,  asserisce 
che  allora  sarà  certo    il    riaorgiiuenlo   di  lei  (  che   egli    teneva 


89 

ancora  per  morta  )  quando  sì  aura  Vequivalente  d'una  poetica 
di  Aristotile  j  e  d'  Orazio  _,  d'una  rettorica  di  M.  Tullio ,  e  di 
Quintiliano.  Quantunque  i  lamenti  del  P/  Bettinelli  sulla  in- 
stabilità di  quest'  arte  siano  giusti,  e  le  sue  osservazioni  storico- 
Jilosojiche  di  qualc'ie  peso;  nondimeno  l'aspettare  il  risorgimento 
della  musica  dall'  autorità  d'  un  codice,  e  dalle  regole  de'  pre- 
cettori è  cosa  arrischiata.  Se  la  poesia  p.  e.  nacque,  e  crebbe, 
e  maturò  prima  delle  poeticlie  ,  e  senza  i  precetti,  anzi  se  le 
regole  dei  maestri  si  modellarono  sulle  opere  dei  poeti,  perchè 
la  musica  avrà  bisogno  di  questo  meschino  equivalente  onde 
prender  fermezza?  Se  Omero  e  Dante  non  aspettarono  né  Ari- 
stotile, né  Gravina  per  fare  quanto  han  fatto,  perchè  do- 
vranno aspettarli  i  maestri  di  musica?  Foi'sechè  i  musici  non 
nascono  come  i  poeti ,  o  non  han  da  imitare  come  i  poeti  ? 
Conceduto  che  le  poetiche  abbian  guidato  qualche  verseggiatore, 
esse  non  crearono  mai  poeta.  Perciò  il  rimedio  del  Bettinelli 
non  otterrebbe  effetto.  E  poi  come  potè  egli  asserire  che  la 
musica  non  abbia  avuti  i  suoi  precettori?  Cosi  poco  gli  erano 
noti  i  teorici  dell'arte,  un  Doni,  un  Galileo,  un  Mei,  un 
Zarlino,  un  Rosseau  ,  e  molti  altri,  i  quali  se  non  furono  né 
Grazi  ,  uè  Quintiliani  scrissero  però  cose  siffatte  sull'ai'monia  , 
e  sul  bello  musicale,  che  ove  fossero  state  necessarie,  la  mu- 
sica n'  avrebbe  avuto  gran  vantaggio.  Perciò  il  rimedio  del  Bet- 
tinelli non  ottenne  eiTelto. 

Il  Mayer,  da  me  altra  volta  lodato,  si  fa  nel  suo  Discorso 
tale  domanda  :  «  Se  l'espressione  musicale  è  fondata  su  prin- 
»  cipii  stabili  ,  e  certi  al  pari  di  quella  di  tutte  le  arti  imi- 
»  tative ,  d'onde  nasce  che  il  gusto  in  fatto  di  musica  varia 
»  ad  ogni  età  a  tal  seguo,  che  quelle  stesse  composizioni  che 
)>  formavano  la  delizia  degli  avi  nostri ,  sono  divenute  insipide 
»  ed  insoffribili  per  noi  ?»  E  vi  risponde  con  una  osserva- 
zione degna  del  suo  sapere,  ma  non  sufficiente  a  risolvere  la 
difficoltà.  Imperocché  dice  egli  che  il  tipo  dell'arte  stando  più 
nei  cuore,  e  nell'immaginazione  del  maestro  mentre  crea  le 
melodie,  che  negli  oggetti  sensibili  della  natura,  come  nella 
pittura,  e  simili,  ne  seguita  che  al  compositore  richiedesi  mag- 
gior forza  di    fantasia,    e    maggiore    squisitezza   di   sentimento 


m 

onde  crear  melodie  originali;  ed  inoltre  siccome  l'armonia  è 
una  maga  che  affascina  ed  inganna  i  sensi  5  così  per  le  accen- 
nate difficoltà  non  è  maraviglia  se  poche  sieno  le  cognizioni , 
in  cui  brillino  i  veri  pregi  dell'arte,  ai  quali  pregi  sostituen- 
dosi continuamente  ornamenti  falsi ,  che  tosto  generano  sazietà, 
egli  è  gioco  forza  d'  andar  sempre  in  traccia  di  novità  che  sol- 
letichino le  orecchie  degli  uditori.  E  questo,  dico  io,  è  quanto 
accade  più  spesso  non  per  le  difficoltà  dell'arte,  ma  per  il  poco 
senno,  e  la  molta  premura  de'  compositori  anche  valenti.  Im- 
perocché in  quanto  all'  assoluta  difficoltà  addotta  dal  Mayer,  io 
non  so  se  i  maestri  debbano  essere  ingegni  più  trascendenti  , 
ed  immaginosi  de'  poeti  e  de'  pittori ,  e  se  quelli  intendano  a 
cose  che  sieno  fuori  della  sfera  del  vero,  del  bello,  del  buono 
che  questi  dilettandoci  a  noi  van  presentando.  E  poi  tanto  i 
poeti ,  quanto  gli  altri  artefici  abbiano  pure  i  tipi  negli  oggetti 
sensibili,  ma  se  nulla  ricavano  dal  ripostiglio  della  fantasia,  se 
nulla  astraggono,  stan  freschi.  Io  direi  piuttosto  che  la  difficoltà 
consiste  non  tanto  nel  crear  melodie,  quanto  nell' adattarle  al 
soggetto.  Infatti  quante  idee  originali  non  troviam  noi  ne'  mo- 
derni compositori ,  le  quali  per  essere  fuori  di  luogo  come  i 
delfini  nelle  selve  ,  e  i  cignali  ne'  mari  fanno  cattiva  figura  ! 
Quanti  bei  motivi  originali  sono  guardati  in  cagnesco  dalle  pa- 
role, dalla  scena,  dalla  situazione  drammatica! 

Vengo  ad  un  tei'zo  osservatore.  Il  Carpani  nelle  sue  lettere 
sopra  Haydn  attribuisce  F  instabilità  del  gusto  musicale  alla 
mancanza  d'  un  vero  bello  riconosciuto ,  e  canonizzato  -per  tale 
nella  musica.  La  ragione  che  egli  assegna  è  questa  :  «  Nelle  altre 
»  arti  il  piacere  intellettuale  è  maggiore  del  fisico,  e  quindi  è 
»  toccato  alla  ragione  a  fissare  questo  bello  ,  e  la  ragione  es- 
»  sendo  immutabile  ,  lo  devono  essere  pure  le  sue  decisioni ,  i 
»  suoi  teoremi  5  ma  nella  musica,  il  cui  diletto  per  ben  quat- 
»  tro  sesti  è  fisico  ,  tocca  al  senso  a  decidere  5  e  primiera- 
»  mente  il  senso  decide  con  infallibilità  del  piacevole,  ma  non 
))  COSI  del  bello  :  poi  la  stessa  sua  decisione  sul  piacevole  è 
»  bensì  vera  pel  momento  ,  ma  non  lo  è  più  pel  tratto  suc- 
M  cessivo  ,  perchè  il  senso  non  prova  gli  stessi  gradi  di  pia- 
))   cere  nelle  successive  scosse  dello  stesso  oggetto  stimolante... 


91 

»  Ciò  posto  oserei  profferire  un'eresia  (e  non  è  la  prima) 
»  che  per  altra  ha  in  se  molto  di  vero  ,  ed  è  che  gran  parte 
»  del  hello  nella  musica  consiste  nella  novità.  »  Che  cosa  tì 
dissi  io  fin  da  principio  ?  che  1'  opera  nuova  è  sempre  la  me- 
glio arrivata  5  ed  il  signor  Carpani  ve  lo  conferma  ,  e  soggiunge 
tosto  che  pure  ia  musica  vi  è  un  bello  reale  d' armonia j  non 
di  melodia,  perchè  l'  archetipo  di  questa  non  è  ancora  Jis salo. 
Che  volete  ?  anche  la  musica  ha  i  suoi  sensisti.  Ma  per  me 
che  iu  musica  sono  per  quattro  ed  anche  cinque  sesti  spiri- 
tualista ,  osservo  con  piacere  ,  non  esservi  differenza  tra  questa 
e  le  altre  arti  ia  quanto  all'influenza  che  esercitano  sui  nostri 
sensL  Se  questa  differenza  esiste  ,  non  può  trovarsi  che  nella 
diversità  degli  slromenti  che  ciascuna  impiega  ,  dirò  meglio 
nella  materia.  Imperocché  se  vuoisi  far  credere  che  la  musica 
perchè  adopera  suoni ,  e  non  colori ,  non.  versi  ,  nou  linee , 
non  form«  debba  essere  quasi  esclusa  dal  dominio  intellettuale, 
e  star  fuoruscita  ai  confini  de'  sensi  ,  occupandosi  a  grattar 
semplicemente  1'  orecchio  ,  io  domando  se  i  colori ,  e  le  forme 
siena  qualche  cosa  di  più  nobile  ,  e  spirituale  dei  suoni  ;  se 
r  udito  sia.  più  materiale  dell'  orecchio  ,  se  sia  il  senso  di  ri- 
fiuto ,  il  plebeo  tra  i  sensi  nostri?  Che  tale  possano  averlo  te- 
nuto finora  alcuni  maestri,  cantori  ,  ed  impresari  con  somma 
ingiuria  del  pubblico  non  si  può  negare  ,•  ma  che  tale  real- 
mente sia ,  e  tale  creato ,  nessun  lo  vorrà  credere.  Inoltre  quella 
ragione  infallibile  chie  ha  fissato  il  bello  nelle  altre  arti,  di  qual 
mezzo  ha  cominciato  a  servirsi  ?  dei  sensi  cred'  io  ;  altrimenti 
come  avrebbe  fatto  ?  Se  i  colori  ,  e  le  forme  entrano  per  gli 
occhi  e  vanno  all'  anima  per  farsi  giudicare  ,  quale  intoppo 
trovano  nei  meati  acustici  le  note  musicali  ,  che  loro  impe- 
disca di  presentarsi  al  medesimo  tribunale  ,  tanto  più  quando 
sono  accompagnate  dai  versi?  Non  dico  di  più,  perchè  forse 
un'  altra  volta  dovrò  intrattenermi  su  questo  particolare. 

Finalmente  alcuni  credettero  che  la  musica  fosse  troppo  gio- 
vane ,  né  ancora  capace  di  fermezza.  Parve  loro  la  cadetta  delle 
arti ,  bisognosa  preciò  di  più  lungo  tempo  per  maturare  e  senno 
e  temperamento.  E  certamente  se  essi  vogliono  guardarla  da 
Metastasio  in  qua  non  conterebbe  che  un  buon  secolo.  Ma  come 


92 

la  musica  aveva  dati  segni  di  vita  fin  dal  secolo  XVI ,  pare  a 
me  dover  essere  nata  gemella  colle  altre  anziché  cadetta  ,  ge- 
mella dico  di  tempo  non  di  fortuna.  Imperocché  allora  quasi 
ogni  ingegno  essendo  rivolto  alle  lettere,  alla  erudizione,  al  di- 
segno, pochissimi  ne  restavano  alla  musica,  la  quale  per  colpa 
de'  suoi  cultori  non  pareva  fatta  per  andar  di  pari  passo  colle 
altre  sorelle.  Egli  é  ben  vero  che  i  musici  erano  i  ben  venuti 
alle  corti  de'  principi  5  ma  come  vi  entravano  coi  gìocolari ,  e 
talvolta  coi  poeti ,  per  la  mala  compagnia  di  quelli  ,  e  per 
le  prerogative  di  questi  non  potevano  accattarsi  che  gli  ultimi 
favori.  Inoltre  nessun  Ariosto  ,  nessun  BonaVroti  contava  allora 
la  musica,  benché  alcuni  de' suoi  cultori  superassero  la  favorita 
mediocrità  di  molti  verseggiatori,  ed  eruditi.  Ma  che?  forse 
fin  da'  suoi  primi  anni  era  destinata  alla  sventura  !  forse  era 
nata  sotto  maligni  influssi!... 

E  questi  forse  vi  avvertono  dei  dubbi  che  mi  sono  nati  in 
capo  fin  da  principio  che  io  meditai  questa  cicalata  sulla  in- 
stabilità della  musica.  Dunque  udite  anche  la  mia  ,  ed  abbiate 
pazienza  se  oggi  son  troppo  lungo  ,•  io  vi  prometto  di  non  e- 
sporvi  che  un  piccolo  nuiiiero  di  questi  dubbj. — La  musica  nel 
suo  rinascimento  non  trovò  modelli  antichi  come  le  lettere,  e 
le  arti.  Egli  é  ben  vero  che  trovò  delle  poetiche ,  e  delle  ret- 
toriche  ,  voglio  dire  de' trattati  latini  e  greci  sull'armonia;  ma 
questi  siccome  furono  e  saranno  sempre  per  lei  oscurissimi  in- 
dovinelli ,  cosi  non  le  poterono  in  modo  alcuno  giovare.  —  La 
musica  mette  i  suoi  cultori  in  circostanze  molto  diverse  da 
quelle  in  cui  trovansi  gli  altri  artefici.  I  poeti  scrivono  in  una 
lingua  genei-almente  nota  a' suoi;  i  loro  versi  si  leggono,  van 
per  le  mani  di  tutti  con  poca  spesa,  si  traducono  in  altre  lin- 
gue, i  giornali,  i  maestri,  i  censori  ne  parlano,  e  via  discor- 
rendo. I  pittori,  e  gli  scultori  espongono  le  opere  loro  al  guardo 
e  giudizio  del  pubblico  il  quale  con  un  po' di  vista,  e  di  buon 
gusto  dà  un  giudizio  che  non  é  senz'  appello  ;  poiché  que'  la- 
vori 0  di  pennello  o  di  scalpello  stando  continuamente  o  in  pub- 
blico o  in  privato  esposti  il  tempo  corregge  i  torti  giudizj.  Il 
maestro  di  musica  all'opposto  comincia  a  scrivere  in  un  gergo 
ignoto  alla  maggior  parte;  scritto  che  ha,  la    sua    opera  viene 


93 

in  balia  degli  esecutori  ,   i  quali    la  espongono  al   pubblico  per 
qualche  giorno.   Se  l'esecuzione    è    favorevole    al  compositore,  e 
corrisponde  alla  bontà  della  musica,  questa  piacerà  per  qua'  gior- 
ni ,  e  forse  per  altri  in  cui  verrà  richiamata  sulle   scene  ;    ma 
se  l'esecuzione  gli  è  sfavorevole,  benché  qualche  dotto  s'accorga 
del  pregio  dell'  opera  ,  la   sua    musica    è    nulla.    In    qualunque 
caso  poi  ,  siccome  una  composizione  musicale  non  è    un   libro 
che  si  moltiplici  sui  tavolieii  di    tutti ,    né    un  quadro    che    si 
copii  su  mille  stampe  ,  dopo  le  poche  rappresentazioni  divenuta 
un  oggetto  di  archivio  teatrale ,  o  buona  o  cattiva  debbe  perire. 
Né  mi  si  dica  che  pur  i  lavori  musicali   acquistano   pubblicità 
colle  stampe  5  poiché  questo    in    vece    di   giovamento    loro    ar- 
reca danno  ;  primo  perchè  quell'  opera  è  fatta  per  essere  udita 
non  letta,  fatta  per  gli  orecchi  non  per  gli  occhi;  secondo  per- 
chè pochi  ne   sono    i    buoni    lettori  ;    terzo    perchè    divenendo 
popolare  per  mezzo  di    que'  smembramenti  ,    storcimenti  ,    tra- 
visamenti,  detti  riduzioni,  per  cui  tutta  l'illusione  di  uno  spet- 
tacolo si  riduce  ad  un  flauto  solo,  o  ad  una   scordata    chitarra, 
è  impossibile  che  possa  in  ogni  luogo  in  ogni  tempo  andar  per 
le  mani  di  tutti  quale    fu    dal    maestro   creata  ,  e  scritta.  —  La 
musica  in  generale  non  è  libera  5  ella  è  serva    della   poesia  ,  o 
per  lo  meno  indivisibile  amica  si  che  quello  che  1'  una    vuole 
debba  pur  1'  altra  volere,    e  ciò  non  per  forza  ma  colla  mas- 
sima e  piacevole  intelligenza  ;    ma    questo    è    appunto    ciò    che 
di   rado  accade  ,•  il  poeta  scrive  quel  che  vuole  ,    e  il    maestro 
fa   a  modo  suo  ;  e  quel  che  più  decide  in  questa  materia  si    è 
che  il  poeta  non  s'intende  di  musica  ,  ed  il    maestro  non  sa  di 
poesia.  Quindi  non  è  maraviglia  se  quando  i  poeti  erano  mu- 
sici ,  le  cose  andassero  meglio  che  ora  non  vanno.  —  La  musica, 
voglio  dire  il  melodramma  è  gettato  alla  moltitudine  (e  questa 
K  la  sua  esposizione  o  edizione)  che  ha  pagato  per  udirlo,  in 
un'ora  in  cui  gli  accorrenti,  vogliono  divertirsi,  distrarsi  dalle 
serie  0  frivole  occupazioni  della  giornata  ,   che   amano    durante 
lo  spettacolo  celiare,  adocchiare,  amoreggiare,  visitare,  rumo- 
reggiare ,  onde  quel  tempo  passi  più   presto  e  più  leggiero.  — 
La  musica ma  lasciamo  così.  Ora  fate  voi  il  conto  di  que- 
sti dubbj,  e  guardate  se    dalla    mancanza    d'antichi    modelli, 


94 

dalie  sue  circostanze  ,  dalla  sua  servitù  ,  dalla  sua  fortuna  po- 
tete dedurre  la  sua  instabilità;  io  già  non  ve  ne  sarò  garante, 
perchè  torno  a  ripetervi  che  non  ne  so  niente.  Ma,  direte  voi, 
non  sarebbe  mai  ora  venuto  il  fine  di  cotesta  incertezza  ?  i 
moderni  non  avrebbero  eglino  coi  loro  lavori ,  colla  loro  auto- 
rità formato  il  gusto,  stabilito  il  bello  della  musica?  chi  potrà 
in  avvenire  far  meglio  d'  un  Rossini  ,  d'  un  Bellini  ,  d'  un  Ma- 
jer-beer  veri  Rafaelli,  e  Ariosti ,  e  Tullii  dell'armonia?  Se  è 
cosi  io  me  ne  rallegro  ;  e  godo  che  questi  sommi  ci  abbiano 
data  la  vera  musica  maestra,  il  vero  modello  dell'  opex-a.  Ve- 
ramente doveva  essere  riservata  al  secol  nostro  già  fecondo  di 
tante  invenzioni  la  canonizzazione  del  gusto  musicale.  Lode  al 
cielo,  che  finalmente  l'astro  benefico  spnntò,  l'astro  che  deb- 
bo per  certa  e  sicura  via  guidare  d'or  innanzi  la  musica  nostra! 
laa.  per  1'  amore  che  porto  a  quest'  arte  ho  paura  che  i  nostri 
nipoti  non  siano  del  nostro  parere.  Ho  paura  che  la  benigna 
stella  da  qui  a  pochi  anni  non  si  cangi  in  cosaeta,  od  in  foco 
fatuo  ,  {juod  dii  averruncent ^  poiché  a  congetturare  dal  passato, 
io  veggo  vario ,  ed  incerto  1'  avvenire.  I  padri  nostri  udendo 
le  belle  melodie  d'  un  Cimarosa ,  d' un  Mayer  d'  un  Paesiello , 
e  di  alcuni  altri  divini  maestri  avevano  pur  esclamato  :  ecco 
gli  astri  benefici  della  musica  avvenire  !  ma  non  erano  ancor 
morti ,  che  quegli  astri  già  s'  ecclissavano  e  sparivano  per  ce- 
dere il  posto  ad  altri.  Splendore ,  ed  ecclissi.  Ecco  la  storia 
della  musica  passata  e  presente  5  ecco  forse  la  profezia  della 
musica  futura.  Dunque  ha  ragione  il  Carpani  che  il  bello  mu- 
sicale sta  nella  noi^ìtà;  e  noi  non  abbiamo  altro  a  fare  che 
attendere  continuamente  questo  bello  mutabilissimo  dalle  opere 
nuove  che  gli  scolari,  e  gli  imitatori  ci  van  preparando  alla 
cadente  luce  de'  loro  capi-scuola.  Addio. 

B. 


95 
Notizie    Diverse 


Asia:  Laos,  abitanti  —  L'Abate  PallegoiXj  missionario  del 
Tong-King ,  ba  dato  alla  luce,  non  ba  molto,  un  ragguaglio 
molto  interessante  sovra  questa  contrada  ancor  poco  nota.  Il 
Laos  si  è  una  regione  vasta  e  pressoché  tutta  montagnosa,  ec- 
cettuate però  le  sponde  del  gran  fiume  Camboge y  ove  trovansi 
belle  pianure.  Tutto  il  paese  è  diviso  in  piccoli  regni  princi- 
pali ,  abitati  da  tre  razze  assai  differenti  d'  uomini  ,  che  appel- 
lansi,  r  una  Phoung-khao  (  uomo  bianco  ),  1'  altra  Phoung-dam 
(uomo  nero),  e  la  terza  Phoiing-knis  (uomo  verde).  La  prima 
non  usa  di  screziarsi  il  corpo,  la  seconda  si  dipinge  in  nero 
le  braccia  e  le  coscie  :  e  la  terza  si  dipinge  queste  medesime 
parti  del  corpo  in  color  verde.  Ciò  non  ostante  codesta  scre- 
ziatui'a  consiste  soltanto  nello  imprimere  sulla  carne  alcune  fi- 
gure d'orsi,  d'elefanti,  di  tigri  od  anche  di  un  certo  drago  fa- 
voloso. L'  origine  di  questi  abitanti  è  assai  oscura,  e  tanto  più 
difficile  a  ravvisare,  in  quanto  che  non  posseggono  archivj,  né 
banno  istoriografi,  ossia,  per  dir  meglio,  tutte  le  loro  antiche 
storie  vennero  abbellite  con  simboli  meravigliosi  e  trasformati 
in  favole.  Ciò  nulla  meno  la  sola  ispezione  delle  due  razze  ben 
distinte  dipinte  e  non  dipinte  che  veggonsi  nel  Laos ,  può  con- 
vincere che  i  popoli  che  conservano  V  usanza  di  screziarsi,  di- 
scendono dai  Birmani,  e  che  quelle  che  non  si  dipingono  sono 
derivate  dai  Siamesi ,  i  quali  pure  banno  in  orrore  questo  co- 
stume. Ecco  intanto  i  nomi  dei  principali  Stati  che  compon- 
gono il  Laos:  essi  traggono  tutti  il  nome  dalla  loro  capitale: 
Muang-Com  ossia  Loùm,  Muang-Vieng-Tian  ,  Muang-Louang, 
Phó-Bang,  Muang-Phoneune.  Codesti  quattro  Stati  sono  abi- 
tati dalla  razza  bianca.  Tre  altri  lo  sono  dalle  razze  dipinte  . 
cioè:   Muang-Phlè,  Muang-Nan,  Muang-Xeung-Maic.  Tutti  que- 


sti  Stati  son  posti  a  levante  di  Siam,  eccetto  quello  di  Mnang- 
Phoneune  che  trovasi  al  noi'd-est,  e  Muang-Xeuug-Mai'c  il  quale 
guarda  esattamente  il  nord.  A  torto  erasi  detto  che  Vien-Tau 
fosse  la  città  capitale  di  tutto  il  Laos  5  imperocché  tutti  questi 
paesi  sono  indipendenti  gli  uni  dagli  altri ,  ed  anzi  una  parte 
di  essi  obbedisce  al  re  di  Siam  ,  e  1'  altra  è  soggetta  a  quello 
della  Gochinchina.  Il  sig.  Langlois,  antico  missionario  del  Tong- 
King,  nelle  sue  note  di  cui  arricchì  il  ragguaglio  del  Pallegoix, 
dice  che  la  voce  muang  la  quale  nella  lingua  di  Laos  significa 
regno  o  città,  suona  lo  stesso  che  il  vocabolo  ananii to  me/zong, 
il  quale  in  questa  stessa  lingua  serve  per  denominare  i  popoli 
che  abitano  le  montagne  poste  a  ponente  e  settentrione  del 
Tong-King  ,  risguardati  dai  Tong-Kinesi  quali  popoli  barbari. 
Così  la  voce  menong  che  nel  linguaggio  di  Anam  si  è  un  ter- 
mine di  disprezzo  e  corrisponde  presso  noi  al  vocabolo  sel- 
vaggio,  ha  nell'idioma  di  Laos  un  significato  onorevole.  Non 
bisogna  poi  confondere  i  Menongi  con  altre  orde  affatto  selva- 
tiche chiamate  iJfoi' :  questi  ultimi  abitano  le  montagne  che  se- 
parano la  Gochinchina  dal  Gamboge  ;  essi  sono  neri  e  molto 
meno  inciviliti  che  noi  sono  i  Menongi.  Parecchie  delle  loro 
orde  sono  persino  antropofaghe  ;  al  contrailo  i  Menongi  hanno 
il  medesimo  coloi'e  che  i  Tong-Kinesi  :  i  lox'o  costumi  sono 
dolci;  essi  sono  semplici,  sinceri,  buoni  e  ospitali  verso  gli 
straniex'i ,  se  si  eccettuano  i  loro  nemici,  verso  i  quali  eglino 
sono  assai  vendicativi.  (Bull.   Soc,  Geog.    i83G). 


STAMPEKIA    GHIRINGIIELLO    E    COMP. 
con  pennissioue. 


97 

Filosofia  —  La  Rsli^ione 
Ossvivuzioni  Jìlosofiche  di  G.  B.   * 


L'Uomo!  Essere  prodigioso  sulla  terra,  la  mente  di  cui  è 
l'espressione  del  presente  e  dell'avvenire,  il  cui  cuore  è  la 
rivelazioqe  di  due  mondi ,  1'  uomo  è  il  gran  mistero  della  natura  ! 
Schiavo  nel  senso,  libero  nell'intelligenza,  osò  talvolta  prostituire 
la  libertà  dello  spirito  alla  schiavitù  della  materia,  e,  creato 
per  il  fine  supremo  della  ragione,  fa  meraviglia  e  dolore  che 
tanto  s'affaticasse  a  conoscere  le  cose  esteriori,  e  tutto  ciò  che 
circonda  l'uomo,  e  s\  poco  ciò  che  è  l'uomo,  ciò  che  ei  può 
divenire,  ciò  che  può  fare  di  bello  e  di  grande.  Tutto  occupato 
nel  vano  del  suo  desiderio,  studiando  l'universo  l'uomo  obliò 
se  stesso,  E  gran  cognizione  è  l' uomo  ,  solo  ed  unico  obietto 
delle  cognizioni,  necessario  principio  della  scienza  ,  elemento 
immutahile  della  natura.  Ed  ha  in  sé  una  cognizione  ,  cogni- 
zione di  gran  cosa,  di  tutte  le  cose  la  più  necessaria,  e  a  sa- 
persi utilissima,  sola  nella  vita  sorgente  di  quelle  ineffabili  con- 
solazioni che  stillano  balsamo  sulle  piaghe  del  cuore  lacerato 
dal  presentimento  medesimo  della  gloria.  Un  Dio  abita  in  noi; 
un  movimento  religioso  ci  viene  dalla  coscienza ,  e  il  cuore 
umano    palpita.   La  religione,    questa   fiamma  divina,  che  arde 

"  Nel  pubblicare  le  seguenti  osservazioni  6losorictjc  che  ci  vennero  gcatilinente 
dall'autore  comunicate,  ci  facciamo  un  dovere  di  dargli  una  pubblica  testimo- 
nianza del  molto  pregio  in  cui  teniamo  il  core  ,  o  1'  ingegno  che  a  lui  delta- 
rono  queste  pagine.  E  ciò  tanto  più  ne  giota ,  cLc  ravvisiamo  in  esse  alcune 
sentenze  contrarie  ad  opinioni  già  da  noi  manifestate  ,  ed  alcune  proposizioni  che 
per  se  stesse  ,  o  per  le  remote  conseguenze  loro  offendono  alquanto  il  nostro 
giudizio.  Siccome  di  queste  noi  terremo  forse  un  qualche  giorno  ragionaaicnto , 
se  non  con  pari  eleganza ,  almeno  con  egual  candore  di  fini ,  speriamo  che  que- 
sta previa  dichiarazione  varrà  in  tal  taso  ad  allonlanare  da  noi  ogni  »ospetto 
di  superbo,  o  d'illaudabile  intento. 

M.    M. 


liei  fondo  delle  anime  pure ,  come  posa  una  goccia  di  rugiada 
entro  il  calice  di  un  fiore,  n'investe  del  sacro  suo  fuoco,  e 
lontana  n'addita  una  speranza,  quella  speranza  che  è  l'ansia 
continua  del  desiderio.  L'uomo  non  opera,  o  non  dee  operare 
in  vista  della  terra,  né  il  calcolo,  ma  la  coscienza  esser  dee 
la  regola  alle  sue  azioni,  e  mira  il  cielo:  non  è  quaggiù  «ib e  ' 
la  filosofia  può  pervenire  alla  soluzione  dei  gravi  probletìii  che 
riguardano  l'essenza  dell'uomo,  e  i  fini  dell'umanità.  E  vero 
che  usano  gli  uomini  a  far  centro  di  se  medesimi  in  tutti  i 
loro  voti ,  e  a  poco  a  poco  chiudendo  1'  orecchio  ad  ogni  voce 
più  santa  di  pietà  e  di  giustizia,  fanno  della  virtù  lo  strumento 
del  supremo  vilissimo  fine  loro,  l'interesse.  Ma  gli  errori  degli 
uomini  formano  una  serie  nei  fatti  dell'umana  imbecillità,  e 
non  costituiscono  le  leggi  generali  della  natura.  Molti  però  che 
fecero  dell'errore  un  fatto  irremeabile  della  natura  ,  fondando 
unicamente  le  loro  teorie  sull'  incostanza  delle  generazioni  , 
diedero  nelle  più  strane  insieme  e  più  malvagie  conseguenze. 
L'  amore  dei  preconcetti  sisl'emi ,  la  troppa  vaghezza  di  nuovi 
ritrovati  fondati  su  teorie  puramente  astratte  ,  e  il  vezzo  di 
/sostituire  l'ipotesi  allo  studio  severo  dei  fatti  positivi,  portarono 
molti  ingegni  a  snaturare  l'indole  del  vero,  e  del  sarcasmo, 
e  della  favola  fare  la  storia  delle  nazioni.  Quindi  ragionarono 
essi,  e  ragionarono  male.  Le  dottrine  irreligiose  che  poi  si  vi-  • 
dero  correre  l'Europa,  portarono  funesti  disinganni  nell'ordine 
intellettuale  e  sociale,  sicché  la  religione  e  la  filosofia,  cui  da 
principio  una  secreta  colleganza  apparentava  ed  univa  fra  loro, 
si  bandirono  addosso  la  croce,  a  gravissimo  danno  dell'uma- 
nità, finché  l'eccesso  stesso  del  male  fu  precipuo  motore  del 
bene.  Una  dottrina  tutta  fondata  sulle  astrattezze  della  ra- 
gione, o  tutta  sul  senso,  sopra  cose  prive  di  realtà  appli- 
cando gli  oggetti  sensibili  ,  e  sopra  cose  spirituali  gli  oggetti 
materiali  ,  doveva  produrre  un  troppo  funesto  risultamento. 
Porre  un  falso  principio,  e  trarne  quindi  le  conseguenze  fu 
l'imperfezione  di  questa  vecchia  falsata  filosofia.  Cosi  la  piena 
dell'errore  sovrastò  alla  verità  della  dottrina,  si  calpestarono 
i  più  sacri  doveri  della  morale,  si  parlò  male  dell'uomo ,  e  di 
Dio.  Ma  ai  secoli  sovrasUmo  i  secoli,   e  all'età  che   viviamo  ,  sia 


99 

conforto  pei  buoni  il  vedere  le  mentì  bramose  di  verità  più  e 
più  infervorarsi  nello  studio  d'una  ben  ragionata  filosofia,  sic- 
ché sia  gloria  della  Italia  l'aver  felicemente  conteso  tra  le  na- 
zioni come  nelle  difficili  scienze  della  natura  ,  così  nello  studio 
della  religione,  che  è  tutta  la  filosofia  dell'uomo. 

Partendo  dai  fatti  della  natura  umana,  e  seguendo  l'osser- 
vazione dei  medesimi ,  si  viene  allo  scoprimento  delle  leggi 
che  li  governano.  E  se  per  formare  un  giusto  e  severo  giudizio, 
è  duopo  governare  la  ragione  secondo  La  realtà ,  e  la  realtà 
secondo  la  ragione  ,  introdurre  U  impero  dei  fatti  nelV  ordine 
intellettuale j  e  quello  delle  intelligenze  nell'ordine  sociale^  una 
mente  guidata  da  un  saggio  eccletticismo  non  potrà  non  avere 
la  persuasione ,  essere  la  religione  in  intima  relazione  coll'essere 
umano,  col  bene  individuale  e  sociale.  —  Dio  ha  fatto  le  intel- 
ligenze per  conoscerlo,  ed  alle  intelligenze  parla  nel  suo  silenzio 
la  voce  dell'  universo.  Chi  intese  questa  voce  e  non  ha  la  co- 
scienza di  Dio?  Che  cosa  è  l'uomo,  e  T  universo  che  lo  cir- 
conda? —  Io  penso,  e  il  mio  pensiero  mi  rivela  una  facoltà 
capace  di  pensare,  libera  come  libero  è  lo  spirito  che  la  pro- 
duce, non  soggetta  alla  legge  universale  dei  corpi,  perchè  priva 
di  parti  e  di  forme,  nello  spazio  e  nel  tempo  non  è  com- 
presa. E  l'idea  congenita  dell'essere  universale,  la  forma  dell' 
intelligenza,  l'elemento  della  ragione,  riverbero  in  noi  di 
quella  suprema  ragione  che  essa  presuppone,  e  dee  necessa- 
riamente presupporre  ,  se  lo  spirito  non .  procede  dalla  mate- 
ria, e  se  la  tnateria  non  costituisce  per  sé  il  fondo  dell'  essere 
umano,  che  é  l'intelligenza.  E  se  é  vero,  che  la  privazione 
del  senso  porta  seco  la  privazione  totale  delle  sensazioni,  per- 
chè lo  spirito  nel  suo  stato  di  perfezione  non  ha  più  bisogno 
né  di  organi  per  sentire,  né  di  sentire  per  giudicare,-  é  pur 
vero  che  il  principio  delle  sensazioni  dee  assolutamente  ripe- 
tersi da  quel  principio  che  ci  fa  vivere,  che  è  l'essenza  di 
tutto  r  uomo  spirituale ,  perché  capace  di  tutte  quelle  mentali 
operazioni,  che  formano  la  proprietà  esclusiva  dell'animo,  e 
che  il  senso  per  sé  non  ha  potuto  produrre  giammai.  E  quando 
animato  dallo  spirito  sente  e  giudica,  non  potrà  giudicare  con 
altra  legge  da  quella  con  cui  giudica  lo  spirito;  che  non  è    il 


100 

senso  ,  ma  lo  spinto  che  giudica  ,  e  può  giudicare  con  altra 
legge  da  quella  con  cui  le  sensazioni  sono  all'ani  me  trasmesse, 
cioè  indipendentemente  da  tutte  le  molteplici  combinazioni  della 
materia.  Né  adunque,  perchè  il  maggiore  o  minore  sviluppo  dell' 
intelligenza  possa  dipendere  dalla  maggiore,  o  minore  imper- 
fezione delle  forme,  la  facoltà  intellettuale  dovrassi  ripetere  dall' 
organizzazione:  la  sua  origine  è  superiore  all'  ordine  fisico  della 
creazione,  è  un  tutto  spirituale  che  non  ha  certamente  servito  ad 
Epicuro  nella  strana  combinazione  di  quegli  atomi  semoventi 
negli  eterni  spazi  del  vuoto.  I  sensisti,  da  che  il  senso  ci  tras- 
mette le  sensazioni,  confondendo  l'effetto  colla  causa,  e  ponendo 
per  principio  ciò  che  non  è,  che  mera  conseguenza,  credettero 
di  persuadere,  la  materia  avere  in  sé  la  causa  delle  operazioni 
intellettuali,  sicché  la  varia  disposizione  degli  organi  dia  tutta 
la  spiegazione  dell'  uomo.  Pure  la  materia  non  sente;  essa  pa- 
tisce: è  la  parte  spirituale  che  agisce  su  di  essa,  la  quale  ci  of- 
fre tutt' altro  risultamento  di  una  macchina,  e  di  un  bruto  che 
agisce  ed  opera  per  impulso,  e  per  un  istinto  puramente  mac- 
chinale. Giudicare  delle  cose,  comporre  e  scomporre  le  idee  ,  la 
forza  di  astrarre  ,  sono  tutti  effetti  di  una  potenza,  che  è  il  vi- 
vere dell'uomo  razionale.  Nihil  est  in  intellectu  quod  prius  non 
fucrit  in  sensu  nisi  ipse  intellectus  ^  diceva  bene  Leibnitz;  havvi 
dunque  in  noi  quel  primo  germe  di  perfcltihilitd  che  dee  es- 
sere sbocciato  col  tempo  ,  quell'  elemento  primitivo  dell'  essere 
pensante,  che  spetta  all'educazione  ed  all'osservazione  di  svi- 
luppare, l'avevamo  in  noi  questa  intelligenza  dal  momento  che 
abbiamo  cominciato  ad  essere,  prima  che  il  senso  servisse  all'ap- 
plicazione della  medesima  ,  ed  alla  formazione  del  raziocinio. 
Se  dunque  quell'/^Ae  intellectiis ,  o  meglio,  l'idea  generale  dell' 
essere,  fu  prima  nel  senso,  avrà  ben  tutt' altra  causa  che  il 
senso,  né  mai  si  potrà  colla  materia  spiegare  lo  spirito,  senza  o 
materializzare  lo  spirito,  o  spiritualizzare  la  materia.  E  una  causa 
universale,  l'essere  costitutivo  della  creazione,  Dio,  e  la  ragione 
che  ci  rischiara  ,  e  l'anima  che  ci  vivifica,  è  in  noi  lo  spi- 
rito di  Dio.  —  Ma  senza  il  Dio  del  suo  essere  il  [freddo  ma- 
terialista diventa  il  più  bel  meccanismo  a  vedere!!!.. 

Io  penso ,  e  come  il  pensiero  presuppone  una  facoltà  suscet- 


101 

libile  di  cjuesta  modificazione  anteriore  all'azione  di  pensare, 
così  mi  poi'ge  l'idea  generale  dell'essere  non  meno  capace  di 
produrre  l'azione,  che  le  varie  modificazioni  della  medesima, 
e  che  dà  un'  infinita  dilatazione  all'  elemento  delle  idee ,  neces^ 
sario  principio  della  scienza.  L' imperfezione  dell'  organica  no- 
stra costituzione  ci  toglie  di  avere  la  cognizione  di  questo  prin- 
cipio ;  ma  la  causa  che  opera  il  suo  sviluppo ,  è  il  mondo.  Il 
me  non  va  senza  contraddizione  disgiunto  dal  fuori  del  me  ,  e 
se  la  cognizione  del  me  porta  seco  la  cognizione  del  non  me, 
che  è  la  natura ,  mi  darà  insieme  la  nozione  della  causalità 
del  me,  e  del  fuori  di  me.  Dio.  Le  cose  che  formano  1'  insieme 
di  questo  tutto  ,  contingenti  e  deperibili,  non  si  danno  per  sé 
l'esistenza;  la  creazione  fu  dunque  necessaria  perchè  esistessero, 
e  tanto  necessaria  che  bisognerebbe  farne  un  fatto  mitologico 
almeno,  se  il  fatto  non  fosse  reale,  per  ispiegar  l'uomo  e  la 
natura.  In  un  mondo ,  dove  tutto  è  soggetto  ed  oggetto ,  ogni 
fatto  di  ragione,  o  meglio,  ogni  cosa  che  la  ragione  ci  presenti 
osservabile  nella  semplice  forma  della  realtà,  vuole,  e  suppone 
l'intrinseca  ragione  dei  fatti,  la  verità,  la  realtà  delle  cose, 
la  natura  obiettiva  ad  un  tempo,  e  subiettiva,  come  l'idea 
dell'attività  e  della  creazione,  vuole  e  suppone  una  potenza  at- 
tiva, indipendente,  creatrice,  senza  la  quale  diverrebbe  la  crea- 
zione una  mera  concezione  della  mente  ,  se  pur  tolta  1'  idea 
dell'  essere  supcriore  col  mondo  delle  realtà,  non  sfumerebbe 
il  regno  delle  astrazioni.  Havvi  dunque  un  princìpio  che  dona 
l'esistenza,  senza  mai  esaurirla  a  se  stesso,  perchè  in  sé  esi- 
stente è  per  sé  di  sua  esistenza  la  causa.  E  il  caso  sarà  il  pa- 
dre della  creazione?  Può  essere,  se  il  principio  incommensura- 
bile della  natura  ,  se  quella  ragione  che,  diffondendo  un  raggio 
animatore  nelle  spesse  tenebre  del  caos ,  diede  una  forma  reale 
e  sensibile  al  nulla ,  se  la  potenza  che  le  correnti  della  vita 
fé'  circolare  per  la  natura  ,  è  il  caso.  Questo  caso  allora  sarà  il 
Dio  che  io  predico  5  però  vi  è  Dio.  Il  negarlo  sarebbe  negare 
il  nostro  essere;  in  esso  viviamo,  ci  moviamo  in  esso,  e  siamo 
per  esso.  Quindi  gli  Atei  predicando  non  esservi  Dio,  confessa- 
vano nello  stesso  tempo ,  e  credevano  a  Dio  ,  come  credevano 
alla  loro  esistenza.  L'ateismo  è  una  contraddizione  di  se  stesso  : 


102 

uii' aderma/.ione  negativa  racchiude  l'idea  di  essere,  la  grande 
idea  dell' eiFetto  e  della  causa,  di  Dio  tutto  intero,  lide»  cioè 
ilei  creato,  e  del  creatore,  dell'uomo,  della  natura,  di  Dio, 
che  sono  le  tre  sorgenti  inesauribili  del  pensiero  ,  i  tre  feno- 
meni elementari  della  coscienza ,  inseparabili  elementi  della 
realtà,  l'uu  dei  quali  è  l'irrefragabile  prova  dell'altro.  Gon- 
ciossiachè  ógni  uomo  che  si  conosce,  conosca  la  natura  e  Dio,  e 
credendo  alla  propria  esistenza,  creda  al  mondo  ed  a  Dio,  ed 
ogni  sua  parola,  ogni  suo  atto,  sia  un  atto  di  fede,  che  dall'al- 
tare della  creazione  innalza  a  Dio.  La  più  orribile  bestemmia 
della  divinità  è  una  concessione  sacrilega  di  Dio. 

Appare  come  la  creazione  costituisca  una  necessaria  univer- 
sale relazione  delle  cose  create  a  Dio,-  poiché  non  può  1' uomo 
aver  la  coscienza  né  di  sé  ,  né  delle  cose  fuori  di  sé ,  se  non 
considera  insieme  quell'  ordine  superiore,  da  cui  dipende  l'or- 
dine inferiore  della  creazione.  Questa  relazione  universale,  che 
forma  come  il  vincolo  del  cielo  e  della  terra,  spiegò  nel  mondo 
la  religione,  però  ch'io  dico  religione  la  secreta  colleganza  del- 
l'effetto  colla  causa,  l'unione  del  contingente,  e  del  necessa- 
rio, la  relazione  intrinseca  del  molteplice  all'uno,  l'unità  che 
si  risolve  nelle  tre  grandi  idee  della  scienza,  l'idea  dell'essere 
univei'sale  ,  1'  essere  universale  dell'idea,  e  1' applicazione  del- 
l'idea  generale  dell'essere,  uomo,  natura,  e  Dio.  Neil' animo, 
come  nella  natura  abbiamo  1'  indelebile  impronta  di  questo 
fatto  ,  sicché  un  cantico  continuo  d'  amore  si  leva  dal  fondo 
dei  cuori  all'autore  dell'  esistenza,  e  le  tacite  maraviglie  della 
natura  esalansi  in  suoni  pieni  d'  armonia  ,  e  narrano  ai  secoli 
la  gloria  di  colui  eh'  era ,  è  e  sarà  nell'  immensità  del  suo 
essere.  E  questa  la  devozione  della  creatura  ,  tipo  dell'  obbe- 
dienza politica  e  sociale  ,  che  spiegandosi  in  altrettanti  atti 
esterni  di  pietà  religiosa,  costituisce  il  culto,  interprete  fedele 
della  ragione  e  del  cuore  ,  e  secreto  motore  della  civiltà  dei 
popoli.  Si  scorge  come  la  religione  poggi  tutta  sull'  ordine  im- 
menso della  ci'eazione  ;  pure  1'  uomo  talvolta  nulla  si  scuote 
alle  grandi  vicissitudini  ,  nelle  quali  la  provvidenza  si  rivela. 
Un  eterno  prodigio  cessa  d'  essere  prodigio  ,  e  V  uomo  cessa  di 
credere  -,  cessando   di   credere  ,   cessa    di   esistere.    La   fede  è  il 


103 

germe  della  morale  nostra  esistenza ,  e  chi  più  non  crede  ,  ne- 
gando la  provvidenza  ,  è  prossimo  a  negare  se  stesso.  Ecco  il 
scetticismo,  il  quale  ha  l'orgoglio  per  fonte,  e  il  mondo  all' 
orgoglio  è  un  libro  chiuso. 

L'  essere  religioso  è  1'  essere  politico  delle  nazioni ,  perchè 
1'  essere  religioso  è  1'  essere  universale  ,  che  crea  e  che  prov- 
vede, causa  elementare  dell'ordine,  che  è  per  tutto  e  in  tutto, 
perchè  è  il  tutto  costituente  delle  parti  e  delle  contingenze  , 
e  tale  impero  esercita  sulla  parte  morale  ed  intellettuale  degli 
uomini ,  qual  n'  usa  nel  regno  materiale  e  fisico  della  natura. 
E  desso  l'anima  delle  nazioni,  perchè  è  l'anima  dell' uomo  5 
ond'  è  la  religione  il  fondamento  della  morale  e  della  legisla- 
zione. —  La  ragione  universale ,  eh'  è  la  ragione  dei  popoli  , 
che  forma  il  consentimento  del  genere  umano,  è  infallibile  su 
questo  principio  ;  tutto  doversi  fare  con  onestà  e  secondo  l  or- 
dine. E  r  ordine  scolpito  nel  cuore  umano  a  norma  delle  a- 
zioni  ,  su  d'  una  gara  reciproca  stabilito  di  uffizi  ,  dell'  uomo 
verso  Dio,  dell'  uomo  verso  i  suoi  simili,  dell'uomo  a  sé  stes- 
so. L'  animo  rifugge  dal  male  per  sentimento  d'  un'  interna 
giustizia  emanata  da  quest'ordine  costituente  un  costume,  fon- 
dato nel  tacito  consenso  degli  uomini.  Che  altro  è  mai  que- 
st'  ordine ,  se  non  è  la  religione  naturale  ,  che  la  mano  di  Dio 
stampò  coir  idea  di  sé  nel  cuore  dei  mortali.  Se  alla  stipula- 
zione d'  un  contrattò  ,  ed  allo  stabilimento  d'  una  costituzione 
l'idea  presiede  dell'  ordine;  non  può  non  efser  utile  il  consi- 
glio ,  il .  fine  òttimo  ,  equo  il  patto  e  lodevole  il  trattato ,  come 
al  bene  dell'  universale  diretti.  Sono  molti  i  fini ,  che  dirigo- 
no le  umane  azioni,  e  il  proprio  interesse  n'  è  l'ultimo;  pure 
r  amore  soverchio  di  sé  fa  nel  mondo  una  funesta  inversione 
di  quest'  ordine ,  e  1'  uomo  si  vede  insidiare  al  suo  simile  per 
un  titolo  mercenario.  A  cotesta  inquietudine  soccorre  la  re- 
ligione. Essa  sola  c'insegna  la  vita  non  esser  lotta  d'interessi, 
ma  scala  di  diritti  e  doveri  reciproci,  vicendevole  permuta- 
mento d'  amarezze  e  di  dolcezze  ,  gara  d'  amore  ,  una  procella 
di  sventure  ,  attraverso  alla  quale  fulgidissimo  rifulge  il  giorno 
beante  dell'  immortalità. 

1  reggitori  dei  popoli  proposero  le   leggi    come    diretlameute 


104 

emanate  da  uu  Nume,  e  loro  persuasero  la  religione  senza  in- 
ventarla. Gonosceano  bene  essere  la  medesima  base  inconcussa 
dell'  economia  politica  e  civile  j  collocarono  perciò  gli  antichi 
la  culla  di  Licurgo  e  di  Giove  vicine  ;  e  gì'  Imperatori  Romani 
univano  il  sacerdozio  alla  potestà  degli  eserciti  e  del  tribunato 
dicendosi  Pontefici  Massimi,  a  significare  il  felice  accordo  della 
religione  e  della  politica.  A  render  più  sicura  la  disciplina  con- 
veniva interessar  la  moralità  degli  uomini  ,  loro  ispirando  la 
persuasione  della  divinità.  Privi  di  questa  persuasione,  tali  che 
sono  tristi  per  consuetudine  ,  osserveranno  le  leggi ,  o  finge- 
ranno d'  osservarle  per  sottrarsi  alle  pene  dei  trasgressori  5  ma 
scevri  da  timore ,  nulla  di  più  santo  sulla  terra,  nulla  saravvì 
di  più  grande ,  che  la  malvagità  loro  rispetti ,  e  che  non  de- 
turpi una  mano  sacrilega  tinta  del  sangue  de'  suoi  fratelli.  Le 
leggi  umane  senza  religione  non  fanno  dei  buoni ,  ma  degli 
ipocriti  ;  uè  si  mantiene  società ,  né  prospera  uno  stato  privo 
di  religiose  credenze.  Nulla  v'ha  di  grande  sulla  terra,  che  ciò 
che  é  stabilito  nell'  ordine  marale  ed  intellettuale*,  e  nelle  idee 
dell'  ordine  materiale  non  havvi  stabilità  senza  i  principj  dell' 
ordine  morale.  I  principj  quando  sono  veri,  dominano  le  in- 
telligenze ,  e  per  conseguenza  le  volontà.  La  religione  però  ch'è 
tutto  r  ordine  morale  signoreggia  le  intelligenze ,  tempera  le 
volontà,  e  si  da  funesti  dissidj  rassicura  le  famiglie,  e  gli  stati 
da  rivoluzioni.  11  talento  è  un  fantasma  senza  un  carattere,  ed 
il  nemico  dell'  ordine ,  se  1'  idea  universale  di  Dio  noi  regge 
nella  vìa  difficile  della  rettitudine.  E  un  popolo  privo  di  spe- 
ranze religiose  è  privo  della  suprema  ragion  civile,  che  lo  man- 
tiene, e  vicino  a  dissolversi.  Quindi  le  massime  propagate  per 
la  filosofia,  ma  bugiarda  filosofia,  portarono  talvolta  al  suici- 
dio, agli  assassinj  ,  agli  attentati  politici,  e  mostrarono,  che 
r  uomo  senza  religione  è  un  animale,  che  non  sente  la  sua  li- 
bertà, se  non  quaudo  sbrana  e  divora.  L'irreligione  ha  l'orgoglio 
per  principio  ,  dura  nei  rivolgimenti  sociali,  ed  il  suo  fine  è  la 
rovina  delle  repubbliche. 

La  religione  fa  gli  uomini  sociali,  e  perfezionando  la  società 
li  rende  civilizzati.  Se  ti  suggerisce  la  pietà  per  un  misero  tuo 
simile ,  e  come  di  ucciderlo  ,  così  ti  vieta  di  non  curare  la  tua 


105 

conserta2Ìone  ,  se  ti  fa  avverso  avvizio,  e  alla  virtù  ti  conforta, 
ti  muove  ad  amare ,  ed  a  fare  agli  altri  ciò  che  vorrestu  ti 
fosse  fatto  3  ciò  tutto  è  per  unire  gli  uomini  e  formare  la  so- 
cietà ,  e  formata  perfezionarla  con  una  progressiva  civilizzazio- 
ne ,  cosicché  r  uomo  non  possa  essere  sociale  senza  essere  reli- 
gioso, ed  essendo  religioso  debba  essere  necessariamente  sociale. 
Numa  ridusse  nelle  obbedienze  civili  un  popolo  ferocissimo 
colla  religione  ;  onde  temevano  i  Romani  più  assai  di  rompere  il 
giuramento,  che  disobbedire  le  leggi.  —  La  religione  vuole  il 
culto,  e  r  osservanza  del  culto  è  cagione  della  grandezza  delle 
repubbliche  ,  e  il  progresso  della  civiltà  è  in  ordine  al  grado 
di  culto  stabilito.  Ove  niun  culto  o  cerimonia,  non  v'ha  ve- 
stigio di  società,  ove  maggior  culto  sino  all'estrema  supersti- 
zione ,  ivi  società  più  colte ,  leggi  più  estese ,  ma  anche  più 
arbitrarie,  come  presso  gli  Egiziani,  ì  Messicani,  i  Bramini. 
Le  cerimonie  operano  molto  sulla  massa  più  numerosa  della 
società ,  la  quale  crede  al  senso  più  che  allo  spirito ,  e  legano 
gì'  individui  in  un  senso  comune  ,  spingendoli  ad  osservare  le 
leggi  della  giustizia  interna,  le  leggi  razionali,  che  sono  il  prin- 
cipio delle  leggi  civili.  Si  provi  questo  fatto  confrontando  l'au- 
mento delle  arti  col  grado  della  più  o  men  complicata  religione. 
Romolo  non  oltrepassò  il  diritto  di  natura  ,  Numa  il  diritto 
delle  genti.  Servo  Tullio  compose  il  gius  civile,  e  la  religione 
acquistò  tutto  il  suo  apparato  di  cerimonie  e  di  superstizione. 
Quindi  il  gius  Papiriano  ,  ed  allora  si  stabilì  un  culto  pubblico, 
e  la  società  si  trovò  costituita  in  governo  civile.  Si  pareggino 
ora  le  società  presenti  colle  antiche  troveremo  il  grado  di 
civiltà  essere  nelle  nostre  maggiore,  perchè  noi  abbiamo  reli- 
gione più  perfetta  *i  con  maestoso  apparato  di  riti ,  con  un  culto 
tutto  simboli  e  misteri ,  ma  senza  superstizione.  La  religione 
accrebbe  nell'  uomo  il  sentimento  di  sociahilitd,  ed  opera  la 
perfezione  sociale ,  perfezione  più  o  men  progressiva  ,  secondo- 
che  più  o  men  perfetta  è  la  religione  ,  e  più  o  men  progres- 
siva è  la  perfetta  religione  degli  uomini. 


I   Paragonata  la  nostra  religione  alle  religioni  pagane  ,  non  si  deve  dire  che 
«  più  perfetta ,  ma  eh'  è  vera,  e  la  soia  Tera  ,  perchè  rirelata  da  Dio  all'uomo. 


106 

Religione  !  chi  non  crede  la  tacita  natura  che  ti  predica  , 
crederà  il  cuore  che  ti  rivela  !  parla  il  cuore ,  e  la  sua  voce  è 
la  voce  d'  un  infinito  numero  di  viventi  ,  che  si  lacera  1'  esi- 
stenza per  sottrarsi  a  quel  male,  che  viene  dalla  smania  sover- 
chia del  hene.  Un  gran  bisogno  ha  scritto  la  mano  di  Dio  nel 
cuore  dei  mortali ,  è  il  bisogno  di  Dio.  Circoscritto  nella  sua  esi- 
stenza, infinito  ne'  suoi  voti ,  l'uomo  è  quasi  un  Dio  diseredato  , 
che  si  sovvien  dei  Cieli ,  e  la  sua  ricordanza  coli' immensità  de' 
suoi  deslderj  gli  è  da  lungi  presaga  della  futura  grandezza. 
Schiavo  sulla  terra  geme  tra  i  ferri  di  sua  prigione  ,  e  gli 
bolle  in  petto  animo  di  libertà  :  un  aspirar  continuo  alla  feli- 
cità è  il  tormento  maggiore  d'  un  cuore  deluso  e  sempre  in- 
felice ,  vuole  amare ,  e  ciò  che  ama  è  fragile.  Avida  sempre 
del  nuovo  e  del  meglio,  quest'infinita  capacità  del  desiderio  si 

slancierebbe  oltre  i  limiti  della  creazione A  questo  bisogno 

universale  soccorre  una  potenza^  che  dirige  gli  umani  destini ,  e 
tutto  vince,  tutto  si  assoggetta,  anche  la  forza  soverchiatrice  delle 
società,  e  fa  tremare  chi  la  conculca.  E  il  sentimento  religioso, 
il  più  forte  degli  umani  affetti  ,  essere  divino,  che  spinge  quel 
cuore  che  tutte  non  abbia  impietrite  le  emozioni  ad  atti  gene- 
rosi nella  società,  e  formando  da  questa  valle  di  pianto,  dove 
gli  uomini  abbandonano  gli  uomini,  delle  relazioni  al  di  la  del 
mondo,  lo  regge  sull'  ali  del  desiderio  e  dell'amore  fin  là,  ove 
un  bene  perfetto  lo  compenserà  dell'  essere  stato  giusto  ,  e  ■  il 
martire  della  vita  coronerà  1'  alloro  della  gloria.  Ed  è  questo 
sentimento ,  che  la  consuetudine  indurre  ,  né  la  forza  potè  sof- 
focare giammai,  che  portò  la  religione  sopra  la  terra.  E  la  sua 
influenza,  che  non  è  un  costume,  ma  legge  universale,  non 
soggetta  alla  restrizione  degli  umani  statuti  ,  prova  come  la 
religione  non  sia  opera  degli  uomini,  ma  all'uomo  connaturale, 
ed  in  intima  relazione  coi  fini  dell'umanità.  Havvi  degli  istanti 
nella  vita,  che  questo  sentimento  si  fa  più  vivamente  sentire. 
Havvi  dei  secreti,  che  le  menti  volgari  non  possono  né  com- 
prendere, né  sentire;  degli  uomini  condannati  all'oblio  edalla 
miseria ,  cui  la  singolarità  è  spregio  e  la  grandezza  delitto  , 
sembrano  maledire  la  provvidenza.  Sorge  allora  quest'  essere 
divino  e  benefico,  e  mossi  gli  animi  a   religione,   loi'o   inspira 


107 

quella  costanza,  senza  la  quale  non  hanno  pace  le  coscienze, 
e  le  nazioni  grandezza  ,  rendendoci  maggiori  della  propria  de- 
bolezza, e  dell'altrui  prepotenza.  La  sciagura  è  scala  al  cielo. 
La  religione  scese  dal  cielo  in  terra  a  infiorarne  di  care  spe- 
ranze la  vita,  e  non  v'ha  un  giorno  mai,  che  dell'umana  di- 
sperazione sorger  non  faccia  il  pensiero  di  Dio  un'  immortale 
speranza.  Ch'egli  è  dolce  a  un'anima  desolata  senza  un  cuore, 
un  sol  cuore  almeno  che  1'  ami,  ove  la  piena  riversi  di  quel 
dolore  che  l'opprime,  ch'egli  è  dolce  nel  sacro  recesso  d'un 
tempio,  quivi  dove  tace  il  tumulto  delle  passioni,  e  l'eco  dei 
mondani  non  ripercote  le  solitarie  pareti,  sposare  i  suoi  lamenti 
all'ara  benefica  della  religione,  invocando  un  nume  propizio 
agli  esseri  sventurati  ,  confidare  a  Dio  ciò  che  gli  uomini  non 
sanno,  e  stemprati  in  lagrime  di  pietà  volgergli  il  prego  puris- 
simo della  sventura!  e  Dio  non  è  sordo  all'infelice.  Una  gioja 
secreta  discenderà  nel  fondo  del  suo  cuore ,  inondandolo  di 
quelle  consolazioni ,  che  formano  il  continuo  salmo  d'amore  dei 
beali.  Ecco  l' uomo  e  la  sua  religione.  —  Se  la  filosofia  più  cre- 
dendo la  ragione ,  che  l'entusiasmo  non  avesse  tropp'  oltre  va- 
gato nel  mondo  aereo  delle  astrazioni,  ma  fermata  sull'  uni- 
verso avesse  maggiormente  pensato  e  sugli  oggetti  esistenti,  e 
sopra  il  subjetto  medesimo  delle  cognizioni  che  è  l'uomo,  meno 
increduli  avrebbero  lacerato  il  mistico  velo  della  religione ,  e 
meno  turbamenti  sociali  e  polìtici  rivolgimenti  conterebbero  ne- 
gli annali  delle  nazioni.  Così  avrebbe  il  filosofo  veduto,  chela 
ove  più  pesa  la  barbarie ,  e  più  lurida  miseria  rode  le  viscere 
della  terra  ,  a  più  chiari  segni  si  rivelano  i  fini  altissimi  della 
provvidenza,  e  che  ove  stridono  più  furiosi  gli  aquiloni,  v'aleg- 
gia anche  più  soave  uno  zeffiro  di  paradiso. 


108 
S<]iEivzE  Sociali  e  Amministrative. 

Cenni  storici  sulle  Casse  di  Bisparinio  _,  e  della  loro  utilità  ^ 
ed  unione   colle  Banche  agricole   ed   Industriali. 


Ricordevoli  della  promessa  che  abbiam  fatta  in  uno  de' 
precedenti  numeri  di  questo  Giornale ,  noi  si  facciamo  a  dare 
alcuni  ragguagli  sulle  casse  di  risparmio ,  considerandole  sotto 
i  varii  loro  rapporti. 

Partendo  dal  punto  storico  i  nostri  lettori  già  sanno  cLe  si 
credeva  generalmente  che  1'  istituzione  delle  casse  di  risparmio 
ripetesse  la  sua  origine  dall'Inghilterra:  e  questa  non  solamente 
era  l'opinione  del  volgo,  ma  quella  pur  anco  delle  persone 
Istrutte.  Dall'Inghilterra  difatti  ci  era  venuta  la  conoscenza  delle 
casse  di  risparmio  quali  ora  noi  le  vediamo  costituite,  e  senza 
la  popolarità  ed  il  perfezionamento  che  colà  ricevettero,  ci  sa- 
rebbero forse  ancora  ignote. 

Fu  quindi  soltanto  il  sig.  Alfonso  di  Candolle  il  primo  che 
in  una  sua  recentissima  memoria  cercò  di  rivendicare  la  glo- 
ria della  loro  origine  alla  Svizzera  sua  patria. 

Stando  dunque  alle  ricerche  di  questo  scrittore  il  nascimento 
delle  casse  di  risparmio  avrebbe  avuto  luogo  nella  Svizzera,  e 
la  prima  sarebbe  stata  quella  ch'egli  scoperse  fondata  in  Berna 
sino  dall'anno  178^5  e  così  undici  anni  avanti  che  sorgesse  la 
prima  cassa  inglese. 

Ignoto  rimase  il  nome  del  suo  fondatore.  Modesto  cittadino 
egli  volle  lasciarne  tutta  la  gloria  alla  sua  patria ,  che  già  aveva 
tanti  titoli  all'  ammirazione  delle  altre  nazioni. 

Ben  è  vero  che  questa  prima  cassa  elvetica  non  era  stata 
aperta  col  nome  di  cassa  di  risparmio ,  ma  bensì  con  quello  di 
cassa  de' domestici:,  ed  ove  si  consideri  che  in  quell'epoca  spe- 
cialmente, ed  in  un  paese  come  la  Svizzera  i  domestici  non  do- 
vevano essere  molto  numerosi,  sì  comprenderà  di  leggieri  che 
le  operazioni  di  quella  cassa  non  dovevano  essere  molto  estese- 


109 

Ciò  nulla  meno  sulle  tracce  di  q^uesta  ,  un'  altra  seconda 
cassa  venne  cinque  anni  dopo  (  1792)  fondata  in  Basilea,  alla 
quale  però  venivano  eziandio  ammessi  i  depositi  di  qualunque 
altro    individuo    ancorché  non  fosse  famiglio.  r 

Prima  però  ancora  del  1789  un'altra  già  ve  ne  esisteva  in  Gi- 
nevra, ma  ancor  meno  analoga  alle  odierne  casse  di  risparmio  j 
e  eebbene  queste  tre  più  antiche  casse  non  fossero  neppure  fra 
di  loro  propriamente  le  stesse,  egli  non  è  però  men  vero  che 
presentano  tutte  un  germe ,  uno  sviluppo  ,  ed  uno  scopo  con- 
forme a  qudlle  delle  vigenti  casse  di  risparmio. 

Se  volentieri  non  si  dovesse  perdonare  al  sig.  di  CandoUe 
quella  predilezione  eh'  egli  in  simili  ricerche  accorda  alla  sua 
terra  natale ,  ben  gli  si  potrebbe  osservare  che  quando  ,'si  voglia 
tener  conto  delle  lontane  analogie,  anche  in  altri  paesi  e  nel- 
r  Italia  soprattutto  si  ritrova  da  remotissimo  tempo  il  tipo  delle 
casse  di  risparmio.  Lo  possono  attestare  le  corporazioni  così 
potenti  delle  arti  di  Firenze,  quelle  di  Genova,  e  di  Napoli; 
e  non  ultime  a  fare  la  stessa  testimonianza  sarebbero  le  compa- 
gnie degli  artisti  di  Torino.   *i. 

Sarebbe  difatti  impossibil  cosa  non  che  un  errore  lo  immagi- 
nare che  queste  associazioni  sussistessero  senza  avere  per  prin- 
cipale oggetto  i  mutui  sussidii  de' suoi  membri,  e  senza  che  negli 
antichi  loro  statuti  si  trovasse  per  legge  espressa  V  obbligo  di 
formare  un  deposito  proporzionato  alle  forze  di  ciascun  confra- 
tello, che  dovesse  servire  a  sollievo  dei  confratelli  invalidi,  o 
caduti  nella  miseiùa. 


*i.  Sino  dal  XVI  secolo  troviamo  in  Napoli  sintomi  non  equivoci  dello  spi- 
rito di  associazione.  Nelle  regie  Prammatiche  del  i558  si  leggono  queste  indi- 
cazioni :  Sociftà  di  assicurazione  tanto  pei  casi  di  naufragio  ,  prede  ed  altre 
fortune  di  mare,  guanto  pe^  rischi  e  pericoli  per  terra  —  Esistevano  pur  anche 
i  Monti  Jì-umeiUari,  la  compagnia  i/i  sicurezza  marittima  approvata  sino  dal  l'jSi, 
quella  del  Corallo  del  1790,  e  finalmente  le  cosi  dette  Colonne  di  assicura- 
zione vinaria  ,  olearia  ,  v.suviana. 

Non  mancano  neppure  gli  esempi  patrii.  Citeremo  soltanto  quello  dell' Z7/iio/ie 
Pio-tipograjica  eretta  in  Torino  sino  dal  1788,  dove  si  trova  stabilito  il  de- 
posito di  un  soldo  da  farsi  da  ciascun  individuo  per  ciascheduna  settimana,  ed 
il  soccorso  di  5o  soldi  per  settimana  in  caso  di  malattìa.  —  Questi  sussidi!  ia 
progresso  si  aumentarono. 


110 

Ma  continuando  a  parlare  delle  cTfcsse  di  risparmio  fondate 
nella  Svizzera,  diremo  dietra  alle  iadagini  dello  stesso  sig.  di 
Candolle^  che  esse  non  tardarono  lungo  tempo  a  propagarsi  in 
tutti  i  cantoni  di  quella  repubblica,  cosicché  dal  i8o5  sino  al 
giorno  d'  oggi  undici  regolari  casse  di  risparmio  nella  più  fio- 
rente loro  attività  già  vi  si  trovano  stabilito  ;  fra  cui  quella  re- 
cente del  cantone  Ticino  aperta  soltanto  in  dicembre    i833. 

La  trascuratezza  e  1'  ingiustizia  talvolta  con  cui  si  studiano 
le  istituzioni  di  alcune  meno  potenti  o  meno  felici  nazioni , 
trasse  dall'  amore  di  patria  del  sig.  Candolle  questa  eloquente 
esclamazione  che  dovrebbe  eccheggiare  in  tutti  i  cuori  italiani. — 

«  Si  scorre  la  Svizzera  per  vederne  i  laghi,  le  montagne,  le 
»  cascate,  come  si  viaggia  in  Italia  per  vedere  i  monumenti 
»  delle  belle  arti.  Ma  poi  va  in  questi  due  paesi  troppo  so- 
»  venti  dimenticato  che  vi  esistono  altresì  delle  istituzioni  degne 
»  di  essere  esaminate ,  non  fosse  che  per  il  carattere  della  loro 
»   originalità.  » 

Passando  alla  storia  delle  casse  di  risparmio  in  Inghilterra , 
giusto  è  di  confessare ,  eh'  egli  è  quivi  dove  ricevettero  maggior 
regolarità  ed  ingrandimento  a  segno  che  divennero  il  modello 
di  quelle  che  poscia  quasi  ovunque  si  fondarono. 

Egualmente  ingiusto  sarebbe  tacere  che  i  primi  a  fondare 
queste  istituzioni  in  Inghilterra  furono  le  donne  e  gli  ecclesia- 
stici: le  donne  rivolgendo  a  questo  genere  di  beneficenza  quel 
senso  di  compassione  e  di  sagrifizio  di  cui  la  natura  le  ha  più 
largamente  dotate  5  gli  ecclesiastici  consacrandovi  quello  zelo  e 
quella  carità  che  la  religione  ed  il  proprio  stato  loro  insegna 
dovunque. 

Cosi  una  donna,  la  signora  Vakefield,  fa  la  fondatrice  della 
prima  cassa  inglese  nel  1792,  e  nell' amministrarla  vi  venne 
poscia  secondata  da  un  rispettabile  proprietario  il  sig.  Sperling. 

Questa  cassa  era  da  principio  soltanto  destinata  per  le  donne 
ed  i  fanciulli  poveri ,  ma  dopo  la  signora  Powell  ne  prese  nel 
i8o4  la  direzione,  e  veggendo  prosperati  i  suoi  sforzi ,  la  cangiò 
in  una  cassa  di  risparmio  aperta  per  ogui  classe  di  persone. 

In  seguito  il  reverendo  signor  Giuseppe  Smith  nel  1799 
fondò  a  Wendover  una  cassa  di  risparmio  col  titolo  di  Società 


Ili 

per  r  incoraggiamento  della  prudenza  e  dell'  industria.  Ingegnoso 
si  è  il  metodo  adoperato  da  questo  zelante  ecclesiastico.  Egli 
compose  un  Prospetto,  e  la  fece  circolare  nella  sua  parrocchia. 
Vi  annunziava  che  avrebbe  ricevuto  ogni  domenica,  pendente 
la  bella  stagione ,  i  piccioli  risparmi  de'  lavoratori ,  obbligan- 
dosi in  fine  dell'anno  a  restituirli  coll'aumento  del  terzo.  Per 
diffondere  poi  questo  Prospetto  ei  lo  fece  copiare  dai  giovani 
scolari,  e  stanziò  in  loro  capo  il  tenue  prodotto  che  loro  aveva 
assegnato  per  questo  lavoro.  Non  è  mestieri  soggiungere  che  ad 
un  benefiziò  così  generoso  sopperivano  le  volontarie  largizioni 
de'  più  ricchi  e  caritatevoli  parrocchiani. 

Il  bell'esempio  fu  di  lì  a  poco  seguitato  nella  Scozia,  e  quivi 
anche  per  cura  di  altri  ecclesiastici  si  fondarono  due  casse  di 
risparmio  negli  anni    1807,  e   1810. 

Già  nel  1808  un'  altra  ne  era  stata  instituita  in  Bath  a  fa- 
vore -dei  domestici  per  opera  di  Isabella  Douglas  ,  e  nel  1 8 1 3 
la  società  di  Edimburgo  coli' intento  di  estirpare  la  mendicità 
lina  ne  fondò  di  più  estesa  portata  ,  che  ebbe  un  grandissimo 
successo.  Così  se  nella  Scozia  più  non  si  troverebbe  oggidì  quella 
povertà  e  quella  rozzezza  selvaggia  che  con  sì  parlanti  colori 
ci  viene  dipinta  da  Walter-Scott,  vi  sì  troverebbe  però  ancora 
quello  spirito  fermo  ,  prudente ,  calcolatore  che  tanto  favoreg- 
gia questo  genere  d'istituzioni.  Prova  ne  sia,  l'averne  il  Dottor 
Baird,  fatto  stabilir  quattro  in  quattro  distinti  sobborghi  col 
titolo  di  succursali. 

Nella  stessa  città  di  Bath  poi  che  già  aveva  veduto  prospe- 
rare la  cassa  de'  domestici,  si  eresse  nel  181 5  una  vera  cassa 
di  risparmio  accessibile  a  tutti ,  e  tale  fu  la  perfezione  de'  suoi 
statuti  che  ben  tosto  meritò  la  più  grande  confidenza  del  pub- 
blico. 

Londra  ebbe  allora  finalmente  anche  la  sua  cassa  di  rispar- 
mio, fondata  nel  1816  da  una  società  di  benefattori  sotto  la 
presidenza  del  signor  Tommaso  Baring.  Quindi  le  casse  di  ri- 
sparmio cominciarono  a  moltiplicarsi  a  segno  che  il  12  luglio 
i8iy  il  parlamento  dovette  intervenire  onde  dar  loro  una  re- 
gola certa  ed  autorevole.  Così  sul  fine  di  questo  stesso  anno 
nella  sola  Inghilterra  e  nel  principato  di  Galles  già    si    conta- 


112 

vano  »oi   casse  di  risparmio,  e  da  quell'anno  poi  insiuo  a  noi 
il  loro  numero  si  è  ancora  prodigiosamente  accresciuto. 

Avuto  riguardo  all'  attività  fiaucese,  ed  alla  facoltà  di  que- 
sta nazione ,  non  diremo  di  far  propria  ogni  altrui  scoperta ,  ma 
bensì  di  fare  tutti  gli  esperimenti  su  di  qualunque  nuova  molla 
sociale  ed  amministrativa  che  venga  trovata ,  quella  delle  casse 
di  risparmio  tardò  alquanto  in  Francia  a  venir  messa  alla  prova. 

Quindi  la  prima  che  si  vide  in  Francia  fu  quella  fondata  in 
Parigi  il  i5  novembre  i8i8  mercè  l'opera  del  signor  Beniamino 
Delessert,  che  avendo  meditato  sui  regolamenti  delle  casse  di 
risparmio  fondate  in  Londra,  li  comunicò  alla  compagnia  delle 
assicurazioni  marittime  che  ne  fece  redigere  gli  statuti ,  stati  po- 
scia il  29  luglio  1818  approvati  dal  Governo.  Questa  compa- 
gnia presieduta  dal  Duca  Kochefoucaud-Liaucourt  ne  rimase  quindi 
la  direttrice. 

Ma  dato  appena  e  ricevuto  l'impulso,  più  non  cessarono  in 
Francia  le  casse  di  risparmio  dal  fare  i  più  rapidi  progressi  : 
e  questi  sono  in  gran  parte  dovuti  allo  zelo  ed  alle  fatiche^ 
dello  stesso  sig.  Delessert ,  il  quale  sia  per  le  interessanti  rela- 
zioni, che  per  le  proposizioni  che  presentò  alla  Camera  dei 
Deputati ,  procacciò  alla  Francia  quella  legge  che  ora  regola 
questa  istituzione,  e  che  avrà  forse  il  vanto  di  far  ancora  aprire, 
come  colà  si  spera  ,  una  cassa  di  risparmio  in  ciascun  circon- 
dario,  quantunque  il  loro  numero  al  primo  d'ottobre  i835  già 
salisse  a  cento  quarantasette. 

Ad  imitazione  frattanto  della  Svizzera  ,  dell'  Inghilterra  ^  e 
della  Francia  ,  molti  altri  stati  d'  Europa ,  ed  anche  fuori 
d'  Europa  si  affrettarono  d' introdurre  le  casse  di  risparmio.  La 
Sassonia,  le  città  libere  dell' AUemagna,  gli  Stati-Uniti,  il  Belgio, 
la  Svezia  ,  e  la  Norvegia  non  solamente  le  adottarono,  ma  colla 
più  nobil  gara  le  favoreggiarono  ,  ed  il  vantaggio  delle  popo- 
lazioni premiò  i  loro  sforzi  generosi. 

Notarono  alcuni  che  lo  stabilimento  delle  casse  di  risparmio 
ebbe  l'iniziativa  nei  paesi  protestanti,  ma  se  ciò  è  vero,  si 
deve  però  tosto  convenire  che  1'  esempio  filantropico  non  indu- 
giò poscia  gran  fatto  a  metter  anche  radici  nei  paesi  cattolici. 

Ptrj  non  solamente  in  Francia,   ma  anche  in  Italia  ebbero 


115 

accoglletiza  e  favort;,  Sarebbe  qui  troppo  luuyo  farne  11  novero 
di  tutte,  e  diremo  soltanto  che  havvene  In  Napoli,  cbe  una 
floridissima  ve  n'ha  in  Toscana,  e  clie  in  Lombardia,  oltre  a 
quella  centralo  di  Milano  ve  n'  hanno  sette  altre  figliali.  Recen- 
temente poi  ancora  una  se  ne  apri  in  Roma  *i. 

Torino  già  ne  conta  una  sino  dal  ìS-a'J  ,  testé  ampliata  colla 
notlficanza  del  9  ^bre  i83(J.  Questa  e  quelle  fondate  in  Clam- 
berl,  in  Novara  ed  in  Alessandria  provano  sufficienlemeule , 
che  In  Piemonte  lo  spirito  di  beneficenza  e  di  associazione  non 
è  aiFatto  sconosciuto  ,   né  inattivo. 

Qualora  dal  punto  di  vista  storico  si  voglia  risalire  a  con- 
siderare le  casse  di.  risparmio  dal  lato  morale,  si  vede  in  un 
tratto  la  loro  immensa  utilità. 

Dopo  le  dimostrazioni  teoi-lche  €  pratiche,  che  sono  oggimai 
a  notìzia  di  chiunque,  sarebbe  soverchio  aggiunger  nuove  pa- 
role per  confermare  una  verità  già  tanto  conosciuta. 

Basti  pertanto  riferir  quelle  che  il  sig.  conte  Roy  pronunciò 
nel  suo  rapporto  alla  Camera  del  Pari  —  «  Nessuna  Istituzione, 
»  egli  dice,  merita  la  benevolenza,  e  dicasi  pure  il  favore  della 
»  nazione,  e  del  Sovrano,  quanto  quelle  che  tendono  a  chia- 
»  mare  le  classi  inferiori  al  lavoro  ed  all'economia,  a  procurarsi 
»  de'  proventi ,  ed  a  crearsi  delle  sostanze  per  la  vecchiezza.  » 
—  Non  v'  ha  dubbio  difaili  che  colui  il  quale  da  questa  isti- 
tuzione è  invitato  a  fare  nn  risparmio  sui  propril  guadagni  ,  e 
che  è  poi  certo  di  ritrovarlo  nei  giorni  del  bisogno  ,  quegli 
che  viene  cosi  avvezzato  alla  previdenza,  ad  una,  direni  quasi, 
attività  morale,  questi  coutralterrà  l'abitudine  del  lavoro,  e 
l'amore  dell'ordine,  e  mentre  più  non  resterà  adescato  dalle 
attrattive  dello  scialacquamento,  sarà  nello  stesso  tempo  riscat- 
tato dalla  necessità,  o  disingannato  dalla  speranza  di  trovare 
nella  carità  pubblica  un  riparo  alla  miseria,  cesserà  dal  pol- 
trire ueir  ignavia,  e  quando  il  delitto  venisse  a  tentarlo  saprà 
resistere  al  perfido  invito. 

*i  È  coniolante  l'avvertire  che  la  sola  cassa  di  Firenze  al  3i  dicembre  i83'(, 
e  dopo  «oli  cinque  anni  di-esistenza,  aveva  già  di  utile  uelto  fiorini  i6,75G,a6, 
per  nna  qual  somma  non  msncò  poi  1'  impiego   in  aumeuto  della  sicssa  Cd^^i^. 


114 

La  altro  benefizio  morale  meno  Torse  osservalo  ,  ma  però 
non  meno  importante,  viene  con  queste  parole  rappresentato 
da  quei  caldi  filantropi  di  Firenze.  —  «  Il  sussidio  fatto  per 
»  mezzo  della  cassa  di  risparmio  al  povero  che  si  vuol  sov- 
»  venire  sarà  più  rispettato  e  ricevuto  a  seconda  del  biso- 
»  gno  . .  .  Piglierà  agli  ocelli  delle  persone  soccorse  un  certo  tal 
»  qual  sembiante  di  proprietà  che  risparmierà  qualche  rossore 
»  ai  bisognosi  occulti  e  verecondi  ,•  e  nei  bisognosi  avviliti  dal 
»  sentimento  di  non  aver  nulla,  rialzerà  quel  coraggio  e  quella 
»  dignità  morale  che  è  il  principio  della  interna  rigenerazio- 
»  ne,  e  che  non  può  sussistere  senza  la  coscienza  di  posse- 
»  der    qualche  cosa.  Esso    piglierà    ancora  il    sembiante  di  un 

«    capitale  che  si  riproduce 

»  Questa  potenza  morale  che  può  acquistare  la  limosina,  fa 
»  al  povero  un  maggior  bene  di  quello  che  possa  fargliene  il 
»   suo  materiale  soccorso.   » 

Risultali  cosi  soddisfacenti  sono  dovunque  confermati  dall' 
esperienza,  la  quale  ha  mostrato  che  fra  i  mezzi  di  diminuire 
il  pauperismo,  le  casse    di    risparmio  sono  ì  più  efficaci. 

Sotto  il  rapporto  politico  poi  le  casse  di  risparmio  fruttano 
pur  auco  un  gran  bene.  In  effetto  per  esse  si  aumenta  il  numero 
degli  individui  più  direttamente  interessati  al  mantenimento 
dell'ordine  pubblico,  imperocché  colui  che  possiede  una  quan- 
tunque piccola  rendita  che  gli  preme  di  conservare,  è  il  primo 
a  paventare  le  conseguenze  delle  rivoluzioni  e  dell'anarchia  , 
perchè  è  il  primo  che  riceverebbe  danno  dai  fallimenti  ,  dalle 
deficenze  dell'  erario  ,  dal  saccheggio  de'  fondachi.  Due  esempi 
si  adducono  in  prova  di  questo  fatto.  Il  primo  si  è  il  contegno 
della  guardia  nazionale  di  Parigi ,  composta  massimamente  di 
piccioli  capitalisti.  Il  secondo  viene  offerto  dalla  stabile  tranquil- 
lità dell'Inghilterra  e  dell'Olanda,  dove  le  grandi  masse  della 
popolazione  nulla  posseggono  in  benifondi,  e  tengono  tutto  il 
loro  patrimonio  in  tenui  capitali,  e  nelle  rendite. 

Dal  lato  legislativo,  non  appena  l'istituzione  delle  casse  di 
risparmio  prese  incremento,  che  dovette  trarre  a  sé  la  solleci- 
tudine del  Governo.  Dove  però  cominciarono  a  reggersi  con  leggi 
dello  stato  si  fu  nell'  Inghilterra,  (jàindi  la  legislazione    che    vi 


115 

venne  applicata  fu  pressoché  dappeilulto  ricevuta,  con  quelle 
modificazioui    però    che   le  circostanze  locali  parvero  suggerire. 

Così  in  Francia  1'  ultima  legge  generale,  che  dopo  varie  altre 
speciali  ordinanze  si  pubblicò  per  sottoporre  a  sanzioni  unifor- 
mi le  casse  di  risparmio,  si  è  quella  del  5  giugno  i83j.  Se- 
condo 11  suo  disposto  le  casse  possono  fondarsi  tanto  dai  corpi 
morali ,  come  dalle  società  private.  La  loro  durata  è  libera.  I 
depositi  non  possono  eccedere  li  3[m.  franchi,  né  essere  minori 
di  un  franco.  La  legge  inglese  si  riservò  espressamente  la  facoltà 
sia  di  rifiutare  un  deposito,  come  di  restituirlo  se  già  accettalo. 
Lo  stesso  si  pratica  nell'amministrazione  delle  casse  di  Francia, 
sebbene  la  legge  taccia  su  questo  particolare. 

In  Inghilterra  le  donne,  i  fanciulli,  ed  i  minori  sono  am- 
messi ad  avere  delle  cedole  sulle  casse  di  risparmio.  Soltanto 
a  riguardo  di  queste  persone  circa  i  depositi  ed  i  rimborsi  sono 
prescritte  alcune  discipline  tanto  in  Inghilterra,  come  in  Fran- 
cia   neir  interesse  della  pubblica  morale. 

In  Toscana  la  legislazione  non  ha  ancor  pres^  iniziativa  in 
questo  importante  ramo  di  pubblica  economia.  Esso  viene  sol- 
tanto regolato  dal  manifesto  costitutivo  della  società  fondatrice 
della  cassa  di  risparmio  ^  e  dal  relativo  regolamento  approvato 
dal  Gran  Duca. 

La  società  è  composta  di  cento  soci  fra  i  più  cospicui  cit- 
tadini di  Firenze,  fra  cui  vent'  una  donna,  delle  quali  sei  prin- 
cipesse. La  somma  esposta  dai  socj  per  la  dote  della  cassa  si  è 
di  6[m.  fiorini.  L'  interesse  che  si  corrisponde  ai  deponenti  è 
fissato  come  in  Francia  al  /^  per  cento.  Ma  assai  meglio  che  in 
Francia  viene  preveduto  il  caso  dello  scioglimento  della  cassa  e 
della  società',  egli  non  vi  è  premesso ,  che  per  l'effetto  di  cir- 
costanze m>aggiori ,    e  non  mai  della  libera    volontà  dei    jiocj. 

In  Piemonte  neppure  è  sinora  sancita  alcuna  legge  dello  Stivto 
sopra  le  casse  di  risparmio.  I  particolari  regolamenti  emanati 
dalle  città  stesse  che  ne  hanno  fondate,  sono  ancora  le  vsole  leggi 
che  le  reggono.  Lo  scioglimento  di  esse  rimane  facoltativo  alle 
città  medesime.  L'interesse  è  pur  anche  stabilito  al  4  P*^^'  *^' 

Nell'ordinamento  della  cassa  di  Torino  ampliata  colla  già 
citala  notificanza  del  <>  ^bre    i8d6,  si  osserva  una  disposi/ioifè 


110 

pia  generosa ,  che  In  quella  di  Firenze,  la  questa  si  paga  il  li- 
bretto che  vien  rilasciato  al  prestatore,  eolie  gli  serve  di  titolo 
personale ,  in  quella  si  rilascia  gratuitamente.  Fra  le  altre  limi- 
tazioni necessarie  e  ben  pensate  ,  non  si  potrebbe  egualmente 
locar  quella  che  ammette  soltanto  gli  abitanti  di  Torino,  e  del 
stio  territorio  a  far  depositi  nella  cassa  di  risparmio  ,  se  però 
questa  troppo  municipale  provvidenza  non  racchiudesse  il  tacito 
consiglio  alle  altre  città  di  fondare  anch'esse  delle  simili  casse, 
e  non  facesse  lo  stesso  invito  ai  generosi  di  riunire  una  società 
con  questo  scopo.  Del  resto  ottima  provvisione  si  è  quella  dell' 
aver  stabilito  l'impiego  a  moltiplico,  per  modo  che  anche  sugli 
interessi  non  esatti,  e  per  ogni  cinquina  di  lire  torna  a  decor- 
rere lo  stesso  benefizio  del  per  \  cento. 

Da  queste  poche  osservazioni  si  conosce  che  in  Italia,  e  spe- 
cialmente in  Piemonte  le  casse  di  risparmio  non  hanno  ancora 
ricevuta  tutta  quella  estensione  e  popolarità,  di  cui  abbisognano 
per  essere  profittevoli  all'universale,  e  che  sinora  sono  ancora 
piutt(?sto  un'agenzia  municipale  a  guisa  di  semplice  esperimento, 
che  una  istituzione  nazionale,  compresa  dal  pubblico,  genera- 
lizzata  e  sussidiata   dalla  potestà   superiore. 

Il  dare  maggiori  ragguagli  sulla  legislazione  delle  casse  di 
risparmio,  che  già  divenne  in  qualche  contrada  alquanto  com- 
plicata, ci  trarrebbe  fuori  dei  limili  di  questo  Giornale:  perciò 
speriamo  che  i  nostri  lettori  vorranno  perdonarci  il  laconismo, 
con   cui  per  ora  1'  abbiamo  trascorsa. 

Non  ci  resta  più  che  a  parlare  delle  casse  di  risparmio  sotto 
il  rapporto  della  loro  opportunità  pratica  e  locale,  poiché  i  loro 
progressi  ed  i  loro  vantaggi  potranno  bensì  essere  veri  in  astratto 
o  presso  qualche  nazione  ;  ma  saranno  poi  esse  egualmente  op- 
portune intatti  i  paesi,  convenevoli  alle  abitudini  ed  agli  inte- 
ressi locali,  riuscibili  dappertutto  insomma?  Ecco  il  problema  che 
agli  occhi    di  taluni   non  può  ancora  risolversi  affermativamente. 

Quanto  a  noi  già  vedemmo  provato  coli'  autorità  dei  fatti 
che  questa  istituzione  con  prospero  successo  pose  radice  in  pa- 
recchi stati  d'Italia,  e  che  in  Piemonte  pur  anche  può  alli- 
gnare e  portar  frutti  preziosi. 

Sarebbe  soltanto   da  desiderarsi  che  il  loro  numero    si    mol- 


117 

liplicasse,  e  che  il  loro  piano  venisse  formato  sopra  basi  più 
larghe ,  e  poscia  spiegato  con  tutta  ij[uella ,  direm  cjuasi  ,  evan- 
gelica semplicità,  che  si  trova  nelle  istruzioni  annesse  al  rego- 
lamento della  cassa  di  Firenze.  Al  fanciullo ,  e  al  debole  si  deve 
spezzare  quel  pane  che  loro  si  vuol  dare  per  nutrimento. 

Del  resto  il  credito  dello  stato  salito  a  un  grado,  a  cui  pochi 
altri  stati  pervengono,  osi  mantengono  pervenuti,  prova  che  in 
Piemonte  molta  e  gagliarda  è  la  pubblica  confidenza,  e  questa, 
come  ognun  sa,  è  la  prima  base  delle  casse  di  risparmio,  ove  di- 
scenda eziandio,  come  non  può  dubitarsi,  nelle  private  relazioni. 

Quanto  ai  mezzi  materiali  nessuno  farà  al  Piemonte  il  torlo 
di  credere  che  in  esso  siano  insufficienti  per  lo  incremento 
delle  casse  di  risparmio,  quando  veggiamo  che  prosperano  in 
Scozia  e  nella  Svizzera,  paesi  assai  meno   ubertosi    del  nostro. 

Ad  onta  di  ciò,  e  ad  onta  anche  che  non  si  possa  dissimu- 
lare che  lo  spirito  di  associazione  sfavilla  pur  anco  in  Piemonte, 
come  lo  attestano  molte  società  ed  imprese  per  assicurazioni  , 
e  per  opere  di  pubblica  utilità,  pure  certuni  credono  tuttavia 
che  le  casse  di  risparmio  non  possano  ancor  farvi  un  felice 
riuscimento. 

Le  difficoltà  che  si  mettono  innanzi  sono  le  stesse  che  più  o 
meno  s'incontrarono  dappertutto,  e  che  più  o  meno  dapper- 
tutto  si   superarono. 

O  difatti  si  parla  della  difficoltà  di  trovare  persone  che  vo- 
gliano ,  o  che  volendolo  abbiano  capitali  da  impiegare  nelle 
casse  di  risparmio ,  ed  allora  convien  ripetere  che  bisogna  avere 
miglior  speranza  nella  generosità,  e  nella  carità  del  pubblico, 
quando  massime  tutto  ci  porta  a  credere  che  non  mancano  in 
sostanza  i  fondamenti  per  averla, 

Una  Tolta  aperto  e  conosciuto  che  sia  questo  nuovo  campo  di 
beneficare  l'umanità,  sarà  una  grande  ingiustizia  il  supporre  che 
il  governo  ,  ed  i  cittadini  più  agiati  non  gareggino  a  percorrerlo. 

Ora  che  si  sa  di  quanti  buoni  frutti  sia  fecondo ,  il  governo 
sarebbe  sicuramente  il  primo  a  venire  in  soccorso  delle  casse 
di  risparmio,  con  accordar  loro  ancorché  temporariamente  quelle 
più  urgenti  sovvenzioni,  che  sarebbero  necessarie  per  il  primo 
loro  attivameuto. 


118 

L' esempio  del  governo  non  tarda  mai  ad  essere  seguìtq  dai 
buoni  cittadini,  e  bentosto  le  volontarie  sottoscrizioni,  o  per  una 
somma  determinata  ,  o  per  uiia  annuale  sovvenzione  verrebbero 
in  sostegno  delle  casse  di  risparmio. 

Così  in  Firenze,  come  già  si  è  narrato,  si  trovarono  ben 
tosto  cento  individui  die  fecero  alla  cassa  di  risparmio  una  dote 
di  60   fiorini  per  ciascuno. 

Egli  è  poi  universalmente  riconosciuto  che  nelle  casse  di 
risparmio  troverebbero  un  sicuro  collocamento  i  capitali  di  ri- 
serva che  molti  padri  di  famiglia  a  motivo  di  preveggeuza  so- 
gliono  conservare  improduttivi. 

Partendo  inoltre  dal  principio  che  la  base  di  questa  istitu- 
zione è  di  mera  beneficenza ,  e  non  di  commerciale  speculazione , 
siccome  già  si  è  detto  essere  accaduto  in  altri  paesi  ,  dove  la 
prima  spinta  a  questa  istituzione  si  diede  dalle  donne,  e  dagli 
ecclesiastici ,  cosi  noi  crediamo  che  in  Piemonte  non  si  farebbe 
un  inutile  appello  alla  sensibilità,  ed  alla  carità  che  animano 
in  eminente  grado,  ed  il  gentil  sesso,  ed  il  clero.  Le  facoltà 
non  solamente  morali,  ma  quelle  pecuniarie  eziandio  che  l'uno 
e  l'altro  posseggono,  non  sarebbero  sicuramente  lente  a  con- 
tribuire alla"  fondazione  delle  casse  di  risparmio. 

Indipendentemente  da  questi,  esse  potrebbero  ancora  aspirare 
ad  ottenere  altri  mezzi  di  dotazione. 

1.°  I  diversi  istituti  di  beneficenza  secondando  il  vero  loro 
scopo  potrebbero  a  quest'  ufficio  erogare  una  parte  dei  proprii 
fondi,  specialmente  ove  questi  fossero  abbondanti.  A  ciò  do- 
vrebbero tanto  più  disporsi,  se  si  riflettesse  che  in  ultima  analisi 
le  casse  di  risparmio  procurano  una  vera  economia  a  tutti  gli 
altri  stabilimenti  di  beneficenza,  agli  ospizi,  alle  congregazioni 
di  carità,  e  persino  alle  case  di  punizione.  Quindi  è  che  quanto 
esse  da  un  canto  verserebbero  nelle  casse  di  risparmio,  fra  non 
m.olto  il  ricupererebbero  indirettamente  dall'altra,  facendo  ces- 
sare molte  esigenze  che  nell'  attuale  mancanza  delle  casse  di 
previdenza  aggravano  gli  altri  stabilimenti. 

2.°  Alla  dotazione  delle  casse  di  risparmio  potrebbero  senza 
disagio  di  chicchessia  concorrere  pur  anche  le  comunità  coi 
redditi  comunali  soprav\'anzati  all'annua  necessaria  uscita.  Men- 


119 

tre  così  i  nmiiiclpii  potrebbero  avvantaggiare  per  se  stessi  que- 
sti maggiori  fondi,  procaccierebbero  eziandio  un  maggior  van- 
taggio ai  loro  amministrati  ,  e  si  eviterebbe  in  tal  guisa  il  pe- 
ricolo non  insolito  che  tali  fondi  vengano  dissipati  in  spese  inu- 
tili, od  anche  senza  che  neppure  appaia  in  quali. 

3."  Rianimata  con  questa  nuova  istituzione  la  pubblica  bene- 
ficenza ,  ad  essa  si  rivolgerebbero  i  legati,  e  le  donazioni  pie 
di  preferenza  forse  agli  antichi  istituti,  perchè  molti  già  li  cre- 
dono per  vetustà  inerti  o  degenerati.  Così  naturale  è  questo  mezzo 
di  dotazione  per  le  casse  di  risparmio,  che  la  legge  di  Francia 
le  ammette  con  apposito  articolo  a  ricevere  siffatte  liberalità* 

Esistono  dunque  in  realtà  i  mezzi  per  dotare  le  casse  di  ri- 
sparmio ,  ma  non  vi  mancano  forse  che  due  sole  cose:  l'una 
di  dare  movimento,  ed  una  confacente  direzione  ai  capitali 
inoperosi  che  giacciono  in  varii  altri  stabilimenti,  non  che  ai 
loro  redditi  superflui:  l'altra  di  rendere  più  famigliari  e  più 
spiegati  all'intelligenza  popolare  i  benefizi,  le  cautele,  le  pra- 
tiche di  questa  istituzione. 

Del  resto  siamo  persuasi  che  assieme  a  tutti  i  mezzi  che  sinora 
abbiamo  discorsi  accorrerebbero  pur  anche  come  in  Firenze  ì 
capitalisti,  che  per  via  di  azioni  create  con  cedole  sul  debito 
pubblico,  e  con  ipoteca  sopra  immobili  costituirebbero  alle  casse 
di  risparmio  quella  dotazione ,  che  sarebbe  di  permanente  salva 
guardia  per  gV  interessi  d'  ognuno. 

La  stessa  facilità  poi  che  con  queste  casse  si  apre  ad  un  infinito 
numero  di  persone  d'impiegare  le  loro  piccole  economie  che  di- 
versamente non  troverebbero  impiego  attivando  la  circolazione 
del  denaro,  sarebbe  altresì  un  mezzo  per  agevolarne  l'esercizio. 

E  qui  ispirerà  forse  coraggio  ai  più  increduli  l'avvertire  che 
alla  fin  fine  non  è  poi  subito  necessario  di  aver  alla  mano  forti 
somme  in  contante  per  intraprenderne  l'esercizio,  ma  che  ba- 
stano probabilmente  in  sul  principio  i  depositi  che  verrebbero 
fatti ,   per  soddisfare  i  primi  sconti. 

Laonde  chi  voglia  ben  ponderare  queste  circostanze  che  non 
sono  certamente  chimeriche,  verrà  persuaso  che  molte  delle 
difilcoltà  che  si  fanno  tuttavia  alla  moltiplicazione  delle  casse 
di  risparmio,  poggiano  sopra  ipotesi  fallaci. 


120 

Cos\  se  taKirio  volesse  imcnaginuré  ciò  clie  dillicilmenlc  può 
accadere,  uì'-  mai  in  alcun  luogo  accadde,  vale  a  dire  che  tulio 
ad  uu  tratto  si  chiegga  la  restituzione  di  tutti  i  depositi,  allora 
a  costui  si  dovrebbe  osservare  che  le  casse  di  risparmio ,  sia 
coi  fondi  disponibili  di  cui  sarebbero  sin  dalla  prima  loro  fon- 
dazione dotate,  sia  col  proprio  credito,  sia  colla  rappresenta- 
'/ione  e  valore  dei  henifondi  a  prò  di  esse  ipotecati  dagli  azio- 
nisti ,  non  verrebbero  mal  meno  alle  richieste. 

Qui  ancora  non  finiscono  le  obbiezioni  ,  ed  ancora  si  pone 
in  campo  la  difficoltà  dello  impiegare  nuovamente  le  somme 
che  verrebbero  depositate  nelle  casse  ,  onde  cavarne  quel  pro- 
fitto che  intanto  si  dovrebbe  corrispondere  a  titolo  d' interesse 
ai  deponenti. 

Ma  anche  qui  l'opera  del  Governo  sarebbe  la  prima  a  mo- 
strarsi generosa.  Egli  dlfattl  potrebbe  facilitare  a  prò  delle  casse 
di  rispai'mio  grirapieghi  sul  debito  pubblico.  Egli  inoltre,  quando 
avessero  un' amministrazione  capace,  potrebbe  preferirle  nell'af- 
fidar  loro  la  esecuzione  di  qualche  opera  pubblica  o  l'esercizio 
di  qualche  pubblico  appalto.  In  Firenze  quest'  ostacolo  fu  tolto 
incontanente.  Il  Gran  Duca  provvide  generosamente  al  rinvesti- 
niento  sull'erario  della  prima  dote  di  fiorini  6^m.  e  poscia  con- 
cesse che  fossero  parimenti  rinvestiti  i  primi  24|m.  fiorini  che 
venissero  depositati  nella  cassa. 

Per  altra  parte  la  stessa  apertura  delle  casse  in  varii  luoghi 
dello  stato  presenterebbe  uu  nuovo  sfogo  all'  impiego  del  da- 
naro ,  e  così  le  stesse  casse  di  risparmio  gioverebbero  a  dimi- 
nuire appunto  quelle  difficoltà  che  oggidì  si  lamentano. 

Non  mancherebbero  finalmente  gli  speculatori  in  ogni  genere 
di  commercio,  che  per  l'andamento  delle  loro  particolari  specu- 
lazioni ricorrerebbero  alle  casse  di  risparmio,  da  cui  potrebbero 
mediante  cautela  e  pagamento  dell'  interesse    ottenere    capitali. 

Havvi  ancora  un  altro  partito  per  rendere  le  casse  di  rispar- 
mio pili  utili ,  e  meno  imbarazzate  dei  depositi  che  già  avessero 
ritirati. 

Questo  partito  sarebbe  quello  di  consolidare  in  se  medesime 
un'  altra  analoga  istituzinne ,  quella  cioè  delle  Casse  agricole 
ed  industriali. 


121 

Appena  operata  questa  fusione  si  vedrebbero,  ne  slam  certi, 
le  casse  di  risparmio  crescere  di  forza  ogni  giorno  ,  ed  acqui- 
stare nuovi  elementi  di  sussistenza  e  di  prosperità. 

Allora  in  fatti  di  semplicemente  passive  che  prima  erano  le 
casse  di  risparmio,  diverrebbero  pur  anco  attive.  Mentre  fareb- 
bero r  incasso  dei  risparmi ,  distribuirebbero  prestiti  destinati 
a  migliorare  1'  industria  agricola  e  manufattrice.  La  loro  entrata 
come  la  loro  uscita  sarebbe  egualmente  provveduta,  aperta  la 
facilità  dei  reimpieghi ,  accresciuta  la  circolazione  del  danaro 
e  r  attività  delle  classi  lavoratrici,  trovato  in  somma  nella  re- 
ciproca azione  delle  due  accoppiate  istituzioni  un  nuovo  pegno 
della  loro  stabilità  e  del  loro  successo. 

Perciò  in  Francia  ed  in  altri  luoghi  già  si  veggono  delle  casse 
di  risparmio  annestate  ai  Monti  di  pietà,  e  ad  altri  simili  isti- 
tuti di  beneficenza. 

Noi  non  ignoriamo  che  il  progetto  di  una  simile  unione  es- 
sendo stato  nel  i83i  proposto  alla  società  di  Firenze,  esso  non 
piacque  alla  commissione  nominata  per  esaminarlo.  Ma  ciò 
nulla  meno  si  sentirono  da  quei  dissidenti  tutte  le  forti  ragioni 
per  adottarlo,  e  la  commissione  allora  se  ne  astenne  unica- 
mente per  la  religiosa  delicatezza  di  non  alterare  le  casse  di 
risparmio  dalla  primitiva  loro  natura  di  pura  beneficenza  sot- 
toponendole a  rischievoli  innovazioni  *i.  Lodevole  certamente 
era  allora  l'intenzione  dei  commessai-ii  fiorentini,  ma  noi  pen- 
siamo che  quando  questa  stessa  quistione  venisse  dibattuta  in 
Piemonte  le  locali  circostanze  di  esso  farebbero  prevalere  i  reali 
vantaggi  che  si  trarrebbe  dall'  annestamento  delle  casse  di  ri- 
sparmio colle  Banche  agricole,  alle  troppo  scrupolose  circospc- 
zioni. In  questa  sorta  di  cose  ben  si  può  dire  che  è  meglio  una 
infedele  feconda  che  una  fedele  sterile. 

Inutile  poi  sarebbe  lo  enumerare  tutti  i  vantaggi  delle  banche 
agricole  e  d'industria,  che  ora  ad  esempio  dei  Monti  frumen- 
tari  di  Napoli  versano  i  loro  beneficii  nella  Germania. 

Si  prenda  soltanto  ad  interrogare  quel  piccolo  proprietario , 
quei  fittajuolo  ,  quel  padre  dì  famiglia  che  non   ha    scorte  per 

*i.  Vedi  Aatologia  di  Firenze  fase,  di  marzo  i83a  ,  pag.  48  e  scg. 


122 

coltivare  le  tcri-e  che  per  qualche  infortunio  dovette  far  distratto 
de' bestiami ,  e  delle  masserizie,  e  talora  delle  sementi  stesse, 
che  non  può  pagare  i  lavoratori ,  che  deve  trovare  una  dote 
per  la  figlia  a  cui  è  uscito  un  onesto  partito,  che  infine  per  il 
sostegno  della  famiglia  vorrebbe  conservare  nel  seno  di  essa  quel 
figlio  che  viene  chiamato  a  lasciare  1'  aratro  per  la  sciabola  5  e 
questi  individui  tutti  risponderanno  unanimi  che  nelle  Banche 
agricole  troverebbero  i  fondi  necessari  per  sopperire  a  siffatti 
bisogni  senza  dover  ricorrere  a  contratti  rovinosi ,  a  vendite 
con  riscatto,  all'ingordigia  degli  usurai,  alle  dispendiose  caTÌl- 
lazioni  del  foro. 

E  cosi  quante  fortune,  quante  moralità  si  conserverebbero 
illese,  quante  migliorie  succederebbero  ne'  poderi,  qual  aumento 
di  prodotti  si  otterrebbe  specialmente  a  profitto  delle  piccole 
proprietà,  delle  classi  più  laboriose,  e  più  indigenti? 

Non  potrebbero  esse  dirsi  salvate  da  quelle  sozze  arpie  che 
nei  villaggi  soprattutto  stanno  cogli  artigli  aperti  per  divorarne 
le  sudate  sostanze  ? 

Tali  sarebbero  i  principali  risultati  che  a  favore  dell'industria 
e  del  piccolo  commercio  presenterebbe  l'esecuzione  di  un  pro- 
getto tendente  a  riunire  in  una  sola  istituzione  le  casse  di  ri- 
spàrmio, e  le  bancìie  agricole  e  d'  industria. 

Ove  poi  seguitando  queste  vedute  loro  si  volesse  ancor  dare 
una  più  stabile  estensione  ,  in  ciascun  mandamento  gioverebbe 
fondare  uno  di  questi  stabilimenti  che  poi  dipendesse  da  una 
direzione  centrale  in  ogni  provincia. 

Chiamate  così  le  casse  di  i-isparmio  e  di  soccorso  peli'  agri* 
coltura  e  pell'industria  al  doppio  uffizio  di  queste  due  istituzioni, 
diventerebbero  bentosto  come  una  banca  locale  sopra  cui  ver- 
rebbero collocati  con  vantaggio  le  economie  delle  classi  povere 
e  lavoratrici,  e  da  cui  nel  tempo  medesimo  queste  potrebbero 
ricevere  quei  sussidii  che  fossero  necessarii  alla  miglior  coltura 
dei  terreni,  all'aumento  della  pastorizia,  del  commercio  e  delle 
manifatture. 

Egregio  uffizio  della  legislazione  e  del  fisco  sarebbe  poi  fi- 
nalmente quello  di  ridurre  alla  più  possibile  semplicità,  al  mi- 
nore dispendio  ,  alla  speditezza  maggiore   tutte  quelle  pratiche 


123 

e  formalità  che  sono  ,  o  si  conoscessero  sufficienti  per  caute- 
lare neir  universale  interesse  le  operazioni  di  queste  casse  com- 
binate. L'esempio  della  Germania  è  troppo  bello  per  non  essere 
citato.  Quivi  le  operazioni  delle  banclie  agricole  sono  esenti  da 
tutte  le  formalità  inseparabili  dai  prestiti  con  ipoteca,  e  le  let- 
tere ipotecarie  con  essa  contratte  si  negoziano  in  commercio  come 
i  migliori  effetti  ,  o  come  le   iscrizioni  di  rendita  sul  Governo. 

Egli  è  neir  intima  convinzione  di  tutti  questi  risultamenti  , 
che  noi  non  possiamo  a  meno  di  conchiudere  che  o  l'amor  di 
patria  ci  fece  stranamente  travedere,  o  le  supposizioni  delle  quali 
si  creano  altrettante  difficoltà  alla  moltiplicazione  in  Piemonte 
delle  casse  di  risparmio  ed  agricole  ,  piuttosto  che  veri  ed  in- 
superabili ostacoli ,  sono  nudi  sospetti  ingiuriosi  a  quel  senti- 
mento di  beneficenza ,  di  ordine  ,  di  fratellanza  che  riscalda 
pur  anco  i  piemontesi  petti  5  sono  pretesti  che  oltraggiano  i 
mezzi  reali  di  pubblica  e  di  privata  ricchezza ,  di  cui  la  Prov- 
videnza ci  ha  forniti. 

Siamo  con  tutto  ciò  ben  lontani  dal  negare  che  la  fonda- 
zione ,  la  diffusione  e  1'  esercizio  di  questa  combinata  istitu- 
zione non  trovino  da  principio  delle  difficoltà;  ma  qual  è  quell' 
istituzione  per  quanto  poi  utile  sia  stata  ,  che  non  abbia  in 
sulle  prime  avute  le  sue  contraddizioni  ed  i  suoi  nemici  ? 

Basta  talvolta  un  primo  sforzo  ,  un  primo  esempio,  uno  slan- 
cio dato  alla  beneficenza  ed  alla  carità,  e  diciamolo  pur  anche 
air  ambizione ,  basta  un  impulso  dato  opportunamente  dal  Go- 
verno, o  da  qualche  savio  potente  per  schiacciare  quella  bieca 
diffidenza,  quell'isolamento  di  persone  e  d'interessi,  che  è  ve- 
leno così  micidiale  d'  ogni  bella  e  magnanima  impresa. 

Possano  frattanto  questi  nostri  pensieri  raccolti  e  gittati  cosi 
alla  rinfusa  sopra  una  materia  che  esige  tanta  esattezza  e  pro- 
fondità di  calcoli  e  lumi  tanto  maggiori  dei  nostri ,  sgomberare 
la  via  dalle  preconcette  opinioni,  aguzzare  l'emulazione  negli 
indifferenti  ,  infondere  una  fiducia  civile  nei  cuori  meticolosi , 
persuadere  insomma  coloro  che  più  possono ,  dell'  opportunità 
delle  Casse  di  risparmio  ed  agricole  in  Piemonte  ed  in  tutti 
quei  stati  d'Italia  ove  non  sonò  ancor  introdotte,  o  poco  esteso 
ne  hanno  V  esercizio! 

S.    B. 


124 

SciEJNZE   Storiche  —  Di  una  vita  inedita  di  Alessandro  VII 
scritta  dal  Cardinale  Sforza  Pallavicino. 


Fin  dagli  studii  suoi  giovanili  il  Marchese  Sforza  Pallavicino 
aveva  conseguito  tanta  fama  d'  ingegno  e  di  dottrina ,  che  Fa- 
bio Chigi  Sanese ,  giovane  il  quale  alla  nobiltà  del  casato  univa 
bellissimo  ingegno  e  grande  amore  delle  lettere,  recandosi  a 
Roma  non  ad  altri  che  a  lui  cercò  di  essere  accomandato. 
Pertanto  quei  due  valorosi  giovani  contrassero  la  prima  cono- 
scenza in  Roma  5  e  gli  animi  loro  si  trovarono  così  concordi 
neir  amore  del  vero  e  del  buono  ,  che  da  quel  punto  ebbe  ori- 
gine la  loro  amicizia,  la  quale  solo  flnì  colla  vita.  Sforza,  iu 
allora  Principe  dell'Accademia  degli  Umoristi,  vi  ascrisse  an- 
che il  Chigi  ,  richiamandolo  cosi  alle  muse  latine  dal  gio- 
vane Sanese  con  felice  successo  già  coltivate.  Lo  introdusse  pure 
nella  grazia  di  Urbano  Vili  ,  il  cui  favore  Sforza  godeva  per 
antica  divozione  di  famiglia,  e  per  la  indole  sua  studiosa  e  gen- 
tile. Quindi  trasse  principio  la  fortuna  del  Chigi  ,  che  a  mano 
a  mano  lo  condusse  alla  porpora  ed  al  triregno.  Intanto  il  Pal- 
lavicino abbracciata  la  vita  chiericale  ebbe  varie  prelature ,  e 
fu  prima  Governatore  a  Jesi,  quindi  ad  Orvieto  ,  di  là  a  Ca- 
merino \  d'  onde  contro  1'  aspettazione  di  tutti  passò  a  vita  più 
tranquilla  ed  a  coltivare  i  suoi  diletti  studii  nella  Compagnia 
di  Gesù. 

In  questo  mezzo  il  Chigi  progredì  nella  sua  carriera  ,  e  fu 
Vicelegato  a  Ferrara  ,  Inquisitore  a  Malta  ,  Nunzio  a  Colonia , 
Nunzio  straordinario  a  Munster  per  conciliare  la  pace  tra  l'Im- 
peratore ,  il  Re  di  Spagna  e  quel  di  Francia  ,  Segretario  di 
Stato,  Vescovo  d'Imola,  all'ultimo  Cardinale.  Passato  di  vita 
il  Pontefice  ,  il  Cardinale  Chigi  entrò  anch'  esso  in  conclave  , 
ed  oltre  il  suo  credere  ne  uscì  Papa  col  nome  di  Alessandro 
VII.  A  lui  Cardinale  il  Padre  Sforza  aveva  dedicato  il  Tomo  1. 
delle  sue  djsputazioui  in  prirnani  secundce  Divi  Thoince  \  dal  cui 


125 

proemio  possiamo  argomentare  quanta  fosse  la  loro  famigliarità, 
dicendovi  il  Pallavicino  :  «  Equìdem  si  ahsque  te  dies  invito 
»  mihi  aliquis  elahehatiir ^  illuni  vitce  non  adnumeraham ,  quasi 
»  anima  caruissem.  •»  NuUaraeno ,  quantunque  in  privata  for- 
tuna amicissimi,  lo  Sforza  recatosi  con  molti  a  prestare  omag- 
gio al  nuovo  PonteGce  non  osò  farsegli  apertamente  inanzi , 
e  si  tenne  tra  gli  altri  confuso.  Ma  il  Chigi ,  nel  quale  l'altezza 
dello  stato  non  mutò  l'animo,  scorgendolo  tra  la  folla  a  sé 
il  chiamava  ,  e  gli  diceva  che  d'allora  in  poi  avrebbe  3vuto  me- 
stiero  de' suoi  consigli.  Grato  a  tale  dimostrazione  il  Pallavicino 
si  affrettò  di  compiere  la  seconda  edizione  della  sua  storia  del 
Concilio  di  Trento  ,  e  la  intitolò  ad  Alessandro  VII.  Questi 
memore  degli  antichi  benefizii,  e  perchè  alla  porpora  ne  venisse 
onore  ,  poco  stante  lo  promosse  al  Cardinalato  con  espresso 
comando  di  accettarlo,  dacché  l'Instituto  e  la  modestia  del  Pal- 
lavicino rifuggivano  da  sì  gran  dignità  ;  e  d'  allora  in  poi  ninna 
cosa  di  qualche  momento  Alessandro  VII  deliberava  senza  con- 
sultarne il  lido  amico. 

Questi  brevi  cenni  intorno  all'  amicizia  di  que'  due  perso- 
naggi stimai  opportuno  di  preporre  ,  perché  mi  parve  che  al 
tempo  stesso  avrei  narrata  1'  origine  e  le  cagioni  della  vita  di 
Alessandro  VII  scritta  dal  Card.  Pallavicino  ,  ed  insieme  di- 
mostrato che  nessuno  poteva  narrarla  più  accuratamente  di  lui, 
come  egli  stesso  osserva  nel  proemio  dell'  opera.  E  scritta  dif- 
fusamente, divisa  in  sei  libri,  condotta  fino  all'anno  i65g.  E 
verosimile  che  la  morte  non  abbia  conceduto  all'  Autore  di 
condurla  a  termine. 

Lodare  questo  lavoro  uscito  dalla  penna  di  uno  dei  più  chiari 
autori  del  suo  secolo ,  sarebbe  opera  perduta.  Bensì  mi  giova 
xli  avvertire  alcuni  sbagli  commessi  dall'  Oudin  nella  vita  del 
Cardinale    Sforza    Pallavicino  ,    ove    dice  :    «  Scripsit  etiam  ita- 

»   lice viLam   Jlcxandri  VII  diligenti s siine  scriptam ,  sed 

»  rudi  minerva,  cum  ad  suum  privatum  commodum  et  ad  reco- 
»  lendam  iucundissimi  temporis  memoriam  eo  commentano  uti 
»  vellet  :  ignarus  aliquando  /ore  ut  ille  plagiariorum  astu  et 
»  invìdorum  calumniis  /cede  corruplus  magno  cum  amanuensium 
»   lucro  evulgaretur.  »   Dalle  quali    parole  s'inferirebbe  primie- 


126 

ramente,  che  questa  vita  non  fosse  scritta  dal  Pallavicino  con 
proposito  di  porla  in  luce  :  in  secondo  luogo,  che  sia  stata  ma- 
lamente straziata  dai  plagiarli  e  dagl'  invidiosi.  Ma  la  falsità 
della  prima  di  queste  asserzioni  si  scorge  ad  evidenza  da  tutto 
il  proemio  dell'opera,  il  quale  soggiungeremo  come  per  saggio. 
Del  pari  priva  di  fondamento  è  la  seconda,  intorno  alle  inter- 
polazioni colle  quali  Oudin  afferma  essere  questa  vita  a  bello 
studio  stata  corrotta  dagli  amanuensi  ;  che  in  due  codici  con- 
frontati ,  se  bene ,  come  vedremo ,  non  trascritti  dal  medesimo 
esemplare  ,  si  trova  bensì  diversità  di  ortografìa  e  corruzione 
di  parole  causata  da  negligenza  o  da  ignoranza  degli  amanuensi, 
ma  non  corruzione  di  senso  ,   od  interpolazione  di  periodi. 

Con  tutto  ciò  uno  scritto  tanto  importante  alla  storia  ed  alla 
letteratura  italiana  si  giacque  finora  inedito.  Sulla  speranza  di 
fare  cosa  grata  agli  amatori  delle  patrie  lettere  ho  col  chiaris- 
simo Cav.  Carlo  Bandì  di  Vesme ,  membro  della  Deputazione 
sopra  gli  Studii  di  Storia  Patria,  deliberato  di  farla  di  publica 
ragione. 

Il  testo  verrà  emendato  col  confronto  di  due  codici.  Il  primo 
esistente  nella  Reale  Biblioteca  della  Università  di  Torino  , 
pressoché  contemporaneo,  copiato  con  assai  correzione,  è  re- 
gistrato nel  Tomo  II,  pag.  4^5  del  catalogo  dei  manoscritti. 
E  probabile  sia  trascritto  dall'  autografo  ,  come  quello  che  fu 
con  molti  altri  codici  recato  di  Roma  da  A.  Bencini  ,  già  bi- 
bliotecario della  R.  Università.  Il  secondo  ci  venne  fornito  dalla 
cortesia  del  Marchese  Ludovico  Pallavicino-Mossi  dell'  illustre 
casato  dell'  Autore.  Questo  è  copia  del  codice  posseduto  dal 
Marchese  Valenti  di  Mantova  ,  ^  quantunque  di  buon  testo 
è  scorretto  per  negligenza  dell'  amanuense. 


127 

VITA    DI    PAPA 
ALESSANDRO    VII 

PRIMA    CARDINAL    FABIO    CHIGI 

DESCRITTA 

DAL    PADRE    SFORZA    PALLAVICINO 

DELLA    COMPAGNIA    DI    GESÙ 

POI    FATTO    CARDINALE    DAL    SUDDETTO    PONTEFICE, 

PROEMIO 

»  E  opinione  di  molti  che  non  si  debba  scrìver  istoria  se 
»  non  delle  cose  antiche  ,  intorno  alle  quali  la  speranza  o  la 
))  paura,  1'  amore  o  l'odio  verso  le  persone  commemorate  non 
»  abbian  luogo,  né  possano  infoscar  la  verità,  eh' è  l'anima 
■n  di  tali  componimenti.  A  me  persuadono  la  contraria  sentenza 
»)   due  potissime  ragioni. 

»  La  prima  è  eh'  assai  maggior  impedimento  possono  recare 
»  al  pieno  racconto  del  vero  1'  ignoranza  e  1'  errore  intorno  a' 
»  successi  lontani ,  che  i  rispetti  e  gli  affetti  intorno  a'  pre- 
»  senti  :  e  per  l'altro  lato  le  medesime  istorie  de'  successi  lon- 
»  tani  conviene  che  finalmente  si  traggano  da  quel  barlume 
»   che  ne  resta  nelle  memorie  scritte  quando  essi  erano  presenti. 

»  La  seconda  ragione  si  è,  che  bene  ancora  sopra  1'  antico 
»  possono  molti  e  gagliardi  essere  gì'  incitamenti  a  mentire  , 
))  ma  non  già  i  ritegni  come  sopra  il  moderno.  GÌ'  incita- 
»  menti  sono  spesso  1'  affetto  buono  o  reo  verso  le  famiglie,  le 
»  città,  le  nazioni;  e  se  non  altro  una  tal  vaghezza  dimostrarsi 
»  consapevole  d'arcani  e  d'ingrandire  gli  avvenimenti  per  fare 
»  sé  stesso  ammirabile  e  dilettevole  ne'  racconti.  All'  incontro 
»  il  ritegno  appena  può  esser  altro  che  un  religioso  amore 
>)  della  veracità  ,  il  quale  siccome  non  ha  gran  forza  se  non  in 
0)  alcune  menti  più  dilicate  ,  cosi  poco  vale  ad  assicurare  uni- 
»  versalmente  i  lettori.  Ma  dall'  altra  parte  fortissimo  riteni- 
»  mento  hanno  anco  gli  animi  communali  dal  contaminar  di  men- 
»  zogne  le  relazioni  de'  successi  recenti ,  potendo  temere  innu- 
»  merabili  testimonii  che  gli  smentiscano  ,  e  mutino  loro  la 
»   gloria  in  vergogna.  Ed  a  confermazione  di  ciò  veggiamo  come 


128 

»  l'istorie  più  inverisìmiU  e   che  più    sanno  del  favoloso  sono 

»  quelle  che  hanno  per  tema    i  secoli    più  remoti.   Onde    ac- 

»  conciamente  Plutarco  nel   principio  delle    sue  Vite  paragona 

»  gì'  istorici  delle  più  vetuste  cose  a'  dipintori  delle  terre  lon- 

»  tane  ed  incognite ,  i  quali  si  fanno  lecito  di  figurarvi  mari , 

>)  monti  e  fiumi  di  capriccio,  senza  veruna  cura  del   vero. 

»  Questa  mia  generale  opinione,  e  molte  ragioni    speciali  mi 

ì)  hanno  consigliato    a  scriver    la  Vita  di  Alessandro  VII,    as- 

»  sunto  in  questi  giorni  al  Pontefìcato  5  quando  io  per  avven- 

))  tura  più  che  qualsivoglia  altro  ho  i  necessarii  fornimenti  per 

»  così  fatto  lavoro  ,  cioè  le  sicure  ed  intime  informazioni.  Im- 

»  perocché  mi  è  toccato  in  sorte  d'  aver    con  questo    Principe 

»  nella  sua  fortuna  minore  una  singolare  corrispondenza  d'af- 

»  fetto ,  di  communicazione  or    con   la  lingua  or    con  la  penna, 

»  per  lo  spazio  già  di  trent'anni,  sì  che  appena   io  credo  che 

»  mi  sia  rimasa  occulta  veruna  parte  non  solo  delle  sue  opere  . 

»  ma  del  suo  cuore  ;    e  ritenendo    egli  nella  nuova    grandezza 

»  r  animo  antico    non  ha  ricusato    di    commetter    anco    in  fu- 

»  turo  alla  mia  fede  quei  secreti  ,  la  cui  notizia  faccia  mestiero 

»  per  quest'  impresa. 

»   Né  può  esser  pericolo  che  o    1'  appetito  di  lusingare    o  il 

»  risguardo  di  non  offender  il  vivente  mio  Principe  m'  induca 

))  ad  alterare  od  a  tacere  il  vero  :    primieramente ,  pei'chè  mi 

»  sono  incontrato  in  un  argomento  ,  dove  non  può,  secondo  il 

»  proverbio  ,  la  verità  partorir  malevolenza  5    non  essendo    già 

»  per  molti  secoli  addietro  asceso    a   regnar    nel  Vaticano    ve- 

))  run  altro    con    maggior  suffragio  di    tutta    la    preterita    vita  , 

»  e  con  maggior  applauso  degli  Elettori  di  Roma  e  del  Cristia- 

»  nesimo  ;  talché  s'  egli  per  l'avvenire  del  tutto  non  degenera 

»  da  sé  stesso  ,  1'  unico  mio  rischio  nel  raccontare  il  vero  sa- 

n  rebbe  il  cader  in  sospetto  d'  adulatore  alla  remota  e  non  in- 

»  formata  posterità,    quando   non  fossero    per    assicurarmi    di 

»  questa   nota  1'  uniforme   linguaggio    col   quale  io  confido    che 

»  parleranno  di  lui  altri  narratori,  e  la  considerazione  appunto, 

)>  che  avendo  io  scritto    in  un'età  la  quale  sarà  stata  spettat- 

»  trice    de'  medesimi  fatti  ,  troppo  sarei  stato  folle  nel  fingere 

V  con   certezza  d'infamia  e  senza   speranza  di  fede.  Secondaria- 


129 

»  mente ,  il  Principe  del  quale  io  icrivo  è  di  tale  iucljua- 
»  sione  ,  che  il  più  efficace  mezzo  di  perdere  la  sua  grazia  sa- 
li rebbe  la  menzogna ,  come  aborrita  da  lui  sì  forte  sin  da 
5»  fanciullo  ,  che  dal  suo  parlare  sono  state  quasi  bandite  le 
»  voci  superlative  e  le  amplificazioni ,  per  qualche  affinità  che 
M  hanno  con  lei. 

»  Posto  ciò,  essendo  io  dedicato  nella  vita  religiosa  ad  impie- 

»  garmi  in    servigio  di  Dio    ed    in  edificazione   degli    uomini, 

»  massimamente  con  la  penna  ,  e  secondo  lo  speciale  instituto 

»  del  mio  Ordine ,  e  secondo  qualche  particolare  abilità  che  mi 

M  hanno  acquistata  i  miei  preteriti  studii  :  mi  son  avvisalo  che 

»  molto  possa  conferire  una  tal  opera  a  questo  fine.  Ciascun  sa 

»  quanto  giovi   all'edificazione  del  Cristianesimo  il  sapersi  che 

»  chi  è  adorato  per  suprema  dignità   sia  venerabile  per  suprema 

»  virtù,  e  che  il  più  prossimo  a  Cristo  nel  grado  gli  sìa  vicino 

»  ancora  nell'imitazione.  Oltre  a  ciò  dipendendo  dalla  bontà  del 

»  Sommo  Sacerdote  ,  quasi  dalla  propizia  influenza  del  primo 

»  mobile  ,  tutto  il    ben  della  Chiesa  ,    ed  essendo    agli  uomini 

»  il  buon  esempio  recente  il  più  profittevole  d'  ogni  altro  mae- 

»  stro  :  ne  segue  che  la  vita  palesata  al  mondo  d'un  Papa  ot- 

»  timo  giovi  per  diuturno  tempo   a  sommo  prò*  della   Chiesa  , 

»  cagionando  una  lunga  serie  di  Papi  buoni.  Ma  oltre  a  que- 

»  sti  rispetti    io  voglio  discoprirne    con   libertà   un    altro  non 

»  meno  efficace,  il  quale    però  non  potrebbe  esplicarsi  da  chi 

»  scrivesse  le  azioni  di  un   Principe  vivente  che  non  fosse   si- 

»  mile  al   nostro.  Mi  sono  ricordato    che    le  fatele   misteriose 

»  e'  insegnano    come   la  medesima    Dea   della  Sapienza  fu  bi- 

»  sognosa  di  contemplar  la  sua  effigie  nel  fido   specchio   d'  un 

»  fonte  per  non  deformarla.  Ho   considerato  adunque  che  veg- 

»  gendo   Alessandro    VII    tutte    le    sue   azioni    successivament« 

»  narrate ,  rimirerà  ogni  dì  l' iraagine  de'  suoi  costumi  in  uno 

*  specchio  intellettuale,  laddove  il  materiale  per  contemplarvi 

»  quella  del    suo  sembiante   già  son    diciott'  anni    si    è    da   lui 

T»  disusato;  e  saprà  che  di  lui  avviene  ciò  che  Seneca,  autor* 

•»  a  lui  famigliarissimo,  raccomanda  per  ottimo  presidio  al  man- 
»   t«DÌmento  della  virtù  ,  cioè  d'  operar  sempre  come  iu  teatro. 

Spirilo  Fossati. 

9 


Scienze  ÌNaturALI  —  Geologìk  -  Ossetvazionì  geognostiche 
e  mineralogiche  intorno  ad  alcune  valli  delle  alpi  del  Pie- 
monte,  del  professore  di  mineralogia  Angelo  Sis monda. 

Torino  dalla   Stamperia    Reale. 


La  storia  fisica  della  terra  occupò  universalmente  sin  dalle 
più  remote  età  1'  umano  pensiero ,  e  fu  soggetto  d' antichissime 
osservazioni  e  credenze.  Gli  eventi  che  a  quella  apparten- 
gono ,  come  offersero  ampia  materia  alle  tradizioni  de'  popoli , 
varie  secondo  la  condizione  di  questi,  e  la  natura,  e  le  qualità 
de' paesi  che  abitavano,  cosi  apersero  pure  lai-go  campo  alle 
investigazioni  della  scienza  esploratrice  dell'  andamento  della 
creazione.  Rivolgendo  lo  sguardo  attorno  sulla  terra ,  adden- 
trandosi nelle  sue  viscere  l'uomo  vide  dappertutto  manifesti 
segni  di  rovinose  violenze ,  che  la  conquassarono  5  scoperse 
indizi!  di  grandi  mutazioni  avvenute ,  vicende  assidue  di  di- 
struzione ,  e  di  riproduzione  ;  e  comechè  paresse  dover  es- 
sere il  suo  intento  vinto  dalla  difficoltà  dell'  impresa ,  volle 
pur  nondimeno  ricercarne  il  come  ,  e  il  quando  ,  e  diradare 
per  quanto  ci  poteva  l' oscurità ,  entro  cui  erano  ravvolti  i 
grandi  avvenimenti  fisici  della  terra,  ove  ei  nacque.  Lunga  e 
soverchia  opera  sarebbe  il  riferire  qui  le  diverse  opinioni,  con- 
getture, ed  ipotesi  che  nacquero  a  mano  a  mano  intorno  allo 
stato  primitivo  della  terra ,  agli  orribili  sconvolgimenti,  che 
le  impressero  orme  cosi  profonde  ,  al  ridursi  che  ella  fece  a 
tanta  ineguaglianza  di  piani ,  di  montagne ,  di  rialti ,  ed  a 
COSI  maravigliosa  varietà  d'  esseri  organici  ;  che  via  via  gli  uni 
dopo  gli  altri  la  vennero  ricoprendo,  secondochè  le  forze  or- 
ganiche della  natura,  eccitate  dal  Creatore  davano  loro  forma 
evita  nell'ordine  e  nella  successione,  che  richiedevano  le  na- 
turali loro  proprietà,  e  lo  stato  fisico  delle  cose.  La  differenza 
dei  sistemi ,  l' incertitudine  ,  e  la  stranezza  delle  opinioni  in 
fatto  di  geologia  derivò  in  alcuna  parte  dalla  malagevolezza 
della  materia 5  ma  soprattutto  dalle  scarse,  ed  inesatte  osserva- 


131 

z,ioni,,  dalla  vaghezza  di  nuovi,  ed  inaiidili  il  trovali  ,  dal  uou 
essersi  nel  dedurre  prlucipii  generali  abbastanza  posto  mente 
ai  fatti,  i  quali  in  ogni  scienza,  ma  più  nelle  più  ardue  vogllonsi 
sopra  ogni  altra  cosa  considerare  ,  acciocché  la  scienza  non  venga 
oscurata  dalla  caligine  di  contrari  pareri.  Dentro  le  viscere  della 
terra,  ne' suoi  graniti,  ne'  suoi  marmi,  nella  sabbia,  nell'ar- 
gilla conveuiva  ricercare  i  documenti  della  storia  fisica  della 
terra.  Le  qualità  degli  strati  che  la  ricoprono,  la  loro  giacitura, 
l'ordine  della  loro  soprapposizìone  nelle  pianure ,  e  ne' monti, 
la  natura  degli  esseri  organici  animali  e  vegetali  ,  che  dentro 
essi  si  racchiudono  ,  la  loro  diversità  da  strati  a  strati  ,  questi 
e  cotali  altri  indizii  che  oflre  il  gran  libro  della  teri-a,  dovevano 
guidar^  i  geologi  a  determinare  con  qualche  certezza  i  fatti 
principali  della  storia  fisica  del  globo,  i  suoi  periodi  di  rivol- 
gimenti ,  e  di  quiete  ,  e  le  rovine  colossali  di  quella  protogea  , 
ditoni  sussistono  così  chiari  monumenti.  Dappoiché  i  geologi  si 
misero  per  la  via  delle  osservazioni ,  raccolsero  fatti  da  ogni 
parte,  e  chiesero  soccorso  ai  loro  studi  dalle  diverse  scienze 
naturali,  la  geologia  che  prima  altro  non  era,  al  dire  del  sig. 
D'Arago,  che  una  collezione  di  strane  ipotesi,  ottenne  luogo  tra 
le  scienze  esatte,  pose  principii,  e  dedusse  risultati  non  imme- 
ritevoli d'attenzione  e  di  fede.  E  la  teoria  de' sollevamenti  fu 
corroborata  da  valide  prove ,  e  stabilita  con  non  mediocre 
probabilità  1'  antichità  relativa  delle  differenti  catene  di  monta- 
gne europee,  comparata  a  quella  della  formazione  dei  diversi 
terreni  di  sedimento  ;  e  scoperta  e  determinala  la  somiglianza 
d'andamento  delle  montagne  contemporanee,  e  furono  compro- 
vate le  mutazioni  cagionate  nella  condizion  fisica  della  terra 
dalle  successive  rivoluzioni  che  la  travagliarono,  colla  testimo- 
nianza della  diversa  natura  degli  esseri  organici,  che  dentro  ai 
dilFcrenti  suoi  strati  si  ritrovano.  Gli  studi  geologici  vanno  frat- 
tanto sempre  più  oltre  progredendo  per  la  via  non  fallace  delle 
osservazioni,  le  quali,  superati  a  mano  a  mano  con  mai\ivigliosa 
perseveranza  gli  ostacoli,  si  distendono  a  luoghi  finora  raen 
conosciuti,  si  moltiplicano,  si  raffrontano  per  dcdui-ne  risultati 
generali,  che  sieno  come  slabile  base  alla  certezza,  ed  all'ac- 
•rescimento  della  scicuza.  Forse  verrà  tempo  in  cui  dalla  coni- 


152 

page  della  corteccia  terrestre  in  ogni  sua  parte  svolta  e  ricer- 
cata, emergerà  per  quanto  la  difficoltà  dell'opera  il  comporta, 
chiara  ed  ordinata  la  storia  fisica  della  terra,  come  dagli  avanzi 
de'  monumenti,  opera  degli  uomini,  s'intende  con  ogni  studio 
a  chiarire  la  storia  primitiva  dell'umanità,  che  sopra  cumuli 
di  rovine  lasciò  impressi  i  vestigi  delle  passate  sue  condizioni 
e  vicissitudini. 

E  sommamente  commendevole  è  questo  comune  sforzo  e  con- 
senso degli  studi  geologici  ed  archeologici  così  efficacemente 
a'  nostri  di  coltivati,  e  non  alieno  dalla  loro  natura  il  rispon- 
dersi degli  uni  agli  altri:  che  degli  studi  geologici  potrà  alcuna 
volta  l'archeologia  nelle  sue  ricerche  giovarsi  a  meglio  e  più 
addentro  comprendere  le  memorie  cosmologiche,  che  tauK  parte 
occupano  nelle  tradizioni  de'  popoli  ,  e  a  trarne  il  vero  senso 
di  sotto  al  velame  de'  simboli,  e  delle  allegorie  che  il  più  delle 
volte  lo  nasconde  ;  e  spesso  avverrà  che  la  stox'ia  degli  eventi  fi- 
sici conferirà  non  poco  ad  illustrare  la  storia  degli  eventi  umani , 
i  quali  sono  sovente  con  quelli  strettamente  collegati.  Molti 
chiari  ingegni  contribuirono  recentemente  cogli  studi,  e  coll'opere 
loro  all'  incremento  della  scienza  geologica ,  e  il  Cuvier  che  ri- 
volte le  profonde  sue  indagini  agli  sparsi  avanzi  d'  una  natura 
organica  spenta ,  meditò  sopra  quelli  i  rivolgimenti  fisici  della 
t«rra,  che  originarono  nuove  generazioni  d'esseri,  ne  ricompose 
in  gran  parte ,  e  ne  riprodusse  le  antiche  forme  con  universale  « 
maraviglia  di  tant' opra  d'ingegno,  e  il  Brougniart,  e  il  Blu-  1 
caud,  e  il  Gordier ,  e  1' Hutton  ,  e  l'Hyell,  e  il  Playfer,  e  il 
dottissimo  ed  infaticabile  sig.  Elia  di  Beaumont  ,  de' cui  studi 
e  lavori  ogni  di  s'accresce  la  scienza.  A  questi  nomi  illustri, 
onde  s'onora  la  Francia,  l'Inghilterra,  e  l'Alemagna,  noi  non 
dubiteremo  d'aggiungere  quello  d'un  egregio  nostro  compaesano 
ed  amico  il  sig.  Angelo  Sismonda,  professore  di  mineralogia,  il 
quale  preso  di  grande  amore  per  la  scienza  che  egli  professa ,  e 
quella  applicando  siccome  potente  sussidio  alle  cose  geologiche, 
con  dotte  ed  assidue  elucubrazioni  ,  e  con  frequenti  viaggi  per 
valli,  e  per  monti,  coopera  a  gara  coi  valenti  geologi  d'oltr'alpe, 
e  dolile  mare  all'  accrescimento  della  scienza  geologica.  Frutto 
d'  una    sua    receute    peregrinazione    fatta  in   compagnia  del   sig. 


155 

di  Beaumont  aj^i'averso  alcune  valli  delle  alpi  del  Piemonte  ; 
sono  le  osservazioni  che  noi  qui  annunziamo.  Sopra  questo 
medesimo  tema  sci'ive  pure  il  sig.  di  Beaumont  :  ma  il  suo 
lavoro  si  diversifica  da  quello  del  sig.  Sismonda,  in  quanto  che 
il  primo  s'attenne  più  particolarmente  alla  parte  teorica  fon- 
data sull'  osservazione,  laddove  il  secondo  ehbe  per  iscopo  prin- 
cipale r  esatta  esposizione  dei  fatti  :  non  omettendo  per  altro 
di  render  ragione  d'essi,  dove  cadeva  opportuno   il  farlo. 

Attraversata  in  tutta  la  sua  lunghezza  la  valle  d'Aosta,  i  due 
geologi  si  condussero  al  passaggio  del  piccolo  s.  Bernardo  5  varcato 
questo  monte,  e  discesi  al  borgo  di  s.  Maurizio  si  dirizzarono 
quindi  al  colle  di  Reme  nella  valle  dell' Isera:  percorsa  questa: 
valle,  e  quella,  di  Reme,  di  Cogno,  e  Val-Pellina ,  pervennero 
alla  valle  del  Gran  s.  Bernardo  ,  dove  si  terminò  la  loro  pe- 
regrinazione. Nessuno  degli  indizi  che  potevano  condurli  alla 
conoscenza  de'  teri-eni  di  tutto  quel  tratto  di  paese  trascorso , 
e  de'  rivolgimenti  cui  andarono  essi  sottoposti,  sfuggi  loro  inos- 
servato. Dal  fondo  delle  valli  salirono  su  pei  dorsi  de*  monti  , 
che  le  chiudono  sino  alle  loro  cime,  ricercando  dappertutto  i 
fessi  de'  monti,  i  burroni,  le  frane,  le  quali  danno  opportu- 
nità di  osservare  la  natura  degli  strati  gli  uni  agli  altri  ad- 
dossati, di  notarne  l'andamento  e  le  diverse  inclinazioni.  Dove 
i  fianchi  rovinosi  e  dirupati  delle  montagne  impedivano  loro 
la  salita,  raccolsero,  ed  esaminarono  i  ciottoli  svelti  da  quelle 
alture  inaccessibili  ,  e  portati  al  basso  dalle  fiumane  alpestri  ^ 
per  giudicare  da  quelli  della  qualità  delle  roccie  ,  cui  non  po- 
tevano esaminare  più  dappresso.  Noi  addurremo  qui  in  brieve 
compendio  i  risultati  delle  osservazioni  del  sig.  Sismonda ,  quali 
egli  li  notò  in  una  carta  geologica  annessa  alla  sua  scrittura. 

I  terreni  che  si  incontrano  lungo  la  valle  di  Aosta,  spettano 
a  quelli,  che  i  geologi  appellano  di  sollevamento,  primitivo, 
giurassico  ,  ed  alluviale  (  diluvium  ).  La  Diorite  roccia  di  sol- 
levamento si  mostra  sulle  porte  della  città  d'Ivrea,  ed  in  vari 
siti  della  valle  sorge  di  mezzo  ai  terreni  stratificati  la  serpen- 
tina. Lo  gneiss  terreno  primitivo  si  trova  poco  distante  dalla 
città  d'Ivrea,  e  continua  quasi  senza  interruzione  rimarchevole 
fino  alle   vicinanze   di   Veires  ,  dove   si   nasconde  sotto  la   for- 


154 

Trazione  giurassica,  cui  la  forza  dell'  urto  noa  fu  abbastanza 
gagliarda  per  disperdere.  Il  terreno  giurassico  occupa  la  più 
gran  parte  di  tutto  lo  spazio  compreso  tra  le  valli  soprammen- 
tovate.  Stando  alle  divisioni  più  generalmente  ammesse  dai  geo- 
logi ,  il  terreno  giurassico  della  valle  d'  Aosta  appartiene  alla 
parte  detta  giurassica  superiore.  Le  roccle  di  questo  terreno  ia 
complesso  sono  :  arenaria  (  grès  ),  scisti ,  e  calcarei.  Esse  si  al- 
ternano insieme  senza  mantenere  per  altro  una  costante  rego- 
larità, dimodoché  or  le  une,  or  le  altre  a  vicenda  compajono. 
Questi  sedimenti  mostrano  d'  essere  stati  urtali,  e  smossi  più 
volte  ;  dal  che  si  deriva  la  cagione  dei  frequenti  cambiamenti 
delle  loro  inclinazioni,  e  di  quelle  altre  anomalie  di  posizione 
che  iu  essi  si  osservano.  Il  terx'eno  d'  alluvione,  sotto  il  qual 
nome  1'  Autore  comprende  i  sedimenti  lasciati  indietro  dalle 
acque  nell'epoca,  in  cui  la  terra  ricevette  la  presente  sua  con- 
figurazione, si  distende  per  una  striscia,  che  da  S.  Vincent  va 
fino  ad  Arise. 

Il  monte  del  piccolo  s.  Bernardo  non  offre  al  geologo  copiosa 
materia  d'osservazione;  non  vi  si  incontrano  che  poche  varietà 
di  roccie  del  terieno  giurassico  superiore.  Delle  stesse  roccia 
si  compongono  pur  anche  i  monti  circostanti  al  borgo  di  s. 
Maurizio,  in  uno  de' quali  si  trovarono  rottami  impressi  di  belle 
forme  di  piante. 

1  molti  pezzi  scantonati  di  roccie  del  terreno  primitivo  tro- 
vati dal  sig.  Sisraonda  nel  letto  della  Thuile,  la  quale  raccoglie 
le  acque  del  ghiacciaio  ^MJfor5 ,  e  nell'alveo  d'un  torrente  che 
dai  monti,  a  cui  si  varca  per  le  gole,  che  han  nome  di  col 
da  Mont,  e  cól  dii  Lac ,  discende  poco  distante  da  s.  Foy  nella 
valle  dell' Isera,  l'indussero  a  giudicare  con  molta  verosimi- 
glianza che  sulle  cime  di  que'  monti,  da  cui  debbono  essere 
stati  divelti  que'  frammenti  di  roccie,  v'abbia  una  ellisoide  di 
terreno  primitivo  scoperto,  la  quale  ha  il  suo  più  grande  asse 
presso  a  poco  dal  N.  al  S.  ;  nella  qual  linea  comprendonsi  le 
creste  de' monti  sopra mmentovati ,  ed  il  ghiacciaio  Jiuìtors.  La 
medesima  congettura  gli  occorse  di  dover  fare  rispetto  ad  al- 
cune cime  di  monti  che  fiancheggiano  la  valle  di  Reme,  in 
fondo    alla   quale   gli    vennero   veduti   grossi    massi    rotolali    di 


135 

terreno  primitivo ,  indizio  del  trovarsi  sopra  le  cime  d' alcuni 
monti ,  end'  è  chiusa  quella  valle ,  nudo  della  formazione  giu- 
rassica, e  scoperto  quel  terreno. 

Dal  frequente ,  ed  ineguale  ristringersi ,  ed  allargarsi  delle 
catene  di  monti  che  chiudono  la  valle  di  Cogno ,  dagli  spessi 
suoi  torcimenti  ,  dalle  varie  rotture  e  ripiegature  osservate  nella 
stratificazione  del  suolo,  dalle  roccie  di  questo  essenzialmente 
modificate  nella  loro  composizione,  giudicò  il  signor  Sismonda 
turbati  da  due  dislocamenti  i  monti,  e  il  piano  della  valle  di 
Cogno.  Le  varie  modificazioni  prodotte  da  que'  dislocamenti 
nelle  roccie  della  valle  potrebbero  far  credere  a  prima  vista 
trovarsi  in  essa  più  terreni  ;  laddove  ricercando  più  addentrò 
(Quattro  soli  se  ne  discoprono  :  quel  di  sollevamento ,  il  primi- 
tivo, il  giurassico,  e  l'alluviale.  Il  terreno  di  sollevamento  che 
è  qui  una  serpentina  verdescura  sorge  per  un  picciolo  tratto 
nelle  vicinanze  di  Cogno.  Il  terreno  primitivo  comincia  a  tro- 
varsi poco  prima  di  J^ielle,  e  si  continua  fin  oltre  il  piccolo 
luogo  di  Pìnet.  In  varii  siti  per  altro  frapposti  a  questi  due 
punti  il  terreno  primitivo  è  nascosto  sotto  al  giurassico.  11  ter- 
reno giurassico  coperto  allo  sbocco  della  valle  dal  terreno  al- 
luviale  incomincia  ad  apparire  oltrepassato  il  piccolo  paese  di 
S.  Le'ger.  Alcune  falde  di  questa  formazione  si  protendono  fina 
al  di  là  di  f^ielie  soprapposte  allo  gneiss.  11  terreno  alluviale, 
depositi  terrosi  con  dentrovi  ciottoli ,  e  massi  incorporati  rico- 
prono le  chine  de'monti  situati  allo  sbocco  della  valle  verso  Aosta. 
1  monti  che  corrono  lungo  Val  Pellina  si  compongono  di 
tre  sorta  di  terreni:  primitivo,  giurassico,  ed  alluviale.  Il  ter- 
reno primitivo  comincia  a  mostrarsi  sotto  il  villaggio  di  Val 
Pellina,  dove  per  lo  sporgimento  di  un  contraforte  della  catena 
principale  la  valle  si  divide  in  due  rami^  l'insieme  del  terreno 
primitivo  di  questa  valle  rappresenta  la  figura  d'  un  ellisoide. 
Il  terreno  alluviale  copre  il  dorso  delle  montagne  giurassiche 
poste  allo  sbocco  della  valle ,  ricche  di  copiosa  vegetazione. 
Ha  quindi  principio  l'apparizione  del  terreno  giurassico,  che 
si  protende  su  pei  monti  della  valle  fino  al  Chalet  du  Piiy 
posto  all'estremità  superiore  di  Val  Pellina.  Quivi  s'apre  la  valle 
del  Gran  s.  Bernardo. 


136 

«  i  monti  di  questa  valle,  scrive  il  signor  Sismonda»  «ono 
alquanto  variati  nella  loro  composizione ,  motivo  per  cui  ap- 
pariscono numerose  varietà  di  roccie^  le  quali  però  mi  parvero 
appartenenti  a  due  sole  formazioni,  che  sono  la  primitiva  eia 
giurassica.  —  Bene  sovente  questi  due  terreni  compajono,  e  scora- 
pajono  a  vicenda ,  onde  conviene  credere  che  il  suolo  sia  stato 
inegualmente  urtato,  e  alzato,  non  potendosi  attribuire  alla 
forza  delle  acque  la  denudazione  fatta  qua  e  là  del  terreno  giu- 
rassico. » 

IS^e'  fianchi  de'  monti  prima  d'  Etrouhles  cominciasi  a  disco- 
prire il  terreno  primitivo,  il  quale  indi  a  poco  si  nasconde  sotto 
falde  giurassiche,  né  più  ricompare  che  oltrepassato  quel  paese 
d'onde  poscia  si  propaga  fino  nel  Vallese.  L'ossatura  del  monte 
del  Gran  s.  Bernardo  è  di  terreno  primitivo,  in  istrati  molto 
disordinati  con  sopravi  qua  e  là  masse  considerevoli  di  terreno 
giurassico,  cui  la  forza  del  sussulto  non  fu  abbastanza  efficace 
a  rimuovere.  Sotto  il  villaggio  di  Lìd  il  terreno  giurassico  in- 
vestì tutti  i  monti,  ed  il  primitivo  non  ricompare  che  al  pas- 
saggio della  galleria  situata  a  poca  distanza  da  S.  Barthelemi 
nel  Vallese. 

Neir  esporre  queste  brevi  notizie  noi  non  abbiamo  fatto  altro 
che  descrivere  secondo  i  suoi  scompartimenti  la  carta  geologica 
tracciata  dal  signor  Sismonda  ,  astenendoci  per  amor  di  bre- 
vità dall'indicare  tutte  quelle  particolarità  geologiche,  che  l'au- 
tore registrò  nella  sua  pi-egevole  scritta.  Quel  poco,  che  ne  ab- 
biam  detto ,  potrà  forse  gradire  anche  a  coloro  tra'  nostri  let*» 
tori,  che  non  sentono  molto  addentro  nella  geologia.  Quelli, 
che  più  dì  proposito  applicano  a  questa  scienza  il  loro  ingegno 
non  istieno  contenti  a  questi  nostri  brevi  cenni,  ma  leggano  da 
capo  a  fondo  le  osservazioni ,  che  noi  facendo  il  debito  nostro, 
abbiam  loro  annunziato.  Svolgendo  la  scritta  del  signor  Sismonda 
ne  occorse  di  doverci  dolere ,  che  egli  tutto  intento  all'  esame 
dei  terreni  abbia  omesso  di  toccare  alcuna  cosa  della  giacitura, 
dell'andamento,  e  di  tutte  quelle  altre  particolarità  geografiche 
delle  valli  da  lui  percorse ,  che  potevano  riuscire  di  qualche 
utile  alla  geografia  fisica.  Trovammo  qua  e  là  nello  scritto  del 
signor  Sismonda  alcune  inesattezze  di    locuzione  ,    le   quali   se 


137 

macchiano  ogni  scrittura,  molto  più  viziano  le  opere,  che  ra- 
gionano di  cose  scientificlie,  cui  principalmente  s'addice  l'esat- 
tezza ,  e  la  precisione.  Per  lo  che  vorremmo  noi,  che  maggiore 
opera  si  ponesse  nello  studio  della  propria  lingua  da  coloro  che 
coltivano  le  scienze.  Egli  per  caso  d'  esempio  adopera  il  voca- 
bolo principii  a  significare  sostanze  5  a  pag.  20,  princìpii  ema- 
nati dalle  profondità  terrestri  :  il  che  non  ci  par  detto  con  molta 
proprietà  ed  esattezza  ;  benché  ve  n'  abbia  esempi  in  alcuni 
scrittori  di  cose  scientifiche  :  usa  il  vocabolo  intaccato  per  al- 
terato, mutato;  a  pag.  20,  le  piriti  del forro  appena  vengono 
in  contatto  degli  agenti  atmosferici  ,  ne  sono  profondamente  in- 
taccate :  parlando  del  principio  d'una  valle,  ora  intende  per 
esso  il  sito,  dove  ella  sbocca;  ora  il  luogo,  dond'ella  partendo 
incomincia  a  dichinarsi  :  il  che  genera  spesso  confusione  nelle 
indicazioni  geografiche.  Da  queste  ed  altre  simili  inavvertenze 
desideriamo  di  veder  purgati  in  avvenire  gli  scritti  dell'esìmio 
professore  ed  amico,  affinchè  al  pregio  di  bella  e  peregrina  scienza 
s'accoppi  in  essi  quello  d'uno  scrivere  più  eletto,  e  più  pre- 
ciso. Terminiamo  esortando  il  sig.  Sismonda  a  pubblicare  sopra 
altre  regioni  del  nostro  bel  paese  nuove  geologiche  osservazioni, 
che  frutteranno  a  lui  degna  lode,  ai  cultori  della  scienza  uti» 
lità ,  e  diletto. 

G. 


138 

LEtTEBATURA  —  Alla.  Luna  versi  di  Agostino  Gagnoli. 

Parma,  tipografia  Fiaccadori,  i836. 


La  natura  mai  non  invecchia  ;  e  sempre  giovine  del  pari  è 
la  poesia  della  natura  :  e  quando  alcuno  de'  suoi  fonti  dal  con- 
tinuo attignervi  di  mille  poeti  par  disseccato  ,  sorge  in  qual 
èecolo  0  sotto  qual  clima  che  siasi  un  potente  ingegno  che  da 
quella  sorgente  inesauribile  sempre  novelle  e  fresche  sa  far  sca- 
turire le  acque.  Ai  giorni  nostri  nell'  ultimo  agonizzare  della 
mitologia  ,  che  pur  fu  lungo  ,  molti  sognarono  una  grande  e 
mal  riempibil  lacuna  nella  poesia  avvenire.  Compatisco  ad  alcuni 
sommi  *i  ,  che  ne  lamentarono  la  caduta  ,  e  intuonarono  Su 
quella  quasi  un  funebre  canto:  perocché  delle  cose  che  furono 
nella  giovinezza,  e  poscia  per  lungo  tempo  soggetto  degli  stu- 
dir  nostri ,  duole  altamente  veder  la  ruina  ;  e  non  è  certo  senza 
Una  ragione  che  la  sapienza  degli  antichi  italiani  la  parola  stu- 
dium  fece  sinonima  d'amore.  Così  gli  ultimi  saggi  del  pagane- 
simo videro  con  orrore  e  pietà  cader  d'  ogni  parte  quell'antico 
edifizio  ,  al  quale  si  appoggiava  la  loro  qual  che  si  fosse  fi- 
losofia. Così  Gibbon  cristiano,  pure  innamorato  dell' incompo- 
sta macchina  del  politeismo  dagl'  indefessi  studii  sovr'  essa  ,  ne 
manifestava  perfin  negli  scritti  uno  strano  desiderio. 

Ma  la  mitologia  ,  perchè  conservasse  fino  all'  età  presente 
un'  apparenza  di  vita ,  non  è  per  questo  che  non  fosse  già 
morta  assai  prima- 
Era  morta  dacché  si  spensero  affatto  le  credenze  religiose  , 
sulle  quali  è  fondata,  benché  la  forza  dell'abitudine  e  delle 
reminiscenze  ,  come  lungo  oscillare  di  ben  pulsata  campana  , 
desse  alle  sue  finzioni  quell'  attrattiva  che  esercita  su  persona 
desta  la  memoria  d'  un  bel  sogno  testé  fatto. 

Era  morta    e  sepolta  da  lunga  stagione  quando    1'  era  felice 

*i  Vedi  l'epitalamio  di  Vincenzo  Monti,  che  incomincia  Audace  scuola  bo- 
real  ecc. 


139 

del  risorgimento  la  tlisotterrò  dalle  rovine  Larbariche,  quando 
gli  esuli  della  Grecia  ricoverati  in  Italia  la  portarono  nella  terra 
del  lor  rifugio  ,  come  i  posteri  loro  a'  di  nostri  portarono  seco 
in  esiglio  il  freddo  cenere  degli  avi.  E  gli  occhi  de'  nostri  pa- 
dri ,  che  dopo  un  sonno  di  più  secoli  si  riaprivano  alla  luce 
delle  lettere  ,  delle  scienze  e  dell'  arti  ,  la  videro  colla  mera- 
viglia che  desta  la  scoperta  d'  un  tesoro  nascosto  ,  e  bella  della 
venerazione  dovuta  all'antichità. 

Era  (mi  si  perdoni  Timagine)  paralìtica  a'  tempi  d'Augusto, 
quando  in  petto  a'  Romani  che  da'  Greci  1'  avean  tolta  a  pre- 
stito ,  o  dirò  meglio  ad  essi  da  conquistatori  rapita  ,  destar 
non  poteva  quel  divoto  entusiasmo  che  una  religione  avita 
può  sola  far  nascere  5  quando  labbri  credenti  avean  cessato  di 
predicarla  a  creduli  orecchi  ,  e  derisa  in  segreto  da  que'  me- 
desimi che  ne  infioravano  i  loro  scritti ,  avea  perduta  quell' 
efficacia  che  dà  alle  cose  narrate  un  mutuo  consenso  di  fede. 
Quindi  a  Virgilio  pseudo  sacerdote  delle  divinità  mitologiche, 
vien  meno,  cred' io  ,  quando  s'interna  ne' lor  misteri  quel  re- 
ligioso affetto,  quella,  dirò  così,  unzione  di  che  sparge  le  sue 
mitiche  nanazioui  il  buon  Omero,  verace  e  devoto  sacerdote 
di  quelle. 

Quando  alla  mitologia  morta,  come  dissi,  tanto  tempo  prima 
mancò  perfin  la  grandezza  del  nome  ,  quell'ombra  potente  che 
alle  cose  grandi  sorvive  ancor  lunga  pezza  dopo  la  loro  caduta  ; 
il  vuoto  eh'  ella  minacciava  lasciare  nella  poesia  futura  ,  quella 
gran  lacuna  tanto  vaticinata  e  temuta,  non  comparve  in  ef- 
fetto ,  e  la  ragione  si  è  questa,  che  le  menti  s'erano  già  prima 
avvezze  al  meditare  ,  e  in  luogo  della  mitologia  col  corredo 
delle  sue  fantastiche  imagini  allettatrici  de'  sensi,  venne  a  porsi 
la  psicologia  con  tutti  i  reconditi  tesori  dell'  anima.  Molti  ed 
illustri  esempii  di  questa  felice  metamorfosi  mi  sarebbe  agevole 
addurre  tolti  dalla  nostra  e  dalle  straniere  letterature  :  ma  sic- 
come alcuni  versi  alla  Luna  formano  il  soggetto  di  quest'  arti- 
colo ,  dalla  luna  stessa  io  trarrò  unicamente  l'esempio.  Dacché 
questo  fido  satellite  s'aggira  variabile  intorno  alla  terra,  dac- 
ché uomini  vigilanti  e  meditabondi  ,  e  dotati  di  un  delicato 
sentire  la  van  contemplando  ,    d'  innumerevoli  poesie    la  luna 


140 

fu  tema  :   pur  questo  tema  non  è  paranco  esaurito  ,""  e   fa  tut-. 
tavia   presentemente  le  delizie  di  alcuni  nobili  ingegni. 

Usi  gli  antichi  poeti  a  tutto  vestire  d'  imagini ,  a  parlare  alla 
fantasia  più  che  all'  intelletto  ed  al  cuore  ,  immedesimando 
colla  figlia  di  Latona  11  dolce  astro  della  notte,  di  tutti  gli  at- 
tributi di  quella  Dea  l'arricchirono,  ed  apersero  cosi  alla  poe- 
sia un  vasto  campo  di  allusioni.  Così  Niso  ,  mentre  sta  per  li- 
berare dall'  arco  la  freccia ,  che  doveva  infìggersi  nel  tergo  del 
Kutulo  Salmone  ,  rivolti  gli  occhi  alla  Luna  ,  prega  quella  di- 
vinità cacciatrice  ,  quella  custode  delle  selve  a  dirigere  al  fis- 
sato scopo  il  suo  strale  : 

Ocyus  adducto  torquens  bastile  lacerto  , 
Suspiciens  altam  Lunam,  et  sic  voce  prceatur. 
Tu  Dea  ,   tu  praesens  nostro  succurrc  labori 
Astrorum  decus,  et  nemorum  Latonia  custos. 


Hunc  sine  ine  turbare  globum,  et  rege  tela  per  auras  *i. 

Cosi  Enea  visitante  l'inferno,  all'approssimarsi  d'Ecate, 
che  colla  Luna  stessa  e  con  Diana  soleva  scambiarsi;  cioè  al 
tramontare  che  fa  la  Luna  per  dar  luogo  alla  luce  del  sole, 
sente  tremare  il  suolo  ,  e  ode  1'  ululato  de'  cani,  che  precedon 
la  Dea  : 

Ecce  autcm  primi  sub  lumina  solis  et  ortus 
Sub  pedibus  niugire  solum ,  et  juga  ccepta  moveri 
Sylvarum  ,  visseque  canes  ululare  per  umbram  , 
Adventante  Dea  *2. 

Pei  moderni  poeti  la  Luna  non  è  più  la  triforme  Dea  de- 
gli antichi.  Ella  perdette  il  suo  carro  guidato    da  cavalle  o  da 

*l  Eheid  Lib.  IX.  Dall'  episodio  Virgiliano  di  Eurialo  e  Niso  trasse  Ariosto 
il  suo  non  men  bello  di  Cloridano  e  Medoro  (Fur.  Canto  XVIII  )  ,  nel  quale 
è  notabile  1'  accorgimento  di  scegliere  frai  Mori  Maomettani  di  religione  ,  e  per- 
ciò avvezzi  a  prestar  culto  alla  luna,  questi  due  personaggi,  affinchè  l'invocazione 
alla  luna  ,  cbe  pur  imitò  dal  latino  ,  posta  in  bocca  dell'  un  d'  essi ,  non  fossa 
irragionevole  e  strana. 

*2  Ekeio.  Lib.  IV.  All'identità  della  Luna  con  Ecate  allude  Dante  nell'In- 
ferno canto  X,  dove  Farinata  predicendo  al  Poeta  l' esiglio  a  cui  doveva  esser 
condannato  prima  cbe  cinquanta  lune  fosser  corse ,  dice  : 
Ma  non  cinquanta  volte  fìa  raccesa 
La  faccia  de   la  donna  che  qui  regge  , 
.     .  Che  tu  saprai  quanto  qucll'  arte  pesa. 


141 

cerTe  :  il  latrato  de'  cani  più  non  annunzia  il  suo  arrivo  ,  e 
quei  tanti  suoi  predicati ,  che  Foscolo  raccolse  in  una  famosa 
orazione,  più  non  le  convengono.  Ma  non  per  questo  sarà  mai 
detto,  che  il  vero  sia  micidiale  all'ispirazione  poetica,  e  che 
la  Luna  spogliata  di  tutte  coteste  mitiche  dovizie ,  altro  più 
non  rimanga  agli  occhi  d'affettuoso  contemplatore,  che  un 
corpo  opaco  che  splende  di  una  luce  riflessa.  E  d'una  luce  as- 
sai più  pallida  e  riflessa ,  che  non  risplenda  in  cielo  ,  ella  ri- 
splenderehbe  ne'  moderni  versi ,  ove  dalle  mitologiche  allusioni 
derivasse  pur  tuttavia  ogni  poetico  lume,  ove  i  cantori  presenti 
non  disperando  di  vestirla  di  una  luce  propria,  e  non  men  vi- 
va, le  loro  ispirazioni  ad  una  fonte  inesausta  non  attignessero: 
questa  è  la  contemplazione  della  natura. 

Prova  di  quanto  asserimmo  finora  siano  i  versi  alla  Luna 
del  sig.  Agostino  Gagnoli  ,  i  quali  senza  il  sussidio  delle  gre- 
che tradizioni  ,  pur  appajono  ricchi  di  poesia  pittrice  ed  affet- 
tuosa :  perocché  contemplando  lo  spettacolo  d'una  notte  tran- 
quilla da  mesto  e  placido  raggio  di  Luna  illuminata ,  rien- 
trava egli  dentro  di  sé ,  e  le  voci  del  cuore  e  dell'  anima  a 
quella  vista  commossa  attentamente  ascoltava  ,  siccome  uomo 
che  dal  cuore  e  dall'anima  coli'  esterna  natura  posti  a  con- 
tatto ,  vuol  far  uscire  poetiche  scintille.  Da  questa  doppia  con- 
templazione e  della  natura  e  di  se  stesso,  emergea  poi  una 
poesia ,  che  Maroucelli  con  un  vocabolo  più  espressivo  che  ben 
sonante,  direbbe,  cor-mentale.  Ne  sien  prova  i  seguenti  versi, 
che  scelti  qua  e  là  noi  citiamo  per  tutto  elogio  ,  confidando 
più  che  nella  maestria  nostra  a  farne  conoscere  le  bellezze  , 
nel  buon  gusto  de'  lettori  a  discernerle. 

Come  tu  sorgi,  di  pallor  dipingi 
I  nativi  miei  poggi,  e  quanto  guardi 
Di  tacita  mestizia  si  ricopre. 
Tutto  veggendo  sconsolalo  il  mondo 
Proveggo  al  mio  dolor  5  indi  sul  nudo 
Suolo  mi  getto  ,  e  gli  occhi,   che  di  pianto 
Rugiadosi  si  fanno  ,  io  mando  in  giro 
Per  l'Etra,  e  te,  placida  Dea,   pur  seguo 


142 

Fra  la  nube  die   velati  la  faccia  , 
E  che,  da  lei  sciogliendoti,  saluti  , 
Mentre  un  orlo  le  fai  di  schietto  argento. 
Poe  aere  prendi ,  e  squallida  ritorna 
La  nube  ,  che  solinga  erra ,  e  si  perde. 
Tal  io  m'attristo,  e  dico:  se  de'  verdi 
Anni  così  r  illusion  mi  lascia  , 
Andrò  perduto. 

AUor  che  la  pupilla 
Al   natio  fonte  io  giro, 
E  sull'onda  tranquilla 
Passar  lenta  ti  miro  , 
Ricordo  il  dì  che  a  queste  limpid'  acque 
Venne  Lide  a  specchiarsi  ,  e  più  mi  placciuc. 

E  con  sospir  rammento, 
Che  a   te  gli  occhi  volgea  , 
E  r  animo  contento 
Sul  volto  a  lei  splendea  -, 
E  s'  era  bella  al  paragon  d' ognuna  , 
Tu  ancor  più  bella  la  rendevi ,  o  Luna. 

I  seguenti  mi  parvero  segnati  d'  un'  impronta  Foscoliana. 

Stan  sulla  terra  altissimi  silenzii , 

E  per  r  interminabile  quiete 

Corre  della  mia  fiera  alma  il  tumulto. 

Nel  dolce  sonno  di   natura  io  solo 

In  pianto  veglio  ?  e  queste  cran  le  notti 

Che  sperai  nella  bella  alba  di  vita  ? 

Ah  !  che  allegrezza  di  tranquilla  sera 

Ove  amor  più  eloquente  ne  {livella 

In  cor  per  sempre  ho  morta.  A  me  la  speme 

Fu  come  astro  fallace  ,  che  nel  cielo 

Lascia  dopo  di  sé  lucida  riga. 

Che  neir  azzurro  tacita  si  perde. 

Pur  un  alletto  ,  una  speranza  è  forte 


143 

Necessitade  ,  ed  io  la  sento;  e  chieggo 
^  Alto  gridando  disperatamente 
Una  gioja  ,  ma  invano;  che  natura 
Al  dolor  non  provvede ,  e  meco  piango 
Di  nostra  infelicissima  famiglia. 
Ma  tu  ,  o  Luna  ,  mi  giovi  ,  e  benedico 
Alla  dolcezza  di  tua  luce  queta 
Che  di  pace  ragiona  e  di  memorie 
Al  giovinetto  infortunato  ,  e  splende 
A  sua  casa  paterna. 

Un  altro  canto  alla  Luna  ,  e  questo  inedito  ,  ne  comunicò 
cortesemente  il  eh.  autore;  e  noi  credendo  far  cosa  grata  ai 
lettori,  ci  facciam  lecito  di  qui  pubblicarlo. 

Alla  Luna  *. 

Oh  come  entra  solinga 

Per  le  tacite  vie  del  firmamento 

La  luna,  e  par  che  tinga 

La  nuvoletta  di  pallido  argento  ! 

Oh  come  in  terra  dal  suo  queto  albore 

Sparge  una  mesta  voluttà  d'  amore  ! 
O  de'  cieli  seconda 

E  prima  della  sera  meraviglia, 

Regina  vereconda 

Alla  bella  degli  astri  aurea  famiglia. 

Passi  nell'alma  che  di  te  non  tace, 

La  tua  santa  dolcezza,  e  la  tua  pace. 
In  su  la  notte  bruna 

Hanno  le  stelle  poca  luce  e  stanca  : 

Ma  la  candida  luna 

L' immensità  dell'  universo  imbianca  : 

Mostra  la  terra,  come  pria  distinta, 

E  in  più  mite  color  tutta  dipinta. 

*  Imitazione  da  Her^cy. 


144 

Pura  pura  discende 

Melanconica  luce  alla  collina  , 
E  giù  leve  si  stende 
Alla  valletta  per  l'erbosa  china, 
Le  foreste  rischiara  erme  e  segrete, 
E  argenta  le  marine  onde  quiete. 
Per  entro  le  serene 

D'  un  bellissimo  aprii  notti  tranquille 
Chi  non  guarda  a  Selene  ? 
È  il  paradiso  di  mortai  pupille, 
O  ne  segni  un  sentier  di   mezzo  ai  prati, 
O  ne  guidi  ne'  boschi  amoreggiati. 
Sempre  dolce  soccorre 

Al  peregrin  che  su  la  poppa  canta  , 
Mentre  impavido  corre  • 

Di  volubile  mar  onda  cotanta, 
E  pietoso  ripensa  il  suol  natio  ,• 
Ove  disse  alla  sua  vergine  addio. 
Oh  !  piena  di  contento 

Età  mia  prima,  quando  solo  in  riva 
Stetti  d'  oceano ,  e  lento 
Vidi  il  flutto  che  al  monte  si  moriva  ! 
Ivan   l'acque   perdute  in  lontananza, 
E  degli  astri  si  fean  specchio  alla  danza. 
Dell'  etra  tuttoquanto 

Ingemmava  il  zaffiro  ,  e  senza  velo 
Lenta  la  luna  intanto 
Per  la  muta  salia  vòlta  del  cielo, 
E  vagheggiarsi  più  che  mai  ridente 
Amava  nell'  azzurra  onda  lucente. 
Ganzon  ,  alma  seduta 

Troverai  sulla  berica  pendice  *i  , 
Che  d'  un  inno  saluta 
La  notturna  d'  amore  ispiratrice  : 
Dille  che  bella  come  luna,  e  onesta 
E  colei  che  la  mia  vita  fa  mesta. 

'"i  Jacopo  Cabiìine». 


145 

A  giustificare  il  paragone  che  da  noi  si  fece  tra  la  mitolo- 
gica e  la  psicologica  poesia  ,  niente  a  parer  nostro  è  più  ac- 
concio del  confronto  che  può  istituire  il  lettore  frali' ode  safjfica 
tradotta  dal  greco ,  e  gli  altri  versi  tutti  originali  di  questa 
breve  raccolta.  La  prima  abbonda  d'  imagini.  L'eburneo  trono, 
le  vergini  stelle,  il  candido  cocchio,  i  bianchi  cavalli,  e  si- 
mili luoghi  comuni  della  greca  poesia  son  tutti  colori  sensibili, 
fatti  (mi  si  passi  la  frase)  per  materializzare  il  peusitìro.  Ora 
s'  ascolti  il  Gagnoli  : 

Mestizia  alla   sventura 

iSai   che  si  fa  dolcezza  : 

Ferma,  e  la   tua  tristezza 

Tutta  mi  versa  in  cor. 
Tu  non  n»'  ascolti  ,  ornai 

Tramonti ,   e  dir  mi  sembri 

Co'  moribondi   ral , 

Gli'  io  pur  tramonterò. 
Ah!  tjual  tu  adesso,   in  breve 

Tramonterà  mia   stella, 

Tu  sorgerai  più  bella  , 

Io  più  non  sorgerò. 

Questo  può  dirsi  uno  spiritualizzar  la  materia.  Quale  dei 
due  sia  il  più  nobile,  il  vero  fine  della  poesia  ,  lascio  giudi- 
carne al  lettore.  Non  dissimuleremo  per  altro  che  il  pensiero 
di  paragonar  la  morte  dell'  uomo  al  tramonto  degli  astri ,  è 
Catulliano:  e  chi  noi  sa?  ma  dalla  nuova  e  gentil  forma  dell' 
incastonatura,  questa  gemma  antica  acquista  novello  splendore. 
Lodando  l'impasto  dello  stile  e  del  verso,  l'amore  dell'  arie 
c'ingiunge  di  annotare  al  Ch.  Autore  quelle  poche  cose  che  ne 
parvero  mende  ,  e  oftesero  il  nostro  gusto,  il  quale  però  non 
presumiamo  della  benché  menoma  autorità  rivestito.  A  pag.  5 
leggiamo  i  seguenti  versi  : 

Nella  mano  dimentica 
Tu  r  arpa  le  inargenta  . 
E  tosto  udrai   che  all'  aerw 
Un'  .Trmonia  lamenta. 

IO 


146 

Questo  verbo  lamentare  non  appai-  bene  se  sia  attivo  n  neu- 
tro ,  se  regga  il  sostantivo  armonia ,  o  ne  venga  retto.  Coraun- 
ane  sia  di  ciò,  V  armonia  che  lamenta  all' aere  j  o  che  vien 
lamentata  ,  ne  pajono  locuzioni   oscure  e  viziose  *i. 

L'  ultima  stanza  della  canzone  inedita  dice  cosi  : 

Canzon  ,  alma  seduta 

Troverai  sulla  berica  pendice , 

Che  d.'  un  inno  saluta 

La  notturna  d'  amore  ispiratrice. 

Le  voci  alma,  anima,  spirito,  allor  soltanto  dovrebbero  im- 
piegarsi a  significar  tutto  l'uomo,  quando  all'uomo  stesso  dar 
si  vuole  un  qualche  attributo  che  dell'  anima  sia  proprio  e 
particolare.  Così  a  lodar  taluno  di  gentilezza,  spirto  gentile, 
ad  accusarlo  di  codardia,  alma  codai'da,  a  rampognarlo  d'ava- 
ilzia,  anima  avara  il  chiamiamo;  perchè  la  gentilezza  ,  la  co- 
dardia, l'avarizia,  all'anima  appartengonsi ,  e  non  al  corpo. 
Non  così  dell' azion  del  sedere  che  è  cosa  tutta  del  corpo,  né 
r  anima  v'  ha  parte  se  non  col  muovere  ed  atteggiare  i  membri 
in  forza  dell'  impero  che  eserce  su  quelli.  Nelle  nostre  ingenue 
osservazioni  possa  1'  autore  scorgere  un  pegno  della  stima  che 
abbiamo  di  lui  concepita,  e  ricordarsi  che  il  biasimo  fra  certi 
limiti  costretto  è  quell'aromato  che  preserva  la  lode  dalla  nau- 
sea ,  e  dal  puzzo  dell'  adulazione. 

Ci  gode  r  animo  nello  intendere  dal  signor  Cagnoli  medesi- 
mo ,  eh'  egli  ad  un  nuovo  e  più  importante  genere  di  poesia 
si  accinge  a  consecrar  le  sue  veglie.  E  se  i  nostri  conforti  hanno 
qualche  efficacia  presso  di  lui  ,  noi  lo  esortiamo  a  mettei-si  a- 
lacremente  sul  quantunque  arduo  sentiero  ,  aiisiosi  quali  siam 
noi  di  segnare  con  altri  scritti  simili  a  questo  ogni  beli'  orma 
che  nella  sua  nuova  carriera  egli  sia  per  istampare. 

*i  Non  è  qui  fuor  di  luogo  I'  osservare  come  sia  divenuto  «m  vezzo  de'  mo- 
derni scrittori  italinni  ,  principalmente  de'  poeti  ,  il  far  neutri  que'  verbi  die 
dovrebbero  esser  neutri  passivi. 

C.    Hf. 


147 

Trascriviamo  qui  una  lettera  di  Cesare  Arici  al  nostro  Au- 
tore, la  quale  crediamo  non  indegna  de' lettori ,  sia  per  esser 
questa  un  documento  di  amorevolezza  esemplare  fra  letterati  , 
e  di  rara  modestia  d' uom  letterato ,  sia  per  alcune  cose  nota- 
bili che  ne  par  contenere. 


Lkttera  di  Cesare  Arici  ad  Agostino  Cagnoli-Reggio. 

Mio  preg.°  Signore 

Bre&cia  i8  ghn  i834. 

Dopo  molta  aggirata  di  viaggi  e  di  villeggiatura  con  la  mia 
famiglia,  sono  tornato  in  città,  e  trovo  con  altre  lettere  in 
casa  la  veneratissima  vostra  scrittami  sino  dagli  ultimi  di  8bre  : 
alla  quale,  sebben  tardi,  rispondo  oggi.  Scusimi  appo  voi ,  preg." 
signore,  l'assenza  di  città,  e  mi  sciolga  dal  sospetto  di  scor- 
tesìa e  di  poca  creanza. 

Dalle  care  espressioni  vostre  argomento  molta  e  specchiata 
gentilezza,  e  tenendomi  per  meritato  tutto  ciò  che  tiene  a  be- 
nevolenza e  comune  attenzione  a'baoui  sludi,  rimandovi  indietro 
tutto  quello  che  io  non  merito,  né  meriterò  giammai*  l'eccel- 
lenza di  scrittore.  Questa  gloria  non  V  lio  amata  quando  erami 
tra  i  possibili  di  conseguirla:  orane  ho  persa  la  speranza  e  la 
voglia  fin  anco  :  e  mi  basta  il  compiacere  qualche  volta  a  me 
stesso ,  scrivendo  alia  mia  maniera  ,  che  non  è  affatto  più  della 
età  che  viviamo. 

Questi  inni  supposti  tradotti  dal  testo  di  Bachilide  (  slimo 
che  v'  intendiate  di  quelli  )  ,  li  scrissi  più  per  istudio  che  j)«;r 
ispirazione  ,  e  per  tener  dietro  ai  modi  di  un  celebrato  mio 
collega  dell'istituto  italiano:  Dionigi  Strocchì.  Sonosi  allora 
stampati  in  Brescia;  ma  né  io,  né  altri  li  possiede.  La  scuola 
romantica  ne  ha  acquistati  gli  esemplari  ,  ed  ha  fatto  quello 
che  giudiziosamente  era  solito  fare  nel  suo  compleanno  1'  egregio 
Puliiiano  di   Marziale  :  furono  tutti  Wuciati.    A    ogni    modo    ai 


148 

pensa  in  Padova  a  un'edizione  coinplela  delle  cos«w  mie,  nella 
quale  vorrò  si  comprendano  anco  quelle  greclie  contrattazioni, 
<  (]   io  allora  ve  ne  manderò  una  copia. 

Se  mai  qualche  cosa  io  valgo  qui  nel  mio  paese,  ricorda- 
tevi dell'attenzione  mia,  e  della  servitù  che  intera  vi  profe- 
risco, ed  amate 

L'Afr.'»°  V.'"  S." 
Cesare  Arici 


Feux  foUets  —  Par  Leon  Menabrea  (*). 


Già  sta  per  gocciolarne  sul  capo,  o  lettori  prestantissimi, 
l'anno  trentesimo  settimo  di  quel  secolo  decimonono  che  al 
suo  apparire  proclamò  il  regno  della  realtà,  e  stranamente  si 
battezzava  dandosi  nome  di  secolo  positivo.  Il  nuovo  nome  fece 
fortuna ,  perchè  i  nomi  stanno  alle  cose  come  la  maschera  al 
volto  del  bipede  umano,  ed  il  volgo  credendo  che  quel  nome 
valesse  a  designar  cose  nuove,  plaudì  e  sperò,  come  l'imberbe 
giovane  sogna  felicità ,  e  giura  amore  al  dominò  incognito,  cui 
una  bionda  perrucca,  ed  un  viso  di  cera  copre  il  crine  bian- 
castro e  la  faccia  aggrinzata.  Portentoso  fu  il  prestigio  di  quel 
nome,  attalchè  chiunque  volle  vestirsi  agli  occhi  altrui  di  sa- 
pienza, o  mercar  pregio  di  assennato,  o  esercitare  sull'opinione 
degli  uomini  una  qualche  influenza ,  predicò  se  stesso  per  alta- 
mente positivo.  E  le  scienze ,  e  le  lettere ,  e  le  arti ,  e  la  mo- 
rale perfino,  tutto  soggiacque  al  prepotente  dominio  dell'  invalso 
andazzo,  ed  il  valor  positivo,  o  l'utile  materiale  fu  la  pietra 
di  paragone  che  servì  a  giudicare  ogni    cosa,   ogni   disciplina  , 

(*)  Sì  vendono  [irckso  i  lil»iai   Bocca  e  Reycend. 


149 

ogni  azione.  Cosi  la  sentenza  del  disperante  Bruto,  che  nel  sot- 
trarsi eoa  volontaria  morte  allo  spettacolo  della  patria  caduta, 
esclamava  :  o  virtù ,  non  sei  tu  dunque  che  un  nome  vano  ! 
quella  malaugurata  sentenza  vediamo  oggi  salita  in  onore  ,  e 
ripetuta  da  tanti  che  pur  non  son  Bruti. 

In  tal  condizione  di  cose  con  qual  fronte  mi  farò  io  ad  in- 
trattenervi,  o  lettori  umanissimi,  di  un  libro  che  porta  per 
titolo  Fuochi  fatui?  E  non  è  già  ch'io  creda  che  l'infido  ba- 
gliore di  certe  labili  meteore  abbia  perduto  presso  i  riveriti 
signori  contemporanei  1'  incanto  antico  5  ma  dire  tondo  tondo 
questi  son  fuochi  fatui ,  e  consigliare  di  correrci  dietro ,  e  pro- 
mettere ad  un  tempo  che  non  sarà  per  fallire  1'  idolato  torna- 
conto, ella  è  impresa  da  spaventare  il  più  ardimentoso  fra  i 
campioni  della  periodica  letteratura. 

Eppure  ove  piaccia  al  cortese  lettore  di  librare  nel  suo  senno 
il  candido  consiglio  che  a  lui  sto  per  dare ,  fors'  egli  avviserà 
che  paradosso  ei  non  è  quanto  a  prima  giunta  sembrare  potrebbe. 
E  polche  r  utile  è  pur  sempre  la  corda  che  egli  è  mestieri  far 
vibrare,  qualunque  sia  il  tuono  della  musica  che  si  suona,  chi 
fia  che  nieghi  emergere  in  fatti  un'  utilità  positiva  dall'  alto 
per  cui  si  fugge  ad  un  danno  sovrastante  ?  Ora  se  come  addi- 
viene talvolta  si  può  cambiare  una  realtà  che  stomaca,  ed  ac- 
cora con  una  qualche  finzione  che  lusinga  e  conforta ,  forse 
il  cambio  non  sarà  tutto  di  guadagno?  Una  tal  considerazione 
dovrebbe  scemare  l'altero  disdegno  di  molli  ,  che  avvoltolati 
sino  agli  occhi  nelle  misere  bisogne  del  mondo  positivo  ,  non 
sanno  patire  che  chi  trova  in  esse  amarezza  o  fastidio  rifuggasi 
a  cercare  un  compenso  di  dolce  fra  gli  effimeri  fantasmi  del 
mondo  ideale.  Egli  è  pur  bello  quel  mondo  ideale  che  ciascuno 
può  fare  a  piacimento  irradialo  da  eterna  aurora  ,  dove  si  spazia 
libero  e  felice  senza  inciampo  di  dogane  o  polizie  ,  ove  le  rose 
non  ascondono  maligne  spine,  e  .l'ottimismo  può  regnare  asso- 
luto senza  che  il  mal  genio  della  realtà  opponga  a'  suoi  desi- 
deri r  Irrcvocabil  V^eto,  lo  amo  il  mondo  ideale,  ed  amo  i  fuo- 
chi fatui  del  slg.  Menabrea  ,  che  son  vaghe  creazioni  di  uua 
lecouda  e  calda  fantasia  ;  e  più  gli  amo  pensando  a  molti  fuochi 
cjie  non  son  fatui  purtroppo,  come  le  cruzioal  di   quel  \esuviu 


150 

che  minaccia  talora  la  bella  Partenope ,  1  nefandi  incendi  che 
disertan  la  misera  Spagna,  quei  tonanti  fuochi  di  fila,  di  bat- 
taglione, e  di  divisione  per  cui  la  terra  si  copre  di  cadaveri. 
Cinque  sono  le  novelle,  o  racconti  che  sotto  il  modesto  titolo 
ci  presenta  l'autore,  dei  quali  comechè  scritti  sotto  l'impero 
d'una  diversa  inspirazione,  noi  non  ci  faremo  a  giudicare  col- 
lettivamente. —  Diremo  soltanto  alcuna  cosa  sopra  il  primo  e 
l'ultimo  di  essi,  a  ciò  consigliati  non  da  ìnstituito  paragone 
coi  rimanenti  ,  ma  dal  sembrarne  che  1'  indole  dello  scrittore 
maggiormente  in  quelli  si  riveli,  ed  apparisca*,  e  tralascieremo 
anche  di  dare  ai  lettori  il  sunto  degli  eventi  nei  medesimi 
descritti,  perchè  gran  parte  della  vita  e  dell'interesse  che  spi- 
rano sta  nei  colori  di  che  li  vestiva  l'autore,  ed  il  portare  lo 
scalpello  anatomico  nei  parti  dell'immaginazione,  è  forse  il  peg- 
gior   modo  di  farli  conoscere. 

La  novella  prima  porta  per  titolo  1'  Organo  di  s.  Giorgio  : 
una  chiesa  gotica  che  l'autore  fedelmente  dipinge,  il  magico 
effetto  di  una  soave  armonia  sopra  un'  immensa  folla  accorrente 
al  tempio,  un  qualche  rapido  sguardo  sull'età  cui  si  riferisce 
l'azione,  ne  costituiscono  le  parte  descrittiva.  In  essa  il  signor 
Menabrea  fece  prova  di  molta  maestria  nel  tentar  di  risuscitare 
in  noi  le  impressioni  che  dovean  produrre  sugli  animi  una  for- 
ma di  culto  altramente  solenne  ,  ed  il  suono  nuovo  in  allora 
di  un  maraviglioso  stromento,  che  esercita  tuttora  sugli  incalliti 
sensi  nostri  un  sì  possente  incanto.  E  quando  a  notte  buia  egli 
introduce  il  giovane  protagonista  del  suo  racconto  in  quella 
chiesa  spintovi  da  affetti  e  speranze  terrene,  il  mistico  terrore 
che  invade  il  suo  core  in  tumulto  fra  tanto  silenzio  ed  oscurità, 
in  mezzo  alle  larve  che  un'  immaginazione  fortemente  scossa  , 
e  le  credenze  del  tempo  gli  presentano,  quel  terrore  vago  ed 
indefinito  si  comunica  a  chi  legge,  ed  è  principalmente  in  queste 
pagine  che  riverbera  assai  vivo  il  potente  genio  di  Ofinan. 

Alla  parte  drammatica  porge  argomento  una  creatura  bella, 
misteriosa,  infelice,  per  cui  ardono  d'  amore  un  dabben  gio- 
vane, ed  un  tristo  uomo.  La  pura  e  fantastica  passione  dell'uno 
in  lotta  con  quella  dell'altro,  brutale  per  lo  scopo,  scellerata 
pel  carattere  di  chi  la  nutre,   dà  luogo  a  scene  fra  le  quali  Taf- 


151 

fetto  e  l'azione  progrecllscono  vivi  e  concitati  del  paro.  L'atro- 
cità della  catastrofe  con  cui  termina  la  narrazione  viea  diminuita 
dallo  scampo  schiuso  alla  candida  coppia  dei  travagliati  amanti, 
che  un  perverso  rivale  tentò  indarno,  e  con  danno  proprio  di 
sacrificare  al  satanico  suo  talento.  Foi'se  male  non  s'apporrebbe 
chi  volendo  indicare  la  fonte  di  alcune  inspirazioni  in  questa 
novella  consegnate ,  designasse  alcuni  capitoli  del  romanzo  di 
Victor  Hugo,  intitolato  Notra  Dame  de  Paris  ,  e  qualcuno  fra 
i  Coiitcs  fanLasqiies  di  Ofnian  5  ma  è  giusto  il  dire ,  che  se 
alcune  rare  volte  l'imitazione  s'appalesa,  di  plagio  pure  nou 
v'  ha  orma.         ^ 

Un'altra  musa  agitava  l'autore  quando  egli  scrisse  l'ultimo 
de' suoi  racconti  che  vien  sotto  il  nome  di  Coclite,  ed  è  l'Iro- 
nia: quella  che  dettava  a  Lord  Byron  T  incomparabile  suo  Don 
Juan  ,  e  che  vorremmo  chiamare  la  musa  per  eccellenza  del 
secol  nostro:  quella. che  allorquando  l'onesta  indignazione  stanca 
di  fulminare  impotenti  anatemi  sui  vizi,  e  sulle  stranezze  degli 
uomini  si  tace ,  a  lei  sotteutra  per  riprovarli  coli' amaro  suo 
ghigno,  e  li  assale  col  mordente  sarcasmo.  L'  orditura  di  questa 
novella  è  pressoché  un  nulla;  lo  scriltore  non  si  propose  di 
esporci  un'  accozzamento  di  casi  stretti  in  nodo,  per  poscia  pre- 
sentarcene lo  sviluppo  e  Io  scioglimento.  Egli  s'  avventura  iu 
alcune  vicende  con  un  mariuolo  di  scolaruccìo  orbo  d'  un  oc- 
chio ,  d'onde  il  nome  di  Coclite,  e  procedendo  senza  scopo 
prefisso,  toglie  dal  menomo  incidente  occasione  per  entrare  in 
ogni  soggetto,  ed  andare,  come  dice  il  buon  Passeronl 

Alla  brigata  rivedendo   il   pelo. 

Quindi  la  narrazione  è  sovente  interrotta  ora  da  una  discus- 
sione che  egli  stabilisce  col  lettore,  ora  da  riflessioni  filosofiche 
suggeritegli  dalle  cose ,  il  cui  nome  trovasi  come  per  caso  sotto 
la  sua  penna ,  ed  ora  da  un  arguto  motteggio  con  che  iri-ide 
le  umane  follie. 

Arduo  sentiero  imprese  a  battere  l' autore  ,  perchè  egli  è 
difficile,  visto  la  copia  di  transizioni  che  un  tal  genere  di  com- 
ponimenti richiede ,  il  trovarne  sempre   delle  spont:iaee  e  felici, 


152 

e  rlove  esse  putaiio  alquanto  del  lambiccato,  o  non  siano  uiae- 
strevolmente  condotte,  il  lettore  facilmente  si  stanca  e  infasti- 
disce. Il  quale  scoglio  fu  per  lo  più  felicemente  sfuggito  dal 
sig.  Meuabrea  ,  e  se  talvolta  accade  che  per  un  troppo  lungo 
divagare  dal  soggetto  non  riesca  subito  a  chi  legge  di  racapezzare 
il  filo  delle  prime  idee,  molti  pregi  di  sostanza  e  di  forma  lar- 
gamente ricomprano  quel  leggiero  difetto. 

Forse  potrà  chiederci  taluno  a  qual  genere  di  letteratura 
appartengano  questi  racconti,  o  di  quale  scuola  si  mostri  di- 
scepolo l'autore;  e  noi,  guardando  al  complesso  del  libro,  volen- 
tieri risponderemo,  di  nessuna.  Li  assiomi  dei  diversi  sistemi,  i 
precetti  delle  varie  scuole  che  insegnano  il  comporre ,  trattan- 
dosi di  lavori  d' immaginazione ,  sono  indigesta  pastura ,  buona 
a  ruminare  per  chi  non  avendo  in  sé  alcuna  favilla  del  fuoco 
sacro,  vuol  pure  intromettersi  fra  i  sacerdoti  delle  muse.  Ma 
quegli  cui  un  raggio  della  fiamma  celeste  feconda  l'anima  e.  la 
mente,  colui  prenda  consiglio  da  se  stesso,  perchè  qualunque 
volta  vorrassi  imporre  al  genio  il  giogo  dei  sistemi ,  e  delle 
scuole  ,  ei  produrrà  pur  sempre  reffetto  d' uno  spegnitoio  calato 
sui  divampanti  stami  di  una  splendida  face. 


1)1    CARLO    MARENGO 


Questa  Tragedia  felicemente  rappresentata  per  la  prima  volta 
l'anno  scorso  sulle  scene  del  teatro  d'Angennes,  vicu  d'essere 
pubblicata  colle  stampe  onde  fare  di  sé  il  secondo  e  decisivo 
sperimento.  Per  ora  noi  astenendoci  dal  dissertare  sul  merito 
del  poema  ,  stimiamo  di  far  cosa  grata  ai  nostri  lettori  coll'of- 


153 

ferir  loro  due  composizioni  liriche  che  in  essa  ban  luogo  e  che 
nella  rappresentazione  furono  omesse. 

La  prima  è  romanza  cantata  da  uno  dei  Trovatori  di  Man- 
fredi ,  la  seconda  è  un  coro  di  guerrieri  Siciliani. 


1. 

De'  Saracen  ricovero  , 
A  tue  profane  mura 
Giunse  ,  o  Luceria  ,  il  Principe 
Nei  di  della  sventura. 
Con  pochi  amici  profugo, 
Dalla  sua  reggia  in  bando, 
Avea  del  padre  il  brando 
Per  tutta  eredità. 

«  O  d'  Ismael  progenie  , 
»  Di  Federico  il  figlio 
»   A  te  tae  vien  per  gì'  ispidi 
»   Sentier  del  mesto  esiglio 
»   (Gridò),  fuggendo  un  perfido 
»   Rigor  d'  avversa  sorte, 
»  E  cerca  alle  tue    porte 
M   Asilo  e  fedeltà. 

Palpila  il  cor  d'  ogni  Arabo 
Al  riverito  nome. 
Splendea  la  luna.  Eì  slacciasi 
L'  elmo ,  e  le  bionde  chiome 
Diffuse  all'  aura  ondeggiano. 
Dal  gentil  volto  un  raggio 
Spira  ,  che  chiede  omaggio  , 
Che  ravvisar  lo  fa. 

«  Le  porte  al  Prence  schiudansì. 
»   Ahi ,  n'  ha  le  chiavi  un  fello  ! 
»    Sotto  la  soglia  scorrere 
»   Mira  un  uniìl  ruscello. 


154 

»   Le  auguste  membra  credere 
»   Non  temi  a  varco  indegno  ? 
»   Osa.  Dal  limo  al  regno 
»  Altri  salito  è  già.  » 

Ei  dal  destrier  lanciatosi. 
Già  si  prostrava   al  suolo. 
»    Come  il  figliuol  dell'  aquila  , 
»   Cui  sol  s'  addice  il  volo , 
»    Quasi  un  osceno  rettile 
»   Strisciar  vedrem  pel  clivo, 
»    E   dal   fangoso  rivo 
»    Al  trono  ei  salirà  ?  » 

Di  mille  urtanti  all'  impeto 
Discardinate,  e  infrante 
Le  gravi  porte  cadono 
All'  esule  davante. 
In  faccia  a  lui  già  piegasi 
Ogni  ginocchio  altero. 
Già  del  conteso  impero 
Coglie  r  eredità. 

2. 

coito 

Pugliesi  all'  armi  !  Dal  Calabro  adusto 
Al  duro  Apruzio  sorgete,  sorgete, 
Se  al  Danno  ,  al  Marso  ,  al  Lucano  vetusto 
Non   tralignata  progenie  pur  siete. 
Squillò  la  tromba,  L'  estranio  è  per  via. 
Quei,   ch'oltre  i  monti  natura  locò, 
Ha  fastidita  la  terra  natia. 
La  nostra  terra  bramoso  guatò. 

Torbida  è  fatta  la  Senna  e  1'  O'isc , 
Voi  che  agognate  a'  lavacri  del  Liri  ? 
In  cor  de'  Franchi  natura  non  mise 
Dolce  un  pensier  ,  eh'  alla  patria  sospiri  ? 


155 

Quei,  che  vi  trasse  a  viaggi  remoti, 
Un'  altra  patria  promessa  qui  v'  ha  ? 
Illusi  !  A  stento  fia  patria  a'  nepoti  , 
Ma  esiglio  a  voi,  che  nasceste  colà. 

Ha  questa  gioia  ogni  popolo  oppresso  , 
Che  r  oppressor,  che  da  lunge  è  venuto  , 
Mal  puossi  ,  e  tardi  ,  confonder  con  esso  , 
Né  obblia  sì  tosto  il  suo  nido  perduto. 
Dei  vinti  abborre  le  usanze,  il  linguaggio. 
Linguaggio,  e  usanze  pur  vincer  non  puoL 
Han  r  alma  i  vinti.  De'  corpi  1'  oltraggio 
Non  giunge  all'  alma,  se  1'  alma  non  vuol. 

E  sotto  un  cielo  ,  sovresso  una  terra  , 
Dove  natura  fa  nascer   fratelli  , 
Vivon  rinascon  due  popoli  in  guerra  , 
Ben  eh'  uno  asconda  gli  spirti  rubelli.  '  - 
Ambo  in  disparte  nel  proprio  idioma 
Parlan  parole  di  mutuo  livor. 
Gli  scevra  il  sangue.  L'  etade  noi  doma. 
Chi  son  que'  popoli  ?  Oppresso ,  e  oppressor. 

Oh  !  duri  eterna  co'  nuovi  tiranni , 
Se  vinceran,  la  discordia  primiera  , 
E  non  sien  qui  ,  dopo  cento  e  cent'  anni  , 
Fuor  che  stranieri  su  terra  straniera. 
La  pazienza  de'  fiacchi  tal  sia  , 
Che  sempre  i  forti  costringa  a  temer: 
Né  degli  oppressi  1'  assenso  mai  dia 
Nome  di  dritto  a  un  feroce  poter. 

Se  vìnceranno  ! .  .  .  Dal  Calabro  adusto 
Al  duro  Apruzio  sorgiamo  ,  sorgiamo  , 
Al  Dauno ,  al  Marso,  al  Lucano  vetusto 
Se  non  degenere  prole  pur  siamo. 
Squillò  la  tromba.  L'  estranio  è  per  via. 
Quei ,  eh'  oltre  i  monti  natura  locò  , 
Ha  fastidita  la  terra  natia  , 
La  nostra  terra  bramoso  stiatù. 


156 

Pugliesi  air  armi  !  De'  Cesari  il  figlio 
Alla  battaglia ,  al  trionfo  v'  invita. 
E  fia ,  se  chiama  a  respinger  il  Giglio  , 
Ch'  a  voi  sua  voce  non  suoni  gradita  ? 
Quand'  ei  gridovvi  :   «  De'  prodi  è  la  terra  , 
»  A  un  veglio  imbelle  sdegnate  servir , 
Voi  qui  sorgeste  terribili  in  guerra  , 
Di  queir  imbelle  le  torme  sparir. 

Or  vuota  è  Apulia  ,  oppur  terra  di  morti, 
Ch'  aver  la  dén  que'  oh'  altrove  son  nati  ? 
Quando  saranno  da  estrane  coorti 
Le  nostre  stanze  ,  e  i  bei  campi  occupati  , 
Che  giova  a  noi,  che  la  terra  sia  vasta  ? 
Noi  cinge  intorno  ed  incarcera  il  mar. 
Natura  istessa  il  fuggir  ne  contrasta. 
Poco  è  il  combatter.  Convien  trionfar. 

Come  la  tigre  difende  il  covile, 
Resa  più  fiera  dal  rischio  de'  figli , 
Tal  vuoisi  a  noi  contro  1'  impeto  ostile 
Truce  un  valor,  eh'  alla  rabbia  somigli. 
Qual  chi  propugna  1'  asilo  supremo 
Del  Liri  il  passo  n'  è  forza  guardar. 
In  Cepperano  se  vinti  saremo  , 
Dove  n'  andremo?  Convien  trionfar. 

O  tu  natura ,  eh'  a  Italia  cingesti 
De'  tre  suoi  mari  riparo  e  corona, 
Perchè  la  cerchia  dell'alpi  non  festi 
Insuperata  da  gente  predona? 
Inutil  siepe  di  monti  compose 
Forse  al  Britanno  tua  provvida  man  ? 
Dall'  orbe  intero  1'  ha  svelto.  Gli  pose 
Custode  eterno  il  gran  padre  ocean. 

Hegna  egli  sol  nel  suo  nido  inaccesso^ 
Le  avare  genti  lo  guatano  invano. 
Scevro  da  tutte,  non  languono  in  esso 
L'  aspre  virtù  del  sqlingo  isolano. 


157 

Fòrs'  è  Brìtania  il  giardìn  di  natura  ? 
Ma  il  tuo  giardino,  rammentalo,  è  qui. 
Più  bello  il  raggio  del  sole  ,  più  pura 
L'  aura  vi  festi  ,  e  lo  guardi  così  ? 

Pugliesi  all'  armi!  De'  Cesari  il  figlio 
Ha  dispiegata  la  sveva  bandiera  ; 
Air  abborrito  stendardo  del  Giglio 
Oppon  gl'artigli  dell'Aquila  nera. 

I  verdi  panni ,  le  gemme  depose  : 
Le  belle  membra  di  ferro  gravò. 
Colla  visiera  le  luci  amorose  , 

Le  bionde  cbiome  coli'  elmo  celò. 

Nou  è  Manfredi  più  quel  che  solca 
Fra  le  delizie  di  corte  bandita, 
Quando  alla  cetra  soave  stendea 

II  magistero  dell'  agili  dita. 

Non  son  dolcezze  di  siculi  carmi , 
Ch'  or  dal  suo  labbro  s'  udranno  volar  : 
Ma  fere  voci ,  che  suonan  frali'  armi  , 
Voci  di  duce,  che  invita  a  pugnar. 

Sicule  donne ,  non  sempre  fia  spento  , 
Ben  eh'  oggi  taccia,  quel  canto  diletto, 
Ritornerà  dopo  il  vinto  cimento 
Manfredi  agli  ozi  del  plettro  negletto. 
Non  più  la  molle  romanza  d'  amore 
Allor   fia  tema  al  regal  Trovator. 
Canterà  Italia ,  il  nemico  furore  , 
E  la  virtù  ,  che  prevalse  al  furor. 

Voi,  che  l'udrete,  insegnatela  ai  figli, 
Sicule  donne  ,  la  nobil  canzone  : 
Ed  ora  a  correr  fra  gli  ardui  perigli, 
Siate  ai  mariti  non  freno  ,  ma  sprone. 
Se  non  volete  davanti  orgogliosa 
Veder  passarvi  francese  beltà  , 
Oggi,  lor  dite  ,  non  ama  la  sposa 
Chi  cinge  un  brando,  e  al  suo  fianco  si  sta. 


15S 

Obbrobrio,  obbrobrio  a  chiunque  un  vessillo 
Vide  spiegarsi  ,  e  sott'  esso  non  corse  : 
E  a  chi  invitato  da  bellico  squillo  , 
Soccorritor  della  patria  non  sorse  : 
E  a  chi  vlltade  ,  o  perfidia  nel  petto 
Della  battaglia  covando  nel  dì , 
Dell'  inimico  non  resse  all'  aspetto, 
Ma  svergognato  dal  campo  fuggì. 

Straniero  oltraggio  il  suo  talamo  impronte , 
E  lui  contristi  una  prole  rubella. 
Vindice  fama  scolpiscagli  in  fronte 
Quell'anatema,  cui  niuno  cancella. 
L'  esecri  Italia  ,  il  Francese  lo  spregi. 
Fin  che  non  pera  ogni  senso  gentil  , 
Ovunque  fede  e  valore  si  pregi , 
Viva  r  infamia  dovuta  a  quel  vii. 


Gian    Siiofi.'    e'K'Oeiico    oA-icfitei 

Federico  Richter ,  soprannomit»ato  Gian  Paolo  ,  nacque  in 
Munsiedel  ,  piccola  città  della  Baviera,  visse  casalingo  ed  in 
mediocre  fortuna,  e  morì  nel  60. '"°  anno  dell'età  sua.  Le  sue 
opere  principali  disposte  secondo  1'  ordine  cronologico  sono  le 
seguenti  : 

I  processi  Groenlandesi  iy83 

Scelta  nelle  carte  del  diavolo     1^88 
La  loggia  invisibile  '793 

Espero  '79^ 

Vita  di  Quinto  Fixleiu  '79^ 

Le  Palingenesie  ,  '79^ 

Titano  1800 

Estetica  1 8o4 

Levana  libro  delle  madri  1807 

La  Cometa  iBao 

Selìna  iB-ij 


159 

«  Ciascuna  terra  ebbe  un  compenso  per  le  <lolorose  priva- 
»  zioni  cui  venne  condannata  ;  il  gelato  nord  la  sua  ferrea 
X)  forza  ,  il  malaticcio  mezzodì  il  suo  sole  dorato ,  la  bruna 
•»  Spagna  la  sua  fede  ;  1'  arguzia  acuta  rallegra  il  francese  la- 
»  borioso ,  e  la  libertà  dissipa  le  nebbie  dell'  Inghilterra.  A 
»  noi  Tedeschi  venne  dato  Gian  Paolo ,  ma  egli  non  è  più , 
»  e  con  lui  ha  perduto  la  patria  nostra  la  forza ,  la  dolcezza  ^ 
1)  la  fede ,  lo  scherzo  sorridente  ,  la  libera  magniloquenza  che 
»  r  adornavano  in  quel  nobile  suo  figlio.  »  Queste  parole  pro- 
nunziava in  Fi'ancoforte  da  pubblica  cattedra  all'  udire  il  me- 
stissimo annunzio  della  sua  morte  quel  robusto  ingegno  di 
Boeme  ,  di  cui  non  so  se  la  Germania  vanti  ora  prosatore  più 
splendido,  e  pensatore  più  ardito: 

Per  potere  parlare  degnamente  di  tanto  scrittore  si  richie- 
derebbe ben  altro  spazio  che  non  è  quello  che  ci  siamo  pre- 
fissi, eduna  ben  altra  dicitura  che  non  è  qìiest'  umile  nostra, 
noi  non  faremo  quindi  il  torto  ai  lettori  del  Subalpino  di  vo- 
ler dir  loro  in  poche  righe  chi  fosse  quel  Gian  Paolo,  che, 
come  vedemmo  ,  Boeme  salutava  quasi  compenso  ai  dolori  di 
un' intiera  nazione  ,  di  cui  Goethe  si  mostrava  geloso,  alle  cui 
produzioni  mentre  ancor  viveva,  Otto  Spazier,  scrittore  ori- 
ginale di  bella  fama  non  sdegnava  dettare  commenti  ed  illu- 
strazioni, che  madama  di  Stael  chiamava  spesso  sublime,  di- 
chiarava nella  parte  seria  e  patetica  delle  sue  opere  superiore 
a  Sterne  e  pareggiava  a  Montaigne,  a  cui,  come  narra  Loeve 
Weimar  nella  sua  elegante  storia  della  letteratura  alemanna  , 
giunto  al  termine  della  mortale  carriera  a  Bareith  sul  finire 
del  1835,  fu  decretato  un  onore  non  reso  giammai  a  scrittore 
dell'  età  nostra  ,  quello  cioè  che  gli  uomini  più  distinti  seguis- 
sero il  suo  funebre  convoglio  recando  ciascuno  sopra  cuscini  le 
opere  di  lui.  Stampando  un  episodio  tolto  dal  suo  Quinto  Fixlein, 
abbiamo  cercato  solo  di  provare  che  fu  troppo  precipitosa  quell<i 
sentenza  con  cui  accoppiandolo  a  Klopstock  venne  imposto  a  co- 
loro che  sono  rimasti  stranieri  alla  lingua  alemanna  di  rasse- 
gnarsi ad  ammirare  questi  due  sorami  onori  della  letteratura 
del  nord  sulla   parola  degli  altri. 

Mentre  ci   è  noto  che  il  Cav.  Malici   non  tarderà  guari  a  mo- 


160 

strare  falso  il  sovr'  enunciato  giudizio  per  ciò  che  risguarda 
Klopstok ,  rendendo  di  pubblica  ragione  la  traduzione  della 
Messiade  ,  forse  non  anderà  a  vuoto  la  speranza  che  questo 
saggio  possa  invogliare  qualche  cultore  della  lingua  dei  Schiller 
e  degli  Herder  a  fare  dono  all'  Italia  di  un'  opera  di  Gian 
Paolo  tradotta  per  intiero  ,  emulando  cosi  la  vicina  Francia  , 
cui  oltre  ad  un'  antologia  pubblicata  recentemente  dal  Mar- 
chese Lagrange  quel  brioso  Filarete  Chasle  regalava  ,  non  è 
ancor  passato  un  anno,  la  versione  del  Titano. 

Y. 


Za  Morte  di  un  Angelo  *. 

A  noi  viene  mandato  per  angelo  dell'  ultim'  ora ,  che  noi  col 
brutto  nome  di  morte  chiamiamo,  l'angelo  il  più  tenero,  il  più 
benigno,  acciocché  egli  soavemente  e  dolcemente  raccolga  dalla 
vita  il  cuore  umano  languente,  e  con  calde  mani,  senza  punto 
comprimerlo,  lo  trasporti  dal  gelido  petto  nell'  alto  e  ben  ri- 
scaldato Eden.  A  lui  fratello  è  l'angelo  della  prima  era,  il  quale 
bacia  due  volte  1'  uomo  5  la  prima  volta  affinchè  egli  cominci 
questa  vita  ,  la  seconda  perchè  là  sopra  senza  doglia  si  desti  , 
ed  entri  nell'  altra  vita  sorridendo,  siccome  in  questa  piangendo. 
Mentre  i  campi  di  battaglia  stavano  pieni  di  sangue  e  di 
pianto  e  1'  angelo  dell'  ultima  ora  ne  traeva  le  anime  trepi- 
danti ,  inumidissi  il  suo  tenero  occhio,  ed  egli  disse:  «  Ah  ! 
»  voglio  io  pure  morire  una  volta  come  l'uomo,  onde  poter  sa- 
»  pere  quale  sia  il  di  lui  estremo  dolore,  e  poterlo  consolare, 
»  allorquando  dalla  sua  vita  scioglierollo.  »  L'immensa  cerchia 
d'  Angeli  che  lassù  si  amano  circondò  l'angelo  compassionevole, 
e  promisero  essi  al  loro  diletto  che  dopo  1'  istante  del  suo  morire 
circondato  1'  avrebbero  col  loro  cielo  di  raggi ,  per  fargli  sapere 

*  Avverta  il  lettore  che  il  senso  da  attribuirsi  alla  parola  Angelo  sì  spesso  ricor- 
rente in  questa  bizzarra  e  strana  fantasìa  non  è  il  proprio ,  cioè  quello  che  gli 
vien  (lato  n.;Ile  sacre  carte:  quella  parola  deve  togliersi  qui  in  S(nso  figurato 
come  equivalente  di  Genio. 


161 

che  ciò  era  slato  la  sua  morte;  ed  il  di  lui  fratello,  il  cui  bacio 
apre  le  irrigidite  labbra  ,  come  11  raggio  mattutino  i  freddi 
fiori,  baciollo  teaerameiite  iu  viso  e  disse:  «  quando  io  te, 
»  o  fratél  mio,  ribacierò,  tu  sarai  morto  sulla  terra,  e  di  uuovo 
»   qui  fra  noi.  » 

Commosso  ed  amoroso  calessi  egli  sopra  un  campo  di  bat- 
taglia, ove  solamente  un  bel  focoso  giovinetto  pur  anco  palpi- 
tava agitando  il  lacerato  suo  petto;  presso  all' eroe  niun' altro 
si  trovava  che  la  di  lui  sposa  :  egli  più  non  poteva  sentire  le 
calde  di  lei  lagrime,  ed  il  di  lei  cordoglio  risuonava  impercet- 
tibilmente al  suo  orecchio  ,  come  remoto  grido  di  battaglia.  Al- 
lora l'angelo  lo  coprì  immediatamente,  aspirò  con  un  caldo  ba- 
cio dallo  squarciato  seno  l'anima  travagliata  ,  e  cpnsegnolla  al 
suo  fratello  ;  il  fratello  colassù  ribacioUa ,  ed  ella  di  bel  nuovo 
sorrise. 

L'angelo  dell'  ultima  ora  penetrò  nel  deserto  petto  come  un 
lampo,  animò  la  fredda  spoglia,  e  mosse  nuovamente  con  cuore 
più  fortemente  vibrante  la  corrente  di  vita.  Ma  come  lo  sor- 
prese il  nuovo  incorporamento?  il  suo  sguardo  lucente  fu  rav- 
volto fra  il  vortice  del  nuovo  spirito  nerveo;  i  suoi  pensieri  dap- 
prima alati  guadavano  ora  per  la  nebbiosa  cerchia  del  cervello. 
Il  grazioso,  tenero,  vaporoso  colore  degli  oggetti,  che  prima 
soavemente  brillare  gli  faceva,  arido  apparve  e  questi  oggetti 
sotto  forma  di  colorite  macchie  verso  di  lui  dall'aria  riscaldata 
ed  ardente  trasportate  una  dolorosa  sensazione  in  lui  produce- 
vano ;  tutte  le  immagini  più  oscure  bensì,  ma  più  tumultuose 
al  suo  cuore  si  affollavano,  e  sotto  forma  d'istinto  a  lui  compa- 
rivano; laceravalo  la  fame,  ardevalo  la  sete,  lo  pungeva  il  do- 
lore. Allora  rialzò  1'  angelo  lo  straziato  suo  petto  ed  il  primo 
suo  fiato  fu  un  sospiro  verso  la  patria  abbandonata.  È  questa 
la  morte  dell'uomo?  pensò  egli,  ma  non  vedendo  il  promesso  se- 
gnale di  morte,  nissun  angelo,  e  nissun  cielo  raggiante,  s'avvisò 
egli  bene  che  questa  non  era  che  la  vita. 

Mancarono  sulla  sera  all'  angelo  le  forze  terrene,  e  parvegH 
di  sentire  sul  suo  capo  un  altro  mondo  che  lo  schiacciasse  , 
poiché  il  sonno  mandava  i  suoi  corrieri.  Le  immagini  Interne 
mutarono  allora  il  loro  chiaro  brillante  aspetto  iu  un  fuoco  ra- 

II 


162 

poroso ,  le  ombre  del  giorno  gettate  nel  cervello  ivi  si  aggrup- 
pavano r  una  coir  altra  in  colossali  forme,  ed  un  elevantesi  in- 
domabile mondo  ideale  precipitavasi  sopra  di  lui ,  perchè  il 
soglio  mandava  i  suoi  messaggieri  :  finalmente  il  funereo  velo 
del  sonno  avviluppossi  doppiamente  a  lui  d'  intorno  ed  egli 
piombando  nella  caverna  della  notte ,  vi  rimase  solitario  ,  ed 
immobile  siccome  noi  poveri  uomini.  Ma  allora  tu,  o  sogno 
celeste,  volasti  co' tuoi  mille  specchi  innanzi  alla  di  lui  anima, 
ed  in  ogni  specchio  a  lui  mostrasti  una  cerchia  d'angeli,  ed  un 
cielo  di  raggi,  ed  il  velo  terreno  parve  con  tutti  i  suoi  tor- 
menti abbandonarlo. 

Ah  !  disse  egli  con  vana  estasi ,  il  mio  addormentarmi  fu  a- 
dunque  la  mia  morte?  ma  quando  egli  ridestossi  col  cuore  ser- 
rato ingombro  da  pesante  sangue,  e  rivide  la  terra  e  la  notte, 
disse  a  se  stesso  :  «  ciò  non  fu  la  morte ,  ma  soltanto  la  di  lei  im- 
magine ,  benché   io  abbia  veduto  il  cielo  stellato  e  gli  angioli.  » 

La  sposa  dell'  eroe  trasportato  in  cielo  non  s'avvide  che  nel 
seno  del  suo  diletto  soltanto  un  angelo  albergava.  Ella  amò 
ancora  la  rialzata  efilgle  della  di  lui  anima  scomparsa  ,  e  teneva 
tuttora  lieta  la  mano  di  lui  che  già  da  lei  si  era  dipartito.  Ma 
l'angelo  riamò  con  cuore  umano  il  di  lei  cuore  deluso,  e,  ge- 
loso della  propria  forma,  bramò  di  morire  prima  di  lei  ,  per 
amarla  tanto  tempo,  finché  ella  ciò  a  lui  incielo  perdonasse, 
e  colassù  ad  un  tempo  un  angelo  ed  un  innamorato  al  proprio 
seno  stringesse.  Ma  ella  morì  prima  5  il  precedente  cordoglio 
troppo  aveva  chinato  il  capo  di  questo  fiore,  cosicché  rotto  ne 
lu  lo  stelo,  ed  esso  giacque  prostrato  al  suolo.  Ahi!  ella  tra- 
passò nelle  braccia  dell'angelo  piangente,  non  già  come  il  sole 
che  pomposamente  in  faccia  alla  natura  spettatrice  si  getta 
nel  mare,  ma  come  la  luna  silenziosa,  che  inargenta  verso 
mezzanotte  una  nebbia,  e  sotto  la  pallida  nebbia  inavveduta 
scompare.  La  morte  si  fece  precedere  dalla  sincope  sua  più  dolce 
sorella,  la  quale  toccò  il  cuore  della  sposa ,  ed  il  caldo  viso 
rimase  agghiacciato,  i  fiori  delle  guancie  si  chiusero,  la  pallida 
neve  del  verno ,  sotto  di  cui  verdeggia  la  primavera  dell'  eter- 
nità ,  coprì  la  di  lei  fronte  e  le  di  lei  mani.  Allora  1'  occhio 
gonfiato  dell'angelo  si  sciolse  in  una  bollcnle  lagrima  ,  e  siccome 


165 

egli  pensata  che  il  «no  cuore  sotto  forma  d'una  lagrima  da  lui 
si  staccherebbe ,  quasi  perla  dalla  tenera  conchiglia ,  allorquando 
la  sposa  destatosi  nell'estremo  delirio  volse  a  lui  per  l'ultima 
volta  lo  sguardo  e  stringeudolo  al  seno,  e  baciandolo  gli  disse: 
''«  ora  son  io  teco,  o  fratel  mio,  »  allora  iramaginossi  l'angelo 
che  il  suo  fratello  dato  gli  avesse  il  segno  del  bacio  e  della 
morte.  Ma  nissun  cielo  stellato  lo  circondò,  ed  egli  cinto  da 
una  oscurità  di  duolo  sospirò  che  ciò  non  era  la  morte ,  ma 
soltanto  r  umano  dolore  per  la  perdita  altrui.  O  voi  uomini 
oppressi,  sciamò  egli?  come  resistere  potete  alla  stanchezza? 
come  iuvecchiare  potete,  quando  il  cerchio  delle  forme  giova- 
nili si  rompe ,  e  finalmente  interamente  scompare  :  quando  le 
tombe  dei  vostri  amici  a  voi  servono  di  gradini  per  scendere 
alfa  vostra,  e  quando  la  vecchiaja  a  voi  si  mostra  come  la  de- 
serta ora  della  sera  di  un  raffceddantesi  campo  di  battaglia?  oh', 
poveri  uomini  !  come  potete  a  ciò  durare  ? 

Il  corpo  dell'  involatasi  anima  dell'  eroe  pose  il  dolce  angelo 
fra  i  duri  uomini,  fra  le  loro  ingiustizie,  fra  i  rivolgimenti  del 

vizio  e  delle  passioni Egli  vide  il  serpe  gigantesco 

dell'  iniquità  circondare  con  negre  spire  1'  intiero  globo  lerra- 
queo,  ed  insinuare  la  sua  velenosa  testa  nell' umano  seno.  Ah! 
dovette  allora  il  suo  tenero  cuore  ,  che  era  stato  perpetuamente 
frammezzo  ad  angeli  caldi  d'amore,  sentire  l'infuocato  pungolo 
dell'inimicizia,  e  la  sua  santa  anima  piena  di  benevolenza  spa- 
ventarsi dovette  per  l'interna  dilacerazione.  «  Oh  ,  disse  egli  , 
»  quanto  è  mai  dolorosa  la  morte  dell'  uomo  !  »  ma  nou  era 
la  morte ,  poiché  nissun  angelo  comparve. 

Così  in  pochi  giorni  fu  egli  stanco  di  una  vita,  che  noi  pure 
per  mezzo  secolo  sopportiamo,  e  desiderò  di  morire.  Il  dolore 
cagionatogli  dalle  scheggie  del  ferito  suo  petto  esaurivagli  le  forze. 
Egli  entrò  quindi  mentre  la  sera  indorava  le  di  lui  guance  nel 
cimitero,  l'ultimo  verde  recesso  della  vita,  ove  i  veli  di  tutte  le 
belle  anime  ch'egli  spogliate  aveva  stavano  raccolti.  Egli  appog- 
giossi  con  dolorosa  brama  sulla  nuda  tomba  della  defunta  da  lui 
inesprimibilmente  amata,  e  guardò  il  sole  che  impallidiva.  Su 
questo  diletto  promontorio  mirò  egli  il  suo  tormentato  corpo 
e  pensò:    «  tu  pure,   o  petto   traforalo,  ove  io  te    più   nen   so- 


164 

»  stenessi,  cadresti  quivi  in  dissoluzione,  né  più  mi  cagioneresti 
dolore.  »   Poscia    egli    riandò    soavemente    la   gravosa    vita    del- 
l'uomo, ed  i  palpiti  del  suo  petto  ferito  mostrarongli  con  quali 
pene  gli  uomini  comprano  la  loro  virtù  e  la  loro  morte,  le  quali 
pene  eli  benigno  all'anima  di  questo  corpo  risparmiato  aveva. 
Profondamente  lo  commosse  1'  umana  virtù,  e  si  sentì  pieno  di 
infinito  amore  per  gli  uomini,  i  quali  fra  i  latrati  dei  loro  bi- 
so<^ni      fra  le  nubi  accavallantisi,    in   mezzo  alle  dense  nebbie 
cbe  l'umana  via  attraversano,  non  obbllano  però  la  stella  del 
dovere,  e  fra  le  nebbie  tendono  le  loro  aperte  braccia  ad  ogni 
petto  tremante  che  incontrano,  mentre  ad  essi  non  brilla  niente 
altro  che  la  speranza  di  tramontare  come  il  sole    nel    vecchio 
mondo   per  risorgere  nel  nuovo.    Allora    la    commozione    riaprì 
la  sua  ferita,  ed  il  sangue,  la  lagrima  dell'  anima  ,  sgorgò  dal 
«uo  cuore  sul  diletto  monticalo,  ed  il  corpo  dissolvendosi   cadde 
dolcemente  immerso  nel    sangue  presso   all' amata  5    lagrime    dì 
voluttà   Iramutarongli  il  sole   che  volgeva  all'occaso   in   un  mare 
color  di  rosa ,  lontani  suoni  dell'  eco  come  se  ogni    moto    ter- 
reno   fosse  nell'etere  ripetuto,    si    fecero    sentire  per  l'umida 
splendida  sera.  Allora  un'oscura  nube,  ossia  una  piccola  notte 
passò  avanti  agli  occhi  dell'angelo,  ed  egli  fu  pieno  di  sonno. 
Quindi  un  cielo  di  raggi  si  aprì,  e  circondoUo  con  mille  angeli 
fiammeggianti.  «  Oh  eccoti  nuovamente,  o  sogno  illusorio,  »  disse 
egli:    ma  l'angiolo  della  prima    ora    spiccossi  verso    di    lui    in 
mezzo  ai  raggi  e  gli  diede  il  segno  del  bacio  dicendo  :    «  questa 
fu  la  tua  morte,  o  tu  eterno  fratello,  celeste  amico,  »  ed  il  gio- 
vinetto e    la    sua    amata    ripeterono    sotto    voce    queste    ultime 

parole. 

X.  Y. 


165 

FaLEOOBAFIA  —  Di  alcuni  recenti  studi  di  Paleografia  Fenicia 
fatti  in  Piemonte. 


La  scoperta  del  vero,  in  qualunque  ramo  delle  umane  disci- 
pline ella:  avvenga ,  suole  riempir  l'animo  di  tanto  diletto  che 
non  è  maraviglia  se  veggiamo  uomini  dottissimi  trascurare  que- 
gli studi  che  paiono  maggiormente  allettare  per  rivolgersi  con 
lunghe  ed  ostinate  veglie  a  ricerche  in  apparenza  ingratissime, 
e  dall'  universale  o  tenute  in  dispregio ,  o  malamente  apprez- 
zate. Il  volgo  che  non  iscorge  più  in  là  suole  sorridere  nel  ve- 
dere scienziati  intraprendere  lunghi  viaggi,  e  sopportare  inu- 
mane fatiche ,  ora  arrampicandosi  su  pei  dirupati  gioghi  dei 
monti,  ed  ora  esponendosi  a  navigazioni  perigliose,  per  isco- 
prire  od  istudiare  qualche  ignota  legge ,  o  produzione  della 
natura  5  nello  stesso  modo  che  alza  le  spalle  se  sente  dire  che 
alcuno  consacri  il  suo  ingegno  a  dilucidare  qualche  conteso 
punto  d'antichità,  o  s'avventuri  negli  aridi  e  spinosi  campi 
della  filologia.  Si  conceda  pure  al  volgo  di  farsi  beffe  di  ciò  che 
non  giunge  a  comprendere,  purché  le  persone  assennate  ono- 
rino, come  si  conviene,  quei  coraggiosi,  che  con  tanto  disagio, 
e  spesso  con  niun' altra  ricompensa,  fuorché  l'interna  satisfa- 
zlone  vanno  aggiungendo  alla  somma  delle  nostre  cognizioni  , 
e  scoprendo  nuovi  anelli  onde  vieppiù  collegare  le  infinite  parti 
dell'  umano  sapere. 

Il  nome  di  colui  il  quale,  non  son  molti  anni,  alzò  inaspet- 
tatamente un  lembo  del  densissimo  velo  che  copriva  i  gerogli- 
fici, sarà  immortale  quanto  quello  dello  scopritore  del  galva- 
nismo, e  colui  che  giungerà  a  rimuovei'e  le  tenebre  che  ancora 
involvono  le  reliquie  delle  antichità  Fenicie,  sarà  meritevole 
di  gloria  al  pari  di  chi  rivelasse  al  mondo  un  novello  pianeta. 
Sia  lode  pertanto  a  coloro  che  guidati  dall'  amore  del  vero  si 
ado^)erano  con  tutte  le  loro  forze  a  chiarire  qualche  punto  di 
queste  astruse  ed  oscure  antichità  ,  e  cercano  per  cosi  dive,  di 


166 

dissotterrare  1«  fondamenta  ,  su  cui  si  possa  ricostruire  la  sle- 
ria  di  due  uazioui  già  sì   potcati  e  celebrate,    quali    erano    la 
Fenicia  e  la  Cartaginese.  Ogni  passo  benché  lento  che  si  faccia 
verso  la  verità  diminuisce  la  distanza  che  ci  separa  dalla  metaj 
ogni  raggio  di  luce  gettato  nella    tenebrosa    via    che   si    ha    da 
percorrere  è  un  aiuto  per  chi  vlen  dietro,   e  un  incoraggiamento 
a  tentare  di  vincere  gli  ostacoli  che  rimangono.  —  Ma  se  sono 
da  lodarsi  quei  savi  che  accoppiando  alla  dottrina  la  prudenza 
e  la  modestia,  procedono  con  pie'  di  piombo  ,  e  non  arrischiano 
un'opinione,  la  quale  non  sia,  per  quanto  il  soggetto  lo  com- 
porta ,  matematicamente  dimostrata  ,  e  non  comunichi  altrui  il 
convincimento  di  chi  la  palesa  ,   che    si    dovrà    dire    di    quegli 
ardimentosi  che  con  teorie  concepite    a  priori,    e    fondate    sul 
capriccio,  rimescolano  e  confondono  nuovamente  quegli  elementi 
che  a  fatica  si  erano  tratti  fuori  dell'  antico  loro  caos  ,  renden- 
done la    notte    per   quanto  in  loro  .sta  sempre  più  buia  e  più 
profonda  ?  Questi ,    se  non  pazzi ,    presontuosi  inventori    di  ca- 
pricciose teorie ,    come    non    mancarono    mai    in    alcun   secolo , 
così  non  mancano   neppure  nel  nostro  :  e   i    cervelli   torli    fab- 
bricatori d' ipotesi    colle   quali    pretendono  chiarire  ogni  cosa , 
furono  e  sono  pur  troppo  comuni  in  ogni  paese.  —  Così  vi  fu 
già  un  P.  Kircher  che  con    una    fantasia    disordinata   tentando 
di  spiegare  i  Geroi^U/ìci ,  disse  le  più  strane  cose  del    mondo, 
e  pretese  doversi  leggere  lunghe  ed  insulse  dicerie  là  dove  non 
si  trovò  altro  che  il  nome  di  un  Tolommco ,  o  di  un  Imperator 
Romana-  Così  un  altro  visionario  sostenne  che  sul  portico  del 
magniBco  tempio  di  Deriderà  stava  scolpita  una  traduzione  del 
centesimo   salmo   di    Davide,   dove    poi  si  lessero  nomi  e  cose 
le    mille    miglia  lontane.  Né  il  sistema  del  Champollion ,  che  è 
pure  fondato  su  fatti  in   gran   parte  incontrastabili,    ha  potuto 
ancora  persuadere  certi  increduli,  i  quali  negherebbero  la  luce 
del  sole  ,  piuttosto  che  rinunziare  alle  loro  dilette  utopie.  Per 
ciò  ninno  si  maravigli  se  un  Fiammingo ,  fanatico  per  la  lingua 
Ebraica,  vuole  che  sotto  i  caratteri  demotici  nuli' altro  si  na- 
sconda se  non  memorie  scritte    nel    sacro    idioma  :    mentre    un 
francese  si  prepara  a  riempiere  il  mondo  di  stupore ,  interpre- 
tando l'iscrizione  di  Rosetta  ed  ogni  altra  Egizia  scrittura  per 


167 

mezzo  della  lìngua  dei  Bramini.  Cosi  dopo  le  erudite  memorie 
dell'autore  del  f^iaggio  d'Anacarsi,  dopo  le  diligenti  ricérche 
di  varii  dotti  in  Paleografia ,  e  fra  gli  altri  delF  illustratore  della 
lapida  di  Nora ,  è  venuto  fuori  il  signor  Ricardi ,  di  egiziana 
celebrità,  che  aiutato,  Dio  sa  come,  dagli  apici  vocali  e  da 
una  volontà  determinata  di  non  lasciarsi  arrestare  da  alcuna 
difficoltà,  ha  in  poche  pagine  troncato  il  nodo  Gordiano  di 
quanti  monumenti  Punici  gli  sono  capitati  per  le  mani,  e  pro- 
nunziato ex  cathedra  là  dove  gli  altri  hanno  modestamente 
proposte  le  loro  congetture  *i.  Noi  non  muoveremo  guerra  al 
8Ìg.  Ricardi  per  quegli  apici  vocali  che  egli  impiega  nella  let- 
tura della  lingua  Ebraica  ^  e  per  conseguenza  della  Punica  o 
Fenicia f  ben  sapendo  che  la  sentenza  a  favore  dei  punti  maso~ 
retici  non  è  cosi  universalmente  accettata,  che  T  uso  di  questi 
sìa  dappertutto  ricevuto  5  anzi,  ove  noi  sappia,  gli  diremo  che 
in  Inghilterra,  dove  gli  studi  Biblici  sono  in  grandissimo  onore, 
prevale  tuttora  lo  studio  dell'ebraico  senza  punti,  in  un  modo 
che  forse  non  è  molto  lontano  dal  suo  sistema.  E  benché  noi 
incliniamo  grandemente  a  far  uso  delle  noie  Masoretiche  dove 
si  trovano  ,  confesseremo  che  nei  monumenti  privi  di  quelle , 
l'introduzione  di  vocali  brevi  o  di  apici  vocali  che  si  vogliano 
chiamare,  quando  sì  faccia  al  solo  Gne  di  aiutare  la  pronunzia, 
e  di  produrre  suoni  intelligibili,  non  ci  pare  altro  se  non  un 
trastullo  affatto  innocente,  che  non  può  né  giovare,  né  nuocere 
alla  interpretazione.  Ma  ci  lagniamo  del  sig.  Ricardi  che  non 
avendo  riguardo  né  agli  studi  de'  suoi  predecessori  nella  Paleo- 
grafia Fenicia  ,  né  alle  spiegazioni  lodevoli  già  da  essi  date,  né 
ai  solidi  argomenti  coi  quali  si  é  già  stabilito  il  valore  di  pa- 
recchie lettere,  senza  degnarsi  di  dare  la  menoma  ragione  cri- 
tica che  giustifichi  il  suo  variabile  alfabeto^  e  colla  sola  scorta 
delle  antiche  lettere  Samaritane  delineate  nella  gramatica  ebraica 
del  P.   Guarin  *2  (  sebbene  non  si  voglia  negare  che  le  Fenicie 

*i  Lettura  e  spiegazione  dei  superstiti  monumenti  Punici,    dedicata   aW  om- 
bre generose  dei  Sufeti  di  Cartagine  da  Francesco  Ricardi ,  fu  Carlo. 
Genova  i835. 
*2  II  Ricardi  nel  suo  libretto  diinzi    citato    ha  scritto  :     Grammatica   del    P. 
Qiiarin.  Ma  ha  sbagliato    il  nome.    La   grammatica  che  egli   voleve    citare    è  di 
l'ietro  Guarin,  stampala  in   Purigi  nel    i-jX^  in  7.  voi.  in-8. 


168 

dalle  Samaritane,  o  queste  da  quelle  siauo  derivate),  egli  alj- 
bia  voluto  decidere  quasi  inappellabilmente,  e  come  se  fosse 
ispirato,  mandando  fuori  a  guisa  d'oratolo  certe  iuterpretazioùi 
così  inintelligibili,  o  così  poco  d'accordo  col  buon  senso,  che 
il  più  delle  volte  eccitano  il  riso  come  il  celebrato  parto  della 
montagna.  A  questo  modo  non  adoperava  il  Lindberg,  nel  suo 
comentario  de  insciiptione  Melitensi  Phaenicìo  -  Graeca ,  che 
pigliando  a  spiegare  nuovamente  quell'iscrizione  bilingue,  già 
illustrata  sin  dal  1708  dal  Barthelemy  *i,  rendeva  omaggio 
alla  dottrina  di  questo,  confermando  in  gran  parte  la  sua  le- 
zione, e  trovando  come  lui  nelle  quattro  linee  Fenicie  una 
parafrasi  delle  tre  greche  che  vi  sono  sottoposte.  Ed  era  pur 
cosa  naturale  il  supporre  che  le  due  iscrizioni  ripetessero  nelle 
due  lingue  lo  stesso  voto  fatto  dai  Tirj  Dionisio  e  Serapione 
ad  Ercole,  invece  di  riguardare  la  pi-ima  come  un  capitolo  di 
una  legge  sacra  dei  Sidonii ,  e  la  seconda  come  una  coda  greca 
di  nn  corpo  Fenicio  ,  siccome  piacque  al  Ricardi  di  fare,  ap- 
piccandovela  con  un  quapropter  che  vi  sta  propriamente  a  pi- 
gione. Ma  avesse  pure  questo  novello  interprete  data  una  spie- 
gazione se  non  più  d'ogni  altra  convincente,  almeno  soddisfa- 
cente quanto  quelle  del  Barthélenij  e  del  Lindberg?  —  Basti 
il  dir*  che  dove  gli  altri  leggono,  quasi  d'accordo  Dionisio  e 
il  suo  fratello  Serapione ,  figli  di  Serapione  figlio  di  Dionisio  , 
(  ovvero  coi  nomi  Fenici  di  Abdassar  e  di  Asseremor  sostituiti 
a  quelli  di  Dionisio  e  di  Serapione)  il  che  perfettamente  coin- 
cide coir  iscrizione  greca,  il  Ricardi  propone  di  leggere  =  ipse 
(  Hercules  )  servahit  eum  ,•  negotiationetn  servabit  deprecantis  ,• 
U^^a  serbata  erit  deprecantis  dominum  ;  ipse  solus  seri'abit.  = 
E  con  questa  stessa  felicità  procede  il  Ricardi  nell'  ardua 
impresa  di  sciferare  il  monumento  di  Carpentras  ,  impresa  nella 
quale  a  dir  vero,  pare  che  lo  stesso  Barthélemj ,  così  acuto 
interprete  in  altri  casi  ,  abbia  infelicemente  smarrita  la  via  *2. 
Imperciocché  se  v'  ha  alcuno  che  intenda  ciò  che  il  Ricardi 
ha  voluto  dire  in  queste  frasi  della  sua  traduzione  =  ut  orna- 


*i  Mémoires  de  l'Acadcmie  des  inscriptìons  Tom.  XXX.  pafj.  l\oò. 
*a  Mémoires  de  l'Aeadéniw  des  intcriptions  Tom.  XXXII.  pag    7a5. 


169 

rei  eam  $cientia  elationis  ,  promovendo  perjkctam  celebrationem , 
=  e  più  sotto  =:  removit  exteram  elatìonern  j  appetere  faciens 
ohjinnationem  Domini^  =  si  può  credere  che  colui  non  abbia 
bisognOs  di  Sfinge  per  ispiegare  il  più  intricato  degli   enimmi  , 
e  sia  predestinato  dal  cielo  a  dichiarare  quante  leggende  furono 
trovate  ,  o  si  troveranno  fra  le  rovine  di   Cartagine.  Non   par- 
leremo,   per  amore  di  brevità,  del  monumento  del  conte  Borgia 
scoperto  in  Tacca y  riveduto,  di  molte  lettere  accresciuto  e  per- 
fezionato a  suo  modo  dal  Ricardì ,  la  cui  spiegazione  è  anche 
essa  una  vera  gemma  ;  né  dei  quattro   Cippi   Cartaginesi   pub- 
blicati dal  maggiore  Humhert,  tutti  interpretati,  con    aggiunta 
di  ben  altro  che  di  apici  vocali,  e  con  la  consueta  Ricardiana 
maestria ,  per  saggio  della    quale  si  dirà  soltanto  che  dopo    di 
aver  tradotta  letteralmente  una  linea  con  le  parole  =  credendo 
verbo  expectatae  probae,  =    queste    sono    poi    nella    parafrasi 
italiana  spiegate  =  credendo  nel  precetto  del  giudizio  finale.  == 
Ma  nulla  ci  può  trattenere  dall'  accennare  che  venendo  ad  im- 
battersi in  un  animale  simbolico  scolpito  su  di  uno  dei  Cippi, 
animale  che  sebbene  goffamente  delineato,    ha    tutto    1'  aspetto 
e  le  fattezze  di  un  agnello,  il  nostro  archeologo  lo  dichiara  un 
somaro  con  testa  d' agnello ^  emblema  d'uomo  giusto  e   buono  y 
che  ha  reso  servizio  al  pubblico ,    stante   che   il  somaro    era   il 
simbolo  di  chi  porta  il  peso  per  gli  altri,  e  l'  agnello  quel  del- 
l' innocenza  e  dell'onestà.  —  Lascieremo   che   sull'  addotta  evi- 
dentissima prova  della    credenza    dei    Cartaginesi    nel   giudizio 
finale,    e    sull'apoteosi    dell'uomo   pubblico   sotto  la  sembianza 
di  un  somaro -agnello,  il  lettore  mediti  a  suo  bell'agio,  e  fac- 
cia le  sue  riflessioni,  se  trovandosi  nei  panni  delle  ombre  gene^ 
rose  dei  Sufeti,  non  si  chiamerebbe  insultato,  e  ci  affrettiamo  a 
venirne  alla.  Lapida  ^^  iVbra ,  pubblicata  daiìVabate  Giannanlonio 
Arri  sul  disegno  ricavatone  dal  cav,  Alberto  della  Marmora. 

Chiunque  ,  avendo  una  sulEciente  idea  delle  lingue  Semitiche, 
leggerà  la  dissertazione  dell'aiate  Arri  *i,  nella  quale  si  prende 
a  svolgere  il  senso  di  questa  iscrizione  Fenicia  ,  non  potrà  non 
riconoscervi  la  somma  diligenza  adoperata  dall'  autore  nell'  ap- 

*i  Memorie  della  R.  Accad.  di  Torino  Tom.  XXXVIII.  pag.   Sg. 


170 

poggiare  ad  autorità  la  sua  opinione  sui  valore  delle  lettere , 
non  meno  elle  sulla  interpretazione  delle  parole  che  ne  forma, 
la  costante  sua  precauzione  di  nulla  mai  arrischiare  che  non 
sia  avvalorato  da  argomenti  almeno  probabili ,  e  un  procedere 
con  chiarezza  e  con  ordine  tale  che  alletta,  e  non  lascia  gene- 
rare stanchezza  a  dispetto  dell'  astrusa  natura  della  materia.  Né 
in  mezzo  a  tutto  questo  manca  quella  modestia  che  non  mai 
si  scompagna  dalla  vera  dottrina  ,  la  quale  fa  che  sebbene  altri 
fosse  talvolta  di  diverso  avviso  ,  o  noii  fosse  pienamente  con- 
vinto, non  può  tuttavia  non  lodare  la  sincerità  d'animo  e  la 
buona  fede,  colla  quale  vi  si  va  in  traccia  del  vero.  Non  di- 
remo che  la  dichiarazione  deWArri  non  lasci  desiderar  nulla  , 
e  sia  convincente  a  segno  che  non  si  abbia  a  sperarne  una  più 
perfetta,  perchè  non  sappiamo  appagarci  dell'applicazione  che 
si  fa  della  parola  NGRSH,  parendoci  che  intesa  per  motus  a 
ventis ,  il  traslato  sarebbe  ultra-orientale,  e  per  altra  parte  non 
si  possa  senza  stiracchiatura  voltarla  in  vela  dedit,  quand'an- 
che i  passi  citati  d'Isaia  e  di  Amos  potessero,  contro  l'opinione 
di  tutti  gli  interpreti  dai  LXX  in  giù ,  ricevere  il  primo  signi- 
ficato. Parimente  ci  sembra  alquanto  strano  il  senso  dato  alla 
settima  ed  aW ottava  linea,  dal  quale  risulterebbe  che  ì\  Padre 
Sardoìi  portasse  opinione  che  Nora  fosse  posta  rimpetto  l'Afri- 
cana Lixus  (  quam  Lixo  novit  adversam  ) ,  perchè  da  un  canto 
l'errore  geografico  sarebbe  incredibile  anche  pei  tempi  di  Sardon, 
trovandosi  Nora  (la  moderna  Pula)  nel  seno  di  Cagliari,  e 
Lixus  nello  stretto  Gaditano  ,  mentre  dall'  altro  non  si  sarebbe 
addotta  ragione  probabile  ,  a  credere  nostro,  per  cui  importasse 
di  ricordare  avere  Sardon  conosciuto  che  Nora  stesse  piuttosto 
in  faccia  a  Lixus  che  ad  un  altro  paese.  Ma  a  queste  critiche 
si  suol  rispondere  con  ragione  ,  provatevi  a  far  meglio ,  e  dimo- 
strate col  fatto  che  si  possa  trarre  migliore  partito  dei  materiali 
che  non  facessero  gli  altri.  Noi  confesseremo  ingenuamente  che 
non  ci  sentiamo  da  tanto  ,  massimamente  vedendo  l' interprete 
universale  Ricardi  non  riuscire  con  tutta  la  sua  dottrina  a  buon 
porto,  e  darci  anche  di  questa  lapida  una  di  quelle  sue  ver- 
sioni che  fanno  trasecolare.  Ben  è  vero,  che  se  le  sue  traduzioni 
letterali  sono  al  di    sopra   del    nostro  intendimento,    egli    suole 


171 

regalate  per  soprammercato  al  lettore  almeno  un  paio  di   pa- 
rafrasi metriche ,  e  non  metriche ,  in  cui  non  si  può  ammirare 
abbastanza  la  destrezza,    colla    quale    dà    un   nuovo    aspetto    al 
suo  primo  pensiero,  e  la  facilità  con  cui  schicchera  distici  latini, 
e  versi  italiani  né  più ,  né  meno    eleganti ,   e    poetici ,    che   la 
sua  prosa.  Non  é  quindi  da  dire  che  sin  qui  1'  interpretazione 
àeìVjirri  è  la  sola  che  dia  qualche  appagamento,  e  che  essa  è 
senza  misura  superiore  alla  Ricardiana,  come  vince  pur  quella' 
del  dottissimo  nostro   orientalista  il  fu  Giamhernardo  Derossi  ^ 
a  difesa  del  quale  lo  stesso   Arri   ne   avverte  che    egli    ebbe    a 
lavorare  sopra  un  imperfettissimo  esemplare,  e  in  un  tempo  in 
cui  parecchie  lettere  Fenicie  non    erano    ancora    da    sufficiente 
autorità  confermate  in  quel  posto  che  le  vediamo  ora  occupare. 
La  stessa  sjuperidrità  si  vuole  senza  esitazione  alcuna  concedere 
a\V  abate  Arri  nella  dichiarazione  di  un  altro  monumento  Fe- 
nicio da  lui  recentemente  pubblicata  in  una  sua  lettera  francese 
inserita  nella  terza  serie  del  Journal  Asiatique  *i.  —  Si  tratta 
di  una  iscrizione  bilingue  di  sette  lettere  latine  (  AVG.  SVFF  ), 
e  di  quattordici  Fenicie  ,  trovata  nelle  vicinanze  di  Tripoli  di 
Barberia,  dove   era   l'antica  Leptis  Magna,    oggidì  conosciuta 
sotto  il  nome   di   Lebida.   —   La    lapida    mostra    di    essere    un 
frammento   segato   da   ambi    i  lati,    imperciocché    l'A  di  AVG 
non  è  più  che  mezzo,  e  la  prima    lettera    Fenicia    a    destra    è 
pur  anche  in  parte  mozzicata.    Tuttavia  i  vari  Paleografi,  che 
vi  si  sono  esercitati  dattorno,  le  hanno  dato   un    senso    pieno, 
sebbene,  com'è  da  presumersi,  non  tutti   con    eguale    fortuna. 
L'uno  ha  letto  nella  parte  latina  augustales  Suffetes ,  un   altro 
augustalis  Suffectus,   un  terzo  augusta  Suffetula^  mentre  il  no- 
stro Arri,  con  maggiore  probabilità  di  aver  dato  nel  segno,  vi 
legge  augurale  Suffetis.  Quanto  é  alla  parte  Fenicia  VHamaker 
interpreta  =  ut  precatio  (  se\   precandi  causa)  propter   defe- 
ctum  (  vel  exsiccaiioneni )  canalium.  Il  dotto  Gesenius  domus  im- 
perii Romani  (\\.  e.  domus  augusta)  stai  in  aeternum.  Il  Lind- 
berg  =  Torcular  reginae   in  loco  perenni  j  =>  interpretazione 

*i  Lettre  àM.r  Quatr£mére  meinbre  de  l'Institut  sur  une   inscription  Latine- 
Phénicienne  tronvce  à  Leptis,    Journal  Asiatique   i83G. 


172 

che  avrebbe  dovuto  uscire  dal  cervello  del  Ricardi,  cui  questo 
torchio  verrebbe  a  pelo  per  quella  certa  uva  che  ha  data  a 
conservare  ad  Ercole  condottiere  ^  dichiarando  1' iscrizione  di 
Malta.  Ma  l'y^m  che  neW  augurale  Suffetis  trova  indicato  il 
Praetoriurn  di  un  campo  romano  ,  fa  che  le  parole  Fenicie  cor-' 
rispondano  alle  latine ,  traducendole  per  Locus  Ducis  Romae 
excelsae,  ed  ha  così  il  inerito  di  spiegare  1' una  iscrizione  col- 
r altra,  che  in  un  monumento  bilingue  è  certamente  il  metodo 
più  probabile  di  scoprire  la  verità.  Se  non  che  il  Ricardi  pensa 
diversamente,  non  già  per  rispetto  a  questo  monumento,  sul 
quale  non  appare  ancora  che  egli  abbia  pronunziata  la  sua  sen- 
tenza finale j  ma; nella  sua  lettura  e  spiegazione  delle  monete  , 
ed  iscrizioni  riferite  in  un  saggio  accademico  del  cav.  Alberto 
della  Marmora  *i.  Fra  le  monete  di  cui  parla  il  bel  lavoro 
del  cav.  della  Marmora ,  e  di  cui  si  danno  gli  impronti  in  due 
tavole ,  ve  n'  hanno  alcune  con  iscrizioni  Fenicio -Latine  ,  ed 
una  con  leggenda  Greco-Fenicia.  Si  direbbe  a  prima  giunta  che 
il  greco  ed  il  latino  debbono  essere  di  un  grande  aiuto  nello 
sciferare  la  parte  Fenicia  delle  leggende,  e  che  il  Bartlièlenij, 
vedendo  fatta  menzione  della  dea  di  Sidone  nel  greco,  leggesse 
a  buon  dritto  LSDNM,  ovvero  Sidoniorum,  nelle  cinque  lettere 
inferiori ,  tanto  più  che  la  loro  forma  vi  si  adatta  maraviglio- 
samente. Parimente  trovando  INS.  AVG.  dalla  parte  destra  di 
altre  leggende;  parrebbe  che  il  cav.  della  Marmora,  seguendo 
il  Barthélemy ,  avesse  ragione  di  leggere  Al  ,  cioè  insula  ^  nelle 
prime  lettere  Fenicie  della  parte  sinistra.  Ma  ciò  non  cura  il 
Ricardi ^  il  quale  tutto  devoto  come  egli  è  agli  Dei  Cabiri,  (  che 
per  verità  si  veggono  stampati  col  martello  in  mano  su  gran 
parte  di  queste  monete  )  trova  dappertutto  la  parola  CABIR , 
o  CBR ,  senza  badare  al  solito ,  se  la  forma  delle  lettere  lo  con- 
senta ,  e  se  sia  la  stessa ,  o  almeno  somigliante  in  tutti  i  casi. 
E  con  questo  chiodo  fitto  in  capo  procede  a  riferire  trentotto 
testimonianze  di  autori  Greci,  e  soprattutto  di  Proclo  j  toglien- 
dole dalla  Collection  of  Chaldean  Oracles  pubblicata  nel  Clas- 


*i  Saggio  sopra  alcune   monete    Fenicie    delle   Isole   Baleari.   Mem.    della   R. 
Àccad.  di  Torino  Toni.  XXXVIII.  pag.   107. 


175 

sìcal  Journal  for  June  i8i8  ,  e  dandone  egli  stesso  una  versione 
che  umilmente  asserisce  essere  esattissima  a  preferenza  di  qua- 
lunque altra  già  fattane  j  cosa  che,  secondo  il  Fabricio ,  è  di 
non  lieve  momento.  Chi  volesse  sapere  come  queste  testimo- 
nianze confermino  la  trasformazione  delle  accennate  lettere 
Fenicie  in  CABIR ,  ricorra  all'  opuscolo  del  nostro  autore ,  e 
vedrà  che  i  Caldei  in  orìgine  furono  adoratori  dell'  unico  Dioj 
cioè  della  Triade  da  essi  chiamata  Mente  Paterna  delle  tre 
intelligenze j  Vuna  dalle  altre  distinta,  cosa  che  noi  siamo  lon- 
tani dal  voler  mettere  in  dubbio,  ma  che  ci  sembra  utile  a 
far  distinguere  VJleph  dal  Thau  nelle  scritture  Fenicie,  quanto 
è  atta  a  dar  la  chiave  dei  monumenti  del  Messico.  —  Tuttavia 
si  vuol  confessare  che  messer  Francesco,  fu  Carlo,  ha  un  inge- 
gno fervido ,  ed  una  mente  acuta  e  profonda  ,  e  se  dopo  aver 
vedute  queste  opinioni  religiose  dei  Caldei,  dalle  quali  egli  ar- 
gomenta che  i  Cartaginesi  erano  ortodossi,  non  fosse  troppo 
grave  peccato  il  credere  alla  Metempsicosi,  diremo  che  tutta 
l'anima  del  buon  padre  Kircher  si  è  in  lui  travasata,  cotanto 
egli  è  sagace  nello  scoprire  sensi  reconditi  in  un  picciol  sim- 
bolo ,  e  in  poche  letteruzze.  —  Abbiamo  già  detto  qual  uso  il 
nostro  archeologo  faccia  di  quell'animale  in  cui  trova  congiunte 
le  due  nature  di  agnello  e  di  somaro,  riferiremo  adesso  fra 
le  sue  maravigliose  rivelazioni  di  questo  genere  la  dichiara- 
zione di  una  delle  monete  Baleariche ,  che  egli  dà  cattedrati- 
camente in  queste  parole  =  Caput  hominis  pileatum  j  et  for- 
ceps.  —  Postica.  —  Porcus  supra  et  infra  lettera  D  —  Expl. 
—  Suh  gubernatore  sapiente  valde  floret  agricultura.  :=:  Dopo 
questo  più  non  rimane  se  non  ad  inarcar  le  ciglia,  e  ad  am- 
mirare in  silenzio  una  mente  così  vasta  e  così  piena  di  arcana 
dottrina.  —  Dagli  oracoli  e  dai  sogni  del  Ricardi  torniamo  , 
per  ricrear  1'  animo ,  e  per  ben  augurare  fra  noi  degli  studi  di 
Paleografia  Orientale j,  alla  lettera  dell'abate  Arri,  là  dove  ci 
annunzia  un  suo  lavoro  sui  tenipj  degli  antichi  degli  adoratori 
astri;  e  senza  fermarci  su  ciascuna  delle  osservazioni  di  lui 
intorno  all'interpretazione  di  alcune  espressioni  bibliche  data  dal 
Gesenius  nel  suo  dizionario  ebraico ,  accenneremo  soltanto  che 
l'opinione  che  egli  manifesta  sui  SVCCOTH  BENOTH ,  con- 


174 

corda  appieno  con  quella  del  dottissimo  Parkhurst,  autore  del 
più  stimato  lessico  ebraico  ed  inglese  senza  punti ,  il  quale  ci- 
tando pure  Erodato,  cosi  si  esprime:  è  oramai  fuor  di  dubbio 
che  cotesti  Succoth  erano  tabernacoli  frequentati  da  fanciulle  , 
che  si  davano  alla  prostituzione  in  onore  della  dea  Babilonese 
Mjlitta  ;  opinione  che  troviamo  eziandio  seguita  dal  Taylor, 
dissenziente  in  questo  dal  Calmet ,  del  cui  dizionario  biblico 
ha  data  un'  edizione  compendiata  in  inglese. 

Sarebbe  qui  da  parlarsi  della  dissertazione  latina  dello  stesso 
jirri  sopra  alcune  monete  degli  Abbasidi ,  ed  altri  monumenti 
Arabo-Cufici  *i  ,  nella  illustrazione  dei  quali  egli  dà  novelle 
prove  di  sana  critica ,  e  di  non  comune  dottrina  5  nia  il  timore 
di  esserci  già  troppo  dilungati  su  di  un  soggetto  poco  grato  al 
comune  dei  lettori ,  fa  che  ci  asterremo  affatto  dal  toccare  que- 
sta materia.  Gonchiuderemo  quindi  rallegrandoci  colla  patria 
nostra  nel  vedere,  che  mentre  gli  studi  orientali  fioriscono  ma- 
ravigliosamente in  Francia  ,  ed  hanno  molti  celebrali  coltiva- 
tori nella  Germania,  e  nella  Gran  Brettagna  ^  non  manchi 
presso  noi  chi  segua  le  illustri  pedate  dei  Valperga-Caluso  , 
dei  Derossi,  e  àoi  Pejron  ^  e  dia  fondate  speranze  di  esserne  fe- 
lice  emulatore. 

Questo  intanto  sappiamo  di  certo  che  il  modo  con  cui  \Arri 
mette  innanzi  le  sue  congetture,  e  il  raziocinio,  e  le  autorità 
cui  le  viene  appoggiando  ,  non  armeranno  mai  il  padre  della 
letteratura  Araba  in  Europa  il  sig.  Silvestro  de  Sacy  ^  di  quella 
sferza  magistrale  con  che  dovette  correggere  un  giovane  profes- 
sore d'Arabo  Siciliano  j  il  quale  colle  arrischiate  sue  produzioni 
meritò  d'  essere  rimproverato  di  leggerezza,  e  rimandato  a  pren- 
der posto  fra  gli  scolari.  *2. 

*r  Mera,  della  R.  Accad.  di  Torino.  Tom.  XXXIX.  pag.  38. 
"a  Nouveau  Journal  Asiatique  inois  d'avril  ib35. 


175 
Belle  Arti  —  //  ClMùdUndro. 


V  han  cose  nel  mondo  la  cui  magica  potenza  par  clie  rìa- 
neghi  la  materia  dalla  quale  hanno  origine,  e  trasporti  l'uomo 
in  un  altro  mondo  ideale  e  fantastico,  in  cui  sono  oggetti  ignoti 
la  bassezza  e  la  corruttibilità  della  creta  mortale.  —  Che  havvi 
mai  in  quel  sentimento  aereo,  misterioso,  inesplicabile,  di  cui 
non  sappiamo  render  ragione,  e  che  affascina  sì  mirabilmente 
la  mente  ed  il  cuore  di  chi  lo  prova  ?  Qual  arcano  spirito  pre- 
siede a  quei  moti  involontarj  a  quell' agitarsi  di  un'  aura  vivi- 
ficante e  feconda  di  nuove  idee  al  guizzo  rapidissimo  di  una 
luce  sconosciuta  che  ti  cerca  le  fibre  e  ti  chiama  a  sensa- 
zioni più  energiche  ,  a  più  soavi  pensieri  ?  Più  volte  sarà  a 
voi  occorso  nella  vita  di  esser  l'oggetto  di  moti  siffatti.  — In- 
noltratevi  un  bel  mattino  d'estate  nella  gola  d'una  ii-suta  ed 
elevata  montagna  j  salitene  la  cima  e  di  là  contemplate  1'  a- 
spetto  di  quella  natura  selvaggia  ed  indomita  5  da  qual  rapi- 
mento non  vi  sentirete  voi  compresi,  qual  fremito  di  pia- 
cere inesprimibile  e  insieme  di  sublime  spavento  non  vi  scor- 
rerà per  r  animo  ?  Fissate  gli  occhi  in  un  bel  volto  su  cui 
sorridano  le  grazie,  e  che  in  sé  unisca  tutta  la  leggiadria  delle 
forme  le  più  attraenti  temperate  dallo  sguardo  dell'  innocenza 
e  della  bontà,  qual  senso  di  dolcezza  e  d'ammirazione  non  vi 
si  diffonderà  per  tutta  la  persona  ?  Ma  donde  muove  mai  quell' 
elettrica  scintilla  che  in  tal  guisa  vi  invade,  s'  impadronisce  di 
voi  tutti,  vi  trasporta  in  regioni  remote  e  sconosciute? 

Effetto  non  dissimile  da  quello  che  io  ora  additava ,  vien 
prodotto  dalla  musica.  Quest'arte  divina,  i  di  cui  benefici  in- 
flussi si  spandono  su  tutti  i  ceti  degli  uomini ,  e  che  sommi- 
nistra un  piacere  innocente,  e  sgombro  di  conseguenze  funeste 
ad  ogni  cuore  ,  che  sente  quest'arte  che  sveglia  sì  mirabilmente 
gli  affetti  i  più  teneri  e  soavi ,  e  insieme  più  forti  e  sublimi  , 
è  anch'  essa  una  delle  cause  di  quelle  straordinarie  commozioni 
delle  quali   teneva  discorso.  Assistete  ad  una  scenica   rappiesen- 


176 

tazione,  o  udite  soltanto  dalle  canore  labbra  di  un  gentile 
cantore  un  concento  melodioso  :  unitevi  alla  geniale  conversa- 
zione di  una  musicale  adunanza  ,  attendete  alle  voci  che  escono 
da  una  flebile  tibia  o  da  una  romantica  arpa,  qual  misto  di 
voluttuoso  e  di  malinconico  non  vi  si  insinuerà  nel  sangue,  non 
verrà  ad  esaltarvi  il  pensiero  ? 

Ora  parlando  della  musica  e  dei  suoi  mirabili  effetti ,  io  dirò 
come  nessuna  voce  ,  nessun  instromento  abbia  mai  in  me  pro- 
dotta una  sensazione  più  patetica  del  Clavicìlindro.  Quest'  istro- 
mento,  ignoto  forse  a  moltissimi,  fu  composto  nel  principio  di 
questo  secolo  daChladni,  fisico  e  scienzato  Alemanno  di  molta 
fama  ,  e  in  Italia  poscia  unicamente  fabbricato  e  perfezionato 
da  Luigi  Concone.  Consta  egli  d'  una  maócbina  a  tastiera  d'assai 
minor  mole  di  un  gravi-cembalo,  con  un  cilindro  di  vetro  che 
6Ì  fa  girare  per  mezzo  di  un  pedale  insieme  con  altri  ingre- 
dienti cbe  io  non  nomino.  Qualità  essenziale  di  esso  si  è  di 
poter  prolungare  il  suono  con  tutte  le  gradazioni  del  crescendo 
e  del  diminuendo  a  misura  cbe  si  aumenta  o  si  diminuisce  la 
pressione  dei  tasti.  Ma  la  proprietà  che  possiede  desso  eminen- 
temente si  è  una  tale  dolcezza  e  soavità  d'espressione  che  dif- 
ficilmente si  potrebbe  conseguire  da  un  qualunque  altro  istro- 
mento.  Sul  Clavicilindro  mal  si  potrebbe  eseguire  un  pezzo 
come  si  suol  dire  di  forza  e  di  bravura.  Ma  provate  a  suonarvi 
sopra  una  tenera  romanza ,  uno  di  quei  sentimentali  motivi  per 
cui  abbiamo  tanto  a  lamentare  la  perdita  di  Vincenzo  Bellini. 
Provate  a  espiimere  con  esso  quanto  la  passione  ha  di  più  com- 
movente ,  quanto  la  malinconia  ha  di  più  simpatico  e  interes- 
sante ,  con  nessun  altro  istromento  voi  avrete  potuto  produrre 
un  più  magico  effetto.  Vi  richiama  esso  alle  più  care  memo- 
rie, ai  moti  i  più  teneri  e  dolci.  La  lusinghevole  rimembranza 
d'una  diletta  persona,  i  lieti  sogni  della  prima  giovinezza,  i 
puri  palpiti  dell'amicizia,  l'avvicendarsi  della  speranza  e  del 
timore,  d'un  utile  rimorso  e  della  serena  gioia  d'un  benefico 
e  candido  cuore  ,  insomma  quanto  v'  ha  di  più  patetico  ,  ap- 
passionato e  soave,  questo  è  quanto  maravigliosamente  si  espri- 
me col  descritto  istromento. 

Avv.  F.  Concone. 


177 

KuOTK    PkODCZIOUI  Lellura   pepolari. 

Torino.  Presio  l'editor*  Barora  lilu-aio. 


La  scienza  è  il  maggior  tesoro  che  possedano  gli  noailni  ; 
ma  come  la  ricchezza  materiale  di  un  popolo  produce  maggior 
prosperità  ed  agiatezza,  quanto  più  essa  è  divisa  fra  i  cittadini, 
così  perchè  il  sapere  sia  fecondo  di  utili  risultati  ,  ed  avvia- 
mento alle  migliorie  della  civiltà,  conviene  che  egli  sia  comune 
a  tutte  le  classi  della  società  ,  e  che  ad  ognuno  ne  siano  acces- 
sibili i  frutti.  Un  gran  fondo  di  dottrina  diviso  fra  poche  in- 
telligenze alte  e  privilegiate  può  dar  nome  e  gloria  alla  nazione 
che  le  produsse  :  ma  una  massa  anche  minore  di  cognizioni 
generalmente  diffusa  fra  i  membri  della  famiglia  sociale,  oltre 
il  lustro  che  procura,  conduce  al  morale  perfezionamento,,  ed 
al  fisico  ben  essere  di  tutti.  Però  fanno  santa  cosa  coloro  che 
imprendono  a  sparger  nel  popolo  i  semi  della  scienza,  e  a  di- 
rozzare le  menti  dell'artigiano,  del  contadino,  dell'operaio.  In 
tal  modo  si  abbellisce  il  presente,  e  si  coltiva  con  utile  certo 
il  campo  dell'  avvenire. 

Egli  è  argomento  di  gioia  il  vedere  gli  iterati  sforzi  che  si 
fanno  da  qualche  tempo  in  Piemonte  per  lottare  contro  i  mali 
dell'ignoranza,  e  diffondere  i  lumi  nelle  classi  meno  agiate. 
Cominciava  il  Pomba  a  pubblicare  la  sua  Biblioteca  popola- 
re ^  buona  scelta  d'ottimi  libri,  che  per  la  tenuità  del  prezzo 
otteneva  un  mirabile  smercio.  Altri  calcava  in  seguito  la  via 
aperta  da  lui,  benemerito  in  ciò  della  patria.  Il  leggere  non 
fu  d'allora  in  poi  esclusivo  privilegio  dei  ricchL  Veniva  quindi 
in  luce  V Emporio  delle  cognizioni  utili,  giornale  a  5  fr.  l'anno, 
destinato  a  giovare  ad  ogni  sorta  di  persone,  molto  sparso,  e 
che  vorremmo  vedere  diffuso  ancor  più,  perchè  pari  alla  no- 
biltà dello    scopo  è  il  senno  con  cui    vien  diretto." Ora  escono 

12 


178 

ì„  luce  le  Letture  Popolari    a  cent,    io    il  foglio.    --   Q«al    sia 
la  mente  degli  editori  di  questa  pubblicazione,  ce  lo    rivelano 
le  seguenti  parole  del  prospetto:...  se  per  noi  il  nome  mode- 
sto   ed  ignoto  di  coloro  che  fanno  il  benefizio,  e  solleciti   riti- 
rano la  mano,  rimarrà  nella  bocca  deW  uomo  beneficato,  ere- 
deremo  ai^er  fatto  una  cosa  buona,  non  ignorando  quanto  grande 
impulso  sia  al  benfare  la  pubblica  gratitudine  ^  se  per  noi  verrà 
a  maggiormente  diffondersi   l'amore   del   lavoro  ,  il  rispetto      e 
V  amore  verso  le  pubbliche  autorità  ,  U  santo  affetto  di  famiglia; 
se  V  artigiano  laborioso  nei  riposi  della  domenica  crederà  meglio 
collocato  r  obolo  destinato   a  suoi  piaceri,   impiegandolo    nella 
compera  di  questo  foglio .  anziché  in  quei  luoghi  o.e  spesso  la 
<^ioia  d'  un'  ora  viene  a  convertirsi  neW  indigenza,  e  nelle  lacri- 
me d'un' intera  famiglia,  noi  ci  terremo  paghi,    e  crederemo 
nel  modesto  circolo  d'azione,  in  cui  siamo  nati,  aver  fatto  quel 
poco  di  bene  che  maggiore  per  noi  si  poteva. 

Noi  non  possiamo  che  altamente  commendare  coloro  che 
danno  opera  a  questa  pubblicazione  per  essere  venuti  m  tale 
divisamelo,  enei  far  plauso  alla  generosa  impresa  non  cre- 
diarno  di  fare  un  puro  atto  di  cortesia,  ma  bensì  di  adempire 
ad  un  sacro  dovere. 


M.    M. 


VAKIETA 


Uu  articolo  inserito  nella  seconda  distribuzione  di  aprile  del 
Subalpino,  ove  incidentemente  si  parlò  di.  alcuni  uomini  grandi 
nelle  scienze  militavi,  de' cui  nomi  il  Piemonte  s'onora,  diede 
luogo  ad  una  lettera  del  sig.  Avogadro  di  Quaregna  nella  quale 
egli  lamenta  il  silenzio  in  cui  fu  lasciato  il  nome  di  un  uomo 
illustre,  e  provoca  la  riparazione  di  un  torto  fatto  alia  memoria 
del  medesimo,  secondo  1'  autore  della  lettera.  Abbenchè  noi  ci 
credessimo  innocenti  dell'apposta  colpa,  perchè  in  quei  poclii 
nómi  non  erasi  inteso  di  compendiare  le  patrie  glorie,  ma  sol- 
tanto di  rammentarne  alcune,  e  le  più  fulgide:  tuttavia  noi  ci 
proponevamo,  per  soddisfare  al  pio  desiderio  di  chi  ne  scrisse, 
di  cogliere  la  prima  occasione  che  si  discorresse  nel  Giornale 
un  qualche  soggetto  avente  tratto  alle  scienze  da  quell'Illustre 
coltivate  per  far  parola  di  un  i^omo  adorno  veramente  di  molti 
ed  alti  pregi. 

Ora  l'impaziente  sollecitudine  del  signoE-^  Avogadro  di  Qua- 
ret^na  e'  invita  a  far  ili  pubblica  ragione  quella  sua  lettera  ^  e 
noi  per  aderire  alla  sua  brama  la  diamo  qua  fedelmente  tra- 
scritta. 


///,'""  Si-.  SiiT.  P.  Col. 


Il  motivo  della  presente  che  ho  il  pregio  di  diriggere  alla 
S.  V.  si  è  un  articolo  testé  letto  dalla  mia  moglie,  nata  Rana, 
wA  Subal/jcno ,  (aprile  distrib.  2.*)  segnato  m.  m.,  nel  •  quale 
a  pag.  81  dicendosi,  che  il  Piemonte  superbisce  ricordando  i 
BcrLola,  Tignola,  Bozzolino ,  De  ì'iiueiid ^  e  quel  D\liiloni, 
tee,  vi  si  obbliò  poi  l'architello   militare  e  civile  Carlo  Audrert 


180 

Raiia  ,  gran  zio  paterno  della  medesiuia  ,  nato  in  Susa  ed  ivi 
pur  resosi  defunto  sul  principio  di  questo  secolo  in  età  di  uo- 
vant'  anni  ;  stato  pubblico  professore  di  teorica  e  pratica  nelle 
scuole  d'artiglieria  e  fortificazioni,  delle  quali  si  trovava  allora 
direttore  generale  il  Deantoni,  reggendo  Bogino  il  Ministero 
di  Guerra.  Egli  fu  il  primo  a  comporre  trattati  di  fortifica- 
zione a  dettarli  e  figurati  spiegarli ,  conprendendovi  ogni  specie 
di  casi  applicabili  alla  diversità  dei  siti  da  fortificarsi.  Ricavò 
dagli  antichi  autori  più  classici  cinquanta  e  più  sistemi  de' quali 
fece  li  modelli  in  bosco  coslrurre,  oltre  i  molti  che  di  propria 
invenzione  produsse.  Celebre  tra  gli  altri  è  quello  di  un  trofeo 
d'armi  antiche,  rappresentante  una  fortificazione  composta  di 
quattro  archi  tesi  mediante  le  rispettive  corde,  moiette,  e  saette 
in  atto  di  essere  scoccate  verso  le  loro,  mire  ,  di  quattro  lancie 
colle  loro  aste,  punta,  fiocco,  puntale,  e  scudo  di  difesa,  di 
otto  scimitarre  unite  al  suo  manico  col  pomo  e  conveniente 
guardia,  di  otto  altri  dardi  a  mano  e  giavelotto  ,  e  di  trenta- 
due coltelli  ,  dei  quali  gli  attigui  manichi  formano  le  piazze 
d'armi  della  strada  coperta  figurata  dalla  lama  dei  coltelli 5  li 
quattro  turcassi  che  stanno  rimpetto  alle  loro  saette  servendo 
di  quartiere  alla  guarnigione.  Di  questo  sistema  fa  menzione  il 
Flavigni,  francese,  conchiudendo:  et  Rana  est  un  piemontaìs  *i . 
11  medesimo  modello  venne  poi  inviato  in  Portogallo  al  Prin- 
cipe Reale  del  Brasile;  mentre  li  suddetti  trattati  furono  tra- 
dotti in  francese  dal  nominato  Flavignl,  come  in  tedesco,  ed 
in  Russo  dalli  Rosomowschi  e  Gallitzin. 

Che  il  Rana  (della  cui  scienza  ereditava  il  di  lui  nipote  G. 
B.  Cav.  Rana  Maggior  Generale  nel  Genio  militare,  passato  in 
dicembre  ultimo  a  miglior  vita,  zio  di  mìa  moglie)  fosse  poi 
anche  espertissimo  nell'  architettura  civile,  lo  comprova  il  fa- 
moso tempio  di  Strambino  da  esso  ideato  e  disegnalo. 

Ma  a  compitissimo  di  lui  elogio,  ecco  le  solenni  parole  del 
signor  abbate  Marentini  dirette  a  nome  dell'Ateneo  a  chi  reg- 
geva la  somma  delle  cose  in  Piemonte  nel  così  detto  anno  9.° 
repub.  (  copia  della   cui  lettera  sta   a    mani    della  prefala    mia 

*i   Serve  «-iò-Hi  jnndana  all'  aiioiHoto  narratoci  dal  INajiioiu'. 


181 

moglie  e  di  lei  sorelle),  onde  fare  ottenere  al  Carlo  Andrea  Rana 
allora  decrepito ,   una  pensione  dal   Governo. 

«  L'  architecte  Rana  était  professeur  de  Mathèraatique  et  de 
»  Fortification  à  l'école  rnilitaire  d'artillerìe.  Son  inerite  est  si 
»  grand  qu'il  est  supérieur  à  tout  eloge  ,  sa  reputatiou  est  re- 
»  pandue  par  toute  l'Europe  et  il  n'est  peut-étre  oublie'  que  dans 
»  le  sein  de  sa  patrie.  Il  fut  l'ami  et  le  conseiller  du  celebre 
»  Deantoni,  chef  du  ci-devant  Regiinent  d'artillerie.  Il  eut  la 
»  plus  grande  part  dans  la  confection  des  ouvrages  si  justement 
»  estimés  par  l'Europe  scavante  qui  parurent  sous  le  nom  du 
»  méme  Deantoni.  C'est  un  de  ces  génies  en  un  mot  dont  la 
»  Providence  se  plait  trés-rarement  de  faire  cadeau  au  monde 
»  pour  l'avancement  des  sciences  et  pour  le  perfectionement 
»   de  l'esprit  humain.  » 

Faccia  di  queste  notizie  riguardanti  un  uomo  altrettanto 
grande  quanto  modesto  quell'  uso  che  stimerà,  e  mi  creda  colla 
più  perfetta  stima  qual  mi  pregio  dichiarare 


Suo  Di'AK"''  Ohbl.""  Scivhore 

1' ELICK    AvOGAnnO    D[     QllAl',K<;i\A 

Prcf  del  R.  Trib. 


Ì82 

m(Bi^T.  i.  a  €. 


SONETTO 


E  veggio  andar,  anzi  volare  il  tempo. 

Petr.  Trionfo  delra  Di^'in. 

Entra  rotando  il  sol  nel  costellato 

Segno  del  Capro  ove  si  mutan  gli  anni  : 
Quante  cure  e  speranze  e  gioje  e  affanni 
Coir  anno  se  ne  van  ,  che  è  rinnovato  ! 

O  tu  non  anco  a  spiegar  1'  ali  nato 
Anno  novel  ,  quali  venture  o  danni 
Teco  ne  porti ,  e  come  andrai  segnato 
Quand'  entro  al  tempo  raccorrai  tuoi   vanni  ? 

Incerta  cosi  fugge  ed  affannosa 

Tra  memorie  e  speranze  e  rio  timore 
L'  umana  vita  or  lieta  or  travagliosa. 

Ma  a  te  ,  gentile ,  non  contristi  il  core 
Memoria  acerba  ,  né  temenza  ascosa 
Dell'  anno  che  vìen  fuor ,  di  quel  che  muore. 


185 
Notizie    Diverse 


Russia  :  Costumi  di  Lituania.  La  regina  della  fexta.  —  Vi 
esìste  tuttavia  nel  paese  di  Lituania  un'  usanza  assai  rimarche- 
vole. Airnichè  una  signora  possa  aspirare  al  diritto  di  esser 
eletta  a.  regiria  della  Jesta  ,  ella  deve  primieramente  godere  una 
riputazione  intatta  sotto  ogni  i-apporto ,  e  unire  alla  veniLstà 
la  dolcezza  e  1'  amenità.  Si  può  eleggere  questa  regina  dagli 
anni  19  compiuti  sino  alli  36  se  dessa  è  maritata;  e  solamente 
fino  ai  3o  ,  se  è  ancora  nubile.  Ma  in  questo  ultimo  caso  bi- 
sogna cb'  ella  sia  stata  chiesta  almeno  una  volta  in  matrimo- 
nio. Quali  siansi  poi  la  condizione,  le  ricchezze  o  la  stima  di 
una  donna ,  se  in  lei  mancasse  una  sola  delle  condizioni  pre- 
citate ,  le  sarebbe  impossibile  di  essere  scelta  a  r'egina.  Gli  uo- 
mini soltanto  della  ^5fa  hanno  il  privilegio  di  eleggere.  Tosto 
scelta ,  la  regina  vien  posta  in  una  gran  sedia  a  bracciuoli , 
nel  mentre  che  varii  musici  suonano  un'  aria  di  trionfo.  Quindi 
un  giovane  si  avvicina  con  rispetto  all'  eletta  ,  i  cui  piedi  po- 
sano sovra  un  ricco,  guanciale  ,  si  mette  ginocchione  a  lei  da- 
vanti,  le  cava  la  scarpa  al  destro  piede,  vi  versa  entro  vino, 
e  lo  beve  alle  grida  di  evviva  la  regina  ,  unite  a  colpi  di  fu- 
cile ,  e  al  suono  di  tamburo.  Lo  stesso  giovane  presenta  poscia 
la  destra  alla  l'egina ,  e  solo  con  lei  balla  una  polacca  al  suono 
della  musica  ,  nel  mentre  che  tutti  gli  astanti  ,  ginocchioni  su 
due  file  ,  abbassano  il  capo  ogni  volta  che  la  loro  dea  passa 
davanti  ad  ess.i.  Dopo  di  averla  riportata  sovra  il  suo  seggio- 
lone ,  ciascuno  degli  astanti  a  vicenda  debbe  compiere  la  ce- 
rimonia di  imprimere  un  bacio  sul  destro  piede  della  regina  , 
e  complimentarla  sovra  le  di  lei  attrattive.  Quest'  usanza  ,  per 
quantunque  stravagante  ella  sembri ,  è  tuttora  vigente  al  nord 
e  air  est  della  Lituania  ,  in  Podolia  ,  Galizia  e  pur  anco  in  Po- 
lonia. Essa  ci  olire  un'  immagine  della  specie  di  culto  che  si 
professa  generalmente  in  queste  regioni  alle  donne  avvenenti  e 
virtuose  (Le  grand  livre  ,  i83G). 


184 

Bellb  Arti  :  —  Pittura  murata  presso  gli  antichi.  —  Dal 
complesso  dei  fatti  esaminati  dal  sig.  Letronne  colla  sua  solita 
profonda  sagacità,  in  occasione  che  veniva  discussa  una  bella 
opera  del  sig.  Hittorf  suW architettura  policroma  degli  antichi, 
ne  risulta  che  l'uso  della  pittura  murale  storica  dalla  bell'epoca 
dell'arte  ebbe  principio,  come  pure  l'esistenza  di  questo  uso 
vien  confermata  dai  più  positivi  fatti.  In  tutti  i  tempi,  ma  pre- 
cipuamente nelle  epoche  antiche,  la  dipintura  murale  fu  parte 
essenziale  delle  decorazioni  degli  edifìzi ,  qualunque  fossesi  la 
loro  natura  e  destinazione;  essa  formò j  per  dir  così,  il  compi- 
mento del  sistema  policroma  ,  ossia  della  varietà  dei  colori  ado- 
perati sulla  loro  superficie  sia  internamente,  che  al  di  fuori; 
sistema  insomma  che  presso  i  Greci  e  i  Romani  si  estese  a  tutto, 
alle  armi,  e  agli  utensili,  come  altresì  alle  statue,  e  ai  bassi 
rilievi,  e  ai  monumenti  dell'architettura  sì  religiosa,  che  civile 
e  privata.  Il  numero  dei  quadri  mobili,  i  quali  non  poco  essi 
pure  contribuirono  all'ornamento  dei  monumenti,  quantunque 
da  principio  comparativamente  poco  considei-evole,  crebbe  ap- 
poco appoco;  anzi  questo  genere  terminò  per  esercitare  di  pre- 
ferenza il  pennello  dei  più  celebri  pittori;  esso  constitui  la  parte 
principale  dell'arte;  e  la  dipintura  murale,  sebben  uon  cessasse 
dall'essere  coltivata  da  abili  artisti,  venne  considerata  di  un 
genere  secondario,  cioè  per  quanto  spetta  alla  perfe^one  del 
lavóro.  (  Letronne  t  lettres  d'un  antiquaire;  —  In-8.°    i835). 

Europa-  Fra>'Cia:  —  Congrega  scienti/Ica  del  i836,-  quarta 
sessione  tenuta  a  Blois  in  settembre  stesso  anno.  —  Codesta 
adunanza  che  durò  dicci  giorni  continui  era  composta  di  21 5 
membri  inscritti,  molti  de' quali  vennero  d'Inghilterra,  e  del 
Belgio,  e  gli  altri  rappresentarono  2 1  dipartimenti  della  Francia, 
Era  dessa  divisa  in  sei  sezioni ,  o  classi:  la  prima  cioè  di  scienze 
naturali  :  2.°  di  agricoltura ,  industria ,  e  commercio  ;  3."  di 
scienze  mediche;  4-°  di  istoria,  ed  archeologia  ;  5."  letteratura, 
e  belle  arti;  6."  di  scienze  morali ,  economiche  e  legislative.  — 
Il  sig.  De  Laplace ,  primo  presidente  alla  Corte  R.  di  Orleans  , 
venne  nominato  a  presidente  dell'adunanza;  ed  i  sig.  Bergevin, 
de  Blois ,  e  Gaìllard   de   Rouen ,    vicepresidenti.    —    I    signori 


185 

Robertou  dottore  in  medicina  ;  Lair  di  Caco  ;  Desparanclie» 
dottore  iu  medicina  di  Blois  ;  De  Caumont  5  Spencer  Smith , 
exambasciadore  inglese  a  Costantinopoli  5  e  Jullien  di  Parigi  , 
presedettero  alle  sezioni,  alcune  delle  quali  sopraccariche  di 
lavori  tenevano  perfino  due ,  ed  anco  tre  sedute  al  giorno.  Me- 
glio di  ottanta  quistioni  diverse,  di  pubblica  utilità,  e  d'inte- 
resse generale  o  locaie  vennero  ivi  agitate  ,  e  non  poche  die- 
dero luogo  a  lunghi  ed  animati  dibattimenti.  —  Si  esaminò 
qual  fosse  il  miglior  partito  a  trarsi  dei  terreni  comunali ,  che 
in  Francia  non  formano  meno  di  quattro  milioni  di  ectari  ; 
sino  a  qual  segno  convenisse  favoreggiare  o  ristringere  il  dis- 
sodamento dei  boschi  ;  qual  vantaggio  potrebbe  ricavarsi  dalla 
formazione  di  carte  geologicbe  di  ciascuno  degli  86  dipartimenti 
della  Francia;  quale  sia  stata  l'influenza  del  cristianesimo  sull' 
abolizione  della  schiavitù  5  quali  sarebbero  i  più  efficaci  mezzi 
per  ottenere  alla  fin  fine  la  intiera  abolizione  dell'  odiosa  tratta 
dei  negri,  continuata  con  audacia  pari  alla  perseveranza  e  mal- 
grado delle  leggi,  e  dei  regolamenti  che  la  proscrivono;  in  qual 
modo  potrebbesi  giugnere  a  distruggere  nelle  moderne  società 
la  spaventevole  piaga  del  pauperismo  ,  e  della  mendicità  ;  come 
potrebbesi  introdurre  progressivamente  il  sistema  penitenziario, 
e  migliorare  finalmente  il  sì  difettoso  regime  delle  prigioni  in 
Francia.  (  Il  sig.  De  Gasparin  ,  l'  attuale  ministro  dell'  interno, 
scrisse  una  lettera  circolare  ragguardevole  ,  che  dimostra  tutta 
la  di  lui  sollecitudine  per  questo  ramo  della  sua  amministra- 
zione );  con  quali  mezzi  potrebbesi  diminuire  il  numero  dei 
trovatelli ,  e  cosi  render  minore  pur  anco  la  spaventosa  morta- 
lità che  fa  strage  di  questa  classe  d' individui  si  degni  d'  inte- 
resse ,  e  SI  infelici  ;  in  qual  modo  potrebbesi  utilmente  modi- 
ficare la  legge ,  che  regola  l' interesse  del  danaro  ;  con  quali 
riforme  potrebbe  la  pena  della  morte  venir  infine  cancellata  dai 
codici  ;  come  dovrebbesi  almeno  farne  uso  rare  volte ,  e  sop- 
sopprimerla  intieramente  nei  delitti  politici;  quali  disposizioni 
sarebbero  le  più  atte  a  rendere  meno  illegale  ,  meno  arbitraria, 
e  meno  gravosa  l'imposizione  l'isultante  dall'alloggio  militare 
nell'interno  della  Francia;  come  l'intiera  libertà  dell'insegna- 
mento potrebbe  conciliarsi  con  certe  guareiiligie  ricliiestc,  nel- 


186 

r  interesse  della  morale  pubblica  e  della  società ,  oontro  gK 
abusi  di  questa  stessa  libertà  5  in  qual  maniera  la  tassa  uni- 
A'ersitaria ,  imposizione  illegale  ed  immorale,  dovrebbe  essere 
abolita  e  surrogata  da  una  tassa  di  altro  genere  sopra  oggetti 
di  puro  lusso  5  quanto  sarebbe  utile  che  le  società  di  carità 
materna,  gli  asili,  o  santuari  dell'infanzia,  e  i  luoghi  di  lavoro 
per  gli  orfani  venissero  aumentati  sovra  tutti  i  punti  della 
Francia,  quali  instituti  eminentemente  rigeneratori-,  quale  sia 
l'influenza  morale,  e  civilizzatrice  dei  inezzi  di  comunicazione, 
del  buon  mantenimento  delle  strade ,  delle  vie  vicinali  nelle 
campagne  ,  dei  marciapiedi  a  larghe  pietre  nelle  città,  dei  bat- 
telli ,  e  delle  vetture  a  vapore,  e  delle  strade  a  rotaje  di  ferro, 
e  quanto  debbasi  sollecitare  la  pubblica  amministrazione,  ed  ella 
stessa  stimolare  rispetto  a  queste  cose  le  autorità  locali,  e  i 
semplici  privati  5  quali  sono  le  cause  più  attive  dell'  attuai  so- 
ciale immoralità,  i  cui  progressi  evidenti  affliggono  T  uma- 
nità, e  in  qual  modo  vi  si  potrebbe  rimediare,  o  almeno 
attenuare  la  forza  di  codeste  cause  troppo  attive  5  quali  conse- 
guenze derivino  dall'  industrialismo  letterario  ,  che  imprime 
oggigiorno  a  gran  parte  della  stampa,  e  specialmente  a  quella 
periodica  un  cai-attere  mercenario  e  venale  ,  affatto  contrario 
al  nobile  spirito  d' independenza  e  di  disinteresse  che  dovrebbe 
guidare  il  vero  letterato  ;  quanti  vantaggi  potrebbero  arrecare 
le  società  stabilite  nei  nostri  dipartimenti  alla  foggia  di  quella 
che  havvi  a  Parigi  pel  sollievo  dei  giovani  rilasciati  dalle  car- 
ceri;  quanto  sia  urgente  di  correggere  i  difetti  attuali  del  nostro 
regime  ipotecario  \  quali  effetti  sortano  dalla  grande  divisione 
dei  terreni,  e  sino  a  qual  punto  possa  essa,  nell'interesse  ptib- 
bllco,  venir  incoraggita,  o  rallentata  dai  legislatori  \  sino  a  qual 
segno  la  venalità  di  certe  cariche,  degli  agenti  di  cambio,  notai, 
procuratori,  ecc.  può  offrire  guarenzie  reali  e  necessarie  alla  so- 
cietà, ovvero  essere  abusiva  e  immorale,  ecc.  ecc.  Coteste  impor- 
tanti quistioni,  e  molte  altre  ancora,  che  vennero  agitate  dall' 
adunanza,  diedero  luogo  a  vivaci  dibattimenti ,  ai  quali  presero 
un  grande  interessamento  parecchie  dame  di  Blois  e  dei  paesi  vi- 
cini, molto  assidue  alle  sedute  sino  all'ultimo  giorno.  Alcuni 
membri    di  quella    congrega  loro  tributarono  pubblici   encomi  , 


-187 

poiché  la  presenza  delle  donne  vivifica,  anima,  riscalda,  feconda 
tutto  :  là  dove  esse  mancano  tutto  langue,  tutto  muore;  senza  di 
quelle  non  liavvi  nò  emulazione ,  né  progetti  di  pubblico  bene, 
né  sensi  generosi,  né  speranza,  né  amore  della  gloria,  né  atti- 
vità, né  vita,  né  società  fiorenti,  né  prosperità,  né  progressi; 
le  donne  sono  l'anima  dell' incivilimento.  E  stato  riconosciuto 
e  verificato  a  Blois ,  come  erasi  già  fatto  gli  anni  precedenti 
a  Caen,  a  Poitiers,  a  Douai,  e  più  recentemente  a  Liegi,  che 
la  nuova  instituzione  delle  adunanze  scientifiche,  sebbene  non 
producano  ancora  effetti  di  qualche  importanza  ;  tuttavia  offrono 
fin  d'  ora  assai  grandi  vantaggi  j  essa  riunisce  in  un  medesimo 
luogo  alcuni  sapienti,  e  molti  cultori  delle  scienze,  ed  altri  let- 
terati ,  i  quali  altramente  non  avrebbero  forse  mai  avuta  l'occa- 
sione di  ravvicinarsi,  e  di  conoscersi,  e  fra  ì  quali  dopo  dieci 
giorni  intieri  di  fratellanza  scientifica  e  letteraria  (  intervallo 
di  rigore  stabilito  per  la  durata  di  cadauna  sessione  annua  di 
tal  sorta  di  adunanze  ),  soventi  volte  si  stabiliscono  relazioni 
durevoli,  scambievolmente  gradite,  utili  e  istruttive,  che  ri- 
dondano a  profitto  degli  interessi,  e  dell'avvenire  della  lette- 
ratura ,  dell'  incivilimento  ,  e  dell'  umanità.  Oltreché  queste 
congreghe  servono  pure  a  formare  altrettanti  centri  mobili  e 
momentanei  di  attività  intellettuale,  trasportati  successivamente 
ogni  anno  in  varie  città,  e  in  alcuni  luoghi,  dove  prima  vi  era 
soltanto  oscurità  profonda,  apatìa,  raarasmo  ,  e  ove  gli  spiriti 
trovansi  tolti  alla  loro  stupidità,  rianimati  ,  e  rinvigoriti  ;  ove 
r  emulazione  vien  risvegliata  ;  ove  1'  indifferenza  e  la  pigrizia 
sono  come  scosse  da  un  vivo  e  novello  impulso  5  ove  giovani 
di  talento,  sino  allora  ignoti,  e  che  pareva  s'ignorassero  essi 
medesimi,  si  svelano  ai  loro  concittadini;  ove  i  lumi  si  co- 
municano, e  si  spandono  per  una  specie  di  scossa  elettrica,- 
ove  dall'urto  delle  discussioni  proposte  scaturiscono  utili  verità  j 
ove  finalmente  tutto  il  scibile  umano  s'inspira,  si  propaga,  si 
arricchisce  di  esperimenti,  e  d'osservazioni,  e  diventa  fecondo 
e  ct-eatore.  —  Nell'ultima  sessione  fu  deciso  che  la  prossima 
seduta  dell'adunanza  scientifica  di  Francia  si  terrebbe  a  Metz, 
nei  primi  giorni  del  settembre   iSSj. 

(Dal  Mémorial  Eucjclopédique  ). 


188 

Akti  Chimiche  :  -  Illuminazione,  Gaz  tratto  dalle  zolle  combu- 
stibili. —  Sapevasi  da  pezza  che  le  zolle  combustibili  contenevano 
un  gaz,  cbe  potrebbe  servire  per  far  lume 5  ciò  non  pertanto, 
malgrado  gli  sforzi  dei  più  dotti  chimici,  questo  gaz  estratto 
colla  maggior  difficoltà,  non  presentava  che  un  debol  bagliore. 
Finora  si  era  usato  per  la  distillazione  di  queste  zolle  lo  stesso 
metodo  che  si  praticava  per  la  distillazione  del  carbon  di  terra. 
Procedendo  alla  distillazione  pendente  due  ore ,  la  miglior  zolla 
produce  per  ogni  mille  chilogrammi  dai  7  agli  otto  mila  piedi 
cubi  di  gaz.  Facendo  passare  il  gaz  attraverso  di  una  gran  quan- 
tità d'acqua,  ei  resta  più  puro,  ma  vien  diminuito  il  suo  car- 
bonio cosi  necessario  alla  forza  della  luce.  Riducendo  a  tre  quarti 
d' ora  il  tempo  della  distillazione  delle  zolle  combustibili ,  si 
giunse  ad  ottenere,  sovra  mille  chilogrammi,  55oo  piedi  cubi 
di  un  gaz,  la  cui  luce  è  più  viva  e  più  bianca  che  quella  del 
carbon  di  terra.  All'  oggetto  poi  di  purificarlo  si  adopera  uno 
stromento  composto  di  18  tubi,  caduno  dei  quali  è  immerso  in 
un  serbatoio  d'acqua  corrente.  Il  gaz,  passando  a  traverso  di 
questi  tubi,  si  lava  18  volte  rapidamente,  in  modo  tale  da  puri- 
ficarsi senza  perdita  del  suo  carbonio.  Poscia  si  fa  passare  in 
mezzo  di  due  strati  di  calce  secca ,  prima  di  condurlo  nei  ser- 
batoi gazometri.  Così  operando  si  perde,  egli  è  vero,  la  quarta 
parte  di  tutta  la  quantità;  ma  l'esperienza  ha  dimostrato,  che 
il  quarto  perduto  ad  altro  non  serviva  se  non  se  a  nuocere  agli 
altri  tre  quarti ,  che  anzi  la  luce  ottenuta  con  questo  metodo 
ha  molto  maggior  vivacità  e  chiarezza.  La  materia  (  coke  )  che 
rimane  dopo  la  distillazione  durante  un  quarto  d'ora  delle  zolle, 
è  eccellente  per  la  cucina ,  e  spande  un  calore  non  minore  di 
quello  del  miglior  carbone  di  legna.  Cotesto  gaz  costa  due  lire 
per  ogni  mille  piedi  cubi ,  che  equivalgono  a  3o  libbre  dì 
candele.  (  Journ.  Acad.  de  l' industr.  aoùt  i836). 


189 
ANìNUiNZJ    DI    BIBLIOGRAFIA 


LIBRI  ITALIANI 


LIBRI  FRANCESI    * 


Vite  e  Ritratti  delle  Donne  ce- 
lebri d' ogni  paese.  Opera  della 
Duchessa  d'Abrantés  e  di  Giu- 
seppe Straszewicz ,  tradotta  dal 
francese  per  cura  di  letterati 
italiani.  -  Milano  presso  Ant. 
Fort.  Stella  e  figli,  i835.  Fase. 
XII  e  XIII,.  in-8.°  gr.  di  pag. 
48,  col  ritratto    di    Maria   de' 

Medici 11.   i .     » 

Fase.  XIV  di  pag.  i6,  col  ri- 
tratto di  Catterina  I.  11.  »  5o 
Con  apposito  prospetto  gli 
editori  avvertono  che  quest'opera 
verrà  continuata  per  cura  di 
letterati  italiani. 

L'  Arte  di  verificare  le  date  dei 
latti  storici,  delle  inscrizioni , 
delle  cronache  ,  e  di  altri  an- 
tichi monumenti  dal  jjrincipio 
dell'  era  cristiana  sino  all'anno 
1770  ecc.  Venezia,  dalla  tipo- 
grafia di  Giuseppe  Gattei,  i835. 
Fase.  XXXIII.  in-8.«  di  pag. 
220 11.  2.  82 

Descrizione  di  un  nuovo  Taglia- 
Foglie  pei  Bachi  da  seta  pre- 
miato dal  e.  r.  Istituto  di  Ve- 
nezia ,  immaginato  dal  dottor 
Luigi  Magrini ,  assistente  alla 
scuola  di  fisica  nella  I.  R.  Uni- 
versità di  Padova.  Preceduta  da 
alcune  osservazioni  sulla  utilità 
della  pratica  di  tagliare  la  fo- 
glia dei  gelsi  per  l'alimento  dei 
bachi,  con  una  tavola  in  rame. 
Padova ,  coi  tipi  della  Minerva , 
i836,  iu-B."  di  pag.  iG.  11.»  87 


Théorie  des  annuités  viagères  et 
des  assurances  sur  la  vie ,  cor- 
redata di  tavole  relative  a  que- 
ste materie  di  Francis  Baily 
(  trad.  dall'  inglese  ) ,  2  voi.  in- 
8.  — •  Parigi ,  per  cura  di  Ba- 
chelier. 

Kathaka-Oupanischat,  théologìe  des 
Védas  ,  texte  sanscrit  commenté 
par  Shankara ,  traduit  en  fran- 
cais  par  L.  Poley.  Paris,  chez 
Heidelotf  et  Campé. 

Mamjel  d'ArtiUerie  à  1  usage  des 
officiers  d'artillerie  de  la  Ré- 
publique  Helvétique  -,  par  le 
Prince  Napoléon  Louis  Bona- 
partCy  capitaine  au  régiment 
d'ArtiUerie  du  Canton  de  Berne , 
avec  cette  épigraphe  :  «  La  guerre 
est  devenue  plèbe ienne  par  l'em- 
ploi  des  armes  à  feu  »  general 
Foy.  -Zurich  ,  i836  ,  chez  Orell 
Fustli  et  Comp.  Un  voi.  in-8.** 
de  pages  xxxiv-528,  avecplan- 
ches  et  tableaux. 

Manuel  complet  de  médecine  le- 
gale ,  ou  Résumé  des  meilleurs 
ouvrageS  publiés  jusqu'à  ce  jour 
sur  cette  matière  ;  di  /.  Briand 
e  E.  Brosson  ,  3.®  édit.  ,  in-B." 
de  800  pag.  —  Parigi,  presso 
Chaudé  ,  8  Ir.  5o  e. 

Anatomie  du  sjstème  dentaue  , 
considéré  dans  l'homme  et  les 
aniinaux  ,  di  Ph.  Fr.  Blandìn , 
in-8.  di  i4  fogli  e  i  tavola  , 
prezzo  4  fi"'  ■^♦^  <^''  —  Parigi, 
presso  Baillière. 


190 


LIBRI    llALlAm 


LIBRI  rnAncEsi 


Storia  della  caduta  dell'Impero 
Romano  ,  e  della  decadenza 
della  civiltt\  dall'  anno  aSo  al 
loco,  di  G.  C.  L.  Simondo  da' 
Sisrnondi.  Prima  versione  ital. 
Milano,  tipogr.  e  libr.  Pirotta 
eC,   i836.  -  Voi.  in-i6  di  pag. 

MH-280. 11.    I.  74 

SulLi  coperta  leggasi:  jortma 
■versione  Italiana  di  Cesare  Can- 
tù.  Saranno  3  voi.  Compiuta 
V  opera  il  prezzo  sarà  aumen- 
tato di  cent.  43  per  voi. 

BiJif.ioTECA  DI  Educazione.  —  Voi. 
ex  IX.  Il  Novellalo  ossia  cento 
novelle  antiche.  Nuova  edizione 
latta  ptj^'  cura  del  presente  edi- 
tore secondo  le  lezioni  del  Gual- 
tcruzzi  e  del  Borghiai,  e  colle 
note  ed  illustrazioni  di  quesl' 
ultimo  ,  del  Marini,  del  Co- 
lombo e  di  altri.  Milano,  presso 
l'edit.  Lorenzo  Sonzogno ,  i836, 
in-24   di  pag.  XII ,   208  11.    1 .  5o 

Prendendo  le  opere  se- 
paiate 11.  2.    » 

Il  lliNNovAMENTo  della  lilosolia  in 
Italia ,  proposto  dal  C.  T.  Ma- 
miani  della  Rovere ,  ed  esami- 
nato da  Antonio  Rosmini-Ser- 
bati. Milano,  dalla  tipogr.  Po- 
gliani,  i836,  fase.  I,  in-8.°  gr. 
di  pag.  240 11.  2.  54 

Novelle  del  Cav.  Gaetano  Paro- 
lini  Piacentino.  -  Mdano ,  presso 
Luigi  di  Giacomo  Pirota,  i83u, 
due  voi.  in- 16  di  pag.  xn-2o4, 
278,  col  ritr.  dell' autore.  11.  5 
Sono  le  Novelle  e  vevsi  di 
autori  incerti  piacentini ,  ora 
corrette  e  pubblicate  con  ag- 
giunta di  alcune  nuove  affatto 
e  col  vero  nome  dell'autore. 


Etudes  sur  la  richessè  des  nati<nis  , 
e  confutazione  dei  principali  er- 
rori   in   economia   politica  ,    di 
Luigi  Saj- ,   in-8.   di  fogli   1 1  , 
prezzo  3  fr,,   i836,  ^—  Parigi , 
per  Renard. 
De  la  Proprieté   considérée   dans 
ses  rapports  avec  le  cadastre  etc. 
di  Jomard  ,    geometra  ,    in-4. , 
Prezzo  4  ff .   5o   e.  —  Parigi , 
presso  Gobelet. 
Traité  de    l'art    d'écrire   en   une 
langue  ,  de  manière    à   ètra  hi 
et    entendu    dans    tonte    autre 
langue    sans   traductlon  ,    ossia 
Ricerche  sovra  la  scelta  dei  se- 
gni più  adatti  per  la  conmnica- 
zione  delle  idee  tra  persone  che 
parlino  ciascuna  diversa  lingua , 
di  Renou  ,  commissario  di  pu- 
lizia a  Lione. — Broch.  in-8., 
i836.  Lione,  dalla  ved.  Aiué. 
Étxjdes  du  siècle  et  pages  du  cceur , 
del  sig.  Alph.  Le-FLaguais.  Un 
grosso  voi.  in- 1 2  broch. ,  prezzo 
4.  fr.    —   Parigi  ,  per  cura  di 
Lance  librajo  ,  contr.  del  Bou- 
loy  ,  N.  7.     _ 
CouKS  élémentaire  et  praticjue  de 
la  tenue   des    livres    en   partie 
doublé   di  /.  Gerard ,    un  voi. 
in-8.  di  11  fogli,  prezzo  8  fr. 
—  Marsiglia,  presso   l'autore, 
contr.  del  Dragon  ,  N.  3o. 
HisToiRE    de    Botany-Bay,     stato 
attuale  delle  colonie  penali  d'In- 
ghilterra   neir  Australia,    ossia 
esame  degli  effetti  della  depor- 
tazione considerata   come  pena 
e  come  mezzo  di  colonizzazione: 
del  sig.  Giulio  de  la  Piloigenc. 
In-8.  di  fogli  26,  prezzo   7   Ir. 
5o  e.  —  Parigi,  picsso  Paulin. 


191 


LIBRi    ITfGLLSI 


LIBAI    TEDESCHI 


The  hfe  and  times  of  Aiex.  Hes- 
DERSON.  (La  vita  d'Aless.  Hen- 
tlerson ,  e  gli  avvenimenti  di 
quell'epoca;  ovvero  Storia  delia 
seconda  riforma  della  Scozia  , 
sotto  il  regno  di  Cnrlo  primo), 
di  John  Alton.  —  Edimburgo  , 
1835,  in-8.° 

The  Steam  engine.  (Trattato  sulle 
macchine  a  vapore),  di  D.  Lar- 
dner.  —  Londra  ,  ISoG  ,  in-S." 

Paris  and  the  pauisians.  (Parigi  ed 
i  Parigini),  àìFrances  Trollope. 
—  In-B." 

Meetings  for  Amusing  Knowledge  , 
or  the  Happy  Valley.  By  Miss 
Wood,  in- 12."  5  s,  6  d.  cloth, 
with  coloured  plates. 

EjscvclopjKdia  Britannica  7  th.  edit. 
Voi.  XI [I.  Part.   i.^—  i8  s. 

A  Theory  of  Naturai  Philosophy, 
By  B.  H.  Paslej,  in-8.°  i5  s. 
boards. 

OiiSERVATiONS  OH  the  Curioslties  of 
nature.  By  the  late  J^V.  Burt. 
Edited  by  T.  S.  Burt.  In-8,« 
7   s.  6  d.  cloth. 

LouD  RoLDAN ,  a  historical  romance, 
By  A.  Cuiiiungha/n  ,  3  voi.  in- 
8.°   1   1.   II   s.  tì  d.  boards. 

Tales  of  Fashion  and  Reality.  By 
the  Miss  Beaadtrks.  First  series. 
In-8.°   IO  s.  6  d.  boards. 

The  Life  and  Adventures  of  Jo- 
nathan Jefferson  Whillaw?.  By 
the  Aiithor  of  «  Doniestic  Maii- 
ners  of  the  Americans,  »  3  voi. 
in-8."   I   1.   I   s.  6  d. 

Reprinted  in  Paris ,  byBaudry 
in   1   voi.  in-8."  5  8vo  francs. 

AroLooY  for  Lord  Byron  ,  with 
niisccUancous  pocms.  By  S, 
PrctiUsA.M,  ln-8."y  s.  boards. 


Ueber  die  Hom5opathie  :  del  dott, 
Stieglitz  -,  Annover ,  presso  Hahn 
i835.  —  Bellissima  confutazione 
della  dottrina  di  Hahnciaann. 

Brillenlose  reflexionen  iiber  das 
jetzige  Heilwesen  etc.  del  sig. 
A'rzfger/taM5en-,aGustiow,  presso 
Opitz,   i835. 

DeR    ARABISCHE   KaFE    in  NATURHISTO- 

RiscHÉR,  diatetischer  und  meJi- 

zinischer  Hinsicht  :    del    dottor 

TVeitenweber  ;    a  Praga  presso 

Kronberger,   i835. 
Philosophische   Meditationen    iiber 

Plato's  Symposioa:  del  dottore 

Fortlage,  a  Heidelberg    presso 

Groos,   i835. 
Die  Wissenschaft    des  Ideal's:  del 

dott.    Lommatzsch  ;    a   Berlino 

per  cura  di  Reimer  ,   1 835. 
Wollstandige     Beschreibung     des 

Schweizerlandes  -,  del  sig.  Lutz  ; 

Aarau,  per  cura  del  Sauerlaeu- 

der,  i835. 
Lehrbuch  der  Erziehungs-und  Un- 

terrichtslehre  ;    di    F.    H.    E. 

Schwarz  ,  terza  ediz.,  toni,   i." 

la    pedagogia  :    Heidelberg  dal 

Winter,   i835. 
Das    Haus    Dusterweg:    del     fV. 

Alexis,  due  voi.  Leipzig,  presso 

Brockaus ,    i835. 
EiNE  Quarantaine     im    Irrenhause  : 

Novella  di  F.  G.  Kuhiie ,  Leipzig 

per  cura  di  Brockaus,   i835. 
Tasso's  Tod  :  (  Morte  del  Tasso  ) , 

tragedia  in  5  atti    del    sig.   E. 

Raupach  :   Amburgo  ,  da  Hoff- 

iiiaiin  e  comp.    i835. 
Urkundf.nbuch   zu    der    Geschichte 

des  Reichstags  zu  Augsburg  iiu 

jahre  i83o  -  Tom.  2." pubblicato 

da  Ficrstermann  ;     Halle   i835. 


192 


LIBRI    INGLESI 


LUmi    TEDESCUI 


The  Bhitish  Quitote,  orAdventuies 

of  Don  Poplin.  .4  s.  6  d. 
The  Magici an,  a   romance.  By  Z. 

Ritchie  ,  3  voi.  in-8.** 
George  Herbert's  Remains,  Foolscap 

—  5  s.  cloth. 
A  Glossary  of  Architecture.  In-8.° 

IO  s.  6  d.  ,  cloth, 
Shaw's  Specimens   of  Ancient  Fur- 

niture.  -  Bj  Sir  S.  R.  Meyrick. 

4.°  4  1-  4  s.  l»alf  Morocco.  Large 

paper  india  ,  8  1.  8  s.  Large  pa- 

per  coloured,    io  1,   io  s. 
Tracts  relating  to  Caspar  Hauser. 

By  Euri    Stanliope^    from   the 

German.  -  In- 12  -  3  s. 
An  Encyclop^dia  of  plants.  By  /. 

C.  London  ,  F.  L.    S.  -  A  new 

edition.  -  In-8."  3  1.  i3  s.  6  d. 

boards. 
Thougts   on    physical    Education. 

By  C.  Caldwel,   M.   D.,    with 

a  recommendatory  preface.  By 

G.  Combe.    In-i2.*>    3  s.  6  d. 

cloth. 
EssAYs    Towards    the    hlstory    of 

Painting.  By  M.    Calcati .    Post 

8.°  9  s.  boards. 
The    Agriculturist's    Manual.    By 

P.  Lawson  and  Jon  -8.°  9  s. 
The  History  of  Brazil,  from  1808 

to    i83i.    By    John    Armitage. 

1  vols.   in-8."  24  s.  boards. 
Alison's   History    of   the    French 

Revolution.    Voi,  5,  in-S."   16 

s,  boards. 


Akleitukg  zur  Volfkomnienen  Bes- 
serung  der  Verbredier  in  den 
Straf-Anstalten  ;  di  Obermayer: 
a  Kaiserslautern ,  presso  Tascher 
i835. 

Christenthum  uno  Vernunft  fiir  die 
Abschaffung  der  Todesstrafe  ; 
Del  profess,  Grohmann  ,  a  Ber- 
lino jjer  cura  di  Reimer,   i835. 

Die  Cholera  oder  Brechruhr  in 
alien  ihren  formen  ,  di  Kubjss, 
a  Berlino,  per  cura  di  Sander, 
i835. 

Konig  Vm>  Freiheit  :  Il  re  e  la  li- 
bertà ^  epistola  ai  falsi  profeti 
del  nostro  secolo.  —  Berlino  , 
per  Plahn. 

HiSTORiscH  -  i'-RiTiscHE  Darstcllung 
des  Streits  liber  die  Einheit  oder 
Mehrheit  der  venerischen  con- 
tagien.  Esame  storico  e  critico 
della  quistione  d'unità  o  di  plu- 
talità  di  specie  di  malattie  si- 
filitiche ,  del  dott.  Guesterlen, 
*-  A  Stoccarda  e  Tubinga,  presso 
Cotta. 

Pfeukig-Encyclopadie  der  Anato- 
mie, Enciclopedia  delle  cogni- 
zioni anatomiche  ,  ordinate  dal 
dott.  Richter.  —  Lipsia ,  presso 
Baumgocrtner. 

Der  Dichter  ein  Seher.  Intima 
unione  delia  poesia ,  e  della  lin- 
gua cogli  sviluppamenti  della 
mente  ,  di  A.  Steinbek.  —  Li- 
psia, presso  C.  F,  Koehler. 


STAMPERIA    GHIRINGHELLO    E    COMP. 
con  permissione. 


193 
Scienze  Morali  —  educazione. 


Articolo    i." 


È  antica  ed  oramai  universale  sentenza,  che  l'educazione  è 
la  prima  base  di  quella  sociale  rigenerazione  per  cui  tanti  distinti 
ingegni  faticano,  ed  a  cui  tutti  i  buoni  anelano  con  fede.  E  se 
queste  fatiche  e  questi  voti  non  sono  ancora  del  tutto  coronati, 
non  è  però  da  negarsi  che  molti  perfezionamenti  siansi  già  con- 
seguiti in  questa  preziosa  parte  del  vivere  civile.  Oggimai  tutti 
sanno  che  l' istruzione  dello  spirito  non  deve  più  separarsi  dall' 
educazione  del  cuore  5  e  come  nelle  famiglie  ,  così  ne'  ginnasii 
all'autorità  ed  al  castigo  succedettero  la  persuasione  e  l'cimore. 
Quindi  più  non  si  troverebbero  in  oggi 

....  I  queruli  recinti 
Dove  l'arti  migliori  e  le  scienze 
Cangiate  in  mostri  e  in  vane  orride  larve 
Fan  le  capaci  volte  cccheggiar  sempre 
Di  giovanili  strida. 

Ma  questa  educazione  di  amore,  figlia  primogenita  del  Vangelo, 
che  le  presenti  generazioni  abbracciarono  con  tanto  entusiasmo, 
può  tralignare ,  come  traligna  ogni  cosa  migliore  che  venga 
neir  uso  appassionato  degli  uomini.  Così  quella  soavità  dello 
educare  talvolta  degenerò  in  un'accecata  indulgenza,  ed  in  quell' 
ottimismo  che  tutto  loda,  tutto  permette,  tutto  perdona.  Ab- 
biamo veduto  parenti  ed  educatori  attribuire  alla  sola  vivacità 
e  leggerezza  dell'età  alcuni  atti  intrinsecamente  riprovevoli  de' 
giovani ,  e  qualche  volta  vantarli  persino  come  indizj  di  pre- 
maturo talento  e  di  profondo  sentire.  Ma  questo  falso  sistema 
diede  ben  tosto  frutti  amari,  ed  uno  spirito  di  eccessiva  indi- 
pendenza e  d'insubordinazione  invase  talmente  i  petti  giovanili, 
che  nulla  più  per  essi  v'era  di  rispettabile  e  di  sacro.  Allora  si 
conobbe  il  danno  che  derivava  dal  togliere  ogni  freno  alle  passioni 
dei  giovinclli  ,  e  dall'abbandonaiii  alla  propria  naluni  —  Si  viiKr 

I,') 


194 

allora  la  necessità  cV  imporre  precetti  e  sanzioni  che  governas- 
sero le  loro  priaie  inclinazioni  e  le  dirizzassero  ne'sentieri  della 
virtù.  E  fu  allora  che  si  comprese  che  un  giogo  soave  sì,  ma 
pure  un  giogo  era  necessario  per  contenere  quegl' indocili  spiriti, 
e  preservarli  dal  corrompersi,  nello  stesso  modo  che  gli  stessi 
virili  propositi  hanno  ancor  essi  bisogno  di  freno  e  di  scopo. 

Fu  già  stagione  che  non  si  pensava  che  ad  educare  soltanto 
que' giovani  che  uscivano  da  famiglie  distinte  per  nascita  ,  per 
gradi  o  per  agiatezze ,  senza  mai  occuparsi  del  popolo.  Vennero 
altri  tempi  in  cui  si  voleva  dare  a  questo  popolo  un'educazione 
spartana  o  romana.  Finalmente  sorsero  altre  età  ed  altri  filosofi 
che  nell'educazione  videro  un  dovere  ed  un  bene  per  tutti ,  il 
patrimonio  della  vera  civiltà.  Quindi  i  recenti  scrittori  si  stu- 
diano a  promuoverne  una  che  più  convenga  alla  presente  con- 
dizione de'  tempi ,  quella  che  senza  distrurre  quanto  di  buono 
già  si  possiede  per  cupidità  di  meglio,  spera  di  poter  giungere 
a  migliorare  il  popolo  5  questo  popolo  che,  o  fanciullo  o  gigante 
che  sia,  non  si  vorrebbe  più  spaventoso  e  tremendo,  ma  buono 
e  pacifico  ,  rispettabile  e  rispettato. 

Il  credere  possibile  ed  il  proporre  una  pubblica  ed  uniforme 
educazione  fu  errore  del  grande  Filangeri.  Ma  però  anche  in  tal 
parte  ei  fu  maestro  di  utilissimi  trovati ,  e  di  quello  soprattutto 
che  fece  poscia  onore  ad  Hill ,  il  quale  nel  suo  celebre  istituto 
inglese  compose  i  fanciulli  a  guisa  di  Giurì  j  onde  si  distribuis- 
sero da  se  medesimi  le  ricompense  ed  i  castighi  *  i . 

Ma  l'educazione  pubblica  quale  la  intese  Filangeri ,  è  certa- 
mente dannosa  ;  poiché  priva  i  fanciulli  del  tesoro  dell'  affetto 
materno,  di  quelle  prime  lezioni  morali  che  stampate  dai  ge- 
nitori nei  giovani  animi  non  si  dimenticano  mai  più ,  e  perchè 
in  una  parola  ,  come  osserva  il  Carmignani ,  non  è  più  da  parlare 
d' un'educazione  pubblica  ov'è  1'  educazione  religiosa,  e  dove  si 
fece  comune  agli  uomini  la  morale  evangelica  *2. 

*i  La  menzione  quivi  fatta  del  Giurì  non  si  estende  oltre  le  persone  e  gli 
oggetti  di  cui  palla  l'articolo.  Essa  si  riferisce  unicamente  a  quel  genere  di  di- 
sciplina che  può  essere  più  acconcio  per  mantenere  e  dirigere  1'  emulazione  dei 
giovanetti,  e  perfezionare  1'  educazione  del  loro  spirito  <;  del  loro  cuore. 

*2  Genesi  del  diritto  penale  ,  voi.  3,  pag.  340. 


195 

Ma  questa  educazione  pubblica  se,  come  venne  ideata  dal 
Filangeri ,  è  un  sogno  5  essa  però  considerata  sotto  d'un  altro 
aspetto  formerà  sempre  l'oggetto  il  più  geloso  per  le  cure  dello 
Stato.  Egli  è  quindi  sotto  questo  aspetto  cbe  l'educazione  viene 
trattata  dai  pubblicisti,  i  quali  tanto  che  sia  pubblica,  come  che 
sia  privata,  la  vogliono  sempre  sottoposta  alla  vigilanza  ed  alla 
protezione  del  Governo,  riconoscendo  che  mentre  la  società  è 
altamente  interessata  a  che  l'istruzione  venga  favorita  e  diffusa  , 
essa  non  deve  però  mai  divenire  né  una  privativa ,  né  un'arena 
aperta  alle  intrusioni  d'ogni  dottrina ,  a  tutti  gli  abusi ,  ad  ogni 
sorta  di  corruttele*!. 

Quegli  che  ai  dì  nostri  sembra  aver  meglio  compreso  come 
possa  ottenersi  1'  educaiione  del  popolo  ,  si  è  T  ottimo  Lara- 
bruschini  neir  eccellente  sua  opera  della  Guida  deW Educatore , 
a  cui  tutti  i  buoni  fanno  continuo  plauso. 

Non  ignorava  quel  sapiente  italiano  quanti  mali  nascevano 
da  una  educazione  che  aveva  per  solo  principio  dirigente  l'au- 
torità assoluta  ,  o  l' assoluta  libertà ,  e  perciò  egli  vieu  propo- 
nendo una  via  di  mezzo  in  quella  educazione  che  coopera  allo 
svolgimento  delle  facoltà  del  fanciullo,  le  soccorre,  le  dirige, 
e  talora  persino  vi  si  sottomette  per  giungere  a  farsi  obbedire 
e  riamare  anche  allorquando  è  costretta  di  dispiacere. 

I  consigli  del  Lambruschini  per  raggiungere  uno  scopo  si 
lusinghiero  nulla  o  ben  poco  hanno  dell'ideale;  egli  anzi  s'af- 
fatica di  appoggiarli  alla  pratica  osservazione,  e  con  tanta  co- 
stanza d'afìetto,  con  viscere  si  patriarcali  egli  ne  licerca  i  mezzi 
nell'educatore  e  nell'educato,  negli  uomini  e  nelle  cose,  che 
con  poco  o  niun  fondamento  si  potrebbe  ancor  dubitare  del 
loro  successo. 

Salutando  pertanto  ancor  noi  col  più  fervido  se  non  col  più 
celere  encomio  la  Guida  dell'  Educatole  ,  con  essa  noi  vediamo 
adesso  compiuta  una  lacuna  che  ancor  si  trovava  nella  lettera- 
tura italiana.  Ella  viene  per  lei  ,  secondo  il  voto  di  Tonnnaseo, 
arricchita  di  un  giornale  consecrato  all'  educazione ,  adattato 
all'intelligenza  dei  fanciulli,  capace  a  dirigere  la  gioventù  ncU' 

'i  S»y  —    Collis  d'Ecoiioinic,  part.  7,  div.  3,  cip.  27. 


106 

educazione  Ji  se  medesima,  unica  educaziouc  cbe  possa  es- 
sere persuadente  e  durevole. 

Alla  scuola  perciò  aperta  dal  Lambruschini  col  suo  giornale 
tutti  possono  imparare  qualche  cosa;  e  nei  giovani  soprattutto 
s'istillano  per  essa  i  sentimenti  della  religione,  della  virtù,  della 
Lenevoleuza  tanto  più  facilmente,  quanto  più  usato  verrà  l'ar- 
tifizio su-^gerito  dal  Lambruscliini  stesso  di  supporre  cioè  i  loro 
intelletti  ed  i  loro  cuori  benché  ancor  teneri ,  già  capaci  però 
di  comprendere  e  di  sentire  quei  nobili  sentimenti.  La  scuola 
quindi  migliore  che  il  Lambruschini  sappia  raccomandare  allo 
studio  degli  educatori  e  degli  educati ,  si  è  la  pacata  osserva- 
zione   di   se  stessi  ,  della  natura  e  degli  uomini. 

Queste  verità  insegnate  dall'  ottimo  Fiorentino  ed  il  bisogno 
di  una  educazione  religiosa  ed  istruttiva  del  popolo,  sono  co- 
nosciute ed  apprezzate  in  tutti  i  paesi  dove  la  civiltà  si  onora 
e  si  favorisce.  Dappertutto,  egli  è  vero,  già  si  trovano  i  germi 
di  questa  educazione  ;  ma  talora  disgregati  e  sparsi  ,  hanno 
d'uopo  di  essere  maggiormente  riuniti  e  fecondati ,  onde  il  loro 
benefizio  possa  penetrare  nelle  moltitudini.  Perciò  si  lamen- 
tano ancora  da  molti  alcuni  non  bene  spenti  pregiudizi,  al- 
cune improvvide  istituzioni  che  soffocano  questi  germi  inesti- 
mabili. Non  parliamo  di  quei  stabilimenti  che  si  mantengono 
per  viste  di  pubblica  economia  ,  o  per  l'apparente  soccorso  dell' 
indi<Tenza  ,  ma  che  potrebbero  venir  surrogati  da  altri  ben  più 
utili  e  morali,  come  per  esempio  dalle  casse  di  risparmio  che 
con  tanto  profitto  dell'  umanità  vengono  erette  in  molte  parti 
d'Italia,  e  che  hanno  per  mira  di  togliere  molti  individui  alla 
mendicità  ,  ai  vizj  ed  al  delitto ,  con  educare  invece  il  povero 
alla  previdenza ,  alla  sobrietà  ed  al  lavoro  ,  consumando  per 
esso  ed   aumentando  i  suoi    risparmj  *i. 

Forse  pur  anche  alcuni  altri  stabilimenti  ad  usi  pii ,  i  quali 
venendo  meno  al  primitivo  loro  scopo  non  fanno  talora  che 
servire  alle  cabale    ed  alle  piccole    ambizioni    de'  privati    e  dei 

*i  V.  Rapporto  di  R.  Lambruschini  al  Consiglio  d'amministrazione  della  Cassa 
Centrale  di  Risparmio  stabilita  in  Firenze.  (Antologia  n°  i35  ,  pag.  48).  —  E 
cousolanle  il  vedere  clu;  una  simile  cassa  di  risparmio  venne  recentemente  con 
apposito  legato  creila  nrlla  nostra  Al'Ssandria  dall'avv.  Parvopassu. 


197 

villaggi,  e  diventano  perciò  cagioni  di  liti  per  le  famiglie,  potreb- 
bero più  utilmente  convertirsi  \n  Asili  per  L'infanzia^  quali  ci  ven- 
gono descritti  dal  cìiiar.  E.  Mayer  nel  prospetto  dove  spiega  l'or- 
dine con  cui  i  fanciulli  delie  povere  classi  verrebbero  educati 
sotto  il  rapporto  fisico,  intellettuale  e  morale  *i  ,  oppure  sul 
modello  di  quello  recentemente  proposto  per  erigersi  in  Brescia 
dall'egregio  avv.  G.  Saleri.  Neppure  parliamo  degli  istituti  di 
mutuo  insegnamento  la  di  cui  associazione  con  questi  Asili  per 
r  infanzia  viene  chiamata  dal  lodato  Lambruschini  qual  nuovo 
e  divino  concepimento  ,  destinato  a  darsi  maggior  consistenza 
e  perfezionamento  1'  uno  coli'  altro  ;  talmente  che  quell'  anima 
buona  trasportata  dalle  sue  benefiche  intenzioni  si  lusinga  che 
r  educazione  che  in  questi  congiunti  istituti  verrebbe  ricevuta  , 
«  dovrebbe  accompagnare  il  fanciullo  nella  casa,  nella  via,  negli. 
»  uffizj  domestici,  ne'  passatempi,  e  dovrebbe  restargli  a  fianco 
»  nella  sua  più  adulta  giovinezza,  se  non  come  una  madre  o 
»   come  una  nutrice,  almeno  come  una  consigliera  ed  amica.  » 

Lasciando  che  il  tempo  e  miglior  senno  maturino  questi  fi- 
lantropici divisamenti,  noi  additeremo  soltanto  alcune  speciali 
cagioni  che  o  nelle  leggi,  o  nei  tempi,  o  nei  costumi  possono 
ravvisarsi  come  impedimenti  al  perfezionamento  della  generale 
educazione. 

Una  patria  potestà,  per  esempio,  armata  come  quella  degli 
antichi  Romani,  del  jus  vitae  et  ìiecis _,  non  poteva  a  meno 
che  frapporre  gravi  ostacoli  ad  una  ben  intesa  educazione.  Pei- 
ciù  le  odierne  società  riconobbero  che  nell'  educazione  interna 
delle  famiglie  e  degli  individui  si  rinviene  un  elemento  di  sta- 
bilità e  di  prosperità  maggiore,  che  non  nella  sola  educazione 
esterna  e  politica  ,  come  presso  gli  antichi.  E  veramente  quando 
da  un  canto  è  limitata  la  dipendenza  domestica,  crescono  dall' 
altro  il  numero  e  1'  armonia  delle  famiglie  ,  e  più  operose  di- 
vengono le  individuali  possanze.  Questa  verità  non  abbisogna  di 
commenti,  poiché  V  uomo  che  sa  di  non  essere  condannato  ad 
una  perpetua  ed  illimitata  tutela  ,  che  si  trova  nella  pienezza 
delle  sue  forze  fisiche,  che  a  quelle   iutelletluali  può  ilceveie 

"i   Antol.  11."  48,  pag.  33. 


198 

e  dare  il  più  aperto  sviluppo,  che  tanto  al  cospetto  della  pro- 
pria debolezza  come  a  fronte  della  propria  energia,  della  sua 
inesperienza  come  della  sua  confidenza  si  sente  solo  e  padrone  j 
quest'  uomo  che  si  conosce  ei  solo  risponsale  della  propria  con- 
dotta, del  suo  avvenire,  della  sua  fortuna,  sarà  certamente  più 
di  qualunque  altro  interessato  a  spingere  tutta  1'  opera  sua  ad 
un  utile  e  fermo  proposito.  Egli  seguirà  di  buon'  ora  quell'  an- 
tico consiglio  che  1'  esperienza  dà  continuamente  all'  ignavia 
^ide  toij  le  del  faidera. 

Ad  un  altro  deviamento  da  una  ben  consigliata  educazione 
si  esponeva  la  società,  allorché  una  troppo  ristretta  partecipa- 
zione nelle  successioni  veniva  concessa  alle  femmine.  Un  trat- 
tamento cosi  parziale  a  danno  della  più  bella  metà  del  genere 
umano  non  poteva  a  meno  che  influire  sommamente  sulla  pub- 
blica e  privata  morale. 

Quando  di  fatti  minori  sono  i  mezzi  e  le  speranze  della  for- 
tuna allora  più  rari  divengono  i  matrimonii;  rarità  che  cresce 
poi  ancora  a  misura  che  crescono  le  esigenze  del  lusso.  Angu- 
stiata e  ristretta  la  via  ai  connubii,  più  larga  ed  invitevole  si 
fa  quella  al  mal  costume,  il  quale  pare  a  prima  giunta  promet- 
tere di  soddisfare  ad  un  tempo  la  doppia  tendenza  dell'  affetto 
e  del  lusso.  Quindi  molta  parte  del  minor  sesso  condannata  ad 
un  celibato  involontario  e  forzato.  Quindi  non  raro  il  dolore 
di  vedere  molte  di  queste  nubili  provette  vivere  una  vita  triste, 
corrucciosa,  spenta;  colà  sopra  tutto  dove  l'opinione  ingiusta  e 
crudele,*  supponendo  che  una  nubili tà  protratta  sia  effetto  talora 
d'  innocente ,  ma  più  sovente  di  una  meritata  sventura  ,  le  fa 
considerare  come  vittime  del  rifiuto,  e  le  segna  col  marchio 
di  rejette.  Queste  amarezze  sociali  veggonsi  pur  troppo  più  fre- 
quenti in  que'  paesi  ne'  quali  le  fortune  sono  molto  ripartite  e 
modeste,  e  1'  istruzione  delle  femmine  meno  generosa,  la  loro 
educazione  più  dipendente  e  riservata,  limitata  alle  ingerenze 
domestiche,  non  aperta  alla  attività  della  fortuna,  ai  negozii, 
all'industria,  al  commercio.  Confini  cosi  angusti  nell'educa- 
zione femminile  se  arrestano  la  felicità  propria  nelle  nubili  fan- 
ciulle, le  rendono  poi  ancora  meno  atte  ad  essere  ed  a  ren- 
dere felici  coloro  che  le  appressano  quando  divengono  consorti 


199 

e  madri ,   ed  i  tristi  effetti  si  propagano  a  danno  delle  famiglie. 

Dal  che  spesso  ne  avviene  clie  invece  di  estendere  1'  invi- 
diabile privilegio  elle  hanno  le  donne  di  abbellire  tutto  ciò  che 
le  circonda,  e  di  rendere  a  se  stesse  ameno  e  ridente  l'eser- 
cizio de'proprii  doveri,  quella  viziosa  educazione  le  fa  per  l'op- 
posto divenire  increscevoli  a  se  stesse  ed  altrui ,  oppui'e  le  in- 
duce a  cercare  altrove  distrazioni  e  compensi  non  più  così  puri, 
né  consolanti. 

Queste  imperfezioni  e  queste  ineguaglianze  sociali  nell'  edu- 
cazione femminile  sono  ancor  più  visibili  e  perniciose  là  dove 
esiste  una  più  rilevata  differenza  nelle  classi  della  società.  Quivi 
in  effetto  si  osserva  per  lo  più  che  nelle  fanciulle  di  più  si- 
gnorile portata  l'istruzione  troppo  libera,  ricca  e  leziosa  fa  sì 
che  per  esse  non  di  rado  è  perduto  quel  riserbo,  quel  pudore 
intorno  alla  scienza,  che  il  loro  sesso  dovrebbe  serbare  quasi 
altrettanto  delicato  e  verginale,  come  quello  che  inspira  l'orrore 
del  vizio  ;  mentre  all'  incontro  per  le  figlie  di  minor  rango 
l'ignoranza  è  molte  volte  cagione  del  loro  tedio  e  di  quel  non 
saper  trovare  né  affezionarsi  ad  occupazioni  innocenti.  Questi 
due  estremi  già  avvertiti  dall'  ottimo  Fénélon  ,  si  possono  se- 
condo i  voti  della  signora  di  Remusat  conciliare  ogni  qual  volta 
le  leggi  provveggano  con  maggior  eguaglianza  alle  sorti  delle  fi- 
glie, sempre  quando  l'istruzione  primaria  venga  più  diffusa, 
e  si  acquisti  un  maggior  ravvicinamento  d'interessi ,  di  prin- 
cipii,  e  di  rapporti  ne' varii  ordini  della  società  sì  che  vengano 
a  scolorarsi  da  essa  le  più  dissonanti  e  le  più  risentite  disso- 
miglianze che  la  screziano   *i. 

Ai  tempi  che  viviamo  tanto  correnti  al  fasto  si  può  attribuire 
un  altro  ostacolo  alla  savia  educazione,  ed  egli,  a  nostro  avviso, 
consiste  in  quello  spirito  di  centralizzazione  per  cui  le  province 
s'impoveriscono  d'individui  e  di  capitali,  e  le  città  si  affoltano 
d' inutili  consumatori.  Di  qui  forse  quella  troppo  poca  stima  che 
comunemente  si  accorda  a  coloro  che  non  abitano  nelle  città  , 
che  non  partecipano  né  alle  cariche  dello  Stato,  né  agli  onori 
del  patriziato,  di  qui  per  contro  quella  troppa  che  si  suole  con- 

*i  Essai  sur  l'écliication  des  ieiniiieii  par  M.  la  comtcsse  de  Remusat,  p.  9,3f. 


200 

ecdei-e  all'  opulenza.  Sono  queste  ingiustizie  dell"  estimazione 
pubLlica,  che  imprimono  anche  ne' pm  animosi  ed  onesti  una 
diilldenza  delle  proprie  forze ,  un  invilimento  che  li  rende 
inerti,  neghittosi,  immemori  che,  tanto  nelle  cose  piccole, 
come  nelle  grandi,  il  più  mortale  nemico  del  far  bene  è  il  far 
nulla. 

Nei  costumi  poi  avvi  ancora  un  più  esiziale  difetto  ,  una  de- 
bolezza di  fede ,  1'  indifferenza  per  la  religione  ,  una  specie  di 
incredulità  alla  virtù  e  ad  ogni  pensamento  od  impi-esa,  sia 
pur  essa  magnanima  e  generosa.  Abbiamo  detto  debolezza  di 
fede ,  perchè  per  buona  ventura  sono  passali  quei  tempi  in  cui 
l'ateismo  ed  il  libertinaggio  erano  vanti  e  titoli  al  bello  spirito. 
Dalla  tendenza  che  prese  in  oggi  la  società,  si  può  facilmente 
argomentare  che  il  sentimento  religioso,  e  l'idea  di  un  Dio  di 
bontà,  la  speranza  di  una  vita  migliore,  hanno,  si  può  dire, 
penetrato  in  lutti  i  cuori  bennati.  La  verecondia  del  pensiero 
diviene  una  virtù  anche  per  le  menti  più  fervide.  Ma  ad  onta 
di  ciò  pare  tuttavia  che  questi  miglioramenti  siano  piuttosto 
ancora  soltanto  avvenuti  nello  intelletto  che  non  già  diffusi  nel 
costume,  poiché  praticamente  si  vive  ,  o  si  vuol  parer  vivere 
come  se  ancora  quelle  verità  si  credessero  vaneggiamenti.  Tanto 
il  ridicolo  usurpa  ancora  gli  onori  dello  spirito  ,  tanto  nel  con- 
versare i  bisticci  sulle  cose  più  caste  e  sante  sono  ancora  di 
troppo  bene  accolti  ed  applauditi!  Questi  mali  usi  spargono  nel 
vivere  socievole  un  tal  fare  inverecondo  e  beOardo  ,  fatale  alla 
morale,  al  sentimento  della  propria  dignità,  dei  proprii  destini. 
Noi  vorremmo  che  a  coloro  i  quali  se  ne  lasciano  tuttora  pa- 
droneggiare, avvenisse  ciò  che  avvenne  ad  un  giovane  da  noi 
conosciuto  ,  il  quale  profferendo  non  so  qual  frizzo  irreligioso 
in  presenza  di  una  donna  di  alti  e  generosi  spiriti ,  questa  ri- 
volta a  lui  con  sguardo  lentamente  severo  unito  ad  un  sorriso 
di  compassione ,  lo  interrogò  se  veramente  avesse  creduto  di 
avere  con  quel  motto  profferito  un  gran  che  di  spiritoso.  Ba- 
starono queste  parole  ,  narrava  dappoi  vergognando  e  ralle- 
grando insieme  quel  giovane ,  e  fui  guarito  per  sempre  dalla 
smania  di  piacevoleggiare  sulla  religione  e  sulla  onestà  : 
•  Quel  giorno  più  e  con  tcherzammo  innante.  » 


201 

Ed  ecco  qual  altro  benefizio  potrebbe  il  sesso  veramente  gen- 
tile recare  alla  società ,  1'  opporre  cioè  quel  senso  di  religione 
e  di  pudore  che  tanto  è  potente  in  lui ,  all'  intemperanza  dell' 
immaginazione  ed  al  discorso  troppo  licenzioso  e  burlevole  ; 
accogliendo  col  biasimo  e  col  disprezzo  quei  concetti  da  cui 
si  sperava  forse  ottenere  plausi  e  favori  *i. 

Se  abbiamo  finqul  lamentato  nei  costumi  un  lassismo  ed  una 
sovercbia  tendenza  motteggiatrice  e  sollazzevole  5  noi  troviamo 
poi  a  tale  difetto  un  difetto  opposto  che  forma  quasi  il  chiaro- 
oscuro  del  primo»  Nacque  una  generazione  d'uomini  disdegnosa, 
malcontenta  di  tutto  ,  cupa.  E  ben  ne  ricorda  come  nell'aprile 
di  nostra  vita  ci  trovammo  in  mezzo  ai  giovani  per  cui  là  vita 
avrebbe  dovuto  essere  sparsa  di  fiori ,  ed  ove  invece  il  riso 
compagnevole  ed  i  geniali  colloquli  erano  risguardati  come  sen- 
timenti volgari  ,  indegni  della  dignità  e  del  destino  degli  uo- 
mini ;  e  d'onde  ogni  giulività  abbandonata  e  schietta  era  sban- 
dita. Tutte  le  cose  umane  si  vedevano  a  traverso  dell'oscuro 
prisma  del  peggio  ,  ed  il  nome  più  lieto  che  si  desse  alla  mi- 
santropia ,  era  quello  del  sentimento.  Era  forse  questo  la  stan- 
chezza ed  il  disgusto  dell'  epoca  che  allora  finiva  ,  erano  le 
inquietudini  della  nuova  che  stava  per  sorgere.  Forse  ancora 
tutte  queste  cagioni  riunite  venivano  alimentate  ed  accresciute 
dalla  attraente  lettura  di  Foscolo  e  di  Alfieri  5  ma  soprattutto 
dalle  lettere  di  Jacopo  Ortis  ,  che  erano  divenute  le  delizie 
della  gioventù,  e  ne  formavano  quasi  il  catechismo.  Libro  fa- 
tale che  solleva  oltre  la  vera  lor  forza  le  passioni ,  che  prima 
accarezza  1  cuori  per  poscia  disperarli ,  e  li  costringe  a  palpiti 
vanì  e  dolorosi  ,  e  induce  ne'  petti  giovanili  pensieri  esagerati 
suir  amore  della  patria  ,  e  del  sesso.  Ad  Alfieri  parimente  an- 
diamo in  ^ran  parte  debitori  dì  questa  eredità  di  tristi  affetti- 
Il  continuo  parlarsi  di  tirannia,  di  congiure,  di  lagrime,  di 
pugnali  e  di  sangue ,  tinse  le  menti  italiane  di  meste  fantasie , 
e  concitando   le  passioni  astiose,    e    guerriere,  allontanò   dagli 

*i  Chi  desiderasse  vedere  svolti  più  ampiamente  e  con  corredo  di  pratiche  ap- 
plicazioni questi  nostri  riflessi ,  legga  il  discorso  del  Lambruschini  «  sulla  utilità 
»  della  cooperazione  delle  donne  bennate  al  buon  andamento  delle  scuole  infan- 
»  tili  per  il  popolo. 


202 

animi  quelle  più  miti  e  benigne.  —  Indi  quell'ardore  fanatico 
per  i  componimenti  tragici ,  e  per  i  tanti  romanzi  tessuti  di  mi- 
stero e  di  delitti  ;  fanatismo  che  sembra  voler  propagarsi  e  du- 
rare ancora  sin' oltre  a  noi:  indi  quella  stima  in  cui  si  tengono 
ancora  da  molti  alcune  poesie  del  conte  Leopardi,  il  Filotete 
de'  nostri  giorni.  Però  noi  non  vedendo  nelle  sue  lamentazioni 
ed  in  quelle  degli  scrittori  di  simil  tempra  il  balsamo  provvi- 
denziale della  speranza  ,  siamo  tentati  di  chiamarle  (ove  però 
l'espressione  ci  venisse  sofferta  )  il  brutto  ideale  dei  poemi  di 
Giobbe. 

Ed  ecco  di  quai  tristi  fantasimi  si  educavano  le  menti ,  e  di  quali 
negre  fila  si  tesseva  la  vita  de'glovani  più  eletti ,  ai  quali  perciò 
potevano  convenire  tutte  le  affannose  vicende ,  che  un  insigne 
italiano  rappresentando  le  tempeste  interne  e  l'interna  solitu- 
dine e  le  ultime  ambasce  della  vita  di  un  giovane  parimenti 
italiano,  generoso  per  indole  e  per  ingegno,  ma  per  mancanza 
di  scopo  e  di  religione  profondamente  sventurato ,  ci  narra 
colle  tinte  della  più  robusta  e  patetica  evidenza  *i. 

Per  siffatte  ragioni  ed  appunto  perchè  non  isvegliano,  o  per- 
chè appena  svegliate  tosto  porgono  rimedio  a  queste  morali 
disagiatezze,  vivono,  a  parer  nostro,  e  vivranno  tuttavia  lun- 
gamente ammirate ,  e  studiate  le  tragedie  di  Sackspeare  e  quelle 
dei  poeti  tedeschi.  —  Quivi  diffatti  accanto  ai  vizj  ed  al  delitto 
si  trovano  rappresentate  le  gioje  della  virtù,  le  consolazioni  della 
religione ,  le  speranze  del  patimento.  Esse  inspirano  confidenza 
neir  avvenire  ,  non  disperano ,  non  trovano  nell'  uomo  ogni 
cosa  dominata  da  un  destino  cieco,  inesorabile;  ogni  cosa  ini- 
qua, mortale.  In  esse  la  mente  non  è  sempre  sospesa  in  regioni 
forse  eminenti ,  ma  ben  soventi  fittizie  ;  ma  vi  si  dipinge  invece 
pur  anco  la  realtà  della  vita,  i  dolori,  le  speranze,  i  linea- 
menti locali ,  i  nazionali  proverbj  5  vi  si  trovano  la  schiettezza 
e  l'abbandono  pur  anche  dell'uomo  volgare,  reale,  accanto 
alle  fantastiche  sembianze  dell'  uomo  sublime  ,  ideale. 


*i  Tommaseo  —  Dell'educazione  :  scrini  varii  (  i834).  —  Questo  qusdro  com- 
movente si  conosce  comunemente  sotto  il  nome  di  Necrologia  dì  un  Anontinu  , 
inserto  nell'Auto!,  di  Firenze,  N.   i34,  pag    58. 


205 

Riflettendo  a  tali  cose  noi  ci  venimmo  persuadendo  ,  che  ve- 
ramente questo  possa  essere  l'ufficio  dell'odierna  letteratura  di 
unificare  cioè  l'estetica  alla  realtà  delle  cose,  di  sottomettere  i 
tesori  dell'  immaginazione  a  servizio  della  morale,  di  far  bensì 
detestare  il  delitto  prepotente  e  fortunato,  di  denudare  le  viziose 
propensioni  in  chiunque  allignino ,  onde  riesca  più  facile  lo 
svellerle  5  ma  nel  tempo  stesso  di  far  amare  eziandio  quanto  v'ha 
di  buono  e  di  consolante  nella  umana  natura,  d'infondere  alta- 
mente negli  animi  la  certezza  che  in  essi  ogni  furtiva  e  languida 
vampa  satanica  giace  domata  e  spenta  quasi  dall'immensa  fiam- 
ma divina.  —  Così  a  fianco  o  di  seguito  ad  una  generazione  che 
aveva  forse  servito  di  tipo  alla  filosofia  di  De-Maistre,  ne  ve- 
dremo sorgere  altre  molte  ben  più  confidenti,  più  serene,  più 
felici,  come  alla  musica  di  Mozart  successe  quella  di  Rossini  *i. 


*i  Sarebbe  cosa  desiderabile  assai  ,  ed  anche  utile  all'educazione,  che  evi- 
tandosi del  pari  gli  estremi  d'  una  scurrilità  degradante,  e  di  una  tristezza  ipo- 
condriaca ,  s'  insinuasse  nel  costiiroe  quella  massima  che  Sterne  scriveva  nelle 
sue  lettere.  —  «  L'  allegria  ,  amico  mio  ,  non  va  presa  da  burla,  —  la  cosa  è 
»  seria  ;  anzi  la  più  preziosa  possessione  dell'  uomo  :  beato  chi  sa  giovarsene  ! 
»  Ed  è  un  secreto  questo  eh'  io  non  ho  potuto  trovare  nelle  ricette  tristamente 
»  prescritte  dalla  filosofìa  contro  i  morbi  dell'anima.  E  credo  ,  e  lo  credo  in 
1)  coscienza  che  Dio  misericordioso  che  ci  creò ,  ami  anch'  esso  la  gioja  ,  e  che 
^  un  uomo  possa  ridere  ,  cantare  ,  e  veder  ballare ,  e  guadagnarsi  il  paradiso.  » 


S.    B. 

(  Sarà  continualo  ). 


204 

Scienze  Storiche  —  Dell'influenza  della  Religione  Cristiana 
sopra  la  nostra  letteratura. 


I  sentimenti  di  religione  essendo  i  primi  che  s' instillano 
nelle  menti  de' giovani,  e  le  immagini  delle  pene  spaventose  che 
soffrono  gli  erapi  nei  regni  di  sotterra ,  come  pur  quelle  delle 
beatitudini  eterne  che  godono  gli  abitatori  del  cielo ,  facendo 
profonde  e  indelebili  impressioni  sugli  animi  ancora  puri  e 
sgombri  di  altre  forti  immagini,  e  tutte  in  fine  le  idee  mera- 
vigliose della  religione  accompagnandoli  nel  •  corso  della  vita ,  è 
forza  che  improntino  per  tal  modo  la  lor  fantasia  ,  che  poi  , 
anche  senza  avvertirvi ,  essa  ne  lasci  trasparire  le  tracce  nelle 
sue  opere  e  creazioni.  E  se  la  religione  anche  nelle  nazioni  più 
colte  sparge  i  suoi  segni ,  e  quasi  il  suo  proprio  colore  sulla 
letteratura  e  sulle  belle  arti ,  quanto  grande  non  dovette  es- 
sere la  sua  influenza  ne'  tempi  più  rozzi,  quando  le  arti  e  le 
scienze  erano  ancora  in  gran  parte  unite  e  implicate  colla  reli- 
gione medesima  ?  Ma  poiché  sopra  questo  soggetto  già  feci  pre- 
cedere un  breve  discorso,  e  promisi  allora  d'indicare  quali  sieno 
stati  gli  effetti  della  religione  cristiana  sulla  nostra  letteratura , 
e  come  l'abbiano  diversificata  dalla  letteratura  de'  Greci  e  de' 
Romani;  benché  difficile  e  delicato  mi  riesca  ora  il  tema  più 
che  allora  immaginando  non  mi  parve  5  pure  per  isdebitarmi 
della  mia  promessa  ,  in  quel  modo  che  per  me  si  potrà,  ten- 
terò di  designarlo  brevemente. 

Egli  é  in  prima  da  osservare  come  dopo  i  secoli  della  bar- 
barie Vandalica,  Gotica,  Longobardica,  l'Italia  ridotta  un'altra 
volta  allo  stato  rozzo  delle  antiche  nazioni  quando  cominciarono 
dapprima  a  incivilirsi,  ricevette  di  nuovo  dalla  religione  i  lumi 
delle  arti  e  delle  scienze.  Poiché  in  quegli  orridi  secoli  delle 
invasioni  barbariche  crebbe  e  s'estese  principalmente  l'opera 
santa  della  religione,  ammansò  que' feroci  costumi,  richiamò 
gli  uomini  a  più  saggie    istituzioni.    I    padri    della   chiesa,   gli 


205 

abitatori  de'  cenobi  diedero  i  primi  un  vivifico  movimento  alle 
lettere:  e  nel  risorgimento  di  queste  si  vide  la  prima  e  più 
grande  opera  della  nuova  letteratura  italiana  esser  concetta  ed 
animata  tutta  collo  spirito  e  colle  immagini  della  religione , 
la  divina  commedia  di  Dante.  L'Italia  risorta  vide  il  suo  primo 
e  più  sublime  poeta  essere  il  cantor  della  fede.  E  siccome  nelle 
antiche  età  della  Grecia  Omero  s' impadronì  delle  religiose 
opinioni,  che  piene  di  meraviglie  erravan  per  le  genti,  e  le 
abbellì  di  stupende  immagini,  e  le  eternò  ne' suoi  poemi;  cosi 
Dante  le  divine  verità  della  religione  cristiana  esprimendo  coi 
più  vivi  colori  della  poesia  ,  ne  compose  il  suo  maraviglioso 
poema  del  triplice  regno  degli  spiriti.  Ben  conoscea  quel  po- 
tente ingegno  che  a'  suoi  tempi  la  mitologia,  ovvero  le  favole  del 
gentilesimo,  onde  erano  ornati  i  poemi  di  Omero  e  di  Virgilio, 
non  poteano  più  aver  forza  negli  animi  de'  suoi  concittadini 
tutti  preoccupati  delle  credenze  della  lor  propria  religione  ,  e 
vedea  che  a  voler  fare  una  profonda  impressione  su  quegli  ani- 
mi rozzi  ancora,  e  inferociti  nelle  sanguinose  fazioni  de' Guelfi 
e  de'  Ghibellini ,  de'  Bianchi  e  de'  Neri ,  era  mestieri  rappre- 
sentar loro  le  terribili  bolge  infernali,  i  balzi  del  purgatorio,  e 
le  sfere  del  paradiso.  Egli  perciò  si  pose  a  quell'arduo  cimento 
degno  di  lui  solo  ,  e  creò  la  nuova  poesia  degli  italiani. 

Egli  è  il  vero  che  i  due  grandi  Epici  di  Grecia  e  di  Roma, 
seguendo  le  opinioni  dei  loro  tempi ,  erano  già  scesi  in  questo 
campo.  Omero  avea  descritti  i  regni  foschi  di  Proserpina  ai 
gelidi  confini  dell'  Oceano ,  ove  egli  pose  i  Cimmerii  in  sem- 
piterna nebbia,  e  dove  approdato  Ulisse,  e  fatti  i  suoi  sacrifizi 
agli  Dei  infernali ,  vede  venirne  dall' Èrebo  le  ombre  de' morti, 
e  interrogandone  alcune  degli  eroi  a  lui  noti,  ode  notizie  del 
loro  destino.  Ma  confusa  e  incerta  pare  ancora  l'idea  che  Omero 
ne  lascia  del  soggiorno  di  quelle  ombre  e  della  lor  sorte.  Vir- 
gilio arricchendo  e  ornando  la  sua  famosa  descrizione  de'  luo- 
ghi d'Averno  e  degli  Elisi  con  quelle  maravigliose  invenzioni 
che  tutti  sanno ,  potè  anche  meglio  aprire  la  via  alla  imma- 
ginazione di  Dante.  Ma  1'  inferno  che  questi  immaginò  e  de- 
scisse ,  tanto  diiferisce  da  quelli  di  Omero  e  di  Virgilio,  quanto 
la  religione  cristiana  dalla  mitologia.  In  quell'  immenso  baratro 


206 

che  si  profonda  nelle  viscere  della  terra ,  in  que'  nove  gironi 
sottoposti  gli  uni  agli  altri,  e  in  quelle  lor  bolge  popolate  di 
demoni  e  di  peccatori  che  giacciono  a  diversi  tormenti,  secondo 
le  diverse  colpe,  Dante  spiega  con  tanta  forza,  e  in  tante  dif- 
ferenti guise  la  terribile  giustizia  di  Dio  che  flagella  gli  empi, 
che  niun  poeta,  credo,  fece  giammai  raccapricciare  le  menti  con 
tante  e  sì  svariate  immagini  di  duolo  e  di  terrore  ;  né  i  cri- 
stiani potrebbero  rappresentarsi  all'  animo  una  più  forte  idea 
di  que'  luoghi ,  che  quella  loro  è  figurata  da  Dante.  Nel  purga- 
torio ,  che  egli  immaginò  nell'  emisfero  opposto  al  nostro  ,  in 
una  altissima  montagna  circondata  dall'Oceano,  e  divisa,  dalle 
sue  basse  falde  sino  all'altissima  vetta,  in  sette  cerchi  o  balzi, 
ove  le  anime  consumano  in  diverse  pene  l'espiazione  dei  loro 
diversi  reati ,  Dante  espresse  con  mirabile  forza  dì  fantasia  tutte 
le  immagihi  della  gente  che  nei  patimenti  è  consolata  dalla 
certa  speranza  di  un  bene  ineffabile ,  tutti  gli  affetti  e  i  senti- 
menti dell'amore  che  soffre  i  mali  contento  per  lo  premio  che 
s'  avvicina.  Quelle  ricche  descrizioni  di  luoghi  ameni ,  di  appa- 
rizioni di  angeli  messaggieri  del  cielo,  e  di  altri  maravigliosi 
e  giocondi  spettacoli  unitamente  alle  vive  descrizioni  dei  diversi 
castighi  di  quelle  anime ,  i  canti  e  le  preghiere  frammiste  ai 
lamenti  formano  un  complesso  d'idee  dilettevoli  e  affliggenti, 
di  conforto  e  di  compianto.  Quindi  dalla  vetta  del  monte,  ove 
è  descritto  con  ricco  sfoggio  di  vaghissime  immagini  il  paradiso 
terrestre ,  salendo  per  l'aere  puro  di  sfera  a  sfera  per  li  sette  pia-, 
neti  tutti  popolati  di  anime  beate,  e  trasvolando  all'ottavo,  al 
nono  cielo,  e  al  sommo  empirò,  ove  risiede  la  Suprema  Divinità 
velata  da  nove  cori  degli  angeli  che  cantan  la  sua  gloria,  e  dove 
si  ammira  il  trionfo  della  Vergine  ,  e  tutti  quei  sublimi  spet- 
tacoli,  Dante  venne  adornando  con  tanta  ricchezza  d'immagini 
deliziose  quei  luoghi  delle  eterne  beatitudini,  che  l'olimpo  de' 
gentili  ne  perde  al  paragone. 

Ora  questo  gran  diseguo  dell'Alighieri,  dalla  porta  dell'in- 
ferno sino  all'ultimo  empirò ,  è  riempiuto  e  ornato  tutto  di  quadri 
e  di  figure,  che  la  sua  fantasia  traeva  dalla  religione  cristiana. 
Egli  stesso  perciò  si  stimava  il  poeta  della  fede  cattolica ,  e  im- 
maginandosi rivestito  di  lai  sacro  carattere,  pare  che  intendesse 


207 

anche  di  compiere  un'  alta  missione ,  e  correggere  molti  gravi 
abusi  de'  suoi  tempi.  Egli  perciò  negli  ultimi  anni  della  sua 
travagliosa  vita,  esule  e  stanco,  bramando  riposarsi  nel  seno 
della  sua  patria,  andava  nutrendo,  per  questi  suoi  meriti,  una 
cara  speranza  di  potere  esservi  ricevuto  e  coronato  poeta,  non 
già  alla  foggia  de'  profani  in  campidoglio ,  ma  nel  suo  s.  Gio- 
vanni in  Firenze  ove  avea  ricevuto  il  battesimo,  siccome  chia- 
ramente palesa  in  questi  suoi  pietosi  versi  : 

Se  mai  conlinga  che  il  poema  sacro 

Al  quale  han  posto  mano  e  cielo  e  terra 
Si,  che  m'  ha  fatto  per  più  anni  macro  , 

Vinca  la  crudeltà  che  fuor  rai  serra 
Del  bello  ovile  ,   ov'  io  dormii   agnello 
Nimico  a'  lupi  che  gli  danno  guerra; 

Con  altra  voce  ornai  ,  con  altro  vello 
Bitornerò  poeta  ,  ed  in  sul  fonte 
Del  mio  battesmo  prenderò  il  cappello. 

Ma  se  la  patria  sua  non  lo  fece  pago  di  quel  suo  onesto 
desiderio ,  almeno  pentitasi  subito  dopo  la  morte  di  lui ,  lo 
ebbe  tanto  in  reverenza ,  e  fece  si  alta  stima  di  quel  sacro 
poema ,  che  volle  eleggere  il  più  eloquente  de'  suoi  cittadini ,  il 
Boccaccio  a  spiegarlo  pubblicamente  nella  chiesa  di  s.  Stefano, 
come  fosse  la  Bibbia. 

Ecco  adunque  il  primo  e  più  gran  poema  ,  eh'  è  il  vero  fon- 
damento di  tutta  la  nostra  letteratura  italiana ,  non  solo  im- 
prontato del  carattere  della  nostra  religione ,  ma  concetto  e 
formato  tutto  collo  spirito  e  colle  immagini  della  medesima. 
Avvisatamente  ho  detto  che  è  il  vero  fondamento  di  tutta  la 
nostra  letteratura  italiana:  poiché,  siccome  già  i  poemi  di  Omero 
in  Grecia  sparsi  e  cantati  per  città  e  per  ville,  poi  per  con- 
siglio di  Pisistrato,  e  d' Ipparco  suo  figliuolo,  ordinati  e  re- 
citati pubblicamente  nelle  celebrità  de'  giuochi  e  delle  feste 
d'Atene  ,  accesero  nelle  menti  dei  Greci  i  lumi  del  bello ,  e 
diedero  i  primi  un  operoso  movimento  allo  sviluppo  delle  scienze 
e  delle  belle  arti  (poiché  da  quei  divini  poemi  non  solo  si  de- 
rivarono i  diversi  rivoli  della  poesia ,  ma  anche  la  storia ,  l'ora- 


208 

torìa  e  la  filosofia  sembra  clie  prendessero  principio  ed  augu- 
mento,  e  la  pittura,  e  la  scoltura  perle  mani  di  Appelle  e  di 
Fidia  dalle  immagini  omeriche  s'  animarono  prendendo  vita  , 
grazia  e  colore) 5  per  simil  modo  in  Italia  il  poema  di  Dante  fu 
il  vero  principio ,  e  il  promotore  delle  belle  arti  e  delle  scienze. 
Poiché  non  Firenze  sola  apri  una  sacra  scuola  per  la  divina  com- 
media, ma  Bologna,  Piacenza,  Padova,  Milano,  ed  altre  città 
entrarono  in  questa  nobil  gara  d'eriger  cattedre  ad  interpretare 
quel  maraviglioso  poema,  e  così  aprire  agli  ingegni  l'arringo  della 
gloria  letteraria  5  talché  in  breve  tempo  il  forte  suono  della  poe- 
sia di  Dante  pervenne  in  ogni  angolo  d' Italia  a  risvegliarvi  le 
menti  ad  una  gloria  novella.  E  non  solo  la  poesia  sorse  bella  e 
splendente  da  quel  poema,  ma  la  divina  scienza,  la  filosofia, 
la  storia  vi  apparirono  con  nuovi  lumi  :  la  eloquenza  vi  fece  sen- 
tire più  potente  la  sua  voce.  Che  più  ?  le  scienze  stesse  ,  e 
le  belle  arti  riconobbero  in  Dante  il  nuovo  lor  padre,  e  a  lui 
si  mostrarono  conoscenti  e  grate.  La  statua  di  Dante  incoro- 
nata dalla  mano  di  Lorenzo  de  Medici  presiedeva  alla  nuova 
accademia  Platonica;  l'accademia  Fiorentina,  e  poi  quella  della 
Crusca,  sua  figliuola,  presero  ì  loro  auspici  dal  poema  di  Dante, 
e  gli  consacrarono  le  prime  loro  elucubrazioni.  Ma  forse  che 
le  belle  arti  italiane  non  ebbero  dall'Alighieri  l' eccitamento 
come  le  greche  da  Omero?  Giotto,  l' ajnico  di  Dante,  fece  il 
primo  rivivere  l'esanime  pittura  che  Cimabue  avea  già  informata. 
Andrea  Mantegna,  che  vieppiù  la  ravvivò  coli' arte  della  pro- 
spettiva, Andrea  del  Sarto  e  Leonardo  da  Vinci,  che  le  die- 
dero maggior  vigore,  trassero  dall'Alighieri  molte  loro  vivissime 
immagini  ;  e  finalmente  Michel-Angelo  ,  che  portolla  alla  sua 
maggiore  grandezza  e  sublimità,  s'inspirava  dal  poema  di  Dante 
da  lui  prendendo  que'gagliardi  suoi  concetti,  quelle  energiche  sue 
maniere.  Egli  non  altronde  che  dalle  bolge  infernali  di  Dante 
improntava  nel  suo  giudizio  universale  le  invenzioni ,  le  figure 
più  mirabili,  i  più  espressivi  atteggiamenti  pareggiando  col  pen- 
nello la  forza  dello  stile  Dantesco.  Dirò  ancora  che  il  Fini- 
guerra  ,  inventore  dell'arte  d'incidere  in  rame,  volle  a  Dante  fare 
omaggio  delle  primizie  della  sua  arte,  intagliando  col  bulino,  e 
imprimendo  i  vari  soggetti  della  divina   commedia.    Da   questo 


209 

poetua  fmalmeote  quasi  tutti  i  più  egregi  artisti  attiiiacro  nuove 
e  maravigliose  invenzioni. 

Ma  io  discorrendo  dei  lumi  e  dell'  incremento  clie  dai  canti 
di  Dante  ricevettero  le  scienze  e  le  belle  arti,  non  mi  sono 
punto  allontanato  dal  mio  soggetto  5  poiché  essendo  quel  poema 
tutto  concepito  e  formato  collo  spirito  della  religione  crisliana, 
io  credo  d'avere  al  tempo  stesso  dimostrato  in  parte  come  la 
religione  cristiana  abbia  pure  impresso  il  suo  carattere  sopra 
la  nostra  letteratura,  e  sopra  le  arti  belle. 

Or  chi  crederebbe  che  la  religione  cristiana  abbia  pure  sparse 
le  sue  tinte  sopra  la  poesia  amatoria  ?  Eppure  basta  conside- 
rare alquanto  le  poesie  del  Petrarca  per  riconoscervi  subito  la 
nuova  tempra  religiosa  ,  il  genio  del  cristianesimo.  Quanta  dif- 
ferenza da  lui  agli  altri  poeti  erotici  de' Greci  e  de' Latini  ? 
Questi  s' iuebbriavano  nelle  delizie  de'  sensi  :  i  loro  piaceri  ,  i 
loro  affanni  da  non  degne  cagioni  procedevano,  L' amore  del 
Petrarca  si  deriva  da  più  alta  sorgente ,  dalla  bellezza  di  una 
anima  angelica,  bellezza  che  tramanda  i  suoi  raggi  al  di  fuori 
per  gli  occhi  e  pel  viso  di  Laura.  Onde  quelle  sue  poesie  riu- 
scirono quasi  inni  consacrati  a  una  divinità.  Di  lui  perciò  de- 
gnamente cantava  il  Foscolo  : 

.  ,  ,  Quel  dolce  di  Calliope  labbro 

Che  Amore  in  Grecia  uudo  e  uuJo  in  Roma 
D'  un  velo  candiilissimo  uiJornancio 
Rendea  nel  grembo  a  Venere  celeste. 

Egli  è  ben  vero  che  la  teoria  di  Platone  intorno  all'amore 
apriva  più  facilmente  ai  Petrarca  la  via  alle  idee  del  cristia- 
nesimo.  Poiché  distingueva  Platone  due  Veneri ,  1'  una  cclesle 
appellata  Oi!pav(«,  che  presiedeva  al  casti  Amori,  l'altra  terre- 
stre chiamata  n«y^»juo5,  e  da  Lucrezio  delta  Volgivagi ,  che  era 
la  dea  de'  bassi  e  sensuali  Amori ,  e  così  pure  due  1  Cuoìdi , 
l'uno  figliuolo  della  Venere  celeste,  l'altro  della  terrestre:  e 
supponendo  pure  la  preesistenza  delle  anirne  al  corpo  opinava 
che  le  anime  più  belle  abitassero  prima  il  più  bello  de'  Pianeti, 
Venere,  e  che  quando  accadea  che  due  anime  scese  di  colassù  in 
terra,  e  vestite  del  coi'poieo  velo  s'incontrassero  nel  loro 
pclicgiiuagglu  ,  fossero  tirate  da  mutua  simpatia  a  conoscersi  e 

i4 


210 

amarsi  intrinsecamente  \  ma  questo  amore  procedendo  dalla 
bellezza  dell' anima,  era  mestieri  conservarla  monda  d'ogni  mac- 
chia ,  evitando  tutto  ciò  che  potesse  corromperne  la  purezza. 
Da  questa  teoria  ne  nascea  per  conseguente  che  il  platonico 
amatore  dovea  sforzarsi  perpetuamente  di  giugnere  al  più  alto 
grado  di  perfezione  per  rendersi  più  simile  all'oggetto  amato  , 
e  degno  dell'amore  di  lui.  Ma  il  Petrarca  su  queste  idee  plato- 
niche innestava  pure  quelle  del  cristianesimo ,  e  considerava  an- 
che la  sua  Laura  come  una  perfettissima  e  quasi  divina  creatura, 
che  il  cielo  mostrava  in  terra  come  un  saggio  del  bene  di  lassù, 
affinchè  fosse  come  un  allettamento  che  lo  guidasse  all'alta  e 
prima  cagione.  Laonde,  siccome  gli  ecclettici  teologi  in  Ales- 
sandria d' Egitto  vollero  conciliare  la  filosofia  platonica  colla 
teologia,  e  coi  misteri  della  religione  cristiana  5  cosi  il  Petrarca 
più  acconciamente  volle  contemperare  l'amor  platonico  ad  una 
specie  d' amor  divino  ,  consentaneo  alle  idée  del  cristianesimo. 
Questo  specialmente  apparisce  nella  seconda  parte  delle  sue 
poesie ,  quando  Laura  essendo  sparita  di  sulla  terra  ,  egli  si 
solleva  in  cielo  a  ricercarla  tra  i  beati  e  tra  gli  angeli ,  e  isti- 
tuisce un  nuovo  consorzio  con  lei  dalla  terra  al  cielo.  La  sua 
passione  prende  allora  un  carattere  spirituale  e  religioso ,  la 
sua  poesia  spogliata  degli  aiì'etti  terreni  diventa  sacra  ,  e  ter- 
mina poi  con  una  sublime  canzone  alla  Vergine.  La  religione  , 
il  geiiio  del  cristianesimo  aprirono  al  Petrarca  questo  campo 
ignoto  agli  antichi  greci  e  latini:  poiché  l'immagine  di  una 
vita  più  bella  che  vivono  le  anime  in  ciclo ,  il  disinganno  delle 
fortune  del  mondo,  le  apparizioni  della  sua  donna  che  viene 
in  forma  celeste  ne'  sogni  e  nelle  visioni  a  consolarlo  sulla  terra, 
a  rasciugargli  colle  sue  mani  le  lagrime,  aprendogli  le  sue  feli- 
cità eterne  e  invitandolo  a  quello  sublimi  contemplazioni,  tutto 
questo  forma  un  nuovo  fonte  di  alta  poesia,  che  il  genio  del 
cristianesimo  dischiuse  ai  nostri  poeti. 

Ma  se  tanto  potè  la  nostra  religione  sulla  poesia  amatoria  , 
quanto  maggior  effetto  non  dovè  produrre  nelle  altre  parti  della 
letteratura  ?  La  eloquenza  era  sparita  dai  rostri  del  foro,  e  dalle 
pubbliche  assemblee,  ove  al  tempo  de'  Greci  e  de'  Romani  solca 
tuonare,    destare  le  tribunizie  procelle  ,  persuadere  e  commo- 


211 

vere  il  popolo  :  ma  sotto  il  dominio  della  iL-liglone  ciisliaiia 
ella  si  ricoverò  ne'  sacri  templi  sui  pergami  ;  e  quivi  ella  per- 
suade e  commove  ancora,  e  con  altra  voce,  con  altri  sensi  ra- 
giona, non  più  di  mondani  interessi,  ma  di  sublimi  virtù,  di 
verità  eterne ,  e  richiama  gli  uomini  al  retto  sentiero  per  ricon- 
durli alla  lor  vera  patria  ,  al  cielo.  I  libri  ascetici  sottentrarono 
ai  libri  fìlosofiei  5  anzi  la  filosofia  si  vide  far  lega  col  vangelo  , 
e  trarne  nuova  luce.  La  storia  si  occupò  anch'  essa  a  registrare 
tra'  suoi  fasti  i  fasti  della  religione.  La  pittura  e  la  scoltiua 
gareggiarono  a  ritrarne  le  immagini  e  i  fatti  più  comnioveuli; 
l'architettura  ad  innalzarle  nuovi  e  magìiiilci  templi.  E  cosi 
il  mondo  greco  e  romano  cedendo ,  si  videro  dar  luogo  ad  un 
altro  mondo. 

Io  talvolta  meco  stesso  pensando  al  grande  cangiamento  che 
la  nostra  religione  recò  nella  letteratura  e  nelle  belle  arti, 
m'  immagino  quale  e  quanta  sarebbe  la  maraviglia  di  uno  di 
que' dotti  greci  o  romani,  diciamo,  di  un  Pomponio  Attico, 
se  dopo  tanto  volger  di  secoli ,  per  divino  miracolo  potesse 
rivedere  la  nostra  Italia  ,  e  intenderne  la  favella  e  le  istitu- 
zioni. Se  egli  assistesse  a  taluna  delle  nostre  sacre  solennità  , 
in  cui  sembra  che  tutte  le  belle  arti  concorrano  con  bella  gara 
a  far  paragone  di  sé ,  e  mostrare  ciascuna  il  loro  valore  nel 
culto  della  religione  ,  primieramente  gli  si  offrirebbe  in  mae- 
stoso aspetto  il  tempio,  la  cui  architettura  divei'sa  dall'antica, 
la  forma  delle  navate  e  dei  varil  altari  gli  indicherebbero  esser 
dedicato  a  una  nuova  religione.  Udirebbe  intonarsi  nuovi  inni 
ad  una  divinità  che  non  conobbe,  e  nuovi  musici  concenti,  che 
sollevan  pur  l'animo  a  sublimi  sensi,  ma  che  sono  di  un'ar- 
monia anch'essa  dissimile  dall'tintica.  Sorger  vedrebbe  poscia  un 
sacro  oratore,  di  sue  insegne  ornato,  ad  arringar  quella  moltitu- 
dine affollata,  e  non  più  ragionarle  di  pubblici  afl'ari,  di  guerre, 
di  paci  ,  di  cariche  ,  di  magistrati  ,  o  di  cose  terrestri  ;  ma 
trasportare  il  campo  dell'  eloquenza  al  di  là  di  (piesta  vita  , 
volger  le  loro  menti  ad  uno  scopo  più  sublime,  al  regno  cele- 
ste ,  e  commovere  ancora  potculcinente  i  loro  affetli  ,  ed  eccitar 
liJgriiue  di  peiiliniento  de'  loro  falli  ,  e  d'  amore  divino.  Né 
nnuorc  sarebbe  la  sua  muravigUa  se  pei  attorno  volgesse  l'oc- 


^12 

i:\no  a  considerare  i  lavori  della  pittura  e  della  scoltuifa.  Si 
affisserebbe  ancora  rapito  il  suo  sguardo  alla  bellezza  di  una 
Diva ,  e  vedrebbe  ancora  espressa  in  quella  l' idea  del  bello  ; 
ma  non  sarebbe  più  la  bellezza  della  sua  Venere.  Su  quella 
fronte,  in  quel  volto  trasparirebbe  un  sentimento  divino ,  un  rag- 
gio di  santità,  clic  desta  i  pensieri  più  pudici  e  i  più  intemerati 
alletti.  E  quel  fanciullo  divino,  clie  ella  si  stringe  al  seno,  è  bensì 
ancbe  esso  un  Dio  d'amore  5  ma  quanto  diverso  da  quello  de' 
Greci  e  de^  Romani!  uu  Dio  d'amore,  per  cui  sospirano  le  anime 
più  pure  e  più  immacolate  ,  e  clie  riconcilia  gli  uomini  al 
cielo.  Non  più  Giove  tonante  in  atto  di  atterrire  il  mondo  colla 
folgore,  ma  la  sembianza  sublime  del  vero  Nume  Eterno,  e  lo 
spettacolo  dolente  di  un  Uomo-Dio  die  sconta  su  d' una  croce 
i  falli  degli  uomini.  A  que'  suoi  anticbi  eroi  ,  agli  Ercoli  ,  ai 
Tesei,  agli  Achilli  vedrebbe  succeduti,  e  consacrati  sugli  altari 
altri  eroi  clie  si  sacrificarono  per  l'amore  de' loro  simili,  e  che 
coi  sentimenti  della  loro  umiltà,  e  rinnegazione  di  se  stessi  agli 
occhi  del  mondo,  superarono  ancora  la  grandezza  dei  primi. 
Vedrebbe  quindi  quelle  immagini  e  quelle  figure  non  solo 
adornare  i  nostri  templi,  ma  e  i  palazzi  de' grandi,  le  reggie 
de'  principi,  le  piazze,  le  loggie,  e  le  gallerie.  E  se  infine  aprisse 
e  considerasse  le  pagine  de'  nostri  poemi ,  vedrebbe  ancora 
come  l'intervento  di  que' divini  spiriti  abbia  aperto  un  nuovo  e 
vasto  campo  alle  poetiche  fantasie,  e  stupefatto  ammirerebbe  la 
forza  del  tempo  e  della  religione.  Ma  qui  appunto  si  odono  le 
querele  di  alcuni,  che  parteggiando  forse  troppo  caldamente  per 
gii  antichi,  vorrebbero  che  nelle  arti  imitatrici,  e  speeialmeiile 
nella  poesia,  si  ritenesse  ancora  la  loro  mitologia,  come  più 
ricca  e  feconda  delle  idee  del  bellt),  non  reputando  guari  atta  a 
questo  la  religione  cristiana.  Ma  poiché  tal  quistione  richiede- 
rebbe per  se  sola  un  ragionamento,  ed  io  mi  trovo  già  trascorso 
troppo  oltre  in  questo ,  sarà  conveniente  il  differirla  ad  altro 
tempo. 

.d^vt".  Francesco  Lanteri. 


215 
Archeologia  —  Cenni  sulla  Mitologia. 


Dopo  avere  per  lunga  età  alimentate  le  orientali,  e  le  greche 
fantasie,  splendidamente  signoreggiate  la  poesia  e  le  arti,  anzi 
disteso  il  suo  dominio  su  tutta  quanta  la  natura,  dopo  lunghe 
lotte  sostenute  per  mantenersi  in  seggio,  quando  già  cominciava 
il  suo  impero  a  declinare;  la  Mitologia  ha  perduto  ornai  quasi 
intieramente  tutta  1'  antica  sua  possanza  dominatrice  de'  poe- 
tici ingegni.  Né  a  mantenerla  furono  sufficienti  gli  estremi  sforzi 
d'alcuni  suoi  difensori,  avvegnaché  valenti,  e  di  gran  nome. 
Ei  presero  a  sostenere  una  causa  perduta,  e  furono  soverchiati 
dalla  forza  della  contraria  universal  persuasione.  Una  signoria 
più  operosa  ed  efficace  ,  sebben  più  severa  quella  del  Cristia- 
nesimo e  della  psicologia,  regge  ora  ed  informa  la  poesia  eie 
arti.  Ma  se  la  Mitologia  diventò  per  le  mutate  condizioni  reli- 
giose e  civili  insufficiente  e  pressoché  inutile  alle  arti;  ella 
sarà  pur  sempre  grande  e  degno  scopo  agli  studj,  ed, alle  ricer- 
che dell'archeologo,  e  del  filosofo  siccome  quella,  che  attra- 
verso lo  spazio  di  più  secoli  risuona  come  un  eco  del  mondo 
antico ,  e  rivela  colla  solenne  e  misteriosa  voce  de'  suoi  sim- 
boli   la   condizione  de'  popoli  che  ne  han  preceduto. 

Ne' miti  é  scolpita  laverà  effigie  dell'antichità.  Le  p^iitive 
storie  de' popoli,  e  le  loro  origini,  le  varie  loro  doUn"^  cos- 
mologiche, le  religioni,  i  primi  trovati  dell'umana  sapienza, 
gli  elementi  di  tutte  le  lettere  si  contengono  sotto  il  velo 
delle  mitiche  allegorie.  La  Mitologia  è  uno  de' più  ricchi  e  fe- 
condi rami  che  abbia  gittali  la  gran  pianta  dell'umanità;  il 
quale  ramo  sebbene  siasi  ora  inaridito,  perchè  i  vitali  umori 
che  lo  nodrivano  si  sono  voltati  ad  altra  parte  ,  nobili  pur 
nondimeno,  e  copiosi  sono  i  frutti  che  egli  produsse.  Consider 
rate  da  questo  lato  le  mitiche  finzioni,  hanno  una  grandezza, 
ed  una  importanza  degna  al  tutto  di  trarre  a  sé  gli  studj 
e  la  più  intenta  opera  degli  eruditi.  Molte  pregevoli  e  ripu- 
tale scritture  rivolte  a  chiarire  ed  interpretare  la  gran  tela  ini- 


èl4 

tologica  uscirono  dentro  il  secolo  passato  principalmente  dalla 
Germania.  Egli  è  vero,  che  non  tutti  gl'interpreti  de' miti  con- 
sentirono nelle  medesime  opinioni.  Avvenne  a  un  dipresso  in 
cosiffatte  ricerche  quello  che  il  Jouffroy,  e  il  Cousin  dicono 
essere  avvenuto  rispetto  agli  studj  filosofici.  Ciascuno  si  pose 
ad  un  suo  particolar  punto  di  veduta,  e  pensò  che  quello  solo 
dovesse  schiarirli  ogni  cosa;  attenendosi  costantemente  a  quello, 
ed  escludendo  ogni  altro  pervenne  bensì  a  discoprire  una  parte 
di  vero,  ma  non  intiera  la  verità.  Con  tutto  ciò  quelle  ricerche 
sparsero  gran  luce  sugli  studj  mitologici,  e  spianarono  la  via 
agli  eruditi  del  secolo  presente,  i  quali  debbono  in  gran  parte 
alle  tracce  segnate  dai,  loro  predecessori  il  poter  progredire  più 
oltre  nelle  indagini  loro.  Meditando  alcune  tra  le  principali 
opere  scritte  in  su  questa  materia,  ci  vennero  raccolti  questi 
Ijrcvi  cenni  che  noi  qui  pubblichiamo  con  non  altro  intendi- 
mento, che  di  risparmiar  limghi,  e  faticosi  laveria  coloro  che 
pur    desiderassero  conoscere  alcuna  cosa    di    questi  studj. 

Coloro  che  investigando  penetrarono  più  addentro  nelle  in- 
terpretazioni mitologiche,  riuscirono  sovente  per  diverse  vie  a 
diversi  risultati.  Il  che  non  deve  recar  meraviglia,  se  si  con- 
sideri la  malagevolezza  della  materia,  l'incertezza  e  la  scarsità 
delle  notizie,  l'oscui-ità  che  i  secoli  addensano  sulle  cose  di  lunga 
età  remote  e  la  moltiplicità  degli  aspetti  che  offrono  tutte  le 
cose  umane.  Se  si  ha  pena  sovente  a  discoprire  pura  e  netta 
la  ve^à  intorno  a  quegli  oggetti  che  sono  sottoposti  ai  sensi 
esterni,  od  all'interno  sentire,  e  dove  ha  pur  luogo  l'espe- 
rienza ,  molto  più  arduo  riesce  il  trovarla  colà  dove  è  bisogno 
di  sottigliezza  e  di  critica,  e  dove  conviene  molto  spesso  pro- 
cedere per  congetture. 

Alcuni  scrittori  di  cose  mitologiche  s'  attennero  principal- 
mente al  metodo  storico,  ed  applicando  la  storia  alla  mito- 
logia, non  altro  quasi  raffigurarono  ne' miti  che  fatti  storici 
alterati,  che  adombrate  tradizioni -,  tra  questi  è  il  Bianchini  *i. 
Altri  cercarono  di  chiarire  ogni    cosa    col    mezzo   dell'  astrono- 

*i  La  Storia  universale  provata  con  monunìcnti,  e  figurata  con  simboli  dcjjli 
anticlii,  Veggansi  i  Voi.   t.  e  3. 


215 

mia,  e  quasi  tutta  ridussero  la  mitologìa  ad  allegoriche  rappre- 
sentazioni di  nozioni  astronomiche:  tra  questi  è  il  Dupuis  *i. 
Il  Vico  *2,  profondo  indagatore  delle  leggi  e  delle  proprietà 
dell'umana  natura,  rintracciò  nella  mitologia  i  primitivi  con- 
cetti della  ragione,  le  imagini  prime  della  fantasia,  i  prin- 
cipi dell'ordine  sociale  velati  di  severe  finzioni,  vestiti  di  sen- 
sibili forme.  Egli  usò  nell'  interpretazione  de' miti  vin  metodo 
tutto  suo  proprio.  Applicò  all'  andamento  della  spezie  umana 
le  leggi  psicologiche,  e  da  quelle  derivò  i  miti,  siccome  primi 
conati  dell'  umano  intelletto  verso  le  idee  di  religione  e  di 
umanità ,  e  primi  vestigi  impressi  dagli  uomini  nell'  arduo  e 
faticoso  cammino  del  perfezionamento.  A  Bacone  *3  parve  che 
i  miti  contenessero  reconditi  germi  dì  sapienza  civile  e  morale. 
Egli  fece  prova  di  grande  acutezza  d'  ingegno  nelF interpretarli. 
Ma  forse  le  sottili  dottrine  che  el  ne  trasse  fuori  superano 
alcuna  volta  il  modo  dell'  intellettual  possibilità  di  quegli  uo- 
mini, e  di  que'  tempi  a  cui  pare,  che  egli  attribuisse  troppo 
più  di  sottigliezza  e  di  sapere ,  che  di  fatto  ci  non  avevano.  Al- 
cuni ancora  riputarono  doversi  le  finzioni  mitologiche  interpre- 
tare siccome  un  complesso  di  nozioni  fisiche  rappresentate  me- 
diante il  velo  dell'  allegoria,  e  non  altro  essere  la  mitologia  che 
una  istoria  naturale  contraffatta,  dove  gli  oggetti  del  creato  sono 
il  più  delle  volte  significati  come  persone  *4-  Pi"^  altre  interpre- 
tazioni mitologiche  furono  immaginate  e  seguitate,  che  non  è 
qui  pregio  dell'opera  il  riferire.  Ma  tutte  queste  differenti  ma- 
niere di  sposizione,  le  quali  ciascuna  per  sé  possono  essere  con- 
venienti, ed  atte  ad  interpretare  e  schiarire  alcuna  parte  della 
mitologia,  diventano  insufficienti,  anzi  ripugnanti,  quando  si  vo- 
gliono estendere  a  tutto  il  corpo  de'  miti.  Innumerevoli  ,  dice 
il  Greuzer  *5  ,  sono  le  cagioni  che  diedero  origine  ai  miti;  ed 
avvegnaché  secondo  lui  si  possa  la  mitologia  partire  in  due 
grandi  divisioni,  secondochè  ella  contiene  o  antichi  avvenimenti 

*i  Origine  de  tous  Ics  cultes. 

*2  Principii  di  scienza  nuovH. 

*3  De  sapicntia  ve  te  rum. 

*4  Cosi  il  Bergier  —  Origino  des  Dieux  du  paganismo. 

*ò  Symbolik  und  niylhologie  der  allea  VòlLer  be.sondor-   dcr  Gricehen   cto. 


216 

ò  anliclie  cretlenze  e  dotti  ine,  l'uim  e  l'altra  dì  queste  parti  si 
distendono  pur  esse  ampiamente,  si  confondono  spesso  insieme, 
e  comprendono  cose  tra  loro  diversissime,  perchè  possa  bastare 
a  tutte  chiarirle  questo  o  quell'  altro  esclusivo  modo  d' inter- 
pi'ctazionc.  Ond' è  che  saggiamente  scrive  1' Heyne  *i  ,  molte- 
plici, e  tra  di  loro  differenti  essere  quelle  cose  che  nella  mi- 
tologia si  compi-endono.  Altre  ,  dice  egli ,  appartengono  alla 
filosoGa,  altre  alla  storia.  V'hanno  dentr' essa  opinioni,  giudizj, 
credenze,  illusioni  d'animo  e  di  sensi.  Alcune  cose  sono  com- 
niendevoli  per  semplicità,  vei-ita  o  naturai  leggiadria;  alcune  al- 
tro assurde,  puerili,  e  fin  anche  vergognose   *2. 

Il  Gousin  *3  tocca  sottilmente  dell'origine  del  paganesimo  là 
dove  parla  del  misticismo  fe«iomenale ,  e  lo  deriva  da  quell'il- 
lusione, o  legge  d'  induzione  propria  della  natura  umana,  per 
cui  l'uomo  è  portato  a  rivestire  le  cose  fuori  di  sé  di  quelle 
proprietà,  che  a  lui  essenzialmente  appartengono.  La  prima  età 
dt'l  misticismo  fenomenale  nell'umanità,  dice  egli,  è  il  paga- 
nesimo. Il  paganesimo  ha  suo  fondamento  sopra  rillusione  di- 
anzi accennata,  e  si  può  ridurre  a  questi  termini.  Io  sono  una 
causa  libera:  la  libertà  è  la  principal  mia  dote,  quella  che  co- 
stituisce il  mio  essere:  fuori  di  me  v'hanno  altri  oggetti,  v'ha 
un  TiGTi-ìo  che  limita  la  mia  libertà:  io  lo  credo  causa  libera , 
finale,  operante  con  intendimento:  egli  può  nuocermi  e  gio- 
varmi; ci  m'è  dunque  superiore.  Quindi  nasce  un'impressione 
di  timore  che  si  congiunge  col  sentimento  d'  amore.   E   quella 


*i  Temporum  najthicorum  memoria  a  corruptelis  nonauUis  viridicata — Coni- 
mcntatio. 

*2  Da  quattro  fonti  dovorii  principalmente  derivare  l'origine  de' miti  riputava 
il  Jones  dotto  conoscitore  del!'  nnticbità: 

1.  Hislorical,  or  naturai  truth  has  been  perverled  into  fable  by  ignorance,  inia- 
gination  ctc. 

2.  The  next  source  of  tbem  appears  lo  bave  bcen  a  wild  admiration  of  tbe 
bcavcrly  bodics  etc. 

3.  Nuiiiberlcss  Divinities  bave  been  crcated  self  ly  by  tbe  magick  ofpoetry  etc. 
4-  Tbe  mctapbores  and  allcgories  of  moralistcs  and  mctaphisicians  bave    bccd 

also  vcry  fertile  in  Dcities  etc. 

*3  Cours  de  philosopbie  sur  le  fondcuicnt  dcs  idcos  absolucs  du  Vrai ,  liu 
Tjchu  et  du  Bicu. 


217 

tema  che  i  latini  dicevano  vereor,  i  greci  cù^ioficii ^  e  sotto  que- 
sto aspetto  può  esser  vero  il  verso  di  Lucrezio  ; 

Primos  in  orbe  deos  fecit  timor. 

Le  cause  esteriori  più  forti  che  l'uomo,  benefiche,  o  ma- 
lefiche j  e  la  manifestazione  visibile  di  quelle  cause  formano 
tutto  il  paganesimo  antico.  Gli  Dei  dell'  Olimpo  non  sono  che 
forze  della  natura  fatte  divine,  classificate  ordinatamente  le  une 
per  rispetto  alle  altre,  e  dotate  delle  proprietà  dell'umana  na- 
tura. Quindi  la  loro  invocazione ,  e  le  preghiere  che  loro  si 
facevano  siccome  ad  esseri  ,  cui  potesse  muovere  la  pietà.  Il 
paganesimo  è  adunque  un  panteismo  materiale,  e  fenomenale: 
la  sua  radice  è  nell'  illusione  che  ci  fa  concepire  il  non-io,  do- 
tato delle  forme,  e  delle  proprietà  dell'io.  Fin  qui  il  Cousin. 
Il  giudizio  dell'  illustre  filosofo  francese  è  certamente  sensato 
ed  autorevole;  molta  parte  della  mitologia  si  può  per  questo 
mezzo  schiarire  soprattutto  per  quello  che  s'  appartiene  al  po- 
polo greco,  il  quale  non  fu  mai ,  come  nota  il  Matter  *i,  gran 
fatto  meditativo,  né  profondamente  religioso.  Egli  s'  attenne 
principalmente  ai  fenomeni,  ed  alla  natura  esterna;  a  quella  era 
rivolto  il  suo  culto  che  egli  esercitava  con  più  splendidezza  e 
magnificenza,  che  sentimento  di  reverenza  religiosa.  Ma  non  ne 
pare  (e  forse  non  l'ebbe  in  pensiero  egli  stesso),  che  la  veduta 
del  sig.  Cousin  sebbene  acuta  e  perspicace  sia  per  se  sola  suf- 
ficiente ad  abbracciar  tutto  nella  mitologia,  specialmente  se  si 
discenda  ad  alcuni  secoli  dopo  il  suo  nascimento,  quando  creb- 
bero e  s'ampliarono  le  dottrine  mistiche,  od  esoteriche,  nelle 
quali  oltrepassati  i  confini  del  contingente  e  del  finito,  ossia 
della  natura  esterna  e  de' suoi  fenomeni,  si  meditò  l'infinito, 
la  sostanza  assoluta  e  le  sue  emanazioni,  e  nacquero  quindi 
nuove  allegorie,  e  nuovi  miti  di  genere  filosofico.  Toccate  cosi 
universalmente  queste  cose  intorno  alle  particolari  vedute,  ed 
ai  giudizi  degli  scrittori  di  mitologia  è  da  vedersi  più  dap- 
presso e  parti tameute  quello  che  risguarda  la  materia  che  ab- 
biamo alle  mani. 

<o  Histoirc  criliqup  dii  ^iiosticisme. 


218 

Per  quello  che  spelta  all'  origine  primigenia  delle  divinità 
mitologiche  è  comune  opinione  del  Vico  *i  ,  e  del  Bian- 
chini *2,  doversi  ella  porre  ventidue  secoli  incirca  innanzi 
l'era  volgare;  sebbene  i  due  citati  scrittori,  secondo  il  partico- 
lar  loro  modo  d'interpretazione,  dissentano  tra  di  loro  nello 
spiegarne  il  come.  Dice  il  Vico,  che  in  quell'età  scaduti  gli 
uomini  dallo  stato  di  civiltà  primitiva,  e  perdute  le  tracce  dell' 
antica  religione,  atterriti  dai  tuoni,  dalle  folgori,  e  da  altri  so- 
miglianti fenomeni,  che  apparivano  nel  cielo,  immaginai-ono 
una  forza  divina  operatrice  di  quegli  effetti,  e  la  chiamarono 
Giove ,  primo  tra  gli  Dei  delle  genti  maggiori ,  che  furono  detti 
dagli  Egiziani  Dei  Sintroni,  dai  Greci  desunto  il  nome  dal 
loro  numero  ScóSax*  (i  dodici  Dei).  Scrive  il  Bianchini  che  in- 
torno all'  età  soprammentovata  alcuni  uomini  più  potenti  vol- 
lero essere  tenuti  in  conto  di  Dei,  ed  avere  culto  e  onori  di- 
vini,* quindi  avere  avuto  suo  principio  1'  idolatria,  di  cui  egli 
fa  primo  institutore  Giove  terzo.  Col  Bianchini,  e  col  Vico  nel 
determinare  in  quanto  al  tempo  V  origine  dell'idolatria  consente 
il  Winkelmann  *3.  Checché  ne  sia  delle  particolari  opinioni 
dell'uno  e  dell'altro  de'  citati  scrittori  intorno  al  come  abbiano 
avuto  origine  nelle  menti  degli  uomini  le  divinità  del  paga- 
nesimo, da  ciò  che  trovasi  registrato  in  Erodoto,  in  Dlodoro 
Siculo,  ed  in  altri  scrittori  di  memorie  antichissime,  pare  po- 
tersi con  molta  verosimiglianza  stabilire  che  dentro  quel  tempo 
nacquero  nell'Asia,  e  nell'Egitto  i  nomi  di  Belo,  di  Ammone, 
d'Osiride,  d'Iside,  e  con  loro  i  principi  di  quella  religione, 
che    gli    onorava    di    culto    *4'    Egli    è    vero   che    negli     annali 


"i  Opera  citata. 

*3  Opera  citata. 

*3  Storia  dell'arti  ,  voi.   r. 

*4  II  Dupuis,  e  dopo  lui  il  Volney  fomlati  sopra  osservazioni  astronomidlie 
danno  all'  origine  del  sistema  iTiitologieo  ,  che  incominciò  dal  ciclo  un'anticliità 
di  gran  lunga  più  remola,  e  ne  pongono  i  principi  circa  17000  anni  addietro. 
Pare  a  noi ,  clie  le  ra^^ioni  su  cui  s'  appoggia  quella  loro  opinione  abbisognino  di 
più   certe,   e  più  valide  prove  («). 

(a)  Questi  due  scrittori  Dupuis  e  Volney,  seguaci  e  discepoli  della  scuola  irrt'- 
ligiosa  del  secolo   XVlll,   uauno  abu^ulo    di  una  sUiivoila    e    indigesta  ciu.U- 


219 

de' Cinesi,  degli  Indiani,  degli  Egiziani  sì  rinvengono  memo- 
rie, e  nomi  di  Dei  anteriori,  per  quello  che  ei  ne  dicono, 
di  più  raigliaja  d'  anni  all'  età  sopraccennala.  Ma  bene  osserva 
a  questo  proposito  l'Herder  *i  non  altro  essere  quelle  me- 
morie, eque' nomi,  che  personali  rappresentazioni  d'Elementi, 
tradizioni  cosmogoniche  simboleggiate,  e  finzioni  allegoriche  in- 
torno alla  formazione  dell'universo  ,  e  all'andamento  della  crea- 
zione quando  ancora  mancava  sulla  terra  la  spezie  umana.  Per- 
lochè  tanto  vale  riempiere  tutto  quell'  indeterminato  intervallo 
con  più  o  meno  miglia ja  d'anni,  quanto  col  più  breve  e  più 
semplice  periodo  di  sei  giorni ,  come  fece  Mosè  nella  Genesi. 
A  colali  Divinità  cosmogoniche  appartengono  1'  Èrebo,  la  Notte, 
Amore,  Moto,  Fatica,  Etere  *2,  Kolpla ,  e  più  altre  che 
occorrono  nelle  teogonie,  e  le  montagne  avute  in  conto  d'esseri 
divini  da' Cinesi,  e  da  altri  popoli  dell'Asia  centrale  *3. 

Stabilita  in  quanto  al  tempo  1'  origine  delle  Divinità  mitolo- 
giche ,  è  da  vedersi  ora  come  elle  nascessero  a  mano  a  mano,  da 
quali  giudizi,  illusioni,  e  principi  della  natura  umana  fossero 
esse  prodotte.  Noi  pensiamo  col  Cousln,  che  l'uomo  non  ha 
potuto  dapprincipio  distinguere  nettamente  la  sostanza  pura  ed 
assoluta ,  Iddio.  Egli  s'arrestò  in  sulle  prime  ai  fenomeni ,  agli 
oggetti  creati,  alle  cause  naturali,  e  come  vedeva  prodursi  da 
queste  effetti  vari  e  maravigliosi,  egli  le  immaginò  come  esseri 
dotati  d'  intelligenza  e  di  libertà ,  e  superiori  alla  sua  natura. 
Tra  i  fenomeni  naturali,  quelli  che  dovettero  sopra  ogni  altro 
generar  meraviglia  nell'uomo,  e  più  profondamente  impressio- 
narlo, furono  i  celesti.  Ond' è  che  dal  cielo,  e  dagli  astri  con- 
cepiti siccome  esseri  intelligenti  e  divini   incomincia   la   lunga 


zione  per  combattere  con  paradossi  le  verità  prime  e  fondamentali  della  re- 
ligione. Ma  caduta  quella  scuola  ,  anch'  essi  sono  caduti  dal  seggio  di  falsa 
gloria,  ov'  erano  ascesi.  Mercè  la  buona  fede  e  i  gravissimi  studi  di  molli  sa- 
pienti europei ,  particolarmente  inglesi  e  tedeschi ,  oggi  la  storia  de'  popoli 
asiatici,  de'  loro  culti  e  della  loro  mitologia  si  fa  lume  e  sostegno  alle  sacre 
tradizioni  e  ai  racconti  di  Mosè  e  di  altri  ispirati  scrittori. 

*i  Idées  sur  la  philosophie  de  l'iiistoire  de  l'humanité. 
*i  Cic.   De  natura   Dcorum  ,   Lili.   III.  N."    17. 
"3  Herder  opera  citata. 


220 

serie  delle  Divinità  mitologiche.  Il  sole  e  la  luna  clie  apparivano 
per  i  loro  effetti  i  ministri  maggiori  della  natura  ottennero  tra 
quelli  principal  culto  :  e  furono  loro  tributati  onori  divini  sotto 
differenti  nomi,  e  con  diversi  riti^  i  quali  elegantemente  anno- 
verò e  descrisse  il  Foscolo  *i.  Antichissime  divinità  rappre- 
sentanti il  sole  erano  presso  gli  Assiri,  i  Caldei,  i  Fenici  Bai, 
Bel-Adad  il  supremo,  l'unico  *2  (  da  Bel  derivò  forse  il  greco 
vocabolo  Ì^Xiog  sole  ),  Alagabalo,  Moloch,  Melkarth:  altre  rap- 
presentanti la  luna,  Urania,  Militta ,  Astarte,  Derceto  ,  Ater- 
gatis  ,  ecc.  Il  sole  e  la  luna  erano  reggitori  della  vita;  quello 
le  dava  il  sentire  ,  questa  il  crescere.  A  Bel-Adad  sole  teneva 
dietro  presso  i  Caldei  una  lunga  serie  di  Belim,  ne'  quali  era 
venerata  la  schiera  de'  corpi  celesti ,  Bei-Saturno ,  Bei-Marte 
Deità  nocenti  e  maligne,  Bei-Giove,  Venei'e  Deità  benifiche, 
Mercurio  ora  buono ,  ora  malvagio  secondo  gli  aspetti.  Tra 
queste  Deità  il  sole ,  Saturno  e  Marte  erano  maschie,  la  luna 
e  Venere  femmine;  Mercurio  Ermafrodito.  Le  Divinità  andro- 
gine o  maschifemmine  dotate  insieme  della  forza  attiva  che  fe- 
conda e  genera,  e  della  forza  passiva  che  concepe  e  figlia  sono 
frequenti  nelle  religioni  antiche  e  sorgenti  di  molti  miti.  11  culto 
dei  Belim  si  allargò  nella  Siria  _,  in  Canaan  ,  nella  Fenicia  e 
nelle  sue  colonie,  siccome  ne  fan  fede  i  nomi  di  Baal-Berjth , 
Baal-Hammon  ,  Beel-Zebub  ecc.  ,  che  occorrono  nelle  memo- 
rie rimaste  di  que'  paesi.  Le  Divinità  planetarie  soprammento- 
vate  avevano  templi  e  simulacri  di  forma,  e  di  colore  appropriati 
a  ciascuna  di  loro,  e  propri  sagrifìzj  e  riti  per  evocarle,  ed 
ottenerne  il  dono  della  profezia.  Nelle  vicinanze  di  que'  templi 
abitavano  classi  di  persone  differenti  tra  di  loio  per  ulìlcio  o 
per  arti,  su  cui  aveva  particolar  domìnio  questa  o  quell' altra 
Deità  planetaria.  Così  per  caso  d'  esempio  vicino  al  tempio  di 
Saturno  avevano  loro  abitazione  gli  agricoltori,  i  matematici, 
gli  astrologi,  perchè  sopra  questi  dominava  Saturno:  vicino  al 
tempio  di  Venere  abitavano  le  donne,  i  potti,  i  pittori,  i  mu- 
sici, gli  scultori;  perocché  la  beltà,   l'amore,  il  canto,    il  di- 


*i  Dtìll' origine  e  dell'ufficio  della  letteratura. 

*2  Gòrres.  Mylhen  —  Gcschichle  dev  asiatischen  Welt. 


^21 

letto  stavano  sotto  il  domìnio  di  quella  stella  G  a  rara  aggi  ante 
di  luce  amorosa  e  soave.  Propinquo  al  tempio  di  Giove  erano 
i  giudici  ,  i  magistrati ,  i  dotti  di  scienze  religiose  sottoposti 
alla  dominazione  di  quel  pianeta. 

Al  culto  degli  astri  si  riferivano  le  dottrine  ,  che  ZorOastre 
raccolse  dalle  antiche  tradizioni  Mede  e  Persiane ,  e  ordinò 
X»el  Zend-Avesta.  Ormuzd  re  della  luce  ,  Demiurgo  o  creatore 
rappresentava  forse  in  tutto  quel  sistema  il  sole  ,  considerato 
come  Demiurgo  nelle  dottrine  orientali.  I  sette  Amsaspandi 
dei  due  sessi  di  cui  era  capo  Ormuzd  stesso  erano  imagine 
de' pianeti,  ed  altre  stelle  minori,  o  geni  celesti  di  più  basso 
ordine  erano  figurati  ne'  ventotto  Izedi  ,  tra'  quali  primo  era 
Mithra  ,  e  nell'innumerevole  quantità  di  Feruer,  i  quali  spar- 
titameiite  presiedevano  ai  corpi  celesti  ed  a  tutti  gli  oggetti 
del  creato.  Gli  Amsaspandi  attorniavano  il  trono  di  Ormuzd, 
ed  erano  suoi  principali  ministri  ,  l'altra  schiera  di  Geni  cele- 
sti ubbidiva  agli  ordini  del  re  della  luce  ,  e  tutti  insieme  com- 
battevano Ahrlman  re  delle  tenebre,  autor  d'ogni  male,  e  i 
Dew  suoi  ministri,  Geui  malvagi  e  rei,  nemici  dell'universo. 
Tutto  questo  sistema  del  rlformator  Persiano  è  a  dir  vero  molto 
più  sottile  e  meditato ,  che  le  prime  speculazioni  e  dottrine 
degli  Egiziani  e  de' Caldei.  Ma  sebbene  ei  s'accomodi  a  più  ri- 
sguardi, e  possa  venir  diversamente  considerato  come  cronolo- 
gico, astronomico,  fisico,  geografico,  storico  e  filosofico,  de- 
riva pur  nondimeno  dalla  contemplazione  del  cielo,  e  dal  culto 
degli  astri.  Il  sistema  del  Zend-Avesta  parve  ad  alcuni  un' ima- 
gine dell'ordine  politico  di  uu  impero  d'Oriente,  e  come  tale 
lo  risguardarono  1'  Heeren  *i  ,  e  1'  Herder  *2.  Nò  il  pensiero 
de' due  illustri  germani  è  al  tutto  alieno  dalla  verità  5  perocché 
siccome  osserva  il  Volney*3,  usavano  spesso  gli  antichi  di  ri- 
trarre nella  gerarchia  delle  divinità  sideree  gli  ordini ,  e  le  ge- 
rarchle civili.  E  consideravano  re  il  sole  ,  la  luna  regina  ,  mi- 
nistri 1  pianeti  ,  esercito   d'  eroi  la  moltitudine  delle  stelle.  Di 

*i  Idecu  iiber  die  Politik,    deu  Verkelir   und   den    Kandel   dcr   vornehmsten 
Vòlkci-  del-  altea  VVelt— Pcrscr. 
*i  Opera  citata. 
"3  Le  lo^iue  Oisia  lucJii.ixioae  sulle  rivoliiiioni  dcgl'  Imperi. 


222 

qui  è  nato,  che  molle  operazioni  degli  astri  ,  e  soprattutto  del 
sole  furono  figurate  nella  mitologia  siccome  azioni  di  re  o  d'eroi , 
ed  attribuite  ad  Osiride ,  a  Bacco ,  ad  Ercole.  La  schiatta  dei 
Belidi  aveva  presso  i  Caldei  nome  comune  coi  corpi  celesti, 
che  essi  veneravano.  Spesso  nell'  Oriente  le  dinastie  storiche 
sono  confuse  colle  dinastie  di  stelle  ;  e  pensa  il  Creuzer  *  i , 
che  tutto  ciò  che  è  narrato  dei  re  della  Colchide,  Iperione, 
Elios,  Selene  ,  Eos ,  Aete ,  Circe ,  Medea  s'abbia  a  riferire  alla 
religione  del  sole  e  della  luna  j  e  che  nella  casa  regnante 
della  Colchide  fosse  posta  la  schiatta  del  sole  sulla  terra  5  per- 
chè quel  paese  fu  lungamente  tenuto  dai  Greci  come  l'ultimo 
confine  d'  Oriente. 

Mithra  ,  il  quale,  come  più  sopra  è  detto,  fu  dapprincipio 
non  altro  che  il  primo  degli  Izedi ,  venne  poscia  invocato  come 
sole ,  e  il  suo  culto  oscurò  coll'andar  del  tempo  quello  d'  Or- 
muzd.  Il  culto  delle  divinità  secondarie ,  siccome  osserva  il 
Matter  *2 ,  soverchiò  sovente  quello  degli  Iddìi  di  prim'  or- 
dine. La  religione  di  Schiva  e  Vischnou  superò  nell'  India 
quella  di  Brama;  il  culto  di  Serapis  vinse  più  tardi  quello  di 
Osiride  in  Egitto.  Tutte  piene  di  simboli  erano  le  dottrine  e 
le  cerimonie  della  religion  di  Mithra.  Nel  toro  percosso  ed 
aperto  da  Mithra  (il  sole  nel  Toro),  nel  sangue,  che  n'esce  a 
fecondar  la  terra ,  nello  scorpione  che  il  morde  ,  nel  cane  che 
osserva  il  toro  morente,  e  predice  il  suo  rinascimento,  e  la 
sua  vita  novella  (  di  che  il  condur  che  facevano  i  Persiani  di- 
nanzi al  morente  un  cane  ,  simbolo  consolatore  della  sperata 
immortalità),  erano  figurate  nozioni  astronomiche,  fisiche  e 
morali.  Con  Mithra  sole  aveva  culto  solenne  nella  Persia  Mi- 
tra, o  Mader  luna,  ed  appare  da  un  passo  di  Erodoto  *3  , 
che  fosse  questa  in  Persia  in  maggior  venerazione  ,  che  quello. 
Dall'  Oriente  la  religione  di  ]Milhra  si  difi'iise  ampiamente  presso 
i  popoli  occidentali  ,  e  si  celebrava  in  RoQia  al  tempo  degli 
imperatori  con  maravigUosa  solennità  di  liti  e  di  misteri  strani , 


*!   Opera  citata. 

*•.>,  Hisloii'e  ciitif{U(;  du  giiOblicisaic, 

*3  Vii.  3;. 


225 

a  dir  vero,  in  apparenza,  ma  aventi  relazione  al  culto  del 
sole  ed  al  destino  delle  anime.  Sette  gradi  v'  aveva  d' iniziati 
ne'  misteri  di  Mithra.  Il  primo  grado  si  chiamava  de'  combat- 
tenti. Nel  secondo  chiamavansi  leoni  gli  uomini  ,  iene  le  don- 
ne. Il  terzo  grado  comprendeva  i  corvi  ecc.  Nelle  religioni  an- 
tiche niuna  cosa  era  riputata  vile  purché  fosse  significativa  ed 
assai  più  che  alla  dignità  si  mirava  all'  espressione.  Il  di  26  di 
dicembre  era  celebrato  in  Roma  il  dies  natalis   solis   iiwicti. 

Neil'  Egitto  la  più  gran  parte  del  culto  religioso  era  rivolto 
al  sole  ,  alla  luna  ,  ed  agli  astri  ;  e  si  può  dire  che  in  nessun 
altro  luog^o  fosse  così  feconda  di  miti  e  di  simboli  quella  re- 
ligione. Le  più  grandi  divinità  egiziane,  Ammone  ,  Osiride 
figuravano  il  sole,  Iside  la  luna.  Questa  aveva  ncll'  Egitto  mag- 
gior culto  ,  che  tutte  le  altre  divinità,  forse  perchè  veniva  con- 
siderata siccome  madre  delle  rugiade,  le  quali  cadevano  copiose 
la  notte  a  ravvivare  le  riarse  campagne  egiziane  radamente 
bagnate  dalla  pioggia  *i.  Ma  il  sole  veniva  rappresentato 
neir  Egitto  con  più  nomi  secondo  la  sua  posizione  nel  cielo , 
e  la  sua  più  o  meno  efficacia  sulla  terra  ;  e  dopo  il  solstizio 
d'estate  ,  quando  i  suoi  raggi  più  scaldavano  la  terra  era  signi- 
ficato nel  Dio  Horo  barbuto  e  forte  ;  dopo  il  solstizio  d'  in- 
verno ,  quando  era  più  debole  la  sua  virtù  fecondatrice  era 
figurato  nella  Divinità  Harpocrate  zoppicante  *2.  Ad  un  tale 
crescere  e  dicrescer  di  forza  solare  si  riferivano  i  riti  delle 
feste  d'Osiride.  Il  dì  17  del  mese  Egizio  Athyr  (  i3  di  no- 
vembre )  era  il  giorno  della  morte  d' Osiride  ucciso  da  Ti- 
fone. E  incominciavano  allora  nell'Egitto  mesti  riti  e  funebri 
cerimonie,  che  si  continuavano  più  giorni,  durante  i  quali  Iside 
andava  nella  vicina  Fenicia  in  traccia  del  perduto  Osiride.  Il 
dì  7  del  mese  Tybi  (  2  di  gennaio  )  Iside  ritornava  di  Feni- 
cia ,  e  riavuto  lo  sposo  cambiavasi  in  festa  e  in  gioia  il  prete- 
rito lutto.  Il  dì  1 1  del  Tybi  era  nell'  Egitto  solennemente  fe- 
steggiato il  ritrovamento  d'  Osiride.  Il  corso  del  sole  nelle  sue 
diverse  relazioni  colla  terra,   ossia  Tanno  solare  personificato, 

'i  IMiiUuco  do  Iside  (.1  Osiriilc. 

'2  Cicu2i;i-.   Simlijlik   iiiid  SJylhologic   ctc. 


224 

ed  i  cicli  solari  moltiplicarono   sopra  modo  nell'Egitto  le  divi- 
nità, ed  i  simboli. 

Lo  stesso  avvenne  per  rispetto  alla  luna  figurata  con  più 
nomi  secondochè  ella,  o  volgeva  nuova,  o  mostra  vasi  scema, 
o  compievasi  piena  ,  ed  era  detta  Bubaste  la  luna  crescente  , 
la  scopritrice  ,  la  mutatrice  del  volto  ,  Buto  la  colma  luna  ,  le 
quali  Divinità  non  erano  cbe  moltiplicate  rappresentazioni  della 
principal  Dea  Iside  luna,  essendo  costume  degli  orientali  di 
separare  da  una  Divinità  principale  le  sue  proprietà ,  le  sue 
varie  manifestazioni,  i  suoi  attributi  personificandoli,  e  di  riu- 
nirli quindi  di  nuovo  in  una  sola  sostanza  ,•  al  cbe  conviene 
por  mente  per  non  andare  errati  nel  giudicare  le  religioni  anti- 
cbe  *i.  Altra  cagione  del  moltiplicarsi  i  nomi  della  Dea  luua 
fa  il  risguardarla  ora  come  Divinità  benefica  ,  ora  come  nociva, 
e  nemica.  Di  questo  dualismo  di  qualità  buone  e  maligne  o 
riunite  in  un  essere  solo,  o  divise  in  più  sono  piene  le  religioni 
anticbe  d' Oriente.  Iside  Divinità  benefica ,  e  protettrice  era 
alcuna  volta  considerata  come  spaventosa  e  terribile  cagione  di 
mali  soprattutto  alle  donne ,  e  come  tale  veniva  denominata 
Iside  iraconda,  Titrambo  ,  Brimo,  Tliermuthi,  la  quale  aveva 
eziandio  potestà  sugli  estinti,  e  ne  giudicava,  e  puniva  le 
colpe.  Alle  divinità  solari  e  lunari  fu  sovente  data  balia  sopra  il 
regno  de'  morti ,  e  sopra  la  sorte  delle  anime  umane  ]  onde 
Osiride  ed  Iside  dagli  Egiziani,  Mithra  dai  Persiani ,  Dioniso  e 
Proserpina  dai  Greci  furono  preposti  al  governo  delle  anime,  le 
quali  venute  dal  cielo  ad  abitare  dentro  i  corpi  compievano 
quaggiù  peregrine  il  terrestre  viaggio  ,  per  tornare  quindi  finita 
quella  prova  alla  primitiva  loro  sede.  Aneora  Iside  fu  venerata 
dagli  Egiziani  come  imagine  della  terra  produttrice ,  ed  Osiride 
come  Nilo  suo  fecondatole.  Ed  è  qui  da  osservarsi,  die  le  aeità 
planetarie  furono  spesso  intromesse  nel  culto  degli  elementi,  e 
considerate  come  forze  vitali,  e  fecondatrici  della  natura. 

Dal  sin  qui  detto  appare  quanto  dovessero  moltiplicarsi  i 
nomi,  diversificarsi  i  simboli,  ed  il  culto  delle  divinità  solati  e 
lunari,  risguardate  sotto  tanti  e  si  differenti  aspetti.   Al  cbe  si 

*i  Crciucr.  Opera  citala. 


2^ 

aggiunga  che  il  sole  eia  luna  venerali  dapprincipio  senza  simu- 
lacri, che  li  rappresentassero,  vennero  più  tardi  effigiati  prima 
sotto  forma  di  cono,  di  cubo,  di  disco  lucente,  di  colonna, 
poscia  con  sembianza  umana.  Dal  che  seguitò,  che  dimenticata 
appoco  appoco  la  relazione  tra  la  figura  e  il  figurato  ,  vennero 
«ssi  considerati  come  nuovi  Dei,  onorati  con  nuove  maniere  di 
culto  ,  e  si  inventarono  insieme  racconti  e  miti  intorno  alla 
loro  origine,  ed  alla  loro  natura  *i. 

Non  tutti  i  popoli ,  i  quali  veneravano  il  sole  e  la  luna  pre- 
starono culto  eziandio  ai  pianeti  ,  ed  alle  altre  stelle.  Ma  i 
popoli  d'Oriente  tributarono  loro  universalmente  onori  divini; 
e  pare  che  dal  numero  de'  pianeti  tenuti  in  conto  di  Dei  de- 
rivasse la  creduta  santità  del  numero  sette.  Imagini  de'  pianeti 
erano  nell'  Egitto  i  sette  Dei  Cabiri  ,  i  quali  figurati  in  sem- 
bianza di  nani  avevano  loro  seggio  nel  tempio  di  Phta  a  Menii. 
Gli  egiziani  onoravano  di  speziai  culto  la  stella  Anubi ,  detta 
Cane,  Sirio.  Quest'astro  che  nasceva  da  quella  parte,  ond' ha 
sua  sorgente  il  Nilo,  era  annunziatore  all'Egitto  del  dilaga- 
mento di  qviel  fiume  ,  che  rispondeva  appunto  al  sorger  d' Anubi. 
Indi  nacque  il  pensiero  d'  un  Dio  presago  ,  e  gli  si  attribuì  la 
testa  di  cane  animale  dotato  di  molta  virtù  di  sentore.  Alle  do- 
dici costellazioni  del  Zodiaco  preposero  gli  egiziani  dodici  Dei 
maggiori;  alle  trentasei  parti,  in  che  quelle  costellazioni  erano 
da  loro  divise,  presiedevano  trentasei  decani  divinità  inferiori, 
le  quali  avevano  potestà  sugli  uomini ,  e  sulle  cose  create  ;  e  i 
trecento  sessanta  gradi  del  Zodiaco  erano  governati  da  altret- 
tanti Geni  celesti;  moltitudine  oltremodo  grande  di  divinità 
planetarie  e  sideree. 

Nel  sistema  mitologico  de'  Greci  derivato  in  gran  parte  dall' 
Asia  e  dall'  Egitto  tengono  principal  luogo  le  divinità  solari  ; 
lunari,  e  planetarie;  sebbene  i  greci  nel  venerarle  si  dilungas- 
sero alcuna  volta  dalle  nozioni  primitive  ,  ed  intromettessero 
nel  culto  di  quelle  altre  dottrine,  e  credenze.  Apollo  figurava 
nella  Grecia  il  sole,  Apollo-Ismenio  un'incarnazione  <icl  solo; 
Diana,   Venere  celeste,   o    Dea   Madre  ,   Siria   erano  dee  ra[)pre- 

*i   Mciiicr.  Allgijinfiue  ciitisclie  gcicliichte  der  Kclii;ioHi-n. 

i5 


226 

setilanti  la  luna.  Dioniso  o  Bacco  era  eziandio  veneralo  come 
Dio  solare  ,  ed  in  questo  senso  vogliono  essere  interpretati  molti 
miti  ,  clie  a  quel  Dio  si  riferiscono.  In  sul  cominciar  della 
primavera  le  Baccanti  ne  celebravan  le  feste  ,•  i  boschi  del  Gi- 
terone  risuonavano  di  canti  e  d'inni  al  Possente,  al  Liberatore, 
il  quale  rotte  le  catene  della  terra  (  l' infecondità  del  verno  ) 
aveva  novellamente  aperta,  e  fecondata  la  natura  *i.  Imagine 
del  sole  era  forse  anche  dapprincipio  Ercole  ,  e  figura  del  suo 
corso  attraverso  i  dodici  segni  del  Zodiaco  erano  le  dodici  sue 
imprese ,  sebbene  la  fantasia  de'  Greci  e  de'  Romani  abbia  poscia 
mutato  in  tutt'  altra  cosa  quell'  antico  Dio  del  sole  e  dell'anno. 
Molta  parte  de'  riti  usati  nei  misteri  Eleusini  aveva  relazione 
al  culto  del  sole  e  della  luna  ;  figura  di  quello  era  in  quei 
misteri  il  supremo  sacerdote  Jerofante,  di  questa  1' Epibomio. 
I  sette  pianeti  erano  rappresentati  in  Isparta  da  altrettante  co- 
lonne, come  il  sole  in  Delfi  *2  ,  ed  onorati  di  culto  divino. 
Cosi  i  cori  delle  Plejadi  e  delle  Hiadi  figliuole  d'Atlante,  erano 
stelle  nel  seguo  del  toro.  Nel  cielo  ai  pianeti  ed  alle  stelle  fu- 
rono dai  Greci  trasferiti  gli  eroi.  A-lle  stelle  era  raccomandata 
la  memoria  delle  cose  terrestri ,  degli  illustri  fatti ,  degli  utili 
trovati;  dal  che  ebbero  origine  i  nomi  de' segni  celesti  Enioco, 
od  Erittonio,  Ofiuco,  Lira,  Corona,  Boote  ecc.,  onde  sapien- 
temente fu  detto  essere  il  cielo  il  più  antico  de'  libri. 

Originarie  in  gran  parte  dal  culto  Pelasgico  le  antiche  divi- 
nità italiche  erano  esse  pure  solari ,  lunari ,  planetarie.  E  Dio 
solare  era  Giano ,  il  cui  nome  è  da  alcuni  derivato  dall'Eolico 
Zay  vocabolo ,  onde  formossi  Zsvs,  Giove  5  divinità  lunare  Giu- 
none novella,  e  il  Dio  Luno,  fatta  in  questo  nome  Dio  ma- 
schio ,  come  presso  molti  popoli,  la  femmina  Dea  Luna:  e  sim- 
boleggiavano forse  anticamente  il  sole  ,  e  la  luna  gli  Iddii  li- 
ber  e  libera,  Dioniso  e  Proserpina  de'  Greci,  duci  e  presidi  delle 
anime  umane,  reggitori  della  natura. 

Se  la  materia  crescendoci  troppo  traile  mani  non  ci  avesse 
condotti  ad  oltrepassare  i  confini  di  questi  brevi  cenni,  avremmo 


*i   Pausali.    Corinth,   ;, 
'•j.  Pjusan.    III.  -jo. 


227 

potuto  mostrare  come  il  culto  del  sóle  ,  della  luna  ,  e  delle 
stelle  t'osse  sparso  ampiamente  nel  Tibet ,  uclla  Cina  ,  nelT 
India  ,  e  soprattutto  tra  gli  abitatori  dell'  isole  asiatiche  ,•  ori- 
ginando dappertutto  moltiplici  nomi  di  divinità  ,  e  tradizioni  , 
e  miti  accomodati  alla  natura  de' climi,  ed  alla  condizione  dei 
popoli.  Il  culto  delle  stelle  fu  più  universalmente  diffuso,  che 
quello  del  cielo,  al  quale  pur  nondimeno  rendevano  divini 
onori  gli  Arabi,  i  Persiani,  gli  Sciti,  i  Cinesi  ecc. 

L' adorazione  degli  astri  aggiuntovi  il  culto  delle  Deità  della 
luce  ,  dell'  etere  ,  o  fuoco  vivificante  denominate  variamente 
Axiéros-Phta  dagli  Egiziani,  Chrysor  da' Fenici,  Mithra-Mithras 
da' Persiani  ,  Hephaìstos  da' Greci ,  Vesta  dagli  occidentali  *i 
costituiva  il  culto  Sabeo,  il  più  nobile  tra  i  culti  antichi  domi- 
nante per  tutto  l'Oriente.  Templi  consecrati  a  questo  culto 
erano,  secondo  l'opinione  dell'illustre  Silvestro  de  Sacy,  le  pi- 
ramidi. Non  è  da  tacersi  a  questo  proposito  essersi  trovali  uell' 
America  manifesti  vestigi  de' templi,  e  del  culto  del  Sabeismo; 
talché  leggendo  le  descrizioni  che  fa  di  quei  superstiti  monu- 
menti americani  il  celebre  viaggiator  prussiano  D.  Humboldt , 
e  raifroutandole  con  quelle  che  ne  lasciò  Erodoto  de'  templi 
egiziani  e  caldei  sacri  al  Sabeismo,  si  ritrovano  pressoché  le 
stesse. 

Le  cose  da  noi  fin  qui  discorse  non  sono  che  una  picclolis- 
sima  parte  di  quelle  più  che  rimangono  a  dirsi  sopra  così  am- 
pio tema.  Basti  per  ora  ,  se  non  sarà  già  forse  troppo  questo 
primo  saggio  j  giudicheremo  poi  se  s'abbia  o   no  a  continuare. 

*i  Mailer.  Histoirc  dii  giiosticisiiie.  Voi.   i. 

G. 


228 

rlLOLOGIA  Parallèle  dcs  langues  de.  fEìiìxipc  ut  ih:  l'Inde  . 

par  71/.  F.   G.  Eicìdioff,  docLeur  ès-lettres ,  rnenibre  de  la  So- 
cièlé  Asiatique  etc. ,  Paris    i836. 


Articolo  tradotto  dall'originale  francese  del  sig.  Garciu   de  Tassy, 
inserito  nel  Journal  Asiatique.   Aoùt  i8j6. 


La  più  importante  scoperta  della  moderna  fdologia  è  certa- 
meute  quella,  per  cui  l'Europa  ha,  non  senza  stupore,  appreso 
di  dovere  nell'India  cercare  le  origini  delle  sue  lingue,  della  fran- 
cese, russa,  alemanna,  lituanica,  non  altrimenti  che  della  greca, 
Ialina,  e  celtica.  La  fdologia  ci  fa  comprendere  in  un'immensa 
tribù  tutti  quei  numerosi  popoli  ,  i  quali  dal  mar  Indo  si  esten- 
dono sino  all'Atlantico,  e  dall'isola  di  Ceilan  sino  all'Islanda. 
Questa  scienza  ammirabile  è  la  sola  che  può  somministrarci  al- 
cuni indizi  sulle  antiche  emigrazioni  de'  popoli ,  sulle  vicende  ,  e 
sul  movimento  primitivo  delle  nazioni.  La  storia  tace  sopra  que- 
ste gravi  questioni ,  ed  al  fdologi  è  commesso  1'  uffizio  di  dissi- 
pare le  tenebre  onde  sono  coperte.  Essi  difatto ,  soli  possono,  a  ca- 
gion  d'esempio,  mostrarci  ne'  Celti  i  primi  abitatori  venuti  dall' 
interno  dell'Asia,  e  spinti  successivamente  sino  ai  confini  del- 
l'Occidente  5  nei  Germani,  e  di  poi  negli  Slavi,  e  ne' Latini  emi- 
grazioni meno  antiche  :  finalmente  nei  Greci  l'  ultimo  popolo 
che  si  parti  dall'Asia.  La  lingua  sanscrita  è  il  fondamento  di 
queste  indagini  5  essa  è  quasi  scala  comparativa,  la  quale  de- 
termina il  luogo  di  queste  diverse  nazioni  in  quella  gi'ande  emi- 
grazione del  genere  umano.  Cosi  nella  lingua  del  primo  popolo 
summentovato,  ci  fa  vedere  confuse  ed  indefinite  vestigia  del 
primitivo  idioma,  mentre  ce  le  mostra  più  profonde,  ma 
con  varia  gradazione  nelle  altre  ,  e  ci  addita  nel  greco  antico 
una  piìi  perfetta  rassomiglianza  *i. 

*  I  Lo  studio  della  lingua  e  letteratura  sanscrita  è  al  presente  con 
multo  ardore  proseguilo  nelle  piti  colle  coitlrudc   d'  Europa ,  eccel- 


229 

I  letterati  che  coi  loro  lavori  sono  più  specialmente  concorsi 
ad  aprire  questa  novella  via  alle  ricerche  filologiche  ,  sono  iu 
Inghilterra  il  sig.  Wilson,  autore  di  un  utile  vocabolario,  e  di 
belle  traduzioni  5  in  Germania  il  sig.  Bopp ,  i  cui  accuratis- 
simi scritti  hanno  precipuamente  eccitato  allo  studio  del  san- 
scrito i  cultori  della  classica  letteratura  5  in  Francia  il  sig.  Eu- 
genio Burnouf,  il  quale  con  lavori  d'alta  erudizione  ne  ha 
accresciuto  1'  importanza  ,  dimostrando  la  comune  origine  di 
questo  antico  idioma  con  lo  Zend ,  e  col  Pali  *2. 

II  sig.  Eichhoff,  già  noto  per  altri  lavori  giustamente  estimati, 
ha  voluto  esporre  in  un'  opera  speciale  ,  intorno  alle  lingue  di 

tuata  V  Italia,  usa  pur  sempre  di  associarsi  alle  nobili  imprese  dell' 
umano  ingegno.  In  Inghilterra,  in  Germania  ed  in  Francia  dalla 
munificenza  de'  governi  sono  erette  pubbliche  cattedre ,  dalle  quali 
'valentissimi  filologi  schiudono  a  gioventìi  scelta  ed  avida  di  pelle- 
grina erudizione ,  gli  ampj  tesori  per  V  addietro  ignoti  agli  europei 
dell'  antica  letteratura  bramanica ,  e  ad  uno  ad  uno  dispiegano  i 
pregi  di  ipuella  classica  favella  (per  eccellenza  denominata  sanscrita , 
vale  a  dire  perfecta ,  voce  composta  dalla-  preposizione  sam  identica 
col  evv  greco,  e  dal  participio  passivo  critas,  crita,  critam,  che  ha 
il  suo  analogo  nel  latino  cretus,  o  creatus  e  propriamente  significa 
factus),  //  cui  parentado  con  alcune  delle  principali  lingue  europee 
fu  riconosciuto  ed  annunziato  sino  dagli  ultimi  anni  del  passato  se- 
colo ,  primieramente  da  un  letterato  di  Germania ,  Fed.  Kleuker  ; 
di  poi  dal  padre  Paolino  da  S.  Bartolonimeo ,  che  dimoro  piìi  anni 
eonie  missionario  nclV  Lidia,  donde  tornato  a  Roma  con  molti  suoi 
scritti,  provò  la  molta  dottrina  che  avea  delle  lettere  bramaniche ; 
■vedi  l'opuscolo  di  lui,  che  ha  per  titolo  De  latini  sermonis  origine, 
fjusque  cuni  orientalibus  linguis  connexione  ,  Romae  1802,  {questa 
nota,  e  le  seguenti  sono  del  traduttore  F.  £.]. 

*2  /  rapidi  progressi,  che  in  meno  di  un  mezzo  secolo  ha- fatto 
questo  novello  ramo  di  filologia ,  sono  in  gran  parte  dovuti  allo  zelo 
indefesso  dei  dotti  inglesi  sodi  dell'  inslituto  letterario  fondato  in 
Calcutta  nel  Bengallo,  nell'anno  1784,  coli'  allo  scopo  di  ricercare 
la  storia  civile  e  naturale,  le  antichità,  le  arti,  le  scienze  e  la  let- 
teratura dell'Asia,  i  copiosi  frutti  delle  quidi  indagini  vennero  succes- 
sn'amente  esposti  nella  voluminosa-  collezione  delle  Asiatick  Researches. 


230 

Europa,  i  risultali  che  già  da  questi  studi  furono  ricavati,  e 
quelli  dovuti  alle  sue  lunghe  e  faticose  ricerche.  In  questo  qua- 
dro pittorico  le  lingue  chiamate  indo-germaniche  ,  o  meglio 
indo-europee   ci  si   mostrano   come  raggi  divergenti  -  che    tutti 

NeW  indicare  i  nomi  più  illustri  di  que*  letterati ,  non  è  certamente 
da  passarsi  sotto  silenzio  quello  di  J^VUkius ,  la  cui  eccellente  gram- 
matica della  lingua  sanscrita^  e  per  la  ricchezza,  e  per  V ordine 
e  la  chiarezza  del  metodo ,  può  stare  a  fronte  di  qualunque  altra , 
ed  è  a  mio  parere  la  migliore  che  si  possa  consigliare  ad  un  prin- 
cipiante di  studiare ,  quando  questi  non  abbia  l'  opportunità  di  ri- 
correre nei  dubbi  alla  viva  voce  di  un  maestro.  Oltre  alla  gram- 
matica lo  stesso  dottissimo  autore  pubblicò  in  un'  operetta  a  parte 
il  corpo  delle  radici  sanscrite;  poiché  in  questo  la  diligenza  degl' 
Indiani  grammatici  ha  di  gran  lunga  superato  V  empirismo  de'  gram- 
matici greci  6  latini.  Appresso  quelli  il  tema  de'  vocaboli  non  è  ne: 
il  nominativo  pei  nomi,  né  la  prima  persona  del  presente  od  altra 
qualsiasi  pei  verbi;  m.a  per  mezzo  dell'  analisi  spogliando  le  voci 
di  tutti  quegli  aggiunti  che  servono  ad  indicare  le  varie  relazioni 
grammaticali ,  o  a  formare  i  composti ,  ritrovarono  le  nude  primi- 
tive radici,  dalle  quali  come  da  unico  fonte  derivano  e  nomi  e  verbi, 
e  derivativi,  e  composti;  così  per  esempio  nel  latino  la  sillaba  pri- 
mitiva leg  e  la  radice  di  legare,  lectio,  intelligo,  negligo,  lectito  etc, 
am  è  la  radice  di  amo,  amor,  aniicitia  e  simili.  Le  radici  sanscrite 
sono  tutte  monosillabe,  appunto  come  le  greche  e  le  latine;  il  loro 
numero  è  di  circa  due  mila.  La  migliore  e  piìt  recente  opera  che  su 
queste  sia  pubblicata,  è  di  Federico  Rosen,  noto  agli  orientalisti  per 
altri  lavori  filologici  (Radices  sanscritae,  Berolini  iSi'jJ.  Il  vocabo- 
lario di  FFilson  è  da  dirsi  non  solo  utile ,  ma  assolutamente  neces- 
sario per  chi  vuole  acquistare  piena  cognizione  della  lingua  sanscrita  ; 
due  edizioni  ne  sono  già  fatte  dall'  autore  in  Calcutta ,  e  tutte  e  due 
sono  esauste  ,  la  prima  uscì  nel  1 8 1 9 ,  la  seconda  corredata  di  ag- 
giunte è  del  i832,  e  forma  un  grosso  volume  in  4."  di  900  e  piii 
facciate;  neW  autunno  del  i835  un  solo  esemplare  ne  potei  trovare 
vendibile  appresso  i  libraj  di  Parigi  al  prezzo  di  7.00  franchi.  Me- 
ritamente il  sig.  Garcin  de  Tassy  dà  lode  a  Fr.  Bopp  di  avere  co' 
suoi  lavori  filologici  eccitato  maggiormente  allo  studio  del  sanscrito , 
il  quale  mercè  de'  molteplici  scritti  di  lui  è  oggimai  in  Germania 
fatto  comune  ed  agevolato  non  meno  del  greco ,  o  di  qualunque  altra 


231 

partono  dallo  stesso  centro  ,  cioè  dal  sanscrito.  Questo  soggetto 
per  se  stesso  ben  meritevole  del  favore  dei  dotti  è  trattato  eoa 
modo  del  tutto  soddisfacente  nel  libro  del  sig.  EichhofF.  In  una 
dotta  introduzione,  la  quale  forma  la  prima  parte  dell'  opera  , 
l'autore  discorre  con  rapidità  la  formazione  delle  lingue  ,  e  la 
loro  divisione  per  famiglie  ,  o  sieno  groppi.  In  questo  ,  come 
in  tutta  l'opera  generalmente,  l'esattezza  delle  cose  è  accoppiata 
ad  elegante  e  pura  dicitura;  sono  tuttavia  e  qui,  e  nelle  altre 
parti  del  libro  alcune  asserzioni  soggette  a  contestazione  ;  né  è 
maraviglia ,  che  in  un  gran  volume  in  4-'^  di  5oo  facciate  ,    si 

classica  lingua.  Gli  scritti  del  professore  Bopp^  che  in  Germania 
si  possono  dagli  studiosi  procacciare  con  tenue  spesa  (il  che  non  si 
può  dire  degl'  inglesi J  formano  essi  soli  quasi  una  piccola  libreria , 
con  cui  si  pub  da  chi  è  men  facoltoso ,  senz'  altro  sussidio ,  piti  che 
mediocremente  conseguire  la  cognizione  di  ijuella  lingua.  Il  primo 
lavoro  che  fece  chiaro  in  Europa  il  nome  di  Bopp  nella  scienza  fi- 
lologica ,  fu  intorno  al  sistema  di  congiugazione  della  lingua  sanscrita 
paragonato  con  quello  della  lingua  greca ,  della  latina ,  della  persiana 
e  della  germanica;  dal  quale  confronto  veniva  a  nuovamente  con- 
fermarsi il  fatto  dell'  antichissima  cognazione  di  tutte  queste  favelle. 
Nel  continente  europeo  dopo  la  grammatica  sanscrita  del  P.  Paolino 
stampata  in  Roma  coi  tipi  della  propaganda  nel  1790,  e  a  dir  vero 
poco  atta  ad  allettare  lo  studioso ,  nissun'  altra  venne  pubblicata , 
prima  che  il  sig.  Bopp  mettesse  mano  alla  sua  ,  che  in  questi  ultimi 
tre  lustri  è  uscita  alla  luce  tre  distinte  volte,  e  sempre  in  tutte  e 
tre  conforma  o  veste  diversa:  la  prima  fu  fatta  in  lingua  tedesca , 
la  seconda  piìi  europea  comparve  in  latino ,  e  la  terza  è  di  bel  nuovo 
uscita  con  abito  nazionale ,  ma  piti  compendiata  della  seconda.  Oltre 
a  queste  tre  grammatiche  V  indefesso  professore ,  per  venire  in  aiuto 
a  coloro  ,  che  non  potessero  procacciarsi  il  vocabolario  del  TVilson, 
ha  compilato  in  un  piccolo  volutile  in  8.°  un  glossario  della  lingua 
sanscrita,  in  cui  si  trovano  tutte  le  radici,  ed  i  vocaboli  dei  varii 
testi  originali  pubblicati  da  lui  medesimo  o  corredati  di  versione, 
0  nudi  e  puri.  Fra  questi  testi  il  pììi  facile ,  ed  accompagnato  da 
traduzione  letterale  latina,  è  il  poema  di  Nalo,  tratto  dal  Mahabharat, 
di  cui  non  è  che  un  episodio ,  secondo  V  indole  tutta  propria  dei 
grandissimi  poemi  dell'  India  ,  nei  quali  invano  tu  cerchi  V  unità 
epica  de'  greci  e  latini. 


232 

trovi  qualche  cosa  inesatta.  Havvcne  una  a  pag.  a3  che  ci  pare 
di  non  dover  lasciare  senza  indicazione.  La  moderna  lingua  in- 
dostana  non  è  altrimenti  nata  dal  sanscrito,  e  dall'arabo  sulle 
rive  dell'Indo,  sì  bene  dall'indica  e  dalla  persiana,  che  era 
quella  dei  conquistatori  musulmani  5  i  vocaboli  arabi  ,  che  in 
gran  copia  si  trovano  nell' indostaua,  vi  sono  stati  inti'odotti 
dalla  persiana.  L'  indica  poi  è  l' idioma  che  nelle  parti  setten- 
trionali dell'India  è  succeduto  al  sanscrito,  quando  questo  è 
caduto  in  disuso.  La  sostanza  è  sanscrita  ,  ma  sonovi  tuttavia 
molte  parole ,  di  cui  non  trovasi  1'  origine  nella  lingua  sacra 
de'  Brama.  Questa  lingua  del  medio  evo  dell'  India  è  pel  san- 
scrito quel  che  l' italiano  è  pel  latino.  Dopo  avere  ordinato  le 
lingue  in  classi ,  il  sig.  Elchhoff  tratta  del  groppo  indo-euro- 
peo, che  forma  il  soggetto  speciale  dell'opera  sua.  Egli  lo  sud- 
divide in  romano,  germanico,  slavone,  e  celtico.  Nella  prima 
suddivisione  sono  comprese  le  lingue  greca  e  latina,  la  romanza, 
la  spagnuola,  la  portughese,  l'italiana,  e  la  francese;  nella 
seconda  suddivisione  è  la  gotica,  tedesca,  alemanna,  olandese, 
svedese,  danese,  inglese;  nella  terza  la  prussiana  ,  lituana,  sla- 
vo na  ,  russa,  serviana,  boema,  polacca;  nella  quarta  la  gaèlica, 
e  la  cimrica  ,  o  della  bassa  Bretagna  '*3. 

*3  Prima  delV  Eìchhoff,  molti  anni  addietro  lo  Schlegel  trattando 
della  lingua  e  letteratura  indiana  a<.'ea  fatto  copiosi  confronti  di 
ijuella  con  la  maggior  parte  delle  lingue  europee,  e  non  solo  dall' 
affinità  grammaticale ,  ma  anche  da  un  vocabolario  scelto  di  parec- 
chie voci  indicanti  le  piìt  necessarie  e  primitive  relazioni  della  so- 
cietà civile  e  domestica ,  avea  dopo  il  lilenker  ed  il  P.  Paolino  piìt 
sopra  citati,  conchiuso  doversi  cjueste  considerare  come  altrettanti 
rami  di  una  medesima  pianta  asiatica,  veneranda  per  la  sua  mi- 
steriosa vetustà.  A.  L.  Chèzy ,  la  cui  perdita ,  non  è  molto ,  ha  pianto 
la  Francia,  profondo  conoscitore  della  lingua  sanscrita,  di  cui  fu  il 
primo  pubblico  professore  nella  capitale  de'  Francesi,  stampando  nel 
1826  /'  episodio  dell'  Y;ijnadattabada  tratto  dal  Ramayana  di  T^al- 
miki,  e  nella  dotta  prefazione,  e  neW  analisi  grammaticale  del  testo  , 
tratto  tratto  ravvicina  le  voci  e  le  forme  indiane  alle  greche  e  latine 
loro  analoghe.  Ma  un'  opera ,  che  sopra  ogni  altra  calza  al  propo- 
sito ^  e  di  parte,  della  quale  si  è  certamente  prevalso  il  sig.  Eichhoff, 


233 

Noi  noa  ci  dimoreremo  nella  classificazione  de'  suoni ,  e  delle 
articolazioni  ,  cioè ,  nella  seconda  parte  dell'  opera  ;  il  tutto  è 
perfettamente  spiegato ,  non  solo  ivi  in  cinquanta  due  facciate, 
ma  eziandio  in  fine  del  volume  in  un  supplemento  di  sedici 
facciate ,  dove  il  sig.  Eichliofr  passa  come  a  rassegna  i  diversi 
alfabeti  delle  principali  lingue  del  mondo.  Per  tutti  egli  usa 
un  modo  uniforme  di  trascrizione,  dal  quale  si  scorge  che  l'al- 
fabeto fondamentale  e  naturale  ,  rappresentato  dove  più,  e  dove 
meno  perfettamente  dalle  diverse  maniere  di  scrittura,  non  è 
composto  di  più  d'  una  cinquantina  di  suoni  semplici,  distinti 
in  modulazioni  ed  in  articolazioni.  Quel  che  più  monta  in  que- 
sta classificazione  de' suoni ,  e  ne  è  quasi  l'epilogo,  è  la  tavola, 
ossia  il  quadro  dello  scambio  delle  lettere ,  in  cui  vedesi  il 
modo ,  con  che  le  vocali  e  consonanti  indiane  sono  rappresen-. 
tate  nelle  lingue  greca,  latina,  gotica,  alemanna,  lituanica  , 
russa,  e  celtica.  Ed  è  cosa  singolare,  che  non  ostante  1'  origine 
indiana  di  tutte  le  lingue  d'Europa,  eccettuata  la  Finnese  e 
la  Basca  ,  il  loro  alfabeto  è,  come  a  tutti  è  noto,  quello  degli 
ebrei  portato  ai  greci  dai  fenicii ,  e  dai  primi  ai  romani  ,  ai 
germani,  ed  agli  slavi. 

La  terza  parte  contiene  il  vocabolario  comparativo.  Il  sig. 
EìchhofF  ha  diviso  le  parole  in  tre  classi,  particelle j  nomi, 
e  verbi ,  e  cosi  è  suddivisa  in  tre  libri.  Siffatta  classificazione 
è  molto  ingegnosa  ;  soltanto   ci  pare  che  malamente   il   signor 

è  la  F^ergleichende  Grammatik,  ossia  grammatica  comparativa  del 
sanscrito  ,  zend ,  greco  ,  latino  ,  littuano ,  slavone ,  gotico  e  tedesco , 
intrapresa  dal  lodato  Bopp  con  zelo  ed  acume  critico  pari  all'im- 
mensa sua  erudizione^  nella  quale  incominciando  dagli  elementi  del- 
l' alfabeto ,  e  proseguendo  per  ciascheduna  parte  del  discorso  viene 
esponendo  le  somiglianze  e  le  differenze,  che  insieme  congiungono , 
e  distinguono  tutte  le  indicate  favelle.  Due  soli  fascicoli  sinora  hanno 
veduto  la  luce  di  questo  erculeo  lavoro,  i  quali  con  ^ÒS  facciate  in 
largo  8.°  conducono  il  lettore  sino  ai  pronomi.  Già  nella  sua  gram- 
matica critica  della  lingua  sanscrita  fi.^  edizione J  avea  egli  get- 
tale con  frequentissimi  confronti  le  basi  di  questa  novella  opera,  la 
quale,  per  l'utile  della  vera  filologia ,  è  da  fare  caldi  voti  che  non 
sia  interrotta  d  mezzo  corso. 


234 

EichhofF  abbia  collocato  i  pronomi  tra  le  particelle ,  e  che 
avrebbe  dovuto  metterli  fra  i  nomi.  Così  hanno  usato  di  fare  i 
grammatici  arabi,  i  quali  non  ammettono  che  queste  tre  parti 
del  discorso.  Ma  ci  pare  che  il  sig.  EichhofF  abbia  fatto  questa 
classificazione  appunto  ,  perchè  nel  sanscrito  e  nelle  lingue  in- 
do-europee gli  avverbi  sono  derivati  dai  pronomi  ,  e  perchè 
così  era  convenevole  di  rinchiudere  queste  parole  in  uno  stesso 
quadro. 

La  classe  de'  nomi  è  quella  in  cui  le  etimologie  sono  mag- 
giormente appariscenti ,  e  come  le  parole  sanscrite  sono  esat- 
tamente rappresentate  con  caratteri  latini  ,  cosi  a  leggere  que- 
sta parte  invitiamo  specialmente  coloro  che  non  conoscono  il 
sanscrito,  e  che  pure  desidererebbono  di  essere  per  loro  stessi 
convinti  intorno  all'  affinità  delle  lingue  d'Europa,  e  dell'India. 
Il  sig.  EichhofF  avrebbe  potuto  rendere  questa  parte  molto  più 
ampia  che  non  ha  fatto  ;  ma  egli  ha  voluto  soltanto  recai-e  i 
vocaboli  dei  nomi  più  famigliari  disposti  con  ordine  ,  che  for- 
mano un  vocabolario  decaglotto  di  massima  importanza.  Nella 
classe  dei  verbi  che  è  la  più  rilevante,  si  vedono  cinquecento 
radici  sanscrite  uscire  di  mezzo  alle  lingue  europee ,  e  formarvi 
un  immenso  numero  di  parole. 

Il  vocabolario  è  seguitato  dalla  grammatica  comparativa,  che 
è  la  quarta  parte ,  la  cui  lettura  ,  come  a  proposito  osserva 
l'autore,  vuol  essere  preceduta  dallo  studio  del  vocabolario; 
perciocché  è  necessario  conoscere  la  sostanza  essenziale  e  per- 
manente dei  vocaboli ,  prima  di  studiarne  le  flessioni ,  e  le  mu- 
tazioni accidentali.  E  questa  parte  è  quella  che  dee  soprattutto 
soddifare  i  filologi.  Il  sig.  EichhofF  in  essa  espone  gli  elementi 
di  declinazione  e  congiugazione  della  famiglia  di  lingue ,  a  cui  è 
destinata  V  opera.  E  una  serie  di  quadri  delle  flessioni  e  ter- 
minazioni delle  parole  nelle  varie  lingue  indo-europee,  e  le 
teoriche  sono  avvalorate  da  esempi  atti  a  farle  meglio  com- 
prendere. Le  osservazioni  sopra  le  declinazioni  e  congiugazioni 
del  greco  e  del  latino  paragonate  con  quelle  del  sanscrito  ,  con- 
tengono di  molte  eccellenti  cose.  Noi  approviamo  in  ispecie  il 
lamento  mosso  dal  sig.  EichhofF  contro  all'  uso  de'  grammatici 
latini ,  i  quali  espongono  le  declinazioni  e  le  congiugazioni  come 


235 

parallele  ,  in  yece  di  collocare  la  terza  declinazione  e  la  terza 
congiugazione  nel  primo  luogo  ,  che  a  quelle  appartiene,  come 
rappresentanti  le  più  semplici  forme,  di  cui  le  altre  non  sono 
che  modificazioni.  Anche  noi ,  come  lui,  siamo  di  parere  che 
nel  prefisso  negativo  greco ,  il  v  è  radicale ,  sebbene  non  si 
conserva  che  davanti  alle  vocali,  e  per  avvalorare  questa  sentenza 
aggiungeremo  che  nella  lingua  indostana  il  n  si  conserva  anche 
davanti  alle  consonanti. 

Senza  contendere  che  in  questa  selva  d' etimologie  non  se 
ne  trovi  alcuna  incerta  o  soggetta  a  contraddizione ,  né  che  non 
vi  abbia  alcune  ripetizioni  per  verità  inevitabili ,  e  quasi  sem- 
pre ntili,  non  dubitiamo  punto  di  affermare,  che  l'opera  del 
sig.  Eichhoff"  è  scritta  fedelmente  e  diligentemente,  e  dimostra 
nel!'  autore  dottrina  soda  e  svariata  ,  e  paziente  sagacità  5  ag- 
giungeremo ancora  ,  che  dee  quest'  opera  riuscire  di  somma  uti- 
lità a  coloro,  che  vogliono  applicar  l'animo  alle  etimologie  ed 
alle  derivazioni,  e  sì  anche  a  coloro,  i  quali  si  studiano  di  scio- 
gliere que' gravi  problemi  storici,  che  tanto  allettano  i  sublimi 
ingegni.  Il  metodo  stesso,  con  cui  l'opera  è  ordinata,  lascia 
che  ciascuno  vi  ritrovi  le  origini  della  lingua  che  maggiormente 
gì'  importi ,  o  segua  a  voler  suo  piuttosto  questa  ,  che  quell'al- 
tra ramificazione.  Può  dispiacere ,  che  il  sig.  Eichhoff"  in  que- 
sto lavoro  comparativo  ,  ai  vocaboli  europei  derivati  dal  san- 
scrito non  abbia  aggiunto  quei  delle  principali  lingue  dell'  In- 
dia stessa  ,  i  quali  vengono  dalla  medesima  sorgente  5  per  esem- 
pio dell'  Indostana ,  della  Maratta ,  della  Bengalese  e  simili.  Da 
cosifatta  riunione  sarebbero  risultati ,  a  mio  credere  ,  due  fatti 
di  tal  rilievo  ,  da  meritare  di  essere  aggiunti  alle  osservazioni 
non  meno  vere ,  che  felicemente  dichiarate  nelle  varie  parti 
dell'  opera  del  sig.  Eichhoff";  voglio  dire  ,  che  sovente  nell'  In- 
dia stessa  le  parole  sanscrite  passando  nelle  lingue  moderne  , 
andarono  soggette  ad  alterazioni  somiglianti  a  quelle  ,  che  si 
osservano  nelle  medesime  parole  delle  lingue  d'  Europa  ,  le 
quali  hanno  comune  origine;  in  secondo  luogo  che  sovente  ezian- 
dio le  alterazioni  sofi'erte  dai  vocaboli  sanscriti  sono  maggiori 
nelle  lingue  nate  dalla  sanscrita,  le  quali  sono  adoprate  nelle 
stesse  contrade  in   cui    questo  idioma  era    in  uso  ,  che  non    in 


236 

quelle  parlate  iu  contrade  discoste    le    migliaja  di    leghe  dalla 
loro  comune  culla. 

Alcuni  esempj  presi  qua  e  là  come  a  caso  comproveranno  le 
nostre  due  asserzioni.  Il  vocabolo  francese  roi  è  lo  stesso  che 
il  bengalese  rae  (  gì'  Inglesi  lo  scrivono  roi  )  e  T  uno  e  l'altro 
è  derivato  dal  sanscrito  rdj.  Il  vocabolo  passereau  (  passer  la- 
tino e  passera  italiano  )  rassomiglia  più  all'  indostan  pakhèrou 
che  al  sanscrito  pakshin  origine  comune  dell'  uno  e  dell'  altro  ^ 
nirpA  e  petra  rassomigliano  più  all'ìndostano  pathar  che  al  san- 
scrito prastara.  Lo  stesso  avviene  della  parola  francese  doublé 
identica  coll'indostana  doubala  (  lat.  duplex^,  derivata  dal  san- 
scrito dyauvài  ;  dell'  avverbio  determinativo  latino  ed  indostano 
ita  formati  ambedue  dal  sanscrito  itlham  5  del  vocabolo  inglese 
coal  (  carbone  )  e  dell'  indostano  coèla  ,  i  quali  derivano  dal 
sanscrito  kokila  5  della  particella  negativa  tedesca  neùi  e  della 
stessa  dakhni  nain  dal  sanscrito  ?iahi  5  del  tedesco  miicke  (  mo- 
sca )  e  dell'  indostano  mahkhi  dal  sanscrito  makshika  5  dell'  ita- 
liano oggi,  che  per  mezzo  del  latino  hodie  deriva  dal  sanscrito 
adia  e  dell'  indostano  dj  che  ha  la  medesima  origine. 

Si  troverà  d'  altra  parte  ,  che  naso  e  nasus  rassomiglia  più 
al  sanscrito  ndsd  che  1'  indostano  ndk  ;  che  piede  (  pes  novq  ) 
rassomiglia  più  al  sanscrito  pdda  che  l' indostano  pdon  5  che 
il  greco  nomi  e  1'  inglese  patii  (  cammino  conf.  il  latino  spa- 
tiurn  )  si  avvicinano  più  al  sanscrito  patha  che  non  l' indostano 
panili  ;  che  il  vocabolo  mélange  (  miscuglio  )  si  accosta  più  al 
sanscrito  mèlana  che  non  1' indostano /m/a/i  5  che  frater  e  più 
ancora  brother  rassomigliano  maggiormente  al  sanscrito  bhratri 
(fratello),  che  1' indostano  blidi -^  che  il  tedesco  brave  e  l'in- 
glese brow  (  sopracciglia  )  sono  più  vicini  al  sanscrito  bhru , 
che  r  indostano  bhawan  j  che  il  latino  ìgnis  è  più  rassomi- 
gliante al  sanscrito  agni  (  fuoco  ),  che  1'  indostano  dg  ]  che  le 
parole  centum  cento  sono  più  vicine  al  sanscrito  sala,  che  l'in- 
dostano  san.  Il  greco  oxxog  occhio  (  lat.  oculus  dal  primitivo 
ocus  )  e  7ipa.Tog  primus  rassomigliano  più  alle  parole  sanscrite 
akshi  e  prathama  che  le  indostane  diikh  e  pahld.  Ma  gli  ad- 
dotti esempj  sono  più  che  valevoli  a  farci  conchiudere  ,  che 
sarebbe  da  desiderarsi  che  il  sig.  EicbliofF,  il  quale  nelF  opera 


257 

sua  ci  ba  dato  pruova  del  laborioso  ed  abile  suo  ingegno  ,  sì 
risolvesse  a  fare  per  le  principali  lingue  dell'  India  ,  ciò  cbe 
egli  ba  fatto  per  quelle  d' Europa.  Noi  vedremmo  allora  in 
questo  nxiovo  lavoro  la  grande  famiglia  dei  popoli  dell'  India 
riunirsi  successivamente  come  in  varii  e  distinti  groppi  ,  dei 
quali  potremmo  distinguere  le  differenze  5  vedremmo  le  loro 
lingue  modificarsi  secondo  le  qualità  de'  luogbi ,  secondo  la  va- 
rietà delle  tribù  ,  e  loro  abitudini  di  guerra  o  di  pace ,  e  per 
tal  modo  ne  verrebbe  novella  luce  alla  storia  di  cotesta  bella 
parte  del  mondo. 

F.    B. 


Nuova  edizione  del  Dizionario  de"  Sinonimi 
della  lingua  italiana  di  Tommaseo. 


Nella  patria  del  Grassi  deve  certamente  tornar  grato  l'an- 
nunzio di  una  nuova  edizione  del  Dizionario  dei  Sinonimi  della 
lingua  italiana  di  Nicolò  Tommaseo.  Quest'  edizione  si  sta  pre- 
parando in  Firenze  per  cura  di  quel  valoroso  e  perseverante 
campione  delle  lettere  italiane  il  Fieusseux.  Egli  promette  di 
darla  compiuta  fra  tutto  il  prossimo  iSSj,  e  nell'odierno  di- 
luvio di  ristampe  così  lentamente  strascinate  o  non  mai  con- 
dotte a  compimento,  siffatta  promessa  non  è  poco.  Ma  sappia- 
mo cbe  il  Vieusseux  è  tal  uomo  ,  che  fatta  una  promessa  la 
mantiene  e  siamo  tranquilli. 

Se  i  bibliofili  non  fossero  già  da  gran  tempo  avvezzi  ad  es- 
sere ingannati  dai  seducenti  annunzii  clic  sogliono  sempre  ac- 
compagnare le  nuove  edizioni ,  soggiungeremmo  cbe  questa  del 
Dizionario  dei  Sinonimi  sarà  corretta  j  in  varie  parti  rifusa  , 
notabilmente  accresciuta  ^  arricchita  dì  molte  aggiunte  _,  ed  a 
nuoi'o  ordine  sottoposta  per  opera  dell'autore.  Ma  anche  per 
questo  rapporto  non  costerà  molti  sforzi  1'  uscire  in  un  atto  sin- 


258 

cero  (li  fede ,  e  quel  che  più  monta  siamo  sicuri  che  la  fede 
non  sarà  delusa. 

Coraggio  dunque  e  sollecitudine,  o  gentili  amatori  del  beli' 
idioma  italiano.  Procacciatevi  questa  nuova  edizione,  che  que- 
sta sarà  r  ultima  a  cui  1'  egregio  autore  coadjuverà.  Ma  la  tri- 
ste parola  non  vi  sgomenti  ,  o  signori.  Il  termine  della  nuova 
edizione  e  dell' ajuto  che  vi  presta  l'autore  non  sarà  il  termine 
né  della  sua  vita  naturale ,  né  della  sua  vita  letteraria.  Chi  di 
noi  tutti  non  si  aspetta  ancora  da  quella  scrulatrice ,  feconda , 
robustissima  mente  del  Tommaseo  più  forti  e  generosi  lavori  ? 
Chi  più  di  lui  conobbe  1'  intimo  nesso  della  filologia  colla  sto- 
ria psicologica  e  civile  dell'  uomo,  chi  più  di  lui  ne  potè  li- 
brare le  disparate  relazioni,  chi,  combinandole,  meglio  improntò 
alla  lingua  italiana  le  legittime  sue  espressioni ,  le  sue  forme 
native?  Cosi  se  nuove  scoperte  di  voci,  nuovi  significati ,  com- 
binazioni nuove  egli  venisse  ancora  facendo ,  l'editore  promette 
di  aggiungerle  al  nuovo  Dizionario  per  via  di  supplimento. 

E  sarà  allora  a  questo  Dizionario  che  dovranno  ricorrere  co- 
loro ,  i  quali  amano  nella  lingua  conoscere  tutte  le  infinite  ana- 
logie e  tutte  le  infinite  differenze  de'  vocaboli,  che  vogliono  po- 
tervi distinguere  tutte  le  fuggevoli  gradazioni  per  cui  essi  pas- 
sarono dal  senso  proprio  al  figurato ,  e  dal  figurato  al  proprio , 
che  bramano  infine  sorprendervi  Je  più  squisite  e  singolari  loro 
significazioni. 

Mentre  dunque  salutiamo  con  giusta  riconoscenza  questa  rin- 
novata fatica  del  Tommaseo ,  ci  ripromettiamo  con  fervida  fi- 
ducia di  avere  ancora  da  lui  opere  di  maggior  polso,  di  quelle 
opere  che  non  solamente  interessano  una  scienza  speciale ,  ma 
l'umanità  tutta  intiera.  Possa  questa  promessa  che  facciamo  a 
noi  stessi  ,  e  che  farà  con  noi  chiunque  abbia  a  petto  il  sapere 
italiano ,  venir  soddisfatta  come  soddisfatte  verranno  le  pro- 
messe dell'  infaticabile  J^ieusseux. 

Frattanto  ci  dorrebbe  prender  commiato  da  questi  due  illu- 
stri italiani  senza  augurare  alla  nuova  edizione  del  Dizionario 
de  Sinonimi  eh'  essi  intraprendono  un  felice  successo  in  Italia 
e  dappertutto.  I  motivi  a  sperarlo  son  molti.  Quanto  al  Pie- 
monte ,  andiamo  particolarmente  persuasi  che  tutti  ne  vorranno 


25d 

arricchire  le  loro  biblioteche ,  poiché  è  cosa  consolante  il  po- 
ter dire  come  anche  qui  con  amore  ognora  crescente  si  coltivi 
la  favella  italiana  ,  e  come  s' introduca  nelle  scritture  non  ha 
guari  ancor  barbare  (lei  foro  ,  e  quanto  se  ne  pregino  gli  atti 
amministrativi,  e  come  l'accento  suo  soave  sia  perfino  pene- 
trato negli  eleganti  gabinetti ,  dove  per  l' addietro  sedevano  sole 
tiranne  le  dilettose  pagine  d' oltramoute. 

Né  ancora  possiamo  negarci  il  conforto  del  sentirsi  fortunata- 
mente arrivati  ad  un'epoca  nella  quale  una  sapiente  libertà  go- 
verna lo  studio  della  lingua,  ed  in  cui  le  burbere  iattanze  della 
Crusca  sono  sopite,  e  le  gare  fra  i  Glassici  ed  i  Romantici 
pajono  accostarsi  ad  un  pacifico  componimento.  Come  difatti  per 
tante  altre  cose  passata  è  pur  la  stagione  di  coloro  che  digiuni 
d' ogni  filosofia  e  privi  d' ogni  studio  archeologico  tacciavano 
di  pedanteria  e  di  oziosa  ed  arida  erudizione  ogni  disquisizione 
filologica.  Questi  insipienti  non  sapevano  che  sarebbe  venuto  il 
giorno  in  cui  si  terrebbe  in  sommo  pregio  qualunque  ricerca 
sulle  radici,  sulle  etimologie,  sulle  sinonimie,  sulle  parentele 
e  sui  misteri  tutti  della  lingua.  Assai  meno  avrebbero  imma- 
ginato che  da  queste  fonti  in  sostanza  zampillar  dovessero  tante 
utili  verità,  tanta  copia  di  cognizioni.  Lode  ai  sommi  che  co- 
operarono a  questo  felice  cangiamento. 

Per  ciò  salirono  in  graxi  fama  i  discor^  dell'  ottimo  Perti- 
cari  che  mostrò  illustre  e  comune  l'italiana  favella  che  da  pria 
si  calunniava  municipale  e  plebea  5  per  ciò  le  prose  del  Monti 
sono  con  tanto  gusto  ricercate,  per  ciò  si  ritornò  allo  studio  se- 
vero dei  classici  maestri  suoi.  Quindi  in  una  età  di  tanto  movi- 
mento scientifico  e  letterario,  che  già  possedè  un  primo  vocabo- 
lario de'  sinonimi  italiani  composto  dall'Ab.  Romani ,  in  cui  il 
diligente  Arrivabene  in  un  altro  suo  vocabolario  trovò  le  fogge 
italiane  ai  termini  d'  uso  ,  in  una  età  finalmente  in  cui  i  mi- 
gliori lessici  d'ogni  maniera  sono  alla  mano  di  tutti,  chi  potrà 
dubitare  che  la  nuova  edizione  di  quello  del  Tommaseo  non 
trovi  dovunque  cortesi  e  non  avare  accoglienze  ?  E  nella  patria 
poi  dell'Alberti,  del  Tagliazucchi ,  del  Caluso  e  del  Napione, 
dove  Grassi  stampò  le  prime  investigazioni  sui  sinonimi  italiani 
«  poi  legò  all'intera  Italia  un  dizionario  militare,  dove  Alfieri 


240 

e  Botta  meditarono  con  sì  copioso  frutto  sulle  bellezze  della 
nostra  lingua,  dove  Manno  compose  la  storia  della  fortuna  delle 
parole  ,  dove  il  Peyron  diede  agli  eruditi  d'  ogni  nazione  il 
suo  dizionario  Copto,  dove  recentemente  li  sigg.  Amò  e  Car- 
bone pubblicarono  un  vocabolario  di  Artiglieria ,  il  Dizionario 
del  Tommaseo  non  giungerà  per  sicuro  a  guisa  di  un  ignoto  o 
non  curato  straniero,  ma  bensì  come  un  fratello  ad  un  patri- 
monio comune. 

Le  quali  celebrità  piemontesi  abbiamo  ora  noi  con  patria 
compiacenza  rammentato  ,  onde  più  forte  nasca  in  tutti  la  cer- 
tezza che  la  nuova  edizione  dell'  annunziato  Dizionario  de'  Si- 
nonimi sarà  per  avere  particolarmente  in  Piemonte  clienti  e 
fortuna. 

S.    B. 


Letteratura  —  Del   seicento  e  del  P.  Gìuglaris 
Squarcio  dì  lezione. 


Ma  questo  seicento,  per  cui  s'intende  il  più  strano 

abuso,  cbe  siasi  mai  fatto  dell'umano  ingegno  in  opera  di  elo- 
quenza; questo  seicento,  del  quale  basta  che  si  dica  che  è  ma- 
culata una  scrittura,  perchè  le  si  ponga  il  suggello  di  una  per- 
petua riprovazione,-  questo  seicento ,  che  ricorda  pur  troppo  un 
tempo  di  deliri  e  d'  ignominie  italiane  5  questo  seicento  ,  dico , 
dovea  esser  conseguenza  inevitabile  della  elegante  vacuità  del  se- 
colo precedente.  Sì,  vera  vacuità;  poiché  se  togliamo  gli  storici 
e  qualche  altro  raro  scrittore,  a  cui  l'importanza  e  la  gravità 
della  materia  toglieva  1'  opportunità  e  il  modo  di  riuscire  va- 
niloqui ,  neir  universale  gli  scrittori  del  cinquecento  ,  que'  nu- 
merosi autori  di  orazioni,  di  novelle,  di  lettere,  di  cicalate, 
quanto  eran  ricchi  di  frasi  ,  tanto  eran  poveri  di  filosofia  , 
quanto  abbondavano  di  buon  gusto,    tanto  difettavan  talor    di 


241 

huon  senso  5  ondechè  trovar  non  seppero  altro  riparo  a  questo 
manco  d'idee,  a  questa  povertà  di  dottrina,  a  questo  ozio, 
per  così  dire  ,  della  facoltà  pensatrice  ,  che  curare  diligente- 
mente la  locuzione,  architettare  ingegnosamente  il  periodo  ,  né 
una  sola  pretermettere  delle  parti  estrinseche  ,  se  cosi  le  posso 
chiamare  ,  dell'eloquenza.  Però  l'ingegno  dello  scrittore  era  in 
una  continua  tortura  per  nobilitare  i  sentimenti  più  vulgarì , 
per  distendere  un'ideuzza  piccina  piccina,  per  accumulare  l'uà 
suir  altro  gli  epiteti,  per  coprire  insounna  con  una  splendida 
veste  una  nudità  ignominiosa.  Ma  scrittori  e  lettori  non  tar- 
darono a  stancarsi  di  questo  perpetuo  artifizio,  che  potea  ce- 
lare il  vuoto  di  quelle  opere,  ma  non  toglierlo,  indugiar  la 
noja  ,  ma  non  impedirla.  Si  conobbe  adunque  la  necessità  di 
cambiar  tuono  ,  e  di  riscuoter  l'attenzione  assopita  da  sì  no- 
jose  eleganze  5  ma  perchè  le  attenzioni  non  possono  esser  ri- 
scosse che  o  dalla  importanza  delle  cose,  o  dall'artifizio  della 
elocuzione,  ecco  perchè  l'ingegno  italiano,  in  mancanza  dì  quelle, 
siasi  gittato  al  lavoro  di  questa  5  eccovi  però  le  antitesi  le  più 
sforzate,  i  traslati  i  più  bizzarri,  gli  assunti  i  più  capricciosi  j 
eccovi  le  orme  del  dì  calcale  dal  più  della  notte j  e  il  sangue, 
che  spiccia  dall' ignudo  corpo  di  S.  Benedetto,  convertirsi  ia 
rose,  che  fanno  corona  al  giglio  della  purità  verginale  *r. 
Così  la  povertà  di  dottrina  ,  che  produsse  la  tersa  inanità  del 
cinquecento,  fa  pur  quella  che  produsse  la  pazza  ampollosità 
del  seicento  ,•  conseguenza  dell'  una  si  fu  la  noja ,  effetto  dell' 
altra  il  ridicolo  5  come  se  non  fosse  del  pari  ingiurioso  alla  ri- 
putazione de'  nostri  scrittori  il  far  ridere,  che  il  far  dormire. 
Ma  ciò  che  rafferma  la  mia  opinione,  che  il  secolo  delle  stra- 
nezze dovea  succedere  alla  età  delle  parole,  e  che  i  pazzi  se- 
centisti doveano  raccoglier  l'eredità  dei  languidi  cinquecenti- 
sti, si  è  l'osservare,  che  la  copia  delle  dottrine  e  la  gravità 
delle  materie  ,  che  campò  nel  cinquecento  gli  storici  e  sì  fatti 
altri  scrittori  dal  riuscir  parolai ,  campò  eziandio  nel  seicento 
81  fatta  generazion  di  scrittori  dall'  essere  stravaganti  ;  del  che 

*i  Esiircssioni  di  due  orazioni  sacre  del  Filtcaja  e  del  Dati,  Accad«BÌci  dell» 
Crusca ,  delle  (juali  »i  era  looc»to  f  wo  prima. 

16 


242 

mi  rendono  testimonianza  il  Davila,  il  Pallavicini,  il  Benti- 
voglio  ,  e  fra  Paolo ,  ne'  quali ,  benché  secentisti  ,  sì  rare  ap- 
pajono  le  orme  ree  di  quel  secolo  ;  e  più  me  la  rende  il  di- 
vino Galilei  e  la  veneranda  sua  scuola ,  che  tutti  intesi  alle 
speculazioni  delle  scienze  matematiche  e  naturali,  non  si  la- 
sciaron  ire  alle  arguzie,  ai  concettini  e  alle  antitesi,  di  cui 
erano  impastati  gli  scrittori  di  quella  età  ,  troppo  inferiori  a 
que'  sommi  non  meno  di  filosofia  che  di  gusto.  Imperciocché 
questo  è  proprio  delle  filosofiche  discipline,  di  disporre  e  av- 
vezzare gì'  intelletti  di  chi  le  studia  e  coltiva  ad  una  cotal  gra- 
vità di  raziocinio  e  proprietà  di  espressione,  che  si  manifesta 
anche  in  ciò  che  non  è  pretta  filosofia  5  perchè  noi  veggiamo 
che  questi  scienziati  (salvo  che  non  siano  rozzi  e  imperiti, 
come  un  Ferracina  ),  quando  si  pongono  a  scrivere  checchessia, 
non  sempre  riusciranno  scrittori  eleganti  e  purgali,  ma  sciittoii 
gravi  e  giudiziosi  riescon  sempre  5  ed  avea  un  beli'  alzare  il 
Baretti  quella  inesorabil  san  frusta,  e  menarla  furiosamente  ad- 
dosso a  un  Beccaria  e  ad  un  Verri,  chiamandoli  iitviiicihiii 
ignoranti  in  opera  di  lingua  j  che  quella  ignoranza  non  gì' im- 
pedì di  riuscire  scrittori  di  tale  proprietà ,  evidenza  ed  cfllca- 
cia  ,  che  valsero  con  le  loro  opere  a  cambiare  le  civili  e  po- 
litiche condizioni  di  molti  Stati  d'Europa-,  il  quale  trioufo 
dalle  azzimate  scritture  de'  retori  non  so  che  siasi  mai  conseguito. 
Ora  se  questa  mia  opinione  :  che  la  inanità  del  cinquecento 
dovea  fare  il  ponte  alle  follie  del  seicento,  è  da  voi  ricevuta, 
io  vorrei  ,  o  cari  giovani  ,  che  da  essa  cavaste  un'  importante 
lezione,  cioè,  che  la  vera  filosofia  è  la  nutrice  della  vera  elo- 
quenza ;  che  il  presidio  di  sane  dottrine,  il  tesoro  di  senti- 
menti e  d'  idee  è  1'  indispensabil  corredo  di  un  lodato  scrit- 
tore ;  e  che  invano  voi  studierete  tutta  la  vostra  vita  uno  scri- 
ver colto  e  corretto,  se  non  saprete  poi  di  che  scrivere;  una 
elegante  vacuità  o  una  stravaganza  ingegnosa,  il  languido  cin- 
quecento o  r  ampolloso  seicento,  eccovi  le  vere  Scilla  e  Ca- 
riddi  ,  a  cui  di  necessità  debbo  rompere  e  naufragare  chiunque 
si  mette  a  navigare  il  gran  mar  delle  lettere  ,  senza  il  viatico 
della  necessaria   dottrina. 

Veduto  da  che  s'ingenerasse  in  parte  quel  fatai    gusto,   che. 


M3 

sigiioieggiù  fra  noi  nel  seicento,  ognuno  può  imiuaginare  quale 
fosse  iu  quo'  tempi  la  coudizione  della  eloquenza  sacra  italiana. 
Essa  fu  misera  per  ogni  rispetto  ;  e  tale,  che  in  leggendo  ora 
gli  oratori  sacri  italiani  di  quella  infelicissima  età,  è  d'uopo 
dar  ragione  al  Fleclner,  il  quale  soleva  cLiamargli  i  suoi  buj- 
Jòiii.  Ma  perchè  in  cotesta  schiera  uiuno  levò  maggior  grido  del 
P.  Luigi  Giuglaris ,  voi  mi  concederete  che  sì  per  questa  ra- 
gione ,  e  sì  per  quella  ch'egli  fu  vostro  connazionale,  io  faccia 
oggi   di  lui  più  distese  parole. 

Nacque  il  Giuglaris  in  ÌN'iz-za,  ed  entrato  fra'  Gesuiti  nel  i()52 
in  età  di  la  anni  ,  insegnò  rettorica  per  dieci  ,  e  mori  in  Mes- 
sina a'  i5  di  novembre  del  i653.  Il  grido  del  suo  ingegno,  sa- 
pere e  virtù  giunse  agli  orecchi  della  Reggente  di  questi  Stati 
Cristina  ,  la  quale  gli  confidò  la  educazione  del  figliuol  suo 
Carlo  Emmanuele  ,•  in  servigio  del  quale  compose  e  pubblicò 
l'opera  intitolata:  Scuola  della  verità  aperta  ai  Principi^  la 
qual  opera  viene  in  confermazione  di  ciò  che  altra  volta  di- 
chiarai da  questo  luogo;  cioè  che  la  letteratura  popolare,  qual 
bi  è  appunto  l'eloquenza  del  pergamo,  ritiene  sempre  del  gu- 
sto della  nazione,  per  quantunque  esso  sia  stravagante  e  cor- 
rotto-, laddove  quella  che  è  deputata  per  le  corti  de' principi 
e  per  le  adunanze  de'  dotti  ,  sa  mantenersi  illesa  da  questi  vizj. 
In  elTetto  la  suddetta  opera,  che  il  P.  Giuglaris  scrisse  per  in- 
struzione  del  suo  augusto  discepolo  ,  è  stesa  ,  per  giudizio  del 
Tiraboschi ,  in  uno  stil  grave,  serio ^  conciso  e  non  senza  ele- 
ganza ,  e  appena  ha  un^  ombra  assai  lieve  dei  vizj  del  secolo  ; 
mentre  che  le  sue  prediche  ne  abbondano  sì  fattamente,  che 
non  1»'  ha  forse  (  è  sempre  il  Tiraboschi  che  parla),  chi  sia  ito 
più  oltre  neW  uso  delle  più  stravaganti  nietajòre  e  da'  pia  rajji- 
nati  concetti. 

Le  prediche,  che  il  Giuglaris  recitò  con  tanto  applauso  del 
suo  vivente  ,  non  vennero  a  luce  che  dopo  la  sua  morte,  e  cosi 
r  Italia  che  non  potè  udire,  potè  almen  leggere  il  suo  Quare- 
simale ,  V  Avv'ento ,  e  una  raccolta  di  Panegirici  e  discorsi  sa- 
cri ,  che  fu  stampata  col  pomposo  titolo  di  Teatro  deli"  elo- 
quenza. E  vero  teatro  diventa  il  pulpito  del  P.  Giuglaris  ,  si 
che  non  v'  ha  buiToutiia  comica ,  che  più  ci  muova  al  riso  di 


244 

qualche  tratto  delle  sue  prediche.  Vuol  egli  fare  il  pauegìricò 
della  sagra  Sindone?  Egli  comincierà  dall' imporre  al  suo  di- 
scorso questo  titolo  :  //  legato  principale  neW  eredità  lasciata 
da  Cristo  in  terra.  Ma  questa  idea  di  legato  sveglia  l' idea  di 
testamento  5  ora  Gesù  Cristo  per  le  leggi  romane  non  potea  te- 
stare ;  non  potea  testare  perchè  premoriva  ad  uno  de'  genitori, 
da' quali  era  slato  mantenuto  allo  studio  della  pazienza y  per- 
chè tornasse  addottorato  con  la  laurea  di  spine  j  non  potea  te- 
stare ,  perchè  era  prodigo  ,  e  tanto  che  per  fargli  stringere  una 
sola  volta  le  mani  ci  vollero  chiodi  e  martelli  ,•  non  potea  te- 
stare finalmente,  perchè  fu  reputato  non  solamente  reo,  ma 
reo  peggiore  de'  ladri.  Ma  consolatevi  ,  o  Torinesi,  che  a  quel 
modo,  che  per  le  leggi  romane  i  figli  di  famiglia  potean  disporre 
de' beni  castrensi,  anche  Gesù  Cristo,  che  combattè  a  questo 
mondo  con  la  perfidia  degli  uomini  e  con  la  malignità  de'  de- 
monj,  potrà  disporre  di  quel  che  raccolse  in  cosi  dura  bat- 
taglia, senza  che  il  suo  testamento  sia  annullato  dal  giudice. 
Ed  eccovi  come  il  Giuglaris  ,  facendola  più  da  legulejo  che  da 
predicatore  ,  abbia  si  curato  a'  Torinesi  il  prezioso  legato  della 
sagra  Sindone,  legato  che  di  quanti  lasciasse  in  questo  basso 
mondo  Gesù  Cristo  ,  egli  dimostra  il  migliore. 

Io  mi  compiaccio  nelle  mie  lezioni  di  fermarmi  su  tutto  ciò 
che  può  aver  relazion  col  Piemonte  ;  e  però  io  mi  fermo  a 
quei  Panegirico,  che  compose  il  Giuglaris  ad  onore  del  Ve- 
scovo di  Saluzzo  ,  il  beato  Giovenale  Anciua  ,•  Giovenale,  per- 
chè giova  a  tutti  ;  Ancina ,  perchè  ancino  da  pescar  a  Dio 
cuori  ,•  ma  questo  ancino  ,  che  è  che  non  è  ,  si  cambia  nel 
nuovo  Trismegisto,  cosi  detto  perchè  tre  volte  grande,  cioè  gran 
letterato,  gran  sacerdote,  gran  vescovo.  Ma  non  si  potea  con- 
venientemente lodare  questo  santo  Vescovo,  senza  lodar  prima 
la  città  che  fu  da  lui  governata;  e  però  eccovi  in  sulle  prime 
linee  dell'esordio  un  solenne  panegirico  di  Saluzzo  ,  quale  non 
si  era  prima  udito,  né  si  udrà  forse  poi;  che  Saluzzo  è  tal 
città  che  chi  la  vide  pur  una  volta  non  ebbe  più  che  invidiare 
le  dolcezze  d'  I metto  alla  Grecia^  le  delizie  di  Pesto  aW Italia  , 
Le  amenità  di  'Tempe  a  Tessaglia ,  la  fecondità  di  Carmelo  alla 
Palestina  j  dice  che  il  Piemonte   è  il  tcntio  delle    sue  azioni, 


245 

il  Monviso  r  obelisco  delle  sue  glorie;  che  i  suoi  cittadini  non 
sanno  mai  più  morire ,  tanto  bene  imparano  a  vìvere  ,•  e  se  ar- 
rivano a  conseguire  cariche,  diventano  il  canone  di  Policleto  de' 
Magistrati  5  e  dice  de'  suoi  antichi  signori,  che  Saluzzo  in  quin- 
dici Marchesi  produsse  al  mondo  U  equivalente  di  mille  eroi. 
Che  se  qualcuno  si  mostrerà  invidioso  di  tanti  elogi  tributali 
a  Saluzzo  ,  si  racconsoli  e  sappia  che  sono  essi  un  nulla  rispetto 
a  quelli  troppo  più  magnitìci  eh'  ei  profuse  alla  capital  del 
Piemonte.  Poiché  dovendo  egli  celebrar  qui  in  Torino  quel  ma- 
raviglioso  fatto,  avvenuto  a' 6  di  giugno  del  i4o3,  per  cui 
l'Ostia  consagrata  si  sviluppò  dalle  mani  di  un  sacrilego  predone 
per  calar  fra  quelle  di  un  venerando  pontefice,  dovendo,  dico, 
il  Giuglaris  con  una  orazion  panegirica  celebrar  questo  fatto, 
per  cui  non  dubitò  di  chiamar  Torino  la  città  del  Santissimo 
Sacramento,  e  impor  questo  titolo  alla  sua  orazion  panegirica, 
egli  incomincia  dal  farci  intendere  non  essere  stata  favorita 
mai  tanto  o  Creta  da  Giove  ,  o  d.a  Giunone  Argo  e  Micena  ^ 
o  Troia  da  Venere  j  o  da  Pallade  Atene ,  quanto  dal  vero  e 
sommo  Dio  fu  Torino.  E  ciò  perchè  e  di  figura  e  di  sito  è  ar- 
chitettato a  modello  della  Gerusalemme  celeste  ,  civitas  in  qua- 
dro posila  etc;  e  perchè  vi  mantiene  presidio  di  soldatesca  ce- 
leste in  tanti  Santi  Tebei,  che  fanno  le  sentinelle  morte  in  più 
posti  ;  perchè  è  collocato  in  modo  che  ad  onta  de'  monti  an- 
che ne'  piedi  loro  gode  le  altezze  (alludendo  al  titolo  à\  Altezza y 
che  recavano  allora  i  Principi  di  Savoia);  perchè  ha  sulle  porte 
r  amenità  de'  giardini  e  le  comodità  de'  deserti ,  abbonda  di 
salvaticine  in  paese  domestico  ;  perchè  i  fumi  che  lo  costeg- 
giano ,  portandogli  dell'  altrui  ,  niente  gli  tolgon  del  suo  j  e  il 
Po  istesso  ,  chtralu^ove  la  pretende  col  mare  j  umile  e  riverente 
a'  di  lui  piedi  scorrendo  ^  né  pur  mutisce,  se  non  per  ringra- 
ziarlo del  passo  ,•  perchè  gli  die  de'  Sovrani,  che  anche  col  nome 
gli  ricordino  Dio,  come  Amedei  ^  altri  glielo  congiungano,,  come 
Emanueli  (  che  in  ebraico  significa  il  Signore  con  noi  ) ,  altri 
l'assicurino  nelle  battaglie ^  come  plitorii  ^  altri  dalla  povertà 
lo  difendano ,  come  Giacinti  ;  perchè  è  popolalo  da  cittadini  sì 
eccellenti  e  virtuosi,  che  hanno  ormai  posto  legge  alle  leggi, 
che  si  son  messi  all'  impresa  di  avvalorar  col  lor  credito  secoli 


24G 

disaccreditali  e  falliti  j  e  che  mentre  o^ni  cosa  scema  e  dimi/nii- 
ice  ,  Twoi'e  ragioìii  di  crescere  somministrano  al  mondo;  e  t\itta 
questo  al  proposito  del  miracolo  del  Sacramento,  per  cui  (dico 
il  Gluglaris  )  contro  ogni  astrologia  fu  veduto  anche  alti  6  di 
giugno  il  Sole  in  Toro.  Per  bene  intendere  il  quale  concetlo 
è  d'  uopo  notare  che  il  Toro  segna  il  mese  di  aprile,  e  che  il 
Granchio  è  quello  che  segna  il  mese  di  giugno,  nel  quale  se- 
guì quel  mirabile  fatto  :  ma  subito  che  per  il  Sole  s*  intende 
l'Ostia  sacrata,  e  per  il  Toi-o  l'augusta  città  di  Torino,  voi 
ben  vedete,  che  non  era  meno  con  tra  l'astrologia,  che  contra 
il  buon  senso  il  dire  che  Jii  veduto  anche  alli  6  di  giugno  il 
Sole  in  Toro. 

Ora  se  dietro  a  questi  miseri  giuochi  d'  ingegno  farneticava 
il  seicento;  se  nel  principio  della  nostra  lingua  e  della  nostra 
letteratura  poche  prediche  s'ebbero  in  volgare,  e  quelle  poche 
tanto  ricche  di  lingua,  quanto  povere  di  eloquenza;  se  il  più 
lodato  predicatore  del  quattrocento ,  che  fu  il  Savonarola  ,  è 
però  disordinato,  ineguale  ed  incolto;  se  il  Musso  ed  il  Pani- 
garola  ,  che  levarono  tanto  grido  nel  classico  cinquecento,  non 
furono  che  inani  retori  ed  eleganti  (  e  spesso  né  pur  eleganti) 
parolai;  se  ciò  lutto  è  vero,  com'è  verissimo,  sarà  egli  vero 
altresì ,  che  sacra  eloquenza  non  debbasi  incontrare  in  questa 
Italia,  che  pur  risuonò  della  voce  eloquentissima  di  un  IMarco 
Tg^ÌO  ?  Sarà  egli  vero  ,  che  la  religione  cattolica  con  lo  splen- 
dor del  suo  culto  ,  con  la  santità  de'  suoi  dogmi  ,  col  terrore 
delle  sue  minaccie  ,  col  balsamo  delle  sue  consolazioni,  colte- 
nero  e  sublime  spettacolo  della  croce,  non  valga  a  suscitare  in 
Italia  quell'oratore,  che  pure  in  altri  tempi  produssero  interessi 
troppo  inferiori  a  quei  deli'  anima  e  del  cielo  ?  Sarà  egli  vero 
che  questa  Italia  ,  la  quale  può  ostentar  con  orgoglio  alle  altre 
•nazioni  una  numerosa  schiera  d'istorici,  di  lirici,  di  epici,  che 
non  temono  di  paragonarsi  con  chicchessia,  non  possa  poi  mo- 
strare ,  non  dirò  molti  ,  ma  uno  ,  un  solo  orator  sacro  ,  che 
sostener  possa  con  laude  un  si  temuto  confronto  ?  Onoratemi 
della  vostra  presenza  nella  ventura  lezione;  e  chi  sa  ,  che  que- 
st'  oratore  tanto  desiderato,  per  consolazion  vostra  e  per  onor 
dell'  Italia  ,  non  ci  riesca  alfin   di  trovarlo  ? 

Pier- Alessandro  Pam  via. 


247 

Della   Commedia  iLaliaua. 


I. 

I  comici  italiani  possono  dividersi  agevolmente  in  due  classi, 
delle  quali  gli  uni  possono  dirsi  antichi  e  popolari  ,  gli  altri 
recenti  o  civili  si  potrebbero  appellare  :  volendo  dire  in  quale 
maniera  diversifichino  fra  di  loro  ,  si  deve  fare  attenta  osser- 
vazione al  metodo  che  si  proposero,  alla  condizione  de'  tempi, 
air  essere  della  letteratura ,  quando  scrissero. 

2. 

I  primi  facendo  capo  da'  Romani ,  avendo  imitate  le  com- 
medie greche ,  attenuti  si  sono  al  modo  di  comporre  usato  dagli 
scrittori  di  quella  nazione  ,  che  a  loro  insegnò  la  letteratura  ci- 
vile ,  e  gli  usi  delle  arti  gentili  ,  eccettuandone  però  con  savio 
accorgimento  1'  aperto  disprezzo  alla  morale  pubblica.  Dico  alla 
morale  pubblica  ,  perchè  sebbene  la  rettitudine  de'  costumi  ia 
esse  non  sia  ,  nondimeno  principalmente  non  si  combattono  i 
dettami  del  giusto  e  dell'  onesto,  siccome  non  ebbe  vergogna  di 
fare  Aristofane  ,  tenuto  maestro  di  poetare  in  siffatto  genere  di 
composizioni.  Di  costui  pessimo  è  l'esempio,  e  non  si  potrebbe 
abbastanza  biasimare,  perciocché  sua  intenzione  è  di  far  ingiuria 
ad  ogni  maniera  di  probità,  insegnata  dal  maggior  savio  dell' 
antichità,  dal  più  virtuoso  cittadino  della  Grecia. 

3. 

Un  altro  vizio  turpissimo  dell'  antico  sceneggiare ,  del  quale 
pure  sono  insozzate  le  romane  commedie ,  trovasi  ne'  viluppi  , 
e  nello  siile  delle  poesie  ,  essendoché  le  turpitudini  della  lasci- 
via intricano  e  disciolgono  il  nodo  delle  stesse  ,  e  ad  ogni  istante 
si  riproducono  con  seducenti  colori,  cosicché  quello  che  più  ab- 
bomincvole  è.  quasi  rendono  dimestico  e  accetto  all'universale, 
adonestandolo  con  le  grazie  dell'espressione,  starebbesi  per  dire 
che  mirano  ad  abituare  gli  animi  a  prender  sollazzo  dalle  tristi- 
zie amorose ,  a  non  averle  a  schifo  per  modo  alcuno. 


248 

4- 

Il  popolo  romano  riponendo  la  maggior  gloria  sua  nella  con- 
quista ,  agognava  li  spettacoli  guerreschi  e  le  raagnificenze  de' 
triouQ  preparati  per  accendere  gli  animi  viemmaggiormente  ad 
operare  altamente  a  prò  della  pati'ia  ,  e  adescare  i  nemici  della 
romana  grandezza  a  partecipare  agli  onori  stupendi  e  alle  pre- 
rogative insigni  che  prodigava  a  guerrieri  invitti.  Dal  che  si  può 
argomentare  che  la  commedia  non  poteva  allignare  laddove  vo- 
leasi  udire  incessantemente  il  canto  della  vittoria,  e  studiavasi 
di  aprire  nuove  vie  alle  ambizioni  fra  il  tumulto  della  plebe  e 
i  maneggi  e  il  broglio  del  senato.  Anzi  riguardando  all'  origine 
del  teatro  comico  romano ,  ed  alla  definizione  della  comme- 
dia ,  e'  si  vede  che  la  rappresentazione  di  notabili  faccende  fra 
mezzane  e  private  persone  ed  anche  volgari,  non  potea  allettare 
una  moltitudine  guerriera  e  feroce  ,  mentre  breve  e  tenue  è  il 
piacere  che  si  ricava  in  vedere  disciogliersi  sul  palco  una  inven- 
zione piacevole  ,  ma  pur  bastante  a  rallegrare  spettatori  ripo- 
sati e  tranquilli,  che  per  alleggerire  il  peso  delle  fatiche  giorna- 
liere di  questo  trastullo  si  contentano.  Pertanto  non  farà  mera- 
viglia se  occorrendo  le  guerre  de'  Cartaginesi ,  sursero  in  Roma 
Plauto  e  Terenzio  a  comporre  sulle  foggie  greche  ,  incerta  cosa 
essendo  tuttavia  qual  parte  prendesse  ogni  maniera  di  persone 
a  questa  spezie  di  poetare ,  e  se  traesse  in  folla  ad  udire  le  nuove 
rappresentanze  con  la  stessa  passione  che  metteva  a  ludi  guer- 
reschi, e  alle  pompe  trionfali.  Egli  sembra  poi  che  le  sporcizie 
inserite  nelle  favole  procedessero  dalla  licenza  militare  che  si- 
gnoreggiava la  nazione,  quando  non  si  voglia  pur  dire  che  gli 
autori  stimolati  dalla  condizione  de'  tempi,  e  dal  guadagno,  ab- 
biano seguito  r  andare  de'  greci  maestri. 

o. 
Dicono  che  per  far  risorgere  una  qualche  ottima  ìnstituzione 
civile,  la  si  deve  tirare  verso  i  suoi  principii.  Questo  detto 
dell'  antica  sapienza  italiana  è  vero  ,  facil  cosa  essendo  di  rior- 
dinarla ,  perchè  certo  e  provato  è  il  fine  proposto  ,  detcrmi- 
nati e  sicuri  i  mezzi  per  conseguirlo,  cosicché  i  fautori  di 
quella  disciplina  ,  purché  e'  vogliano  possono  metterla  in  fiore. 
Ma  per  imprimere  le  molte  dUettazionì  del  bello ,  giungere  a 


249 

gustare  l'ingenuo  candore,  le  grazie  maravigliose  ,  ed  innestarle 
nelle  creazioni  della  mente  ,  non  fa  di  mestieri  il  calcare  lo 
stesso  cammino  ,  avvegnaché  considerato  attentamente  il  ma- 
gistero della  immaginativa  dell'uomo  ,  e'  si  vede  che  questo  ora 
tocca  una  sublimità  felicissima  ,  che  inonda  molte  menti  pri- 
vilegiate dal  cielo ,  ora  si  dilunga  da  tanta  altezza.  Per  il  che 
r  eloquenza  fiera  e  tragica  del  Buonarotti ,  1'  istoriar  di  Pvaf- 
faello,  il  miracoloso  tingere  del  Tiziano  hanno  una  particolare 
e  distinta  virtù  di  bellezza  che  ugualmente  s'  attrae  e  delizia 
i  cuori  sensitivi  e  generosi.  Consegue  da  ciò  che  per  appres- 
sarsi all'  antica  divinità  delle  arti ,  debbasi  contemplare  e  stu- 
diar intensamente  le  ragioni  ,  per  le  quali  si  mantenne  per 
lungo  tempo  1'  andazzo  dell'  età  famosa,  onde  far  rivivere  nel 
mondo  quella  scuola  maravigliosa.  Si  pretende  che  1'  attenta  e 
paziente  investigazione  della  natura  informasse  al  bello  que'  pa- 
dri delle  arti  ,  ciò  può  essere  ,  nondimeno  i  moderni  maravi- 
gliosi  di  studio  in  qualsiasi  arte  imprendano,  sono  lodevoli  per 
r  industria  che  pongono  nelle  imitazioni  sublimi ,  e  infelici 
nella  gloria  delle  invenzioni.  Si'  la  natura  anche  sottilmente 
investigata  ,  non  mostra  sempre  i  suoi  tesori  all'  appassionato 
scrutatore,  direbbesi  che  la  è  schifiltosa,  appena  sorride  a  co- 
lui che  ne  è  appassionato  amatore,  ed  a  coloro  che  la  vagheg- 
giano s'  invola. 

6. 
Il  detto  sinquV  sopra  le  arti  che  abbisognano  del  concetto  e 
del  lavorio  dell'  artefice ,  conduce  ugualmente  a  ragionare  della 
commedia,  la  quale,  siccome  osservossi,  nacque  foggiata  sulle 
vestigie  greche  ,  che  non  mai  trapassò  sia  per  rispetto  alla  in- 
venzione ,  che  per  la  raffinatura  e  squisitezza  degli  ornamenti , 
talché  si  può  dire  che  il  teatro  romano  non  sia  da  riputarsi 
degno  di  offrire  un  eccellente  modo  di  comporre,  presupposto 
essendosi  che  i  tempi  ,  lo  spirito  nazionale  ,  la  nascente  col- 
tura non  davano  a  questo  poetare  un  principio  glorioso,  e  ciò 
sempre  quando  una  cieca  ammirazione  non  stravvolga  il  giu- 
dizio. Ancora  può  con  assai  ragione  credersi  che  fatto  riflesso 
alle  commedie  di  coloro  fra  gl'italiani  che  scrissero  dopo  il  ri- 
sorgimento delle  lettere,  laddovo  tennero  il  metodo  di  sceoeg- 


250 

giare  degli  antichi  autori  e  popolani  ,  si  tnaccliiarono  degli 
stessi  vizii  ,  elle  abbiamo  testé  ripresi.  Clii  lia  letto  le  favole 
del  Macchiavelli  ,  del  Lasca,  del  Faggiuoli,  dell'Aretino,  del 
Bibbiena  ,  dell'  Ariosto  per  tacere  di  tanti  altri  ,  sa  che  cosa 
vogliasi  inferire ,  quali  e  quanti  benefizii  recassero  all'  onore 
dell'  arte,  all'  incivilimento  italiano.  Quella  lettura  ci  riempie 
di  vergogna  e  di  tristezza  ,  e  insegna  a  certi  lodatori  de'  vec- 
chiumi se  r  incivilimento  sia  un  bene  od  un  male.  Brevemente 
coloro  che  al  fai-e  comico  antico  si  accostarono  ,  i"esero  dispi'ez- 
zabile  l'invenzione  comica,  ebbero  uno  scopo  scellerato,  pri- 
varono gli  ingegni  di  un  piacere  onesto  e  proficuo  alle  rette 
usanze  sociali ,  e  la  letteratura  poetica  di  un  ornamento  nobi- 
lissimo. 

7- 
Non  si  vuole  però  con  questo  dire ,  che  la  lettura  de'  co- 
mici antichi  non  sia  gi'anJcmente  giovevole  a  colui  che  voglia 
gustarne  i  frizzi  ,  le  facezie  ,  le  capestrerie  ,  i  motti  arguti , 
avvertire  alle  usanze  private  de' Romani,  por  mente  alle  sva- 
riate maniere  del  bello  comico  che  abbonda  nelle  opere  deli' 
antichità.  Anzi  lo  stile,  il  capriccioso  lavorio  dell'intreccio,  i 
felici  scioglimenti  delle  favole  di  Plauto  allettano  moltissimo, 
e  diversificano  dalle  invenzioni  Terenziane  ,  scritte  con  discorso 
ameno  e  pulito,  con  belle  e  sensate  avvertenze,  ornate  di  con- 
cetti morali  ,  e  queste  sempre  saranno  lodate  in  sino  a  che 
vivrà  l'umana  specie,  essendo  che  in  que' tempi  gli  uomini 
non.  si  amavano  o  ributtavano  con  passioni  diverse  da  quelle 
de'  presenti.  Vero  è  nuUameno  per  tornare  a  due  scrittori  la- 
tini ,  che  il  motteggevole  sceneggiare  di  Plauto  fecondo  di  vi- 
luppi, se  ad  una  viva  pittura  si  suole  assomigliare  ,  nuoce  as- 
solutamente al  costume  ,  non  correggendo  egli  i  vizi  e  i  difetti 
con  far  amare  la  virtù  dedotta  dallo  stesso  nodo  della  comme- 
dia, non  s'addentra  nel  cuore  umano  che  per  svelarne  le  cat- 
tive abitudini.  Da  ciò  segue  ancora,  che  molto  si  dilunghe- 
rebbe dal  vero,  chiunque  per  rispetto  alle  opere  comiche  vo- 
lesse alle  medesime  appropriare  le  forme  dell'  antico  poetare  , 
facendo  insorgere  le  produzioni  del  teatro  greco  imitate  poscia 
da  Romani.   Buoni  documenti    di    ragione   ci   persuadono   della 


251 

vcracilà  di  questa  massima,  sempre  quando  certa  è  la  ragione 
del  bello,  provata  l'utilità,  sicura  la  lode  da  potersi  ottenere, 
mentre  nelle  produzioni  che  principalmente  alla  immaginativa, 
ed  alle  esigenze  del  secolo  sono  richieste,  molte  considerazioni 
parlicolari  devono  indirizzare  la  mente  nel  concepirle  ,  diri- 
gere la  mano  che  le  disegna  e  veste  ,  e  gli  uomini  che  s'  in- 
camminano alla  perfezione  sociale  s'offendono  e  sdegnano  di 
sentirsi  lammentare  le  inezie,  gli  usi  abLandonati,  la  niuna 
osservanza  del  pudore  civile,  le  sfrenate  lussurie  dell'  antico 
loro  vivere  sociale.  Chi  ha  letto  adunque  i  comici  popolani  e 
antichi,  vede  di  leggieri  che  i  parassiti,  i  mezzani  d'amore, 
le  balie  e  ogn'altra  feccia  de'  birboni  che  in  esse  tiene  il  campo 
de' sollazzi  comici,  oltreché  disdicono,  non  devono  per  lo 
meno  riprodursi  ne'  secoli  i  quali  non  comportano  che  si  espon- 
gano al   pubblico  le  abbiette   turpitudini. 

8. 
Non  si  potrebbe  ora  indovinare  la  ragione  per  cui  nella  mag- 
giore floridezza  di  Roma,  mentre  si  ammiravano  i  trionfi  dei 
conquistatori  del  mondo,  i  prodigii  delle  arti  belle,  e  lo  stesso 
Cicerone  facea  sentire  il  divino  affetto  della  eloquenza  ,  quando 
la  greca  filosofia  informava  gli  animi  de'  tanti  dotti  che  ab- 
bellivano la  città  gloriosa  ,  il  teatro  comico  fosse  ridotto  al 
punto  di  meschinità,  che  tranne  poche  invenzioni  imitate  da 
(jreci ,  non  pareggiasse  in  grandezza ,  né  in  originalità  con  le 
altre  Invenzioni  pure  di  diletto,  ed  appena  forse  entri  nel  no- 
vero delle  poesìe  degne  di  Roma.  La  storia  non  indica  se  la 
rappresentazione  delle  commedie  latine  seguisse  al  cospetto  de' 
sommi ,  non  spiega  sino  a  qual  termine  siasi  ridotto  il  gusto 
delle  stesse  comparativamente  al  desiderio  di  quell'  immenso 
popolo  ,  e  se  non  si  avesse  a  temere  di  venir  proverbiati  da- 
gli adoratori  fanatici  di  tutto  ciò  che  romano  è,  direbbesi  che 
era  sconosciuta  a  latini  l'ingenua  varietà  delle  gentili  adunanze, 
ritenendo  sempre  la  vanità  nazionale,  le  discordie  civili,  e  le 
lascivie  militari.  Che  poi  il  teatro  comico  iion  entrasse  a  far 
parte  della  educazione  pubblica  ,  si  può  desumere  dal  non  tro- 
vai'sene  motto  nelle  opere  di  Cicerone  ,  massime  nelle  lettei-e 
famigliari  ,  ed  è  pure  dal  non  essere  in  onore  presso  que'  sta- 


252 

pendi  ingegni  qhe  non  potè  sollevarsi  alla  sublimità ,  e  restò 
sempre  nella  rozzezza  de'  suoi  principiì.  Donde  avvenne  che 
tanto  fu  pregiata  e  si  apprezza  V  innocenza  de'  versi  di  Virgi- 
lio ?  Chi  ci  assicura  che  piacesse  altresì  la  laidezza  de' comici? 
Convien  però  dire  che  il  senso  del  bello  ideale  dei  colti  Ro- 
mani non  fosse  quello  del  popolo  ,  poiché  questo  genere  di  let- 
teratura fu  negletto  ,  non  esercitò  alcun  lodevole  ingegno,  non 
se  ne  trova  menzione  ne'  classici  scrittori. 

9- 
Dalle  ragioni  in  sino  a  qui  discorse  appare  in  qual  giusto 
conto  si  debbono  tenere  i  comici  antichi  e  popolani,  ed  è 
chiaro  che  non  si  possono  addurre  in  esempio  di  comico  scri- 
vere. Infatti  mutati  i  tempi  e  le  idee ,  migliorate  le  scienze  , 
purgati  i  costumi  ,  il  teatro  suole  essere  ed  è  una  scuola  al 
popolo  del  ben  parlare  e  del  rettamente  condursi  visando  nelle 
società,  sottentrò  ancora  alle  pubbliche  feste  per  rallegrare  il 
popolo,  il  quale  come  ognuno  sa,  è  composto  di  distinte  classi, 
le  quali  devono  ugualmente  partecipare  al  diletto  che  se  ne 
ritrae.  Per  il  che  la  commedia  stessa,  onde  allegri  e  fruttifichi 
moralmente,  deve  raggirarsi  fra  persone  distinte  e  popolari, 
onde  abbia  ciascuno  a  riconoscere  i  vizii  ed  i  difetti  della  di- 
stìnta condizione  che  ha  ,  a  fuggire  i  pericoli  che  vi  soprastano  5 
e  dee  per  V  appunto  richiedervisi  una  varietà  e  aggiustatezza 
di  giudizio ,  un  delicato  colorire  di  stile ,  un  interessante  de- 
gradare di  oggetti  e  di  situazioni ,  che  accetto  sia  a  spettatori 
che  traggono  in  folla  a  questo  civile  passatempo.  Questo,  per 
così  dire,  affeziona  alla  lingua  della  patria  ,  abituando  gli  orec- 
chi a  pronunziare  e  rilevare  le  appropriate  finezze  dell'  idioma 
nazionale  ,  giova  a  migliorare  1'  urbanità  che  è  di  gran  mo- 
mento nella  vita  civile  ,  e  di  per  stessa  tende  a  prevenire  molti 
delitti  ,  e  rende  men  nojosa  e  sensitiva  la  differenza  che  passa 
tra  gli  uomini  inciviliti ,  laddove  dimostri  che  i  potenti  pos- 
sono pure  abbisognare  del  povero  virtuoso  ,  e  spesso  i  grandi 
doversi  rammentare  i  funesti  successi  dell'  ambizione  e  della 
superbia.  Ultimo  non  è  a  considerarsi  il  diletto  che  s'apprende 
agli  animi  ,  ingenerando  ne'  medesimi  un  dolce  sollievo  dalle 
fatiche  e  dagli  affanni  della  gigiuata  ,  ed  è  eccellente  l'osserva- 


253 

zìone  dì  un  gran  filosofò  ,  il  quale  pone  per  fondamento  di  un 
governo  saggio  e  politico  la  necessità  di  prolungare  il  più  che 
sia  possible  i  piaceri  morali  pubblici,  acciocché  gli  animi  pos- 
sano fuggii'e  le  suggestioni  della  solitudine,  fatale  sempre  all' 
uomo  socievole  ,  che  la  cerca  per  alleviamento  e  per  la  quale 
poscia  precipita  nella  miseria.  Che  se  gli  eletti  spinti  d'oggidì 
s'affaticano  per  rendere  il  vivere  meno  affannoso  e  più  lieto, 
e  ricevono  da  ciascuno  lodi  e  tenerezze ,  non  minore  esser  deve 
la  riconoscenza  verso  il  gran  padre  della  commedia  moderna 
o  civile  italiana  ,  che  urtar  dovette  con  nna  moltitudine  intol- 
lerante e  vaga  di  strani  e  arditi  concepimenti  ,  onde  disporre 
gli  animi  e  spingerli  a  gustare  i  benefizii  dell'  incivilimento  , 
per  lui  furono  additate  le  norme  e  le  fogge  migliori  del  bello 
comico  che  ci  ricrea. 

IO. 

Ebbe  il  Veneziano  poeta  un  ingegno  immenso  e  stupendo, 
atto  e  disposto  a  profondarsi  nello  studio  delle  umane  affezioni, 
a  spiarne  tutte  le  apparenti  deformità  viziose,  a  svelarne  le 
cagioni  per  diradicarle  ,  e  bene  spesso  con  accidenti  naturalis- 
simi fa  apparire  bella  virtù  ,  anche  quando  il  vizio  scusabile 
rendessero  le  circostanze  della  favola,  sapendosi  che  nella  vita 
spesso  la  facilità  nel  praticare  una  azione  lodevole  dà  l'appicco 
e  quasi  feconda  il  germe  di  un  vizio  opposto  ,  ardua  e  diffi- 
coltosa per  lo  meno  e  sottile  è  questa  maniera  di  inserire  gli 
affetti  e  l'interesse  di'ammatico  ne' personaggi  comici ,  quel  ve- 
lare r  artificio  con  brio  ,  disinvoltura  ,  e  quella  impazienza  di 
non  sapere  a  che  debba  riuscire  il  fine  della  commedia ,  di- 
mostrano la  finezza  e  la  felicissima  industria  dell'  artefice  co- 
mico. Ma  questi  pregi  che  eccellenti  sono,  ed  i  primi  ad  ap- 
prezzarsi in  cosiffatto  genere  di  poesia  ,  non  appagano  intiera- 
mente coloro  che  nelle  comiche  rappresentazioni  vorrebbero 
che  si  avesse  cura  del  ben  morale  del  pubblico,  fossero  derise 
le  leggerezze,  depresse  le  viziose  cortesie,  fulminati  i  capricci 
della  moda ,  mantenuto  il  fior  del  linguaggio  della  nazione  ,  e 
la  dignità  dell'  uomo  virtuoso,  virtù  queste  che  si  desiderano 
nelle  amenità  goldoniane,  non  già  per  difetto  dell'autore,  che 
diede  precetti   e  moòtra    d'essere   impressionato   della   purezza 


254  I 

del  gusto  comico  ;  ma  piuttosto  de'  tempi  i  quali  visse  poco 
fortunati,  e  sempre  perseguitato  dall'avversa  fortuna  ,  dalle  in- 
vidie e  dall'  acerrima  e  spesso  ingiusta  ed  intollerante  bile  del 
Baretti  ,  che  fu  pure  uu  detestabile  esempio  di  maldicenza  let- 
teraria ,  non  ancora  abbastanza  aborrita  dagli   italiani. 

I  I. 
Molti  credono  cbe  oltre  alle  doti  preaccennate  debbano  an- 
cora aver  luogo  nelle  commedie  le  festività  ,  le  risa  incessanti, 
e  certe  disinvolture  de'  giocolieri  ,  biasimando  gli  autori  clic  it; 
banno  bandite  dalle  loro  composizioni  ,  e  recano  per  sostenere 
la  loro  opinione  1'  esempio  del  Goldoni ,  il  quale  con  le  ma- 
schere veneziane  sa  allettare  molte  maniere  di  persone,  ftla  noi 
non  troviamo  vera  questa  supposizione,  perchè  resta  a  provarsi 
se  a  misura  che  la  società  si  ingentilisce  ,  e  1'  uomo  si  abitua 
a  curare  e  lodare  le  opere  lodevoli  ,  siano  sempre  necessarie 
la  frivolezza,  gli  equivoci  dei  nomi,  i  proverbi  del  mercato, 
ovvero  il  diletto  derivi  dalla  condotta  ben  congegnata  della 
commedia,  dalle  situazioni  spontanee  e  importanti,  dalla  va- 
riata e  coerente  pittura  di  tutte  le  persone  che  la  compongono, 
da  certo  ghiotto  di  gentilezza,  di  doveri,  d'usanze,  di  Irizzo 
delicato  che  affezioni  alle  rappresentate  istorie.  Noi  in  questo 
punto  di  letteratura  non  ci  troviamo  compagni  di  pensare  a 
Carlo  Botta,  il  quale  pure  lamenta  che  le  risa  sieno  cessate, 
e  vorrebbe  ricondurci  a  tempi  goldoniani,  a  pantaloni,  ad  ar- 
lecchino ,  che  il  poeta  intruse  nelle  sue  commedie  per  avvez- 
zare gli  animi  a  sentire  i  veri  pregi  del  bello  comico  gradata- 
mente, e  per  non  urtare  di  fronte  le  opinioni  che  dominavano 
nel  teatro  di  que'  tempi  ,•  però  le  sue  memorie,  le  dediche,  lo 
prefazioni  ben  dimostrano  che  ebbe  e  tenne  costante  abborri- 
menlo  a  questa  ciurmaglia  cenciosa,  gradita  per  ell'etto  delle 
circostanze  che  lo  tiranneggiavano,  ma  non  pensò  già  a  larla 
andare  in  cappa  sul  palco,  come  direbbe  il  padre  Cesari.  Vuole 
pure  il  detto  storico  che  per  avere  gli  italiani  bandita  la  croce 
al  dialetto  fiorentino  nelle  commedie,  penino  ad  avere  uno  stiic 
da  ciò,  e  cita  l'esempio  de' Parigini,  i  quali  ammettouvi  esclu- 
sivamente il  loro  dialetto.  Ma  e  Molière  scrisse  in  dialetto  pa- 
rigino le  sue  divine  commedie?  Tuttavolta  se  gli  esempi  fossero 


255 

ragioni.  La  nazione  italiana  deve  pargoleggiare  con  le  frasaccie 
di  mercato  vecchio ,  con  le  insulse  e  goffe  maniere  di  conver- 
sazione, con  le  invereconde  allusioni  a  riti  sacri,  in  somma  ri- 
tornare alle  bestemmie  del  medio  evo  per  far  cosa  grata  a  po- 
cliissimi  razzolatori  de'  vecchiumi?  E  egli  possibile  che  un  so- 
lenne prosatore  possa  ridursi  a  riprodurre  con  diletto  le  prime 
accozzature  delle  idee  ,  le  prime  concordanze  per  dirla  co'  gra- 
maticl?  Cosi  volesse  il  cielo  che  sorgessero  distinti  favoleggia- 
tori comici ,  e  non  fosse  sì  giustamente  deplorata  la  povertà  del 
teatro  italiano,  mentre  chiunc[ue  volesse  soccorrere  a  tanta  mi- 
seria, facilmente  sì  persuaderebbe  che  il  tornar  fra  due  credi, 
il  pigliare  due  colombi  con  una  fava  ,  il  pisciare  in  tanta  neve, 
sono  espressioni  che  fanno  rossore  e  vergogna ,  e  oggidì  non 
meritano  1'  onore  di  una  seria  confutazione. 

12. 

Ma  parlando  di  stile  comico  ,  di  squisita  urbanità  ne'  carat- 
teri di  tutti  i  personaggi  ,  rammentando  la  speciale  moralità 
della  commedia  ,  volendo  accennare  all'  ottimo  conversare  della 
buona  società  ,  chi  vinse  o  si  accostò  per  meglio  dire  alle  opere 
del  Nota  ?  Noi  che  reggiamo  sempre  con  sincera  gioia  dell' 
animo  riprodursi  quelle  sue  eccellenti  rappresentanze  ,  osser- 
viamo che  tutti  gli  spettatori  con  vivo  trasporto  ne  seguono  il 
principio,  l'andamento,  lo  sviluppo.  Giudichino  i  più  perfetti 
neir  arte  ,  se  ad  esse  nuocano  forse  alquanto  le  allusioni  a'  co- 
stumi presenti,  di  per  se  stesse  fuggevoli,  quando  la  vera  com- 
media è  per  passare  alla  posterità  ,  o  se  vi  si  debba  desiderare 
uu  più  accorto  e  profondo  maneggio  delle  umane  passioni,  una 
maggiore  perseveranza  nel  condurre  il  nodo  e  discioglierlo  per 
mezzo  d'  affetti  contrariati  o  succeduti  ,  e  non  già  con  le  so- 
lite necessità  di  convenienza.  Quello  che  non  dobbiamo  preter- 
mettere si  è  che  r  Italia  non  può  abbastanza  ringraziarlo  della 
nuova  commedia  moderna  o  civile,  della  quale  ha  tanto  me- 
ritato dopo  le  riforme  tentate,  e  messe  nella  massima  parte  in 
opra  dal  Goldoni,  il  quale  è  e  deve  essere  il  monarca  della 
commedia  italiana.  Gonchiudereino  che  dopo  avere  notati  con 
quella  accuratezza  che  per  noi  si  è  potuto  maggiore  i  pro- 
riessi  del  teatro  comico  italiano  ,  non  intendiamo  di  affermare 


256 

che  la  commedia  debba  fra  noi  ancora  crearsi,  essendo  questa 
proposizione  del  tutto  ingiusta  ,  mentre  priva  uno  stupendo  in- 
gegno della  gloria  immortale  già  per  esso  imperscrittibile ,  e  fa 
ingiuria  ad  un  preclaro  nostro  concittadino ,  cui  oggidì  non 
può  più  appannarne  la  fama,  né  la  invidia  de' tristi ,  né  le 
infatuazioui  letterarie  dell'  orgoglio  municipale.  Il  secolo  inci- 
vilito e  riconoscente  rispetta  il  merito  ,  odia  le  liti  che  lo  con- 
trastano ,  e  sa  da  lunga  esperienza  che  non  ugualmente  in  tutti 
i  cultori  del  vero  e  del  bello  la  sublimità  si  manifesta. 

G.    E.    Gh.    *  •  * 


Scene  Torinesi  dì  Paolo  Gìndri. 
(  Torino  iSSj.  Presso  Bellatore  librajo  in  Dora  Grossa  ). 


Quest'  anno  embolisroale  del  1837  apparve  per  noi  promet- 
titore di  una  novella  attività  letteraria.  Il  primo  giorno  dell' 
anno  in  sui  canti  della  Capitale  fra  la  schiera  delle  Notifìcanze 
delle  pubbliche  aziende  ,  i  Tlletti  per  incanti ,  le  obblazioni 
di  mancie  per  oggetti  smarriti,  e  gli  avvisi  teatrali,  si  vedevano 
annunziate  a  lettere  d' appigionasi  le  Scene  Torinesi  di  Paolo 
Giudri  ,  e    le  poesie  di   Giorgio  Brlano. 

Scegliamo  la  prima  di  queste  due  strenne  letterarie  per  re- 
galarne un  saggio  ai  nostri  lettori. 

Il  numero  delle  Scene  che  il  sig.  Gindri  ci  rappresenta  non 
è  per  ora  copioso;  esso  è  soltanto  di  tre. 

Veggiamo  nella  prima  una  giovane  sposa  amante  riamata  dallo 
sposo  suo,  che  per  essere  stata  costretta  dallo  suocero  vecchio 
legale,  e  dalla  suocera  inesorabile  pinzochera  a  giurare  di  non 
aver  mai  tradita  la  fede  conjugale,  si  ammala,  languisce  per 
tre  mesi,  vede  perire  il  suo  portato,  muore  ella  stessa;  ed  il 
marito  disperato  fugge  dalla  casa  paterna,  e  scomparisce  per 
sempre. 


257 

Se  da  uà  cauto  la  moralità  di  questo  primo  racconto  è  giu- 
sta e  lodevole  perchè  ci  mostra  come  talvolta  sotto  il  velo  di 
una  farisaica  divozione  possano  nascondersi  le  più  soaturate 
ed  egoistiche  passioni  ,  e  quelle  maniere  che  attossicano  la  con- 
vivenza domestica  5  egli  è  poi  dall'  altra  parte  un  vero  peccato 
che  gli  accidenti  che  conducono  alla  catastrofe,  e  la  catastrofe 
stessa  siano  xipieni-  d'  incoerenze  e  d'  improbabilità. 

Difatti  come  supporre  che  uua  giovine  sposa  forte  della  pro- 
pria coscienza  che  nulla  ha  da  rimproverarle,  forte  dell'amore 
del  proprio  sposo  ,  e  forte  ancora  del  sentimento  per  il  primo 
frutto  del  suo  amore,  siasi  lasciata  sbigollire  da  un  giuramento 
prestato  nella  propria  abitazione ,  alla  sola  presenza  di  due  vec- 
chi imbecilli  (sebbene  nella  forma  solenne  prescritta  proprio 
dalle  RR.  GG.  ),  a  segno  di  ammalarsi  e  di  morire?  Chi  può 
credere  ad  una  conseguenza  sì  luttuosa  dello  aver  giurato  in 
sostanza  uient'  altro  che  la  pura  e  pretta  verità,  cioè  la  pro- 
pria innocenza?  Come  supporre  poi  che  una  nuora  che  aveva 
la  coraggiosa  malizia  di  presentare  alla  riottosa  suocera  la  vita 
della  Beata  Pacifica  ogni  qual  volta  essa  imbizzarriva  ,  sia  poi 
stata  cotanto  timida  da  succombere  all'  impressione  di  quella 
ridicola  funzione  ?  Gome  supporlo  tanto  più  dacché  essendo  la 
stessa  suocera  stata  educata  da  una  zia  ex- monaca  ,  e  ciò  fa- 
cendo ai-guire  che  l'epoca  dell'azione- sia  tutta  recente,  l'edu- 
cazione perciò  della  nuora  avrebbe  naturalmente  dovuto  essere 
assai  meno  passiva  e  superstiziosa  ?  Gome  finalmente  supporre 
eh'  essa  abbia  per  tre  mesi  continui  languita  inferma 

•  «  Come  face  al  uiaucar  dell'  alimento  » 

senza  aver  mai  versato  nel  seno  dello  sposo  che  pur  tanto  amava 
la  confessione  della  patita  violenza  e  dello  spavento  sofferto  ? 
Perchè  ancora  il  confessore  di  lei  il  buon  padre  Anastasio  stette 
tre  mesi  a  saperlo,  e  come  lo  stesso  marito  dovette  aspettare 
ad  indovinarlo  fra  mezzo  ai  delirii  della  morente  ? 

Tutte  queste  già  son  molte,  ma  non  sono  ancor  tutte  le  in- 
verosimiglianze che  si  riscontrano  in  questo  primo  racconto  del 
sig.  Gindri.  Gorac  credere  difatti  che  un  vècchio  legale  che  ci 

^7 


258 

vien  dipinto  tanto  indolente  ed  impassibile  per  lutto  ciò  clie 
non  è  guadagno  e  danaro,  siasi  poi  preso  tanto  a  cuore  il  sup- 
posto traviamento  della  nuora  ?  Uomini  di  tal  pasta  sono  fatti 
per  non  curare  nemmeno  i  reali  traviamenti  delle  proprie  mo- 
gli ,  non  che  alFannarsi  cotanto  per  quelli  immaginarii  delle 
nuore. 

Giù  inquanto  al  complesso  della  novella;  ma  in  quanto  alle 
particolarità  noi  abbiamo  trovato  tioppo  prolisso  e  monotono 
il  dialogo  tra  la  vecchia  sibilla  ed  il  consorte  5  quella  specie 
di  spietato  Giurì  conjugale  tanto  diverso  dagli  ameni  lits  de 
justice  che  leggiamo  descritti  nel  Tristam  Sandj. 

Ma  per  compenso  trovammo  assai  leggiadra  la  dipintura  dei 
divoti  abituati  di  S.  Tommaso  5  se  non  che  ne  parve  che  talvolta 
l'autore  non  collochi  sempre  in  un  sito  conveniente  quei  varii 
ritratti ,  di  cui  va  facendo  raccolta  per  riporli  nelle  sue  più 
grandi  composizioni.  Per  esempio  quel  vecchio  pezzente  causi- 
dico a  cui  il  ventre  divorò  ogni  cosa ,  non  pare  propriamente 
al  suo  posto  appoggiato,  come  il  Gindri  cel  fa,  ad  una  colonna 
della  chiesa  in  ginocchioni  e  col  maggior  raccoglimento ,  mentre 
forse  sarebbe  stato  più.  facile  trovarlo  o  in  una  taverna,  oppure 
sopra  un  scartafaccio  a  fare  la  cabala  per  il  lotto,  ovvero  ad 
aggirarsi  sotto  l'atrio  delle  Gurie  per  raccogliere  i  briccioli  ca- 
denti dagli  epuloni  del  cavillo. 

Il  secondo  racconto  è  distribuito  in  due  scene.  Commovente 
si  è  il  contrasto  eh'  esse  presentano  tra  la  virtù  del  povero  ed 
onesto  artigiano  ,  ed  i  vizj  che  talora  ammorbano  la  gente  che 
vive  in  mezzo  al  lusso  ,   ed  alle  classi  più  agiate  della   società. 

Eccone  l'argomento.  Antonio  ,  giovine  fabbro  ferrajo  ,  fattosi 
soldato  per  disgrazia  d'  amore  e  poi  ottenuto  il  suo  congedo , 
trova  in  città  fra  gli  agj  di  una  vita  colpevole  la  fanciulla  di 
cui  si  era  invaghito.  Lasciata  costei  al  suo  destino  ,  ritorna  al 
natio  villaggio  ,  dove  si  fa  sposo  ad  una  ben  più  savia  fanciulla 
che  malgrado  la  sua  incostanza  e  la  sua  assenza  ,  pure  aveva 
continuato  ad  amarlo  di  un  vero  amore.  Venuto  un  giorno  colla 
sposa  in  città,  incontra  la  traviata  nel  momento  appunto  in  cui 
essa  è  portata  inferma  e  morente  all'  ospedale  di  S.  Giovanni. 
Teneri  e  cordiali  sono  i  colloquii  che  questi   sposi  virtuosi  ten- 


259 

gono  coir  infelice  j  pieno  di  verità  1'  alterco  che  ne  segue  col 
portinajo  dell'  ospizio ,  il  quale  si  mostra  uu  vero  campione 
di  quella  prepotente  baldanza  ,  di  cui  sono  tronfi  soventi  co- 
loro che  nei  pubblici  stabilimenti  e  nelle  case  dei  grandi  oc- 
cupano i  posti  più  vili.  Era  questo  portinajo  un  vero  cerbero 
dell'ospedale,  e  presentava  tutt' altro  che  l'insegna  dello  spi- 
rito di  beneficenza  che  lo  aveva  fondalo. 

Al  terzo  racconto  va  innanzi  uu  quadro  dove  con  bella  vi- 
vacità sono  pennelleggiate  alcune  caricature,  e  tratteggiato  so- 
prattuLto  quel  cupo  contegno  di  malinconia  con  cui  i  begli  spi- 
riti d'oggidì  amano  atteggiarsi  l'ingegno  e  le  sembianze;  osten- 
tando ne'  modi  quell'  aria  di  abbattimento  e  di  sconfitta  nelle 
loro  più  incontentabili  speranze,  come  i  cicisbei  d'  una  volta 
ostentavano  i  trionfi  delle  loro  eroiche  assiduità.  Abbiamo  per 
altro  rilevato  un  piccolo  anacronismo  ijn  questo  quadro,  ed  è 
che  sul  finire  del  secolo  passato ,  epoca  in  cui  succede  il  fatto 
che  qui  si  prende  a  raccontare,  quell'  afi'ettazione  di  mestizia 
non  era  per  anco  1'  andazzo  di  quell'epoca  ,  come  le  celebrità 
del  Moilura  e  di  Donzelli  non  erano  ancor  sorte  sull'orizzonte 
di  Piazza   Castello. 

In  questo  racconto  poi  ci  vengono  descritte  le  peripezie  di 
un  povero  e  difforme  uomo  ,  disgraziato  dal  primo  suo  vagito 
sino  all' ultimo  suo  gemito,  uno  di  quegli  uomini  che  nascono 
e  vivono  per  essere  infelici,  e  di  cui  si  potrebbe  proprio  dire  che 
la  sventura  è  il  loro  pianeta.  Per  altro  molti  consolanti  tratti 
della  generosità  e  virtù  popolana  spiccano  in  questo  quadro.  Al- 
cuni incidenti  occorsi  negli  anni  delle  Petecchie  ,  che  pajono 
scritti  per  quelli  del  Cholura.  Ma  poi  a  questa  vittima  della 
difformità  e  della  miseria  il  sig.  Gindri  non  dona  per  isfogo  le 
bestemmie  della  disperazione,  né  le  iuvettive  contro  l' ingiu- 
stizia del  mondo,  ma  con  più  sano  consiglio  la  circonda  invece 
di  un'aureola  di  rassegnazione  e  di  speranza  nella  Provvidenza. 
Ed  è  questo  un  pregio  notevole  non  solo  di  questa,  ma  di  lultu 
le  altre  Scene  del  Gindri,  che  tanto  le  intenzioni  sue,  come  le 
impressioni  che  lasciano,  sono  tutte  religiose,  morali  ed  istrut- 
tive. Nel  che  riconosciamo  1' effollo  delle  ispirazioni  che  l'au- 
tore ha  ricevuto  da  quel  degno  Ecclesiastico  a  cui  per  affettuosa 
gratitudine  egli  le  ha  dedicata-. 


260 

Prosegua  egli  dunque  nell'  intrapreso  cammino.  Senza  diser- 
tare la  scuola  onde  sì  bene  profitta  di  La-Bruyere,  di  Mercier, 
di  Walter-Scott  e  di  Balzac,  conservi  però  nello  stesso  tempo 
alle  sue  pitture  i  colori  locali,  affinchè  non  pajano  scimiottag- 
gini  straniere  ,  ma  bensì  quadri  originali  coli'  impronta  della 
nazionalità.  Nel  maneggiare  ìe  tinte  usi  con  parsimonia  dell' 
ideale,  e  si  attenga  piuttosto  alla  scliietta  realità.  Fedele  alla  sua 
stessa  sentenza  che  ogni  secolo  ha  i  suoi  tratti j,  e  le  particolari 
sue  tendenze  ,  conservi  ad  ogni  epoca  ,  ad  ogni  generazione  la 
sua  fisouomia,  discerna  la  società  anteriore  alla  rivoluzione  fran- 
cese da  quella  dell'Impero,  e  questa  da  quella  che  sorse  dopo 
la  restaurazione.  Disegni  la  linea  che  distingue  le  varie  classi 
di  questa  società  ,  ne  palesi  gli  screzj  ,  i  pregj ,  i  difetti  e  le 
ridicolaggini.  Ciascuna  casta ,  ciascuna  condizione  ,  ogni  pro- 
fessione abbia  i  suoi  contrassegni,  le  abitudini  ed  il  linguaggio 
suo  proprio  ,  ciascun  individuo  le  sue  fattezze.  Sappia  in  una 
parola  cogliere  sul  fatto  le  varie  modificazioni  del  vivere  sociale. 

Cosi  conservando  uno  stile  purgato  e  spontaneo ,  raddop- 
piando di  studio  e  di  coraggio  ,  e  tenendo  ognor  vivo  quello 
spirito  di  osservazione  di  cui  è  dotato  ,  le  descrizioni  del  sig. 
Gindri  riusciranno,  come  quelle  che  abbiamo  già  lette,  pia- 
cevoli senza  essere  mordaci,  spiritose  senza  essere  maldicenti, 
satiriche  ancora  se  così  si  vuole,  ma  senza  virulenza,  senza 
pettegolezzo. 

Ignorati  consigli  non  sono  certamente  questi  dal  sig.  Gin- 
dri, ma  non  gli  giungeranno  tuttavia  discari  ,  ripetuti  da  chi 
si  aspetta  da  lui  una  raccolta  di  Scene  schiettamente  Torinesi, 
leggiadre  per  diletto  ,  ed  utili  per  ammaestramento  \  ben  di- 
verse insomma  da  quella  scipita  Cocjuette  en  Turin  che  ci  venne 
regalata  1'  anno  scorso. 

S.    B. 


261 
Belle   Arti  —  Lettera  VII. 

RlCEROHE    SUL  BeLLO  MuSICALE 

Carissimo  Amico 

Se  a  voi  fosse  si  nota 

La  divina  incredibile   Bellezza 

Di  eh'  io  ragiono .... 

ILIisnrnta  allegrezza 

Non  avria  il  cor  .... 

Petrarca, 

Era  anticamente  la  Musica  maestra  d'ogni  cviltura  e  civiltà. 
Dopo  la  filosofia  essa  educava  gì'  ingegni  ,  formavagli  a'  bei  co- 
stumi ,  ai  delicati  sentimenti.  Di  qui  è  che  ogni  arte  ingenua, 
e  la  scienza  civile  pur  anche  sotto  il  comun  nome  di  musica 
erano  comprese ,  quasi  fosse  ella  un  fonte  da  cui  ogni  saper 
derivasse,  od  una  metafisica  a  cui  ogni  arte  e  scienza  si  potesse 
ridurre  5  ed  in  questo  significato  debbesi  intendere  quanto  fa- 
volosamente si  narra  di  Orfeo,  di  Chirone,  e  di  Anfione.  Fu 
anche  un  tempo  in  cui  si  congiunse  la  musica  cogli  studj  più 
severi,  colle  più  profonde  speculazioni,  siccome  l'armoniosa 
filosofia  de'  Pitagorici,  e  più  tardi  quella  di  Platone  ci  assicura. 
Ma  perduto  coli'  andar  de'  giorni  molto  di  sì  largo  dominio  , 
trovossi  alla  fine  ridotta  al  piccolo  governo  del  canto,  del  suono, 
e  della  danza  5  cosicché  quella  divina  armonia  che  gli  antichi 
avevano  udita,  e  veduta  pel  gran  teatro  del  mondo  fisico,  e 
morale,  non  più  si  udì  da  noi  che  nello  stretto  circolo  de'  pas- 
satempi. In  tale  e  tanta  ristrettezza  non  è  però  credibile  ,  che 
ella  sia  affatto  degenerata  dalla  sua  natia  virtù,  né  fior  più  abbia 
di  quella  efficacia ,  per  cui  un  giorno  era  tenuta  portentosa. 
Nella  sua  essenza  penso  io  cVie  debba  essere  ancora  quella  d'una 
volta,  benché  negli  effetti  forse  per  la  diversità  de'  tempi,  o 
per  colpa  nostra  non  1'  abbiamo  ancora  sentita.  La  qual  cosa  e 
veramente  degna  di  maraviglia;  perchè  avendo  i  moderni  nelle 
altre  arti  degnamente  continuata  1' opeia  degli  antichi,  ed  es- 
sendo giunti  per  mezzo  di  queste  a  risuscitare  quel  Bello  che 
per  la    barbarie    de'  secoli    era  presso    che    esliuto ,    io    non    so 


262 

come  fatti  non  si  sieno  eguali  sforzi  par  rarvìvarlo  anche  ia 
<£uest'  arte  si  importante.  Vorrem  noi  dire  che  la  musica  no- 
stra non  vi  si  arrenda,  o  che  noi  moderni  non  siamo  da  ciò?... 
Infinite  scuse  si  potrebbono  addurre  per  coprire  la  nostra  o 
impotenza ,  o  ignoranza ,  scuse  le  quali  ne'  tempi  in  cui  la  fi- 
losofia unita  al  buon  gusto  regna  nelle  arti  non  si  sogliono -udire; 
ma  quando  i  pregiudizj,  le  male  mode,  il  cattivo  gusto  han 
corso,  quando  le  arti  son  malmenate,  trovansi  molte  difficoltà, 
e  pretesti  a  scapito  delle  medesime ,  né  conoscendosi  più  la  via 
della  loro  bellezza,  se  ne  mette  ia  dubbio  o  l'importanza,  o 
r  esistenza. 

Perdonatemi,  amico,  questo  preludio,  il  quale  stava  per  mu- 
tarsi in  invettiva  se  non  mi  fossi  ricordato  della  vostra  richiesta 
sul  Bello  musicale.  Forse  non  vi  parrà  inutile  a  quanto  sono 
per  dirvi  intorno  al  propostomi  argomento;  e  Dio  volesse  che 
m'  avesse  spianata  la  strada  che  deggio  fare  per  contentarvi  ! 
Perchè  a  dir  vero  in  queste  ricerche  mi  vedo  in  impacci  non 
rainorl  di  quelli  in  cui  trovavasi  il  povero  Ippia,  allorché  So- 
crate, come  Platone  riferisce,  voleva  cavargli  di  bocca  questo 
Bello  medesimo.  Ma  onde  schivar  per  lo  meno  quegli  scoglj 
in  cui  dava  sovente  l'interrogato  Sofista,  non  sarebbe  egli  ben 
fatto  1'  intenderci  prima  e  brevemente  che  sia  questo  Bello  ? 
In  tanta  varietà  e  dissonanza  di  opinioni ,  e  di  definizioni ,  salvo 
il  rispetto  che  debbo  a  tutte,  io  direi  col  mio  Socrate  da  Ven- 
timiglia  *i  ,  che  il  Bello  sia  la  perfezione;  cosi  che  in  tanto 
bella  si  possa  chiamare  una  cosa  in  quanto  nulla  le  manchi , 
e  tanto  più  bella  quanto  più  perfetta;  e  per  l'opposto  brutta 
sia  quella  che  non  solo  manchi  di  qualche  parte,  ma  inoltre 
ridondi  di  parti  non  sue.  E  perciò  bello  sarà  un  lavoro  musi- 
cale ove  abbia  quanto  debbe  avere,  e  brutto  il  contrario,  colla 
quale  perfezione  non  potrà  a  meno  di  non  piacere  a  tutti  ,  e 
sempre  ove  il  gusto  non  sia  affatto  corrotto,  l'intelligenza  presso 
che  spenta. 

Ciò  posto  cominciando  per  ora  a  sottrarre  dalla  musica  il 
canto  e  la  danza,  onde  considerarla  nuda  nata  in   sé  come  sem- 

"i  Giuseppe  Bianionti  nel  suo  discorso  sul  Bello, 


265 

plice  artifizio  di  suoni  misurati ,  vediamo  quali  sieno  le  sue 
parti  costitutive,  onde  ricercar  in  appresso  se  siano  o  no  capaci 
di  bellezza.  E  le  sue  parti  altro  non  sono  che  la  melodia^  Var~ 
monia,  il  tempo,  molto  simili  al  disegno,  al  colorito,  all'om- 
breggiamento della  pittura  5  i  quali  elementi  hanno  il  fonda- 
mento loro  in  quella  natura  di  cui  essa  vuol  essere  imitatrice.. 
La  melodia  è  una  semplice  cantilena,  un  motivo,  ed  una  serie 
ragionata  di  motivi,  di  pensieri  musicali,  non  dissimili  dai 
poetici,  od  oratorj;  potreste  anche  chiamarla  ^na,  o  per  la  sua 
sottigliezza  riguardo  al  corpo  di  tutta  la  sinfonia,  o  per  somi- 
glianza che  abbia  alle  fattezze  de'  volti  atteggiati  secondo  la  na- 
tura, od  il  costume.  Eccovi  il  disegno  musicale,  che  come  nella 
pittura  limita  coi  contorni  lo  spazio,  e  genera  le  forme.  L'ar- 
monia è  il  simultaneo  accordo  di  più  suoni,  di  consonanze  e 
dissonanze,  è  il  motivo  medesimo,  come  dice  Batteux  ,  che  si 
moltiplica,  e  varia  per  se  stesso,  è  il  colorito  della  tela  musi- 
cale che  dà  corpo  alle  forme  già  delineate.  Il  tempo  finalmente 
è  il  metro j  il  ritmo,  la  prosodia  della  musica  che  colla  varietà 
de' moti  accelera  o  ritarda  i  suoui,  allunga  o  raccorcia  gli  ac- 
cordi, dà  valore  alle  note,  col  quale  uffizio  ombreggia  il  dipinto 
musicale,  fa  risaltare,  e  staccare  le  forme  ed  i  colori  la  melodia 
cioè,  e  l'armonia.  E  questi  tre  elementi,  come  diceva,  sono 
fondati  nella  natura  5  poiché  la  melodia  è  imitazione  degli  ac- 
centi della  voce,  della  declamazione,  del  canto;  1' armonia  s'ap- 
poggia sul  fenomeno  degli  accordi  armonici  i-isultanti  dal  corpo 
sonoro,  o  se  volete  anche  è  la  voce  umana  medesima  imitata 
nelle  sue  varie  tensioni  secondo  le  età  od  il  sesso-,  il  tempo 
musicale  è  fondato  nell'ordine,  e  successione  de' momenti , 
nella  lentezza  o  celerità  del  moto  che  prendono  le  azioni,  e  le 
passioni  umane.  Queste  tre  parti  si  uniscono,  si  equilibrano  tra 
loro  a  formare  il  tutto  musicale ,  benché  talvolta  non  con  e- 
guale  proporzione ,  o  dirò  meglio  con  eguale  manifestazione  ; 
poiché  dar  si  possono  alcuni  tratti  di  composizione  in  cui  p.  e. 
la  parte  melodica  non  sia  sensibile,  dovendo  l'armonia  sostenere 
la  parte  principale,  siccome  accade  pure  a  questa  di  dover  ce- 
dere il  luogo  più  cospicuo  a  qiiella  5  ed  in  questo  caso  il  pen- 
siero musicale  apparisce  nella   sua  luce  natia   a    guisa    de'  con- 


264 

ccttl  logici,  allorché  si  sceverano  dagli  ornamenti  dello  stile,  e 
della  composizione,  a  guisa  delle  figure  delineate  sui  cartoni 
de' pittori 5  ma  nell'uno  e  nell'altro  caso  il  tempo  ritmico  giam- 
mai non  manca  siccome  quello  che  misura  la  durata  della  parte 
tnelodica  ed  armonica ,  e  senza  cui  non  puossi  condurre  un 
tessuto  n  usìcale.  Né  qui  farà  d'  uopo  che  io  aggiunga  che  la 
melodia  è  piuttosto  figlia  dell'invenzione,  l'armonia  dello  stu- 
dio ,  il  tempo  del  sentimento  ;  questo  processo  ha  la  musica 
comune  colle  altre  arti ,  e  da  queste  tre  fonti  ogni  opera  d'in- 
gegno che  aneli  all'  immortalità  dehbe  scaturire  ;  solamente 
vorrei  avvertirvi  ,  che  le  melodie  nuove  sono  come  i  pensieri 
nuovi,  cioè  molto  rare-,  e  che  talvolta  i  maestri  le  tolgono  su 
dal  comune,  se  le  fanno  proprie,  le  rimescolano,  le  abbel- 
liscono, e  loro  danno  quell'aria  di  novità,  e  d'invenzione  per 
cui  si  tengono  come  parti  felicissimi  di  musicale  fantasia;  della 
qual  verità  la  storia  m'  assicura  in  quanto  a  vecchi  composi- 
tori ,  e  r  esperienza  me  lo  conferma  in  quanto  ai  moderni.  Né 
questo  è  difetto  in  musica,  siccome  non  è  ne' dipinti  storici  di 
antico  soggetto  copiare  i  ritratti  dei  viventi ,  stante  la  grande 
carestia  di  originalità ,  a  cui  volle  Iddio  che  si  supplisse  col- 
r  imitazione  della  natura  ,  la  quale  imitazione  per  la  brevità 
dell'  umano  ingegno  tiensi  per  una  tal  quale  creazione.  Solo 
può  essere  difetto  in  questa  parte  allorché  il  Maestro  smemo- 
rato espone  nel  suo  lavoro  le  cantilene  come  le  ha  trovate  , 
dirci  quasi  ancora  sudicie  e  meschine;  per  la  quale  spensiera- 
tezza ^he  avviene?  Avviene  che  le  son  tosto  riconosciute,  e  ri- 
portate al  trivio  d'  onde  erano  state  tolte. 

Ma  a  che  vado  io  abusandomi  della  pazienza  vostra  ?  Voi 
volete  il  Bello,  ed  io  già  toccava  il  brutto.  Su  su  adunque  la- 
sciamo i  trivjj  ed  alziamoci  a  contemplare  questo  sole,  se  pure 
gli  sguardi  nostri  senton  virtù  di  fissarlo.  11  Bello  è  la  perfe- 
zione, ed  una  bella  musica  dovrà  essere  un  lavoro  perfetto, 
finito,  di  nulla  mancante  in  tutte  e  tre  le  sue  parti.  Se  è  così 
cerchiamo  in  qual  modo  potrà  essere  perfetto ,  ed  in  primo 
luogo  io  vi  chiederei  se  possa  darsi  una  musica  vera?  perchè 
allora  vi  scorgeremmo  tosto  un  carattere  di  perfezione,  o  bel- 
lezza. Benché  la  verità  sia  nelle  arti   chiamata  verosimiglianza, 


265 

e  talora  naturalezza  ,•  nondimeno  ella  è  sempre  verità ,  la  quale 
nel  mondo  artifiziale  non  che  d' essere  odiata  o  perseguitata , 
è  anzi  e  amata  e  ricercata.  Ma  quando  sarà  vera  la  musica? 
quando  co' suoi  tre  elementi  avrà  espresso  un  oggetto,  un  sen- 
timento ,  una  passione  tale  quale  si  trova  in  natura  5  quando 
coi  suoni  avrà  significato  quel  che  è  realmente,  o  quello  che 
doveva  essere;  insomma  quando  ritrarrà  al  naturale  quelle  cose 
che  sono  di  sua  spettanza  in  modo  che  si  vedano  anzi  che  s'o- 
dano nel  vero  loro  aspetto.  Né  ciò  vi  paja  difficile  5  perchè  i 
suoni  hanno  tanta  forza  per  emettere  una  verità,  quanta  le 
parole,  ed  i  gesti.  Ma  la  verità  ama  talvolta  di  comparire  in 
compagnia  della  semplicità ,  rifiuta  gli  ornamenti ,  la  pompa , 
e  gli  altri  prestigi  di  cui  sanno  addobbarla  gl'ingegni  onde  pro- 
cacciarle fausta  accoglienza.  Di  questa  virtù  si  mostrarono  molto 
amici  i  primi  cultori  delle  arti,  coloro  che  per  felice  disposi- 
zione di  natura  lavorarono  dapprima  il  vergine  terreno  dell'i- 
mitazione. Ed  in  questa  virtù  molto  risplende  1'  antica  scuola 
italiana  e  sopra  tutti  i  vecchi  maestri  il  RaiTaello  della  musica 
Pergolese;  il  quale  comechè  molti  e  buoni  imitatori  abbia  avuti; 
pure  ninno  in  questa  parte  lo  potè  eguagliare.  Ma,  come  vi 
diceva ,  la  nostra  antica  scuola  molto  amò  ne'  musicali  lavori 
la  verità  dell'espressione  corredata  da  un  far  semplice,  schietto, 
spontaneo,  ingenuo,  sì  nella  parte  melodica,  che  nell'armonica; 
né  posso  capire  come  questa  semplicità  sia  così  ahborrita  dai 
moderni!  segno  evidente  che  non  cercano  questa  bellezza  che 
noi  cerchiamo.  Eppure  la  sarebbe  una  bella  novità,  sarebbe  un 
gran  risparmio  di  fatica  e  di  noja  per  tutti,  un  infallibile  ri- 
medio contro  quella  nausea  che  tutti  sentono,  e  pochi  vogliono 
confessare  ! 

Che  se  voi  nulla  avete  ad  opporre  contro  queste  due  virtù 
io  tiro  innanzi  e  vengo  ad  una  terza  gemma  di  bellezza  ,  che 
è  r  Unità.  Ben  dice  il  Casa  che  il  bello  è  uno ,  il  brutto  è 
più;  e  come  abbiam  detto  che  la  melodia  è  il  disegno  musi- 
cale; così  a  me  pare  che  1'  unità  sia  molto  propria  di  questa 
melodia  senza  pei'ò  escluderla  dalle  altre  parti  ,  tanto  meno 
dal  tutto.  Ed  infatti  non  sembra  anche  a  voi  che  i  motivi  di 
cui  la  parte  melodiosa  si  compone,  non  siano  come  tante  prò- 


266 

posìzronì  connesse  tk-a  di  loro,  e  tutte  subordinate  ad  una  prin. 
cipale?  Quando  in  una  composizione  di  grave  soggetto  il  primo 
motivo  è  forte,  il  secondo  pacato,  il  terzo  gajo,  il  quarto  co- 
mico e  via  discorrendo,  potete  voi  darvi  a  credere  che  vi  sia 
unità,  o  quel  che  è  peggio,  che  una  musica  non  sia  capace  di 
questa  virtù  cosi  richiesta  negli  altri  lavori  dell'  arte?  Perchè 
non  si  potrà  in  musica  fare  un  raziocinio  di  cantilene,  e  de- 
rivarle r  une  dall'altre  sì  che  tutte  si  somiglino,  e  tutte  sieno 
figlie  legittime  della  stessa  madre?  Ma  anche  coli' unità  di  me- 
lodia dovrà  accordarsi  F  armonia ,  ed  il  ritmo  ;  ogni  parte  debbe 
collimare  al  tutto  5  ogni  accordo,  ogni  modulazione,  ogni  mu- 
tazione di  tuono ,  o  di  movimento  debbe  concorrere  a  quel- 
l'uno,  come  in  un  dipinto  le  diverse  figure,  i  varj  atteggiamenti 
concorrono  ad  esprimere  il  soggetto  dal  pittor  ideato.  Gli  epi- 
sodii  che  pur  debbono  essere  permessi  in  musica,  ove  sieno 
opportunamente  collocati,  non  potranno  guastare  quest'unità, 
questo  mirabile  accordo  di  parti.  Da  questa  virtù  nasce  un'altra 
che  è  la  varietà,  condimento  di  qualunque  composizione,  ri- 
storo e  sollievo  della  mente  che  contempla  le  opere  dell'  umano 
ingegno.  L'udito  in  questa  parte  per  nulla  differisce  dagli  altri 
sensi,  i  quali  abbisognano  sempre  di  nuove  scosse,  di  nuovi 
oggetti  onde  prolungarsi  il  piacere,  e  le  arti  figlie  della  natura 
varia  nella  sua  unità  sanno  contentare  i  sensi,  sanno  adattarsi 
ai  loro  bisogni.  Ma  se  ciò  fanno  le  altre  perchè  noi  farà  la  mu- 
sica ?  qui  non  v'è  dubbio,  avendo  quest'arte  un  mezzo  di  va- 
riare tutto  suo  proprio.  Ella  sa  trasformare  i  suoi  motivi  in  cento 
maniere  colla  imitazione,  col  passaggio  dal  maggiore  al  minore, 
e  viceversa,  colla  mutazione  del  movimento,  col  rovescio  degli 
accordi ,  e  che  so  io.  Di  questa  virtù  si  abbellisce  sopra  tutto 
l'armonia,  simile  appunto  all'artifizio  del  colorire,  e  del  va- 
riare armonicamente  le  tinte.  Pochi  invero  sono  i  suoi  colori, 
giacché  gli  accordi  consonanti,  e  dissonanti  da  cui  risulta,  si 
riducono  alla  terza  ,  alla  quinta  ,  alla  settima  colle  loro  dimi- 
nuzioni ed  accrescimenti ,  e  coi  loro  rovesci  5  ma  con  questi 
pochi  colori  ella  può  variare  all'  infinito  a  guisa  dell'  aritme- 
tica, e  della  scrittura,  le  quali  con  pochissime  cifre  o  lettere 
danno  infinite  combinazioni;  e  ciò  sarà  sempre  una  prova  con- 


267 

vincente  della  superiorità  di  quegli  ingegni  primitivi,  i  quali 
neir  inventar  le  arti  compirono  a  prò  degli  uomini  le  opere 
della  natura,  seguitando  i  semplici  metodi  di  lei  medesima.  Ma 
in  questa  varietà  musicale  evvi  un  pericolo  grande  da  schivare , 
ed  è  r  abuso  di  questa  natia ,  e  propria  ricchezza ,  abuso  il 
quale  in  un  lavoro  che  tenda  alla  perfezione  ,  all'  espressione 
del  Bello  può  danneggiar  molto  l'unità  e  la  semplicità.  Il  ma- 
neggio dell'armonia  richiede  grande  giudizio,  essendo  la  parte 
scientifica  della  musica,  la  parte  filosofica  della  sinfonia.  L'in- 
gegno che  non  è  imbrigliato  dal  sapere  è  un  cavai  matto,  un 
cavallo  pericoloso ,  che  sente  ancora  tutta  la  sua  ferocia  natia. 
Omero,  Virgilio,  Dante,  Fenelon  furono  grandi  genii  (Iodico 
alla  moda  )  ,  ma  grandi  ed  immortali  poeti  non  poterono  essere 
che  per  quella  scienza  che  gli  colloca  tra  i  solenni  pensatori; 
voglio  dire  che  erano  ingegni  sodi  non  pazzi ,  non  sbrigliati 
come  alcuni  sogliono  tenerli  quasi  per  far  loro  maggior  onore. 
E  siccome  in  musica  1'  armonia  è  la  scienza  omerica,  e  dan- 
tesca ,  è  la  filosofia  di  Virgilio ,  e  di  Fenelon ,  così  i  maestri 
debbono  sapere  in  qual  modo  s'abbia  ad  usare,  onde  non  rie- 
scano ignoranti,  né  pedanti,  considerando  che  l'armonia  è  scienza 
richiesta,  ma  subordinata,  di  necessità  non  di  pompa,  di  eco- 
nomia non  di  scialacquo. 

Questi  quattro  caratteri  finora  discorsi,  e  che  sono  la  verità, 
la  semplicità,  l'unità,  e  la  varietà,  sembra  a  me  che  potreb- 
bono  già  per  sé  concorrere  all'  opera  del  Bello  musicale,  siccome 
concorrono  ad  esprimerlo  nelle  altre  arti.  Ma  io  ne  additerò 
altri  quasi  estrinseci ,  il  cui  concorso  non  è  meno  necessario  a 
quella  perfezione  che  noi  cerchiamo.  In  un  dipinto,  od  in  un 
poema  dopo  l'invenzione  molto  é  lodata  la  disposizione,  siccome 
frutto  d' una  intelligenza  grande ,  e  d' un  gusto  squisito.  Questa 
virtù  non  riguarda  già  gli  elementi  dell'  arte  ,  ma  si  bene  le 
parti  d'un  lavoro  che  l'artefice  sta  eseguendo.  Cosi  in  musica 
la  disposizione  non  è  già  intorno  alla  melodia,  all'armonia, 
al  tempo  ;  ma  intorno  alle  parti  della  sinfonia ,  col  qual  nome 
io  chiamo  qualunque  lavoro  musicale.  Ora  se  la  sinfonia  ha 
parti,  dico  che  debbe  avere  disposizione,  cioè  ordine,  collo- 
cazione ,  concatenazione  ,  transizioni    opportune  ,   senza  di  che 


268 

non  potrà  essere  che  un  guazzabuglio.  Io  non  so  se  i  musici  pos- 
sano imitare  i  poeti  in  quella  disposizione  inversa,  per  cui  si  an- 
ticipano certe  cose  che  dovevano  nell'ordine  del  tempo  essere 
posticipate  ;  ma  son  d'avviso  che  possano  benissimo  seguire  le 
orme  della  disposizione  oratoria,  o  di  quella  più  generale,  per 
cui  ogni  opera  debbe  avere  principio,  mezzo,  e  fine  tra  loro 
corrispondenti.  Ed  infatti  le  sinfonie  essendo  per  lo  più  compo- 
ste di  tre  tempi,  sembrano  alludere  a  queste  tre  parti  della  dis- 
posizione generale.  La  prima  parte  ,  ossia  1'  allegro  moderato  è 
come  un  esordio.  Essa  dispone  l'uditore,  getta  le  sue  propo- 
sizioni, partisce  chiaramente  quanto  vuol  discorrere  in  appresso. 
Seguita  r  adagio ,  o  l' andante ,  in  cui  scorgesi  un  perfetto 
discorso  musicale ,  ma  alla  maniera  degli  oratori  ,  i  quali  nel 
ragionare  dilettano,  e  muovono,-  né  la  musica  in  questa  parte 
ha  invidia  dell'  eloquenza.  Viene  finalmente  l'ultima  parte  , 
Vallegretto ^  od  il  presto,  il  quale  epiloga,  rammenta,  conchiude 
con  quella  vivacità,  e  fretta,  e  confidenza  che  parte  dalla  con- 
vinzione d'aver  esattamente  provato,  e  dimostrato  quanto  erasi 
proposto.  Con  questo  metodo  paiono  a  me  scritte  le  migliori 
sinfonie  de' tedeschi  principalmente  dopo  gli  esempi  d'Haydn, 
la  cui  musica,  e  per  severo  raziocinio,  e  per  l'oratoria  dispo- 
sizione si  può  chiamare  senza  fallo  eloquente.  Perlochè  io  dico, 
che  se  i  grandi  poeti  antichi  e  moderni  avessero  dovuto  parlare 
in  musica ,  avrebbero  probabilmente  seguito  il  metodo  dei 
maestri  italiani  del  secolo  passato  ;  ma  Demostene  ,  e  Tullio  , 
e  Gasa  ,  e  Bossuet  avrebbero  parlato  come  Haydn ,  e  Mozart  , 
e  Mehul,  e  Beethoven  ,  ed  altri  sinfonisti  germani.  Ridebis  ; 
e  ridete  pure.  Se  la  poesia  è  come  la  pittura  ,  perchè  la  mu- 
sica non  sarà  come  la  poesia  e  l'eloquenza?  Perchè  non  avrà 
disposizione  nelle  sue  parti?  perchè  dovrà  saltare  ne' suoi  motivi, 
nelle  sue  frasi  di  palo  in  frusca  ,  e  battere,  come  si  suol  dire, 
la  campagna  senza  filo,  e  scopo.  Inoltre  (  per  venire  a  più  ma- 
teriale disposizione  )  la  musica  non  è  ella  una  lingua  come  un 
altra?  Qual  maraviglia!  I  suoni  sono  le  sue  lettere,  le  battute 
le  sue  parole,  i  motivi  le  sue  frasi  ,  le  cantilene  i  suoi  periodi, 
le  melodie  i  suoi  discorsi  ,  e  via  discorrendo.  Cosicché  il  cre- 
dere che  queste  parti  sieno  inette  albi    disposizione  ,    che    non 


269 

vi  possa  essere  ordine  ,  preparazione  ,  misura  ,  corrispondenza , 
venustà ,  precisione  nel  loro  tutto  è  sciocchezza  ,  e  l' operare 
secondo  questo  errore  è  ignoranza  perfetta.  Né  aggiungo  altro.  — 
Vi  sono  altre  virtù  da  cui  emerge  il  Bello,  le  quali  sono  pro- 
prie dello  stile  musicale,  di  cui  non  posso  ora  parlarvi,  dovendo 
venire  ad  altre  cose  più  collegate  col  mio  soggetto.  Ma  voi  non 
istancatevi  sì  presto ,  perchè  la  via  del  Bello  è  ancora  un  po' 
lunga,  e  disastrosa  quasi  come  quella  della  virtù.  Poiché  finora 
non  osservammo  questa  Bellezza  che  per  metà,  considerandola 
musica  in  se  sola  5  ora  applicandola  alla  poesia,  ed  alla  danza 
vedremo  di  qui  uscire  tutta  quella  luce  che  forse  ci  avviserà 
della  presenza  della  Dea  ricercata. 

La  musica  è  come  certe  scienze  speculative  ,  le  quali  appli- 
cate a  spiegare  i  fenomeni  della  natura  meglio  dimostrano  quali 
e  quante  sieno  ,  dove  a  considerarle  in  sé  sembrano  talora  sogni 
di  cervello  infermo.  Ed  appunto  siccome  poesia  e  danza  sono 
il  concreto  della  musica  ,  per  esse  si  vede  quanto  valga  e  possa. 
Già  vi  dissi  parlandovi  de'  Greci,  che  poesia  e  musica  erano 
una  cosa  sola,  ora  dico  lo  stesso  del  ballo,  ossia  della  panto- 
mima. Né  la  ragione  che  guidò  tanto  gli  antichi,  quanto  i  mo- 
derni ad  accordare  insieme  queste  arti  ,  potè  d'altronde  derivare 
che  dalla  osservazione  della  loro  perfetta  analogia.  La  misura  del 
tempo  ,  ossia  il  movimento  ritmico  è  comune  a  tutte  e  tre  5 
epperciò  il  suono  ,  il  verso ,  il  gesto  regolati  dal  tempo  possono 
ridursi  ad  una  sola  espressione  5  poiché  ove  è  moto  uniforme, 
od  armonia  di  tempo  che  si  manifesti  particolarmente  all^udito, 
ivi  è  musica.  E  ciò  è  s\  vero,  che  pur  altre  arti,  ove  siano  ca- 
paci di  ritmo  ,  o  cadenza  misurata,  partecipano  tosto  di  musica, 
siccome  l'eloquenza,  la  ginnastica,  l'arte  militare  5  la  prima 
come  figlia  della  poesia,  le  altre  due  come  somiglianti  alla  danza. 
Per  fino  certe  arti  meccaniche  ne  hanno  un  sapore  ^  al  che 
volle  alludere  Virgilio  dove  parla  de'  Ciclopi,  i  quali  Inter  se 
se  magna  vi  brachia  tollunl  in  numerum  in  cadenza.  Inoltre 
evvi  tra  la  musica  ,  la  poesia  ,  e  la  danza  analogia  in  quanto 
alle  loro  parti  costitutive^  imperocché  la  melodia,  l'armonia, 
il  tempo  della  musica  corrispondono  perfettamente  alla  sentenza, 
al  verso,  al  metro  della  poesia,  all'azione,  al  gesto,  alla  ta- 


270 

deaza  del  ballo.  E  questo  è  accordo  di  necessità  non  di    con- 
venienza, vincolo  di  natura  non  di  convenzione,-  poiché  quell' 
altra  ragione  che  si  potrebbe  addurre  tolta  da  ciò,  che  congiunte 
insieme  accrescono  la  somma  dei  piaceri,   siccome  si  può  esten- 
dere sopra  altri  mezzi  di  sensazioni  piacevoli  che  accompagnino 
musica ,  poesia ,  e  danza ,  quantunque  verissima  non  proverebbe 
a  priori  l'analogia  di  queste    tre    arti.    Ciò    posto    io    dico    che 
neir accordarsi   che    fanno    insieme   la    musica,  la  poesia,  e  la 
danzasi  prestano  vicendevole  soccorso,  che  dove  l'una  manca 
sottentra  l'altra,  dove  questa  non  può  arrivare    giunge    quella-, 
e  ciò  signiGca  che  congiurano  insieme    alla    perfezione,    all'es- 
pressione del  Bello.  La  musica  per  sé ,    e   per   la   sua    natura  , 
la  musica  stromeutale  non  può  dir  tutto  ,  e  sarebbe  ingiustizia 
l'esigere  di  più,    od    il  tenerla  per  ciò  imperfetta;  poiché  an- 
che le  altre  arti  per  se    stesse   non    possono  tutto.  Quantunque 
arrivi  ella  al   sommo    grado  nella   parte    descrittiva  ,    ossia   nel 
rappresentare  gli  oggetti  ,  nella  affettuosa    o    dove    il    gesto    sia 
necessario  non  può  del  tutto  arrivarvi,  e  quindi  ha  d'uopo  delle 
altre  due  ,  le  quali  col  loro  più  noto  e  volgare  linguaggio  sup- 
pliscano all'  intiera  musicale  espressione.  Ma  siccome  la    danza 
è  ora  separata  dalla  poesia ,  uè  più  forma  quel  triplice  simul- 
taneo accordo  di  cui  ragionavamo ,  bastando  quel  poco  che    se 
n' è  detto,  la  disgiungerò  anch'io  dal  presente  argomento    per 
considerare  soltanto    la  consonanza   della    musica    colla    poesia. 
Perciò  dicovi ,  che  il  mezzo  per  cui  queste  due  arti  s'  accor- 
dano ^er  r  espressione  dell'affetto  é  il  Canto.  Questo  dono  della 
natura  perfezionalo  dall'  arte,    quest'  articolazione  di  suoni  af- 
fine colla  facoltà  del  parlare  è  il  fondamento  della  musica  poe- 
tica. Il  canto  nella  musica    non   è    già    imitazione ,    ma    tipo    e 
modello  d' imitazione  della  musica  artifiziale  ,  essendo  sì  natu- 
rale il  cantare  che  il  pronunziare,  modulare  la  voce,  che  arti- 
colar le  parole  ;  inoltre  nell'imitazione  é  finzione,  ma  nel  canto 
non  ve  n'è,  eccetto  quando  il  falso  gusto  lo  tira,    e    lo    torce 
a  contraffare  le  sonore  maraviglie  degli  stromenti.  Per  non  avere 
posto  mente  a  questo  modello    naturale    alcuni    credettero    che 
la  musica  non  avesse  i  tipi  sensibili  come  le  altre  arti  ,  e  che 
perciò  il  suo  Bello  (se  ve  n'era)  non  poteva  stabilirsi.  Ma  per 


271 

tutte  le  Muse  questo  Canto  che  ha  da  essere  ,  se  non  è  egli 
r  archetipo  della  musica  !  La  melodia  d'onde  ha  potuto  prender 
origine,  l'armonia  d'onde  ha  potuto  prendere  norma  fuori  di 
questo  canto  ?  Se  esiste  un  popolo  che  non  sappia  cantare  io 
vi  dico  che  non  avrà  musica  5  poiché  non  accorgendosi  per  la 
grossezza  dell'  udito  delle  modulazioni  della  voce  ,  non  potrà 
né  anche  accorgersi  delle  gradazioni  sonore.  Ma,  come  diceva, 
essendo  il  canto  l' anello  mezzano  tra  la  musica  e  la  poesia  , 
ove  quella  debba  esprimere  sentimenti,  non  può  meglio  che  col 
canto  medesimo.  Ora  ove  questo  canto  nelle  sue  modulazioni 
manifesti  quanto  gli  somministra  la  poesia  con  verità  e  sem- 
plicità ,  con  unità  e  varietà  ,  cosicché  l'espressione  vesta  quel 
colore  che  è  suo,  non  é  dubbio  che  l'intiera  musicale  Bellezza 
debba  tosto  splendidamente  apparire.  Allorché  la  voce  umana 
sottentra  per  l'espressione  dell'affetto,  ogni  elemento  restale 
subordinato,  ma  principalmente  la  melodia,  dalla  quale  subor- 
dinazione ,  in  qualunque  modo  avvenga  ella  ,  nasce  mirabile 
accordo  ;  poiché  o  cessi  affatto  la  melodia,  o  riempia  gl'inter- 
valli della  voce  ,  o  secondi  il  canto,  o  ne  imiti  le  modulazioni, 
od  accresca  forza  all'espressione,  o  riepiloghi  in  principio,  od 
in  fine  il  cantabile ,  sempre  ne  risulta  un  disegno  semplice ,  uno, 
e  vero,  il  quale  riceve  i  colori,  e  le  ombre  sue  dall' armctoia, 
e  dal  movimento,  acquista  varietà  e  venustà  maravigliosa  dal 
concorso  di  tutte  le  parti  musicali.  Perciò  disse  bene  Rousseau , 
che  un'  aria  creata  dal  genio ,  e  lavorata  dal  gusto  debbe  essere 
il  capolavoro  dell'arte.  Dal  che  potete  anche  comprendere  darsi 
piuttosto  tra  la  musica  e  la  poesia  scambievole  amicizia ,  che 
servitù  •,  anzi  avere  in  tal  caso  la  musica  ottenuto  per  la  poesia 
perfezionamento  al  suo  linguaggio  ,  avere  parlato  colla  maggiore 
precisione  e  chiarezza j  linguaggio  molto  più  vero,  e  ricco,  e 
forte  del  semplice  poetico,  siccome  potrebbesi  senza  difficoltà 
dimostrare.  Tanto  io  son  lontano  dal  credere  all'asserzione  del 
Carpani,  il  quale  dice  che  nella  musica  stromentale  il  maestro 
è  autore,  e  nella  vocale  solamente  traduttore  5  come  se  in  que- 
sta il  canto  fosse  elemento  secondario  ^  e  la  poesia  da  soggetto 
che  è  della  musica  potesse  diventarne  l'originale.  In  questo 
modo  dovrebbonsi  chiamar  traduttori  i  Tizlaui,  e  i  Caracci  ove 


272 

prendano  soggetti  dai  poeti  o  dagli  storici  ,  e  tenersi   per   tra- 
duzioni i  loro  poetici  o  storici  dipinti  ...  ! 

Perdonatemi  anche  questa  digressioncella  j  tante  sono  le  cose 
che  si  potrebbero  dire  su  questo  soggetto  ,  che  è  difficile  non 
uscire  talvolta  di  strada.  Quello  che  doveva  dirvi  è  questo. 
Allorché  il  canto  quale  l'abbiam  ravvisato  attende  ad  esprimere 
la  bellezza  dell'  affetto ,  e  del  sentimento ,  può  egli  essere  dan- 
neggiato dal  ripetersi  ,  o  dal  variarsi?  Supposto  che  le  ripeti- 
zioni, e  le  variazioni  abbiano  un  certo  limite,  io  credo  che 
non  possano  nuocere  alla  espressione ,  anzi  io  chiamerei  questa 
la  facondia  del  canto.  La  poesia  ,  e  l' eloquenza  hanno  pure 
queste  geminazioni  di  parole  e  di  frasi  ,  e  quando  un  bel  pen- 
siero degno  di  molta  attenzione  loro  si  è  presentato  non  man- 
cano d'inculcarlo,  e  di  mostrarlo  ne' suoi  varii  aspetti,  e  questa 
è  cosa  naturalissima.  E  ciò  è  tanto  più  richiesto  nella  musica 
vocale,  dove  talora  la  poesia  dà  il  sentimento  appena  abbozzato, 
lasciando  al  canto  di  dipingerlo  intieramente  ,  il  che  fare  non 
può  se  non  ritorna  sovente  su  quell'oggetto,  e  ritornandovi  noi 
varia  onde  metterlo  in  tutta  la  sua  luce.  Anche  quando  più 
voci  concorrono  simultaneamente  per  l' espressione  d'  un  solo 
affetto  ,  o  per  la  dipintura  d' un  oggetto  il  Bello  non  debbe 
patirne.  Io  non  so  se  i  duetti  abbiano  origine  dai  dialoghi  , 
siccome  pure  i  terzetti ,  e  i  quartetti  5  né  anche  saprei  dirvi 
se  i  cori  generali  sieno  derivati  da  quelle  tumultuose  assem- 
blee ,  in  cui  tutti  parlano  ad  una  volta  5  quel  che  so  ,  e  che 
tutti  sanno  ,  si  è  che  l'accordo  delle  voci  debbe  essere  tanto 
antico,  quanto  il  mondo;  poiché  se  gli  uomini  naturalmente 
cantano  ,  naturalmente  anche  possono  mettere  in  armonia  le 
loro  voci  più  tosto  che  le  loro  opinioni  5  eccetto  che  dopo  la 
confusione  di  Babele  ,  e  1'  origine  delle  varie  lingue  per  la  di- 
versità degli  accenti  ,  e  dell'  articolazione  questa  vocale  con- 
cordia abbia  dovuto  cessarle  ,  e  star  lungo  tempo  nascosta  per 
risorgere  poi  ai  comandi  dell'  inventore  de'  duetti.  Ma  ni  uno 
lo  vorrà  credere.  Posto  adunque  che  l'accordo  di  più  canti  sia 
naturale  ,  onde  la  musicale  Bellezza  non  sia  offesa  ,  è  da  por 
mente  che  ove  più  affetti  debbansi  esprimere,  più  cantilene  tra 
loro  connesse  debbonsi  pure  adoperare,  non  essendo  ragionevole 


275 

che  l'aria  d'una  passìoixe  possa  servire  ad  un' allra  ,  avendo 
ciascuna  in  natura  un  accento  diverso  ,  il  che  s'  intende  allor- 
ché le  voci  cantano  successivamente.  Ma  quando  vengono)  ad 
accordarsi  insieme  onde  dar  fine  al  concerto  vocale ,  evvi  da 
lina  parte  pericolo  che  i  motivi  moltìplici  danneggino  l'unità, 
e  l'uno  distrugga  il  buon  effetto  dell'altro 5  dell'altra  parte  vo- 
lendosi fondere  in  una  tutte  le  cantilene,  o  riduceudole  a  sem- 
plici consonanze  subordinate  all'aria  principale,  è  pericolo  che 
gli  altri  affetti  scompariscano  affatto  con  grave  danno  della  ve- 
rità. Ma  i  moderni  cui  non  mancano  mai  ripieghi  hanno  creduto 
di  superare  queste  diiJHcoltà  in  un  modo  ragionevolmente  rim- 
proverato da  Rousseau  ,  che  è  di  far  servire  l'aria  d'uno  o  più 
canti  per  accompagnamento  d'un' altra,  quasi  che  le  voci  do- 
vessero farle  veci  degli  stromenti.  L'armonia  vocale  parca  me 
molto  diversa  della  stromentale,  armonia  assai  più  difficile,  e 
delicata ,  meritevole  di  maggiore  studio ,  e  giudizio  che  non  si 
suole  ;  né  ciò  debba  spaventare  que'  maestri  che  anelano  alla 
perfezione ,  pensando  che  in  generale  1'  espressione  del  Bello  è 
opera  malagevole  in  qualunque  lavoro  dell'arte,  e  che  coloro 
i  quali  giunsero  a  mostrarcelo  molto  dovettero  sudare  ;  né  so 
perchè  quella  lima  che  ci  diede  compiti  i  lavori  dell'  umano 
ingegno  debba  starsi  inoperosa  nella  musica.  Mi  direte  che  gli 
appaltatori  fan  fretta  ai  maestri ,  e  che  i  cantanti  gli  mettono 
alla  tortura . .  .  Per  amor  del  cielo  non  parliamo  di  cotesta 
gente ,  che  per  nulla  debbe  entrare  nella  ricerca  del  Bello.  Se 
la  musica  é  in  balia  di  loro,  il  buon  senso  ed  il  gusto  è  in 
potere  d'altri,  ed  il  piacere  che  la  Bellezza  vestita  di  note 
debbe  arrecare  agli  assennati,  e  dabbene  non  è  da  mettere  in 
paragone  cogl'  interessi  e  colle  convenienze  teatrali,  intanto  io 
conchiudo  che  se  la  musica  in  sé,  e  nella  sua  applicazione  è. 
capace  delle  virtù  finora  discorse,  non  è  dubbio  che  possa  darci 
lavori  perfetti ,  opere  ricche  di  vere  e  sode  bellezze.  Ho  detto 
che  possa  darci  5  ma  veramente  credo  che  ce  gli  abbia  già  dati; 
solo  manca  loro  la  sanzione ,  come  molti  pensano ,  la  quale 
quando  verrà,  non  sarà  più  ignoto,  o  dubbio  il  Bello  della 
musica;  ma  come  questa  sanzione  s'aspetta  forse  dagli  appal- 
tatori egli  è  cerio  che  non  verrà   mai,  e  quando    venisse,    pu- 

18 


274 

Irebbe  ella  senza  vergogna  ed  infamia  accettarsi?...  A  com- 
pimento  di  quanto  ho  detto  dovrò  intrattenervi  sulla  forza 
dell'espressione  musicale,  onde  voi  siate  sempre  più  convinto  di 
questa  Bellezza,  e  gli  ostinati  sempre  più  induriscano  nel  loro 
errore.  Addio. 

D. 


VabIETa'   Visita  ad  un  Poeta. 

(  Dal  franceese  ). 


La  capitale  della  Prussia  è,  come  ben  sapete,  una  città  di 
gran  lettere,  città  in  cui  fervono  arti  e  scienze,  accademie  ed 
università.  Vi  si  annoverano  quasi  tanti  librai ,  quanti  in  quel 
paradiso  de'  librai  ,  Lipsia,  ed  in  ogni  settimana  vi  sbucano 
fuori  più  giornali  di  quello ,  che  in  un  anno  se  ne  stampino 
in  tutta  l'estensione  dell'  Impero  austriaco.  Ogni  singolarità  in 
politica  od  in  arte  ha  in  oggi  nella  stampa  berlinese  il  suo 
bandi tor  speciale.  La  gazzetta  di  stato,  la  Staatszeitung ,  tiene 
in  serbo  ne' suoi  cantoni  tutti  i  segreti  diplomatici  d'Europa, 
tutte  le  peripezìe  teatrali.  Il  giornale  del  sig.  Spiker  rimbalza 
da  un  estremo  all'altro  dell' Alemagna  la  buona  o  la  trista  no- 
vella. Dicesi  ch'egli  possegga  dodici  mila  soscrittori.  Il  Museum 
dirige  la  scuola  di  Dusseldort,  e  tutoreggia  Cornelius  a  Monaco, 
a  Roma  Thorwaldsen.  Il  Frane  Parleur ,  il  quale  si  è  spogliato 
di  un  titolo  cotanto  ardito  per  indossare  quello  di  Feuille  de 
conversation ,  forma  la  delizia  di  tutte  le  belle  signore,  cui  si 
dedicano  versi  e  di  tutte  quelle  che  sperano  che  loro  ne  ven- 
gono dedicati.  Lo  Spectateur  de  la  Spree  è  da  vent'anni  l'amico 
fedele  del  prussiano  borghese.  Lo  si  sciorina  su  tutte  le  tavole 
dei  caffè  e  dei  Lustrarteli  colla  brocca  di  birra  e  col  piattello  di 
pasticcetti,  e  quando  il  padre  di  famiglia  tien  la  domenica  tra  Io 
mani  qiieslo  beato  foglio,  tanta  è  la  gioia  che  lo  inonda,  che 


275 

a'  suoi  sguardi  il  elei  si  rasserena  e  di  più  bella  Verdura  sì  ani- 
mantauo  le  piante.  Serbo  un  luogo  a  parte,  un  assai  rispet- 
tabile luogo  agli  Annales  sctentifques  compilati  dai  discepoli  di 
Hegel,. il  quale  chiuse  gemebondo  gli  occhi  pronunziando  con 
tuono  di  profeta  queste  parole  ripetute  oggi  da  tutti  gli  amici  di 
Schelling;  muoio  con  dolore,  veruno  de' miei  allievi  non  mi  ha 
capito.  Uno  però  di  loro  mi  ha  pur  capito,  ma  mal  capito. 
Und  er  hat  mieli  falsali  verstanden.  Si  trova  infine  o  si  trovava 
almeno  or  son  tre  anni,  quando  io  era  colà,  un  Figaro,  un 
Don  Chisciotte,  ì  quali  vi  regalavano  voltati  in  leggere  frasi 
d'una  ventina  di  linee  i  motti  arguti,  le  punte  di  spirito  del 
Corsaire ,  ed  un  Telegraphe ,  giornale  francese ,  il  quale  sei  mesi 
dopo  ch'esse  erano  comparse,  ripeteva  testu^almente  le  novelle 
del  sig.  Janin,  cotanto  era  celere  cotesto  telegrafo.  11  lato  però 
più  bello  della  berlinese  letteratura  è  la  poesia.  Quando  nel 
mese  d'aprile  sbuccia  sui  tigli  la  prima  foglia,  quando  il  primo 
tepido  raggio  di  sole  adesca  gli  abitanti  della  Konigstadt  a  de- 
porre il  loro  mantello ,  ben  non  saprei  dirvi  quanti  versi  si 
fanno  sulla  primavera.  Allora  da  qualunque  parte  vi  volgiate  voi 
sentite  gemere  l'elegia  e  sospirare  il  sonetto.  Al  Thiergasten,  al 
giardino  di  Spandau,  e  nei  lunghi  viali  di  Carlottenburgo ,  su 
d'ogni  ramuscello  d'albero  v'ha  un  fringuello,  ed  in  ogni  sen- 
tiero un  poeta ,  e  tra  poeta  e  fringuello  v'  è  gara  a  chi  canterà 
più  forte  e  più  lungamente.  Credo  che  il  poeta  la  vinca  alfine, 
e  scornato  il  fringuello  vada  a  ricovrarsi  là  presso  nelle  siepi  di 
bianco  spino  che  accerchiano  il  pacifico  soggiorno  dell'astro- 
nomo Guglielmo  Beer.  E  fu  appunto  in  una  di  queste  epoche 
solenni  dell'anno,  che  furono,  non  è  guari,  veduti  cinque 
poeti  cantare  nello  stesso  punto  la  stessa  donna.  La  meschina 
non  vi  ha  potuto  reggere.  Le  furono  siffattamente  da  ciascuno 
de'  suoi  adoratori  dorate  le  chiome ,  allungate  le  ciglia  e  stretta 
la  vita,  che  per  sottrarsi  ad  un  tale  travestimento  le  fu  forza 
prender  la  fuga.  E  fu  per  lei  veramente  avventurato  quel  giorno  , 
in  cui  togliendo  per  l'estero  un  passaporto ,  vide  i  suoi  conno- 
tati ristabilirsi  dalla  poco  poetica  ,  è  vero  ,  ma  fedele  penna 
d'  un  impiegato  d'  ufficio. 

lieriino  è  il  teatro  in  cui  sia  con   maggior  pompa  compar*a 


27Q 

la  letteratura  ftìmminina.  E  colà  che  la  sig.  eli  Varnhagen  ha 
sotto  il  nome  eli  Rachele  vergati  cotanti  bei  scritti,  de' quali  la 
sig.  di  Stael  non  avrebbe  vergognato  ;  è  colà  che  Bettina  ha  fatto 
raccolta  delle  care  sue  lettere  ,  eh'  essa  indirizzava  giovanetta 
con  tutto  il  prestigio  della  passione,  con  tutta  la  gioia  dell'en- 
tusiasmo al  maestoso  suo  idolo  di  Weimar.  E  colà  che  si  è  ul- 
timamente pubblicato  un  serto  di  sparsi  frammenti,  raccolti 
sopra  un  letto  di  dolore,  vale  adire  il  libro  di  Carlotta  Stie- 
glitz  ,  di  quella  giovane  donna,  che  di  sua  mano  die  fine  a' 
suoi  giorni.  A  fascio  colle  dozzinali  quotidiane  novelle  i  gior- 
nali han  pure  raccontato  questo  strano  suicidio ,  là  cui  memo- 
ria ravvivata  poi  una  volta  o  due ,  fu  lasciata  spegnere.  Ciò 
avvenne  durante  una  sessione  :  ora  com'era  mai  possibile  che 
avesse  la  morte  d'  una  donna  potuto  distrarci  da  una  discus- 
sione di  bilancio?  Ma  era  bella  e  giovane  questa  donna  e  tutta 
grazia.  Io  l'aveva  conosciuta  a  Berlino  nella  modesta  sala,  dove 
convenivano  gli  amici  di  suo  marito  ,  e  dov'  essa  con  commo- 
vente espressione  cantava  le  romanze  di  Schubert  e  le  ballate 
di  Kreuzer.  Se  fin  d'  allora  essa  faceva  nel  fondo  dell'  anima 
cumulo  dell'  acerbo  dolore ,  che  un  giorno  doveva  spegnerla , 
nulla  sulla  limpida  fronte  ,  nulla  negli  occhi  ridenti  non  an- 
nunziava il  presentimento  d'un  tale  destino.  Era  vivace  ed  al- 
legra ,  semplice  come  un  fanciullo,  e  bastava  a  bearla  un  dì 
sereno,  una  passeggiata  sulle  sponde  della  Sprea  la  lettura  d'un 
libro  ,  r  armonia  d' un  verso.  Quando  una  bella  sera  rientra 
nelle  sue  stanze  e  congeda  i  famigli.  Si  ,veste  come  per  un 
giorno  di  nozze  d'una  bianca  gonna,  rannoda  la  bionda  sua  ca- 
pigliatura e  si  pone  a  letto  5  quindi  sebbene  fosse  allora  tutta 
sola,  sapendo  perù  che  all'indomani  sarebbe  stata  bersaglio  de- 
gli altrui  sguardi ,  si  ravviluppa  per  un  istinto  di  pudore  nella 
coltrice  ,  e  si  dà  d'  uno  stilo  nel  cuore.  Essa  aveva  prima  di 
morire  scritto  alcune  parole,  per  le  quali  significava  che  ve- 
dendo suo  marito  da  lungo  tempo  in  preda  ad  una  vaga  me- 
lanconia, aveva  pensato  che  una  grande  sventura  nel  dargli  una 
gagliarda  scossa  ,  lo  avrebbe  ritornato  alla  primitiva  sua  ener- 
gia. Si  era  perciò  uccisa. 

Tra  il  brulicame  di  accademie    reali,    di  musei,   di  scuole, 


di  corsi  universitari  esiste  in  Berlino  una  compagnia  di  lette- 
rati assai  modesta,  ma  nello  stesso  tempo  interessante.  Essa  è 
nuda  di  palagi  e  di  rendite  ;  non  mette  quesiti  a  concorso , 
non  distribuisce  premi.  Come  una  grande  famiglia  tiene  in  ogni 
settimana  le  sue  ragunate.  l  Loustics  *i  tedeschi  le  avevan  po- 
sto il  nome  di  compagnia  del  mercoledì  ( MittwochsgescUschaft) , 
ed  essa  per  dar  loro  una  solenne  mentita,  ha  mutato  il  suo 
giorno  di  riunione  fissandolo  al  lunedì.  E  il  maggior  tratto  di 
malizia,  cui  siasi  mai  arrischiata.  Ogni  lunedì  dunque  voi  ve- 
dete in  una  camera  d'albergo,  interdetta  in  tal  giorno  alle  cor- 
porazioni commerciali,  arrivare  verso  le  otto  di  sera  tutti  i 
membri  della  compagnia  col  loro  mantello  in  ispalla  e  para- 
pioggia alla  mano.  Arriva  il  primo  e  si  adagia  sopra  una  pol- 
trona il  venerando  Hitzig ,  che  la  presiede.  Gli  altri  a  guisa 
di  peripatetici  vanno  errando  per  la  sala  o  siedono  sopra  pan- 
che di  pino.  Là  Raupach  svolge  a  suoi  amici  la  tela  d'  una 
nuova  tragedia  ,  Haering  si  spazia  su  suoi  viaggi  in  Norvegia  , 
Albrecht  va  aguzzando  un  epigramma  pel  suo  giornale,  e  Carlo 
d'Holtei  canterella  l'ultima  sua  canzone.  Vi  giugne  talora  lo  scul- 
tore Rauch  ed  il  geografo  Zeune  e  parmi  anche  Federico  Rau- 
mer,  uomo  amato  da  quanti  l'hanno  veduto  nella  felicità  delle 
domestiche  sue  pareti.  Dopo  che  i  ragunati  si  sono  rimbalzate 
loro  novelle  sulla  pioggia  e  sul  freddo  ,  sulla  scienza  e  sui  tea- 
tri ,  impone  silenzio  la  voce  del  presidente ,  ed  ogni  membro 
va  come  un'  ombra  ad  accovacciarsi  rasente  il  muro.  Allora  al 
pallido  barlume  di  due  candele  legge  il  poeta  i  versi ,  e  le  sue 
novelle  il  prosatore  ,  senza  che  anima  vivente  lo  interrompa  , 
e  quando  ha  fatto  fine  si  ritira  chinando  modestamente  il  capo 
mentre  da  tutti  si  fa  plauso.  Alle  dieci  sorge  repente  un  grande 
subbuglio;  un  odore  di  cucinasi  spande  per  la  sala,  ed  il  ca- 
meriere vi  giugne  gemente  sotto  il  peso  dei  piatti.  L'  ultima 
lettura  termina  tra  il  tintinnio  dei  bicchieri  ed  il  dolce  rigolare 
delle  forchette.  Giunta  è  1'  ora  della  cena  e  tutti  gli  accademici 
siedono  a  tavola  ;  ciascuno  paga  il  suo  scotto,   ma  per  12  grossi, 

*i  Lousiic  cioè  Lustig  ,  faceto  di  buon  umore ,  è  neologismo  francese ,  e  cor- 
risponde al  \ovo  J'argeuf. 

(N.  del  Trad.J        ■    . 


^78 

(  38  soldi  circa  )  si  cena  lautamente  ,  e  nelle  occasioni  solenni , 
cioè  quando  trattasi  dell'  aggregazione  di  un  nuovo  membro , 
e  r  intiera  compagnia  vi  è  stata  per  lettere  chiuse  invitata  , 
può  il  conto  ordinario  ascendere  persino  alla  somma  di  2  fr.  e  a5 
cent.  Sono  sobrie  le  muse  tedesche ,  e  si  stanno  contente  ad 
im  pezzo  d'  arrosto  e  di  presciutto  nudo  ;  ma  quando  accade 
che  siausi  lasciati  cogliere  dalla  gran  tentazione  di  chiedere  in 
un  albergo  una  bottiglia  di  yln  di  Francia  ,  allora  s'  impon- 
gono per  penitenza  di  non  bere  durante  otto  giorni  fuorché 
birra.  Queste  cene  che  durano  un'ora  sono  allegre  ed  animate, 
e  le  si  lasciano  a  malincuore.  Neil'  uscirne  però  si  dà  pai'ola  di 
ritornarvi.  Quindi  si  sparpagliano  tutti  gli  accademici  per  le 
contrade  e  corrono  in  cerca  della  guardia  di  notte ,  che  loro 
apra  la  porta  *i. 

Assisteva  un  giorno  ad  una  di  codeste  riunioni,  le  quali  per 
la  schietta  ospitalità  con  cui  vi  era  stato  trattato ,  e  per  le  co- 
noscenze che  vi  aveva  fatto,  mi  erano  veramente  divenute 
care.  Sorse  un  uomo  e  vi  lesse  alcuni  versi  di  Béranger.  Spa- 
ziosa aveva  la  fronte ,  l'occhio  espressivo,  e  lunghi  bianchi  ca- 
pegli  cadenti  sulle  eue  spalle  imprimevano  nella  sua  fisionomia 
un  carattere  singolare  di  gravità  e  di  nobiltà.  M'accorsi  men- 
tre leggeva  che  la  sua  pronunzia  era  meno  aspra  di  quello  che  lo 
sia  d'ordinario  presso  i  tedeschi,  e  ch'egli  conosceva  così  bene 
il  ritmo  de'  nostri  versi  da  farne  sentire  le  diverse  cadenze.  Era 
un  mio  concittadino,  un  poeta  tedesco,  nato  nelle  pianure  della 
Sciampagna  e  tale  divenuto  per  educazione ,  per  intendimento, 
Gli  era  di  lui  appunto  eh'  io  aveva  soventi  volte  letto  il  nome 
nelle  letterarie  raccolte  di  Berlino  ,  letto  talora  de'  bei  versi 
senza  punto  sospettare  che  la  mia  patria  potesse  pretender  parte 
alle  sue  ispirazioni.  Il  sig.  Adalberto  di  Chamisso  nacque  nel 
ij8i  nel  castello  di  Boncourt ,  donde  durante  la  rivoluzione 
emigrò,  suo  padre  seco  conducendolo  in  Alemagna.  Fu  il  gio- 
vane Chamisso  per  special  favore    della    regina  di  Prussia  alle- 

*i  E  un'usanza  curiosa  che  nou  ho  scorta  inver  un'altra  città.  A  Berlino 
v'ha  in  ogni  contrada  un  guardiano  di  notte,  il  quale  tiene  le  chiavi  di  tulio 
]e  case.  A  lui  tocca  in  ogni  sera  chiudere  le  porte  e  riaprirle  il  lualtino.  La  ser.i 
^t«ata  una  ccrt'ora  ,  no»   «i  eutra  più  in  vuun  luogo  senza  il  suo  heneplatitu. 


279 

vato  nella  scuola  militare  ,  e  quindi  entrò  poco  stante  come  uf- 
iìziale  iu  un  reggimento  di  fanteria.  Essendo  dopo  la  pace  di 
Tilsitt  stato  licenziato  il  suo  reggimento  ,  egli  abbandonò  la 
militare  carriera  ed  intraprese  un  viaggio  in  Francia.  Mi  rac- 
contò egli  stesso  con  qual  commozione  avesse  risalutata  la  na- 
tia terra,  ed  il  patrio  tetto  ,  sotto  il  quale  sentì  riaccendersi 
vivacissima  la  fiammella  delle  infantili  rimembranze.  Breve  fu 
questo  viaggio,  essendosene  tosto  ritornato  a  Bei'lino,  dove  si 
diede  a  dettare  qualche  verso  ed  a  studiare  ad  un  tempo  con 
molto  ardore  la  storia  naturale.  Il  suo  genere  di  vita  non  si  era 
ancora  improntato  di  verun  carattere  determinato.  Pendeva  ti- 
tubante davanti  ad  uno  di  que' bivii ,  in  cui  ci  occorre  d'im- 
batterci ,  quando  abbandonata  repente  la  via  ,  eh'  eravamo  sì 
a  battere  ,  ancora  non  ci  si  para  dinanzi  quella  che  può  pa- 
rerne .la  più  secura.  Nel  1811  il  sig.  di  Ghamisso  fa  ritorno 
in  Francia  ,  vi  frequenta  la  società  della  sig.  di  Stael  ,  si  porta 
a  vederla  a  Coppet ,  e  si  ferma  più  glorui  in  quel  cenacolo  let- 
terario ,  che  faceva  bella  corona  alla  dotta  Corinna  ,  in  quella 
esquisita  assemblea  nella  quale  prodigava  Schlegel  tutto  l'acume 
della  sua  critica  e  Zaccaria  Werner  tutto  il  misticismo  della 
sua  poesia.  Un  anno  dopo  Chamisso  era  di  nuovo  a  Berlino. 
Egli  non  aveva  sino  allora  pubblicato  se  non  se  alcune  poesie 
volanti  apprezzate  dagli  uomini  di  gusto  ,  ma  poco  adatte  a 
pungere  la  curiosità  in  un'  epoca  di  cotanta  agitazione.  Il  vero 
principio  della  sua  carriera  letteraria  fu  la  pubblicazione  di 
Pietro  Schleinis  ,  opera  eh'  egli  scrisse  senza  mirare  a  preten- 
sione veruna  ,  ed  all'  unico  scopo  di  porger  diletto  alle  nipoti 
del  suo  amico  Hitzig.  Ma  il  racconto  da  fanciulli  solleticò  gli 
uomini  fatti,  e  quello  che  le  fìgliuoline  sedenti,  per  meglio 
ascoltarlo,  sulle  ginocchia  di  Ghamisso,  consideravano  soltanto 
come  una  concatenazione  di  bizzarre  avventure,  le  genti  as- 
sennate lo  tennero  per  un'  idea  filosofica.  La  storia  del  povero 
Pietro  Schlemis  privo  della  propria  sua  ombra  si  dilTuse  per 
tutta  Europa  ,  sebbene  falsata  in  Alemagna  e  falsata  in  Ame- 
rica. Hoffman  amico  pur  egli  d' Hitzig  si  provò  ad  imitarla,  etl 
uno  scrittore  nostrano  la  pubblicò  voltata  in  francese  senza 
però  farsi  carico,  come  l'editore    d' Oliiwr  Brissiin ,   di  etiare 


280 

il  nome  dell' autore  tcticsco.  Pietro  Schlemis  venne  in  luce  nel 
i8i4  e  partorì  a  Cliatnisso  una  riputazione  d'uomo  di  spirito, 
mentre  un'altra  fama  l'aspettava  per  l'anno  vegnente.  11  conte 
di  Romanzoff  preparava  a  proprie  spese  un  viaggio  attorno  al 
mondo  e  Chamisso  gli  si  aggiunse  in  qualità  di  naturalista.  Egli 
fece  vela  da  Kronstadt  nel  i8i5  e  vi  prese  terra  nel  1818. 
Pubblicò  al  suo  ritorno  sulla  lunga  sua  peregrinazione  documenti 
ridondanti  del  più  vivo  interessamento.  L'  università  gli  conferì 
il  dottorale  diploma  ,  ed  il  re  gli  concedette  V  impiego  di  pro- 
fessore al  giardino  botanico.  D'  allora  in  poi  Cliamisso  non  si 
è  più  mosso  di  là,  ingolfandosi  sempreppiù  nella  scienza,  det- 
tando sempre  versi ,  frequentando  assiduamente  la  società  let- 
teraria di  Berlino  ,  e  menando  la  placida  sua  vita  tedesca.  Sta 
ora  compilando  i  suoi  viaggi  e  diede  l'  anno  scorso  in  luce  una 
sua  raccolta  di  poesie,  di  cui  furono  in  poco  tempo  esaurite 
due  edizioni. 

Sono  la  maggior  parte  codeste  poesie  elegie  d'  amore  ,  scene 
della  vita  pennelleggiate  con  grazia,  e  spiranti  una  soave  me- 
lanconia. Altro  non  sono  per  lo  più  cbe  una  serie  di  canti  leg- 
gieri, Lìeder j  di  cui  presenta  ciascuno  una  scena  a  parte,  e 
che  formano  in  complesso  un  intiero  poema.  Gli  è  in  tal  guisa 
che  un  giovinetto  ed  una  zitella  vanno  in  un  dialogo  spezzato 
a  strofe  ,  sviluppando  alternativamente  le  diverse  fasi  della  vita. 
Gli  è  in  tal  guisa  che  una  vecchierella  tratteggia  le  prime  sen- 
sazioni della  sua  infanzia  ,  i  primi  suoi  sogni  d'amore  ,  le  gioie 
sue  materne.  Ei  parrebbe  che  tutti  questi  Liedcr,  che  quasi 
anolla  della  stessa  catena  a  meraviglia  si  staccano  e  si  ricon- 
giungono, fossero  da  lei  stati  cantati  in  un  momento  di  dolce 
abbandono  della  fantasia  ,  mentre  girava  il  suo  arcolajo  cullava 
il  suo  nipotino.  Alcuno  di  questi  poemi ,  com'  è  quello  della 
giovane  figlia  abbandonata,  ha  un  carattere  commovente  e  dram- 
matico. La  misera  non  si  dà,  come  la  Gretchen  di  Goethe,  in 
balia  della  disperazione,  non  ismarrisce,  come  la  povera  Ruth 
di  Wordsworth  ,  la  ragione  ,  ma  va  rassegnata  a  cercarsi  nella 
dimora  de'  morti  un  riparo  contro  i  motteggi  del  mondo.  Essa 
riede  piangente  sopranna  tomba,  e  chiama  sua  madre,  la  vecr 
chia  sua  madre,  che  l'avrebbe  comraiserata,  che  non  l'avrebbe 


281 

maledetta.  Quindi  scioglie  tutto  il  freno  al  suo  dolore,  e  cade 
in  braccio  al  sonno  suU'  umida  erba  del  cimitero.  Spesso  an- 
cora lascia  il  poeta  da  parte  1'  elegia  estranea  ,  e  ristringendosi 
in  se  stesso  parla  con  amara  verità  e  de'  delusi  suoi  desideri 
e  delle  perdute  sue  gioie.  La  sua  giovinezza  è  quella  eh'  egli 
sopra  ogni  altro  lamenta  ,  la  ridente  e  cara  sua  giovinezza,  cbe 
gli  adombrava  di  fiori  le  tempia,  e  lo  balzava  scherzando  per 
mezzo  a  tutti  i  prestigi  della  speranza  ,  a  tutte  le  illusioni  dell' 
immaginativa.  Or  egli  è  vecchio,  freddo  gli  diviene  il  cuore,  una 
nebbia  gli  appanna  lo  sguardo  ,  e  più  non  vede  brillare  in  cielo 
la  lucida  stella  che  lo  rischiarava,  più  non  vede  sulla  terra  le 
fresche  ombre  ,  sotto  le  quali  si  dilettava  abbandonarsi  ai  sogni 
della  fantasia.  L'immaginazione  gli  ha  involato  il  suo  prisma ,  e 
non  gli  si  presenta  la  vita  se  non  come  un'arida  e  desolata  via , 
che  mette  alla  tomba.  Quindi  soffoca  repente  questi  vani  ge- 
miti ,  e  per  deludere  col  sorriso  il  dolore  si  scuote  e  con  una 
specie  di  amara  gioia  canta  la  speranza  e  la  felicità.  Contiene 
ancora  questa  raccolta  parecchi  poemi  interessanti,  nei  quali 
r  autore  tolse  ad  argomento  leggende  popolari  d'  Alemagna. 
Giudiziosamente  scelte  sono  codeste  leggende  e  raccontate  con 
tuono  squisito  di  semplicità  e  buona  fede.  Una  fra  1'  altre  ci 
ha  scossi  sia  per  la  grazia  de'  particolari  ,  che  per  la  schiet- 
tezza del  racconto.  Un  cavaliere,  il  quale  si  è  durante  la  metà 
del  giorno  lasciato  attrarre  in  caccia  d'  un  cervo ,  arriva  tra  le 
rovine  di  Windeck  rotto  dalla  fatica  ,  spossato  dal  caldo.  — • 
Oimè!  perchè  non  mi  è  concesso,  egli  esclama,  di  ritrovare  di 
che  spegnere  1'  ardente  sete  che  mi  divora  !  Nello  stesso  punto 
gli  sì  para  dinanzi  una  giovane  donzella  con  in  mano  una  tazza 
d'  oro.  L'  affisa  il  cavaliere,  che  mal  non  aveva  veduto  nel 
mondo  un'  immagine  così  bella ,  uno  sguardo  cosi  potente  e 
dolce  ,  una  forma  così  aerea.  Batte  con  violenza  il  suo  cuore  , 
ed  egli  le  cade  supplice  alle  ginocchia  implorando  amore  ;  ma 
dessa  gli  scaglia  un  indefinibile  sorriso  e  si  dilegua.  Da  questo 
istante  non  vien  più  fatto  al  cavaliere  di  ritornare  alla  sua  di- 
mora. E  dì  e  notte  va  errando  tra  le  rovine  di  Windeck  in 
traccia  della  sua  amata,  chiamandola  tra  lagrime  e  singulti. 
Né  anima  vivente  potè  stornarlo  da  quella  sua  ansia   d'amore  , 


282 

né  mauo  amica  strapparlo  da  quella  selvaggia  eolitudine.  Per 
rintracciare  l'adorata  immagine  a  tutto  egli  rinunziò  quanto  era 
un  giorno  pungolo  a  suoi  voti ,  e  divenne  affatto  straniero  agli 
uomini.  Giunse  infine  una  sera  in  cui  ricomparve  la  giovine 
donzella,  accostò  le  sue  alle  pallide  labbra  di  lui,  ed  egli  chiuse 
all'  eterno  sonno  gli  occhi. 

Il  rimanente  della  raccolta  è  composto  di  poesie  di  circo- 
stanza ,  e  di  parecchie  tradizioni ,  di  cui  si  encomia  l'eleganza 
e  la  fedeltà. 

La  poesia  del  sig.  di  Chamisso  ha  un  carattere  distinto  che 
ne  forma  il  principal  merito  ,  non  rassomigliando  punto  né 
all'  andamento  maestoso  di  quella  di  Goethe  ,  né  al  canto  so- 
lenne di  Schiller,  ma  essendo  semplice  ed  intimamente  sentita 
e  talvolta  pure  alquanto  puerile  in  certi  particolari,  come  quella 
dei  Laicisti  ,  ma  però  atta  sempre  a  riprodurre  le  emozioni  le 
più  fuggevoli,  le  più  leggere  tinte.  Prediligono  i  Tedeschi  il 
sig.  di  Chamisso  come  poeta  e  lo  lodano  come  dotto.  Questa 
doppia  riuscita  gli  fece  porre  affetto  alla  terra  ,  alla  quale 
egli  non  chiedeva  che  un  asilo  ,  e  che  gli  profferiva  una  fami- 
glia, riposo  e  qualche  gloria.  Perciò  ama  egli  sinceramente 
r  Alemagna  ,  e  1'  ha  più  volte  cantata  come  sua  seconda  patria. 
Nel  fondo  però  dell'  anima  il  suo  pensiero  trasvola  ancora 
alle  ridenti  pianure ,  dov'  egli  nacque  ,  al  limpido  cielo  sotto 
cui  doveva  trascorrere  la  sua  vita.  Egli  parla  ancora  con  gioia  la 
lingua  francese,  ma  con  qualche  esitanza,  come  uomo  incanu- 
tito parla  la  lingua  viva  ed  immaginosa,  la  dolce  lingua  della 
sua  giovinezza.  Quanto  accade  in  Francia  1'  attrae  e  gli  sta  a 
cuore  j  quanto  ci  commove  suscita  in  lui  un  pari  sentimento. 
Qualche  tempo  dopo  che  ebbi  fatta  nella  società  letteraria  la 
conoscenza  del  sig.  di  Chamisso,  mi  recai  un  mattino  a  visitarlo 
uella  modesta  sua  abitazione  della  Friedrischs-Strasse  ,  dove  lo 
ritrovai  in  mezzo  de'  suoi  libri  e  de'  suoi  figliuoli.  Due  di  loro 
si  trastullavano  poco  da  lui  discosti  ,  mentre  altri  due  sedendo 
sulle  sue  ginocchia  gli  porgevano  attento  orecchio.  Era  egli  stesso 
intenerito  ,  la  sua  voce  suonava  commossa  ,  ed  una  lagrima  si 
sprigionava  dalle  folte  sue  ciglia  :  egli  parlava  della  Francia. 

X.  Marmier. 


283 
Notizie    Diverse 


Commercio   della  Francia  nel  i835. 

L'Aminiuistrazione  delle  Dogane  pubblicò  di  recente  lo  spec- 
cbio  generale  del  commercio  della  Francia  sì  colle  colonie  sue, 
che  coir  estero  durante  il  i835.  Questo  importante  documento 
presenta  i  seguenti  xùsultati.  Le  importazioni  che  nel  i834  ascen- 
devano alla  somma  di  720, iò4,336  fr.  ,  crebbero  nel  i83a  a 
fr.  760,726,696.  Tutte  le  mercanzie  però  ,  che  sDno  importate 
nella  Francia  in  essa  non  vengono  consumate,  e  queste  ultime 
sole  godono  dei  dritti.  Ora  queste  mercanzie  che  nel  1 834  mon- 
tarono alla  somma  di  5o8,933,o48  fr. ,  non  pagarono  che  fr. 
101,398,967  per  dritto  di  dogana:  questo  non  è  dunque  in 
ragione  del  generale  movimento  delle  importazioni. 

Non  meno  soddisfacenti  sono  i  risultati  ,  che  presenta  lo  spec- 
chio delle  esportazioni.  Esse  ascesero  nel  i834,a  fr.  7i4,7o5,o38 
comprendendo  le  mercanzie  tutte  in  generale ,  e  fr.  609,992,377 
per  le  francesi  solamente. 

Nel  i835  le  generali  esportazioni  crebbero  a  834,422,2x8  fr. 
e  quelle  delle  merci  francesi  a  fr.  677,41 3,633.  Nessuno,  o 
almeno  tenue  si  è  il  dritto  sulle  esportate  mercanzie ,  ed  il  loro 
frutto  quasi  insigniGcante.  Nel  i836  fu  di  i, 1 55, io5  fr.  Le  merci 
che  escono  con  premii  d'  incoraggiamento  danno  luogo  ad  un 
movimento  di  fondi  alquanto  considerabile  ,  e  che  in  realtà 
torna  a  molta  gravezza  del  tesoro.  Il  valore  delle  merci  espor- 
tate con  prima  d'  assicurahza  ,  ossia  drai^s-baek  come  lo  vuole 
l'amministrazione,  fu  di  97,960,180  fr. ,  e  1' ascendente  delle 
pagate  somme  è  di  9,402,486  fr.  presso  a  poco  il  10  per  0[0  sul 
totale  valore  delle  esportate  merci.  11  3i  dicembre  i836  le  mer- 
canzie poste  in  luogo  di  depositò  ascendevano  alla  somma  di  fr. 
i44»8o8,347:  e  quelle  che  entrarono  durante 
lutto    il    i835  crebbero    a  ...»   457.19454^9 

Totale     .         .         »   601,002,876 


284 

Il  valore  delle  merci  ritirate  per  tutto  il  me- 
desimo anno ,  sia  per  il  consumo  ,  sia  per  la 
riesportazione  o  per  altra  causa  fu  di  .         »   4^^,480,^96 

Ciò  adunque  che  rimane  al  3i  x.bre   i835  è  fr.   i44552'ì,o8o 

Così  la  situazione  dei  luoghi  di  deposito  non  presenta  a  queste 
due  epoche  ,  che  una  insienificante  variazione.  •     ... 

La  polizza  di  tratta,  che  era  nel  i834  di  soli  fr.  123,770,328, 
crebbe  nel  i835  a  168,467,407  fr.  Nel  calcolo  delle  importa- 
zioni ,  e  delle  esportazioni  non  venne  contato  il  movimento 
en  numèraire  ,  e  stabilire  non  si  poterono  tutte  le  entrate  ,  e 
tutte  le  uscite  —  L'Amministrazione  delle  Dogane  col  solito 
specchio  del  commercio  aggiunse  per  il  i835  il  calcolo  per 
ogni  distretto  della  destinazione  delle  merci  esportate  sotto  le 
prime  di  assicurazione.  Annunzia  inoltre  eh'  essa  prepara  un 
nuovo  documento  da  essa  riguardato  di  grande  utilità  ,  lo  stabi- 
limento cioè  delle  operazioni  di  cabotaggio  fra  tutti  i  porti  del 
regno  5  immenso  lavoro,  che  diverrà  fonte  di  indizii  preziosi, 
e  che  attesta  il  zelo  ,  e  il  talento  dei  capi  di  questa  grande 
amministrazione  ,  e  degli  impiegati  superiori  ai  quali  confidati 
sono  questi  statìstici  lavori.  (  Administr.  douanes.  Tab.  du 
Commerce  de  la  France  en  i835  iVt-4-°,  oct.  i836.  Imp.  Roj.  ). 


Proventi  dei  Teatri,  Spettacoli,  Balli,  Concerti j  Bettole,  ecc. 
di  Parigi.  Essi  vengono  calcolati  sopra  il  tributo  dei  poveri , 
riscosso  dagli   Ospizj  nel  i835. 

Accademia  Reale  di  musica 

Teatro  Francese         .... 

Opera  Comica  ..... 

Teatro  Italiano  .... 

Odeon       ...... 

Ventadour  chiuso  il    18  gennaio    i835 
Scuola  Drammatica  .         «  .  . 

Veaudeville        ..... 

Varietà      ...... 


.   fr. 

H91989 

IO 

» 

537983 

74 

t    )) 

568619 

53 

» 

626980 

54 

)) 

68797 

32 

» 

35834 

25 

» 

548620 

IO 

» 

49^7^9 

1 1 

» 

416297 

07 

mn 


Porle  Saint-Marlin    .... 

fr. 

462225 

86 

Palazzo  Reale    .          .          .          .          . 

» 

46643 I 

45 

Circo  Olimpico           .... 

» 

490646 

55 

Ambigu  Gomique       .... 

» 

389449 

78 

Gajeté  ,    arso  il  21   febbraio  (  3  mesi 

ip  )   ria- 

perto  il   19  novembre  i835 

» 

111873 

37 

Folies  Dramatiques  .... 

» 

186875 

70 

Panthéon  aperto  il   i."  settembre 

» 

3639» 

29 

Porte  S.  Antoine  aperto  il  3  dicembre   i835    » 

18620 

79 

Jeunes-Elèves    ..... 

» 

28988 

73 

Luxembourg      ..... 

» 

55344 

o5 

Ballerini  da  corda     .... 

» 

55282 

90 

Acrobati   ...... 

B 

63670 

85 

Scuola  pei  fanciulli  .... 

» 

234i8 

49 

Lazary       ...... 

» 

34483 

90 

Saint-Laurent   ..... 

» 

i563 

» 

Concerti  dei  Campi  Elisi  d'  inverno 

» 

174765 

» 

Idem  d'  estate  ..... 

» 

26170 

75 

Id.  del  giardino  Turco 

» 

2io3o 

» 

Id.  Montesquieu          .... 

» 

277 

» 

Id.  dell'  Albergo  Laffitte  . 

» 

14874 

» 

Id.  Scuola  musicale  .... 

» 

25o47 

90 

Id.  diversi          ..... 

» 

61187 

52 

Balli  dei  Campi  Elisi  d' inverno 

» 

32429 

» 

Id.  dell'Albergo  LaiTitte    . 

» 

31705 

» 

Id.  Montesquieu         .          . 

» 

47384 

25 

Diversi 

» 

61187 

52 

Giardini  e  feste 

» 

58023 

» 

Panorama  Diorama    .... 

» 

110866 

» 

Piccolo  spettacolo  del  Serafino  (  ombre 

Cinesi)  » 

65oo 

» 

Caffè,  e  serate  aggradevoli 

» 

4246 

n 

Assalti  d'  armi  ..... 

M 

184 

» 

Curiosità  diverse         .... 

» 

8628 

5o 

Taverne              ..... 

» 

.        fr.~ 

44253 

» 

Totale  dei  proventi  nel  i835    . 

76544'^5 

43 

AWNLWZJ    BIBLIOGRAFICI 


L' ignoranza  è  la  tnussima  e  la  peggiore  (ielle  povertà. 
Paoletti  Parroco  di  ò\  Croce  in  Toscana. 

Foglio  ebdomadario  a  soldi  2  cadano 

Destinato  a  spargere  fra  il  popolo  tnassiroe  di  una  soda  morale 
col  mezzo  di  racconti  istruttivi  e  dilettevoli,  ed  alla  cultura 
delle  classi  meno  agiate,  con  una  serie  di  nozioni  semplici,  e 
facili  di  storia,  geografia  e  di  fisica,  colla  esposizione  di  quei 
precetti  medici,  che  più  possono  essere  utili,  specialmente  per 
quanto  risguarda  l'igiene,  e  coli' indicazione  di  tutte  le  insti- 
tuzioni  di  pubblica  e  privata  beneficenza  che  meglio  onorano 
il  nostro  paese. 

I  Compilatori  di  questo  Foglio,  nel  mentre  prevengono  il 
Pubblico  essere  cessata  la  distribuzione  generale  già  affidata  al 
sig.  librajo  Barerà,  si  fanno  dovere  di  rendere  note  le  nuove 
condizioni  giusta  le  quali  proseguirà  la  regolare  sua  pubblicazione. 

Condizioni  dell'  associazione. 

i."  Di  questa  pubblicazione  escirà  un  foglio  ogni  sabbato; 
ciascun  numero  farà  un  tutto  da  per  se  stesso,  a  soldi   2. 

2.°  Il  numero  annuale  dei  fogli  sarà  di  52,  e  quelli  che  si 
associeranno  per  l'intera  annata,  pagando  anticipatamente  L.  5, 
riceveranno  in  dono,  oltre  i  due  fogli  di  più,  un  foglio  di  fron- 
tispizio adorno  di  elegante  vignetta,  coli' indice  delle  materie, 
e    coperta  stampata,  che  costeranno  cent.   5o  ai   non  associati. 

3."  Coloro  che  avessero  già  preso  l'abbuonamento ,  potranno 
dirigersi  alla  tipogsafia  Botta,   per  ritirarne  le  copie. 

4."  I  Compilatori  promettono  di  inserire  in  questo  Foglio 
tutti  quegli  scritti  che  saranno  confacenti  al  suo  scopo,  e  che 
verranno  inviati  dai  sig.  associati,  di  cui  al  N."  2.,  purché  in- 
diritti franchi  di  posta  ai  Compilatori  delle  Letture  popolari  j 
tipografia  Botta. 

5."  Si  distribuisce  in  Torino  dalla  tipografia  Botta,  dal  li- 
brajo G.  I.  Rcviglio  e  dagli  altri  prlucipali  libraj  della  Caj;iUlc, 
e  delle  Provincie. 


^287 


LIBttl    ITALIAIM 


LI  BUI    FRAUCESI 


Collezione  di  Manuali  componenti 
una  enciclopedia  di  scienze ,  let- 
tere ed  arti.  Manuale  della  sto- 
ria della  filosofia  di  Guglielmo 
Tennemann ,  tradotto  da  Fran- 
cesco Longhena^  con  note  e 
supplimenti  dei  prof.  Gian  Do- 
menico Romagnosi  e  Baldas- 
sarre Poli.  —  Milano ,  dal  Fon- 
tana ,  i836,  voi.  Ili,  distrib. 
I ,  in- 12  di  pag.  Lu-480. 11.  3  5o 
Supplimento  al  Manuale  della 
storia  della  filosofia  di  Gugliel- 
mo Tennemann,  Saggio  storico 
di  Baldassarre  Poli. 

Il  Romagnosi  non  ebbe  al- 
cuna parte  nella  compilazione  di 
questo  Supplimento.  I  primi 
due  voi.  dell'  opera  vennero 
fuori  nel  1802  e   i833. 

Il  Costume  di  tutti  i  tempi  e  di 
tutte  le  nazioni ,  descritto  ed 
illustrato  dall'  Abate  Lodovico 
Menin ,  professore  di  storia  uni- 
versale e  delle  scienze  storico- 
ausiliarie  nell'  I.  R.  Università 
di  Padova  ecc.  -  Padova,  pi-esso 
una  società  editrice ,  coi  tipi 
della  Minerva  ;  fase.  XLVII , 
in  foglio  di  pag.  20  e  3  tavole  a 
contorno  in  mezzo  foglio  11.  3. 
Colle  tavole  in  foglio  »  3.  5o 
Colle  tavole  miniate  »  5. 
Non  si  dice   di  che  moneta. 

Della  Leoittimita'  positiva  o  ne- 
gativa delle  pene ,  principal- 
mente della  pena  di  morte ,  con 
l'aggiunta  di  un  trattato  del 
duello  e  dei  mezzi  onde  estir- 
parlo. Dell'Avv.  Fincenzo  Mar- 
cucci. —  Lugano,  coi  tipi  llug- 
gia  e  Comp.  iS35i  in-8.°  di 
pag.  328 11.  3.  48 


Archives  des  découvertes  et  rn- 
ventions  nouvelles  ,  fatte  nelle 
scienze ,  nelle  arti ,  e  nelle  fab- 
briche durante  1'  anno  i835  , 
in-8.  di  33  fogli,  prezzo  7  fr. 
—  Parigi ,  presso  Treuttel  e 
Wurtz. 

Jean  Sans-Pitié  ou  la  Bataille  d'O- 
thée,  di  L.  Palaia.  Liegi  j  t836, 
in-8. 

L'Homme:  saggio  zoologico   sovra 

*  il  genere  umano  di  Bor^  de 
Saint-Vincent;  3.^  ediz.,  due 
voi.  in-i8. ,  i836.  — •  Parigi, 
presso  Rey-Gravier. 

Sante  des  Femmes  ,  del  dott.  H. 
Chomet  ;  in-8.  di  1 9  fogli ,  prezzo 
5  fr.  —  Parigi ,  presso  l' autore , 
contr.  du  Faubourg-Saint-Ho- 
noré,  N.  66. 

Traité  complet  du  regime  sanitaire 
des  aliénés  ,  ossia  Manuale  de- 
gli stabilimenti  che  loro  ven- 
gono destinati ,  del  sig.  Scipione 
Pinel  medico ,  con  rami  spiega- 
tivi ,  giusta  r  idea  dell'  archi- 
tetto Huvé.  —  Parigi,  i836, 
presso  l'editore  Mauprivez,  con- 
trada d'Enghien ,  N.  18,  uu 
voi.  in-4. 

L'Eglise  considérée  dans  ses  rap- 
ports  avec  la  liberto ,  l'ordre 
public  ,  et  les  progrès  de  la  ci- 
vilisation  ,  particulièrement  au 
mojen  àge  :  opera  in  cui  si 
prova  la  tendenza  veramente 
benefica  del  cristianesimo  cat- 
tolico, dell' Ab.  Jacques,  in-8. 
di  14  fogli,  prezzo  4  fr.  —  Lione, 
presso  Perisse. 

Le  Cuemin  le  plus  court,  par  At- 
plioìise  liarr.  Voi.  2  iu-8.**,  prix 
i5  fr.  Paris,  chez  Cozzelin. 


288 


LIBRI   INGLESI 


LIBRI    TEDESCHI 


Etymotonia  containing  Principles 
of  Classical  Accentuation  etc.  By 
Eneas  M' Intyre  ,  LL.  D.  In-12. 
5  s,  6  d.  cloth. 

Heerew  Exercises  to  Stuart ,  and 
Lee's  Hebrew  Grammars.  Iu-8. 
I   s.  boards. 

Teeatise  on  EngUsli  composition. 
By  H.  TV.  ?VUliams.  In-i2. 
I  s.  6.  d. 

The  ShakspeareGallerv,  containing 
ali  the  Principal  Female  clia-- 
racters  ,  from  drawings  by  the 
first  Painters  ,  engraved  under 
the  superintendence  of  M.  Char- 
les Heath.  Parts  I.  and  II.  Ro- 
yal  m-8.,  2  s.  6  d,  each. 

Lingard'8  HisTORit  of  England  , 
abridgedand  continued  to  i835. 
By  P.  Sadler  ^  2  vols.  in-12. 
12  s.  half  bound. 

British  Song  Birds  ,  being  Popu- 
lar  Descriptions  and  Anecdotes 
of  the  Choristers  of  the  Grove. 
By  N.  PFood,  esq.  In-8.  7  s. 
cloth. 

Ireland  ,  its  Wants  and  capabUi- 
ties.  By   D.  Bain,   in-12   2   s. 

Lucy  Unwin  ,  or  Pregiudice  Repro- 
ved,  and  other  Tales.  In- 18. 
1   s.  6  d. 

Storics  for  Holiday  Evenings.  By 
Mrs.  Child ,   in- 18.  2  s.  6  d. 

A  Saunter  in  Belgium  in  i835.  By 
George  St.  George.  In-8.  io  s. 
6  d.  cloth. 


Gkiechisches  Lesebucu,  nebstelncr 
grammatik  des    attischen    dia- 
lekts.  Scelta  di  lettere  greche  , 
divise  in  due   parti,    con    ima 
gramatica  del  dialetto  attico,  di 
F.  R.   C.    Krebs  ,   6.*  ediz.  — 
Francoforte    sul    Meno,  presso 
J.  C.   Hermann. 
Die  Graber  der  GRiEcars.  Le  tom- 
be della  Grecia,  vedute  e  dise- 
gni, del  barone  di  Stakclberg , 
I.^  e  2.^  dispensa,   8  stampe, 
e  44  P^g-  di  testo.  —  Berlino, 
presso  Reimer. 
Palastina.  Storia  della  Palestina,  di 
eh.  de  Raumer ,  con  una  carta 
di  Gerusalemme  all'  epoca  della 
conquista  di  Tito,  e    un    qua- 
dro descrittivo  della  Chiesa  del 
Santo  Sepolcro. — Lipsia,  presso 
Brockhaus. 
Geschichte  der    Deutschen.  Storia 
degli  Alemanni  dai  più  antichi 
tempi    sino  al    dì    d'  oggi,    di 
Wolfgang  Menzel,    nuova   ediz. 
riveduta  e  aumentata,  pubbli- 
cata in    un    voi.    grande    in-8. 
—  Stoccarda  e  Tubinga ,  presso 
Cotta. 
Anleitung    zum  Selbststudium   der 
Elektricitat  ,    des    Galvanismus 
und    Magnetismus.    Guida    per 
istudiare  da    se  l' elettricità  ,  il 
galvanismo  e  il  magnetismo  ,  di 
/.  Sporschil,  —  Lipsia ,  per  cura 
di  Brockhaus  {  con  i3  tavole). 


"•^d^C^M 


STA'WPERIX    GTmilNGHF.LLO    E    COMP. 
con  peruiissionc. 


289 
SciGrizE  Sociali  ed  Amaui^istiìative 


Saggio  sul  buon  Governo  delta  Mendicità j  degli  Istituti  di 
beneficenza  e  delle  Carceri,  del  Conte  D.  Carlo  Ilarioue  Pelitli 
di  RoretOj  Consigliere  di  Stato  ordinario  di  S.  M. 


(  Voi.  3.  Torino,  1837  ). 


Mentre  il  volgo  degli  Scrittori  si  occupa  ancora  di  illusioni 
e  di  censure  inquiete,  pochi  veri  sapienti  consacrano  il  loro 
ingegno  a  ricercare  ed  a  chiarire  i  fatti  positivi  e  le  tendenze 
della  umanità,  ne  studiano  le  cagioni  e  le  più  legittime  e  reali 
conseguenze  ,  e  raccogliendo  così  i  frutti  dell'  universale  espe- 
rienza e  delle  proprie  come  delle  altrui  meditazioni,  li  espon- 
gono poscia  al  pubblico  senza  disdegno,  senza  pretensione,  coli' 
unico  intendimento  di  far  del  bene. 

Nel  numero  di  questi  ultimi  è  giustamente  da  collocarsi  l'Au- 
tore del  libro  che  si  annunzia.  Egualmente  lontano  dalle  viete 
prammatiche  ,  come  dalle  più  sottili  specolazioni  moderne,  che 
però  conosce  ed  esamina  ;  avverso  egualmente  alle  assurde  ri- 
pristinazioni,  come  alle  novità  inopportune,  egli  nelle  dottrine 
sociali  vuol  tenere  una  via  di  mezzo  tra  1'  impero  delle  teorie 
e  la  potenza  dei  fatti.  Una  moderazione  illuminata  in  ogm 
parte  del  civil  ministero,  per  ogni  cosa,  è  la  sua  bandiera.  K 
che  ciò  sia,  ei  non  ne  fa  mistero  alcuno  :  anzi  penetrato  cou- 
scienziosamente  della  vera  e  giusta  utilità  di  tali  massime,  nel 
dare  ragione  della  sua  opera  ,  spiega  con  esse  apertamente  la 
sua  professione  di  fede  e  politica  e  civile.  Almeno  così  pare  che 
si  possa  credere  senza    esitanza;    sebbene  le    espressioni  in  cui 

IO 


2S0 

quiiìla  profiiSsJone  si  vede  ravvolta,  sembrino  aJquanlo  intri- 
cate ed  oscure  ,  e  mostrino  clic  1'  Autore  fece  forse  una  diffe- 
renza ancor  troppo  risentita  ed  opposta  tra  la  teoria  e  la  pra- 
tica, quando  invece,  a  ben  riflettervi  sopra,  qualunque  teoria  che 
sia  giusta  non  è  mai  altro  in  sostanza  che  T  espressione  ultima 
e  generale  ,  il  risultato  cioè  di  fatti  identici  ed  analoghi  sopra 
un  dato  ordine  di  cose;  risultato  che  poi  per  forza  di  astrazione 
viene   ridotto  in  assioma. 

Comunque  però  non  è  difficile  vedere  al  sistema  di  quali 
uomini  di  Stato  si  accosti  V  illustre  Autore  del  presente  Sag- 
pio.  Egli  è  quel  sistema  che  colloca  la  sapienza  civile  nell'equi- 
librio della  teoria  colla  pratica  5  sistema  che  olire  al  fonda- 
mento di  ragionamenti  astratti  ha  poi  già  per  sé  il  migliore 
degli  argomenti  5  vogliam  dire,  ia  continua  ed  effettiva  prospe- 
rità degli  interessi  materiali  della  società  e  degli  individui , 
la  conservazione  dell'ordine  e  della  pace. 

Nessuno  perciò  potrà  dubitare  che  il  nostro  Autore  non  ab- 
bia già  fra  se  stesso  vittoriosamente  risolta  quella  difficoltà  che 
si  potrebbe  per  avventura  fare  al  sistema  medio  e  temperato, 
da  cui  è  dominata  tutta  intiera  la  sua  opera,  che  esso,  cioè, 
possa  bensi  essere  sempre  giovevole  in  quegli  Stati ,  dove  la  ci- 
viltà è  giunta  al  suo  maggior  sviluppo  ,  e  così  dove  le  riforme 
e  le  modificazioni  alle  istituzioni  possono  soltanto  essere  dubbie 
nei  loro  effetti ,  e  presentare  eguali  eventualità  di  bene  e  di 
male;  ma  che  diversamente  poi  debba  succedere  in  quegli  Stati, 
dove  i  mali  sono  assoluti  ,  e  sono  perciò  necessarii  assoluti  e 
radicali  cangiamenti  di  leggi  e  d'  istituzioni.  Quivi  di  fatto  il 
sistema  di  medietd  temperata  potrebbe  talvolta  produrre  soltanto 
provvedimenti  precarii  e  palliativi  ,  e  favorire  soltanto  1'  ema- 
nazione di  quelli  ordini  ,  che  volgarmente  si  '  dicono  ,  Mezze 
misure.  Imperocché  se  è  vero  che  non  debba  ordinarsi  il  male 
acciò  ne  venga  qualche  bene,  così  non  debbano  lasciarsi  con- 
tinuare gli  abusi  col  pretesto  che  lo  svellerli  possa  cagionare 
qualche  dolore. 

Ma  su  tal  cosa  lasciamo  che  provveggano  il  senno  de'  legis- 
latori e  le  circostanze  de'  tempi.  A  noi  basta  di  aver  fatto  con 
ciò  conoscere  lo    spirito  con  cui   è  dettata    V  opera    del    signor 


291 

conte  Pelitti.  E  questa  in  ogni  caso  gioverà  sempre  a  dare  una 
novella  prova  che  oggiraai  è  cessata  quella  separazione  e  quell' 
isolamento  ,  che  altre  volte  esisteva  tra  gli  uomini  di  Stato  , 
positivi ,  e  come  si  suol  dire  ,  tra  gli  uomini  di  azione ,  e  gli 
scrittori  puramente  astratti  e  filosofi.  Quell'  isolamento  fu  per 
per  lungo  tempo  cagione  di  ritardo  nell'  avanzamento  della  ci- 
viltà, poiché  operando  gli  uni,  ed  escogitando  e  scrivendo  gli 
altri  a  scambievole  loro  insaputa  o  disprezzo  5  le  operazioni  e 
gli  studj  di  tutti  non  si  univano  mai  a  darsi  fra  loro  reciproco 
lume  ed  ajuto.  Ma  fortunatamente  da  qualche  tempo  si  operò 
questa  alleanza  fra  le  predette  due  facoltà  del  pensiero  e  del 
potere,  e  quest'alleanza  la  veggiamo  massimamente  avverata 
in   quest'  opera  del  conte  Petitti. 

Laonde  l'importanza  delle  materie  che  in  essa  sono  trattate 
essendo  grandissima  sotto  d'  ogni  rapporto  e  cotanto  presente  , 
noi  vogliamo  perciò  provarci  di  darne  un  breve  sunto  ,  giacché 
il  voler  farne  una  perfetta  analisi  sarebbe  cosa  impossibile  , 
tanto  è  già  ristretto ,  compendiato  >  e  sugoso  il  contenuto  della 
medesima. 


Il  titolo  solo  di  quest'  opera  indica  abbastanza  che  tre  sono 
le  parti  che  la  compongono.  Il  buon  governo  della  Mendicità 
forma  l'oggetto  della  prima,  quello  àe^ì  Istituti  di  Beneficenza 
della  seconda  ,  e  quello  infine  delle  Carceri  si  descrive  nella 
terza. 

§  I.    Della    Mendicità. 

In  questa  prima  parte  troviamo  riferite  tutte  le  leggi  e  tutti 
1  metodi  che  già  sono,  od  ancor  potrebbero  venir  ordinati  per 
reprimere  e  per  dirigere  la  Mendicità. 

A  siffatta  disamina  va  opportunamente  innanzi  la  distinzione 
morale ,  e  quella  materiale  de'  poveri.  Sotto  la  prima  categoria 
si  comprendono  i  poveri  volontarii  e  forzati  5  e  sotto  la  seconda 
quelli  validi,  invalidi  e  vergognosi.  Questi  ultimi  però  potrebbero 
a  nostro  avviso  forse  più  esattamente  appartenere  alla  divisione 
morale,  che  non  a   quella  semplicemente    fisica  e  materiale. 

Nel  procedere  a  questa  specificazione  dobbiam  saper  buon 
grado    al  conte  Petitti   d'  aver    suscitata    ad  onore  la  memori» 


292 

troppo  generalmente  trascurata  d'un  illustre  piemontese  ,  l'Ab. 
Vasco  *i. 

La  cosa  poi  più  difficile ,  ma  però  non  meno  essenziale  a 
praticarsi  allorché  si  ragiona  di  Mendicità^  si  è  il  discernere  i 
veri  dai  falsi  mendici  ,  ed  il  nostro  Autore  indica  i  caratteri 
ed  i  mezzi  onde  poterli  riconoscere. 

Quanto  ai  falsi  mendici  egli  non  ha  che  ad  affidarli  alla 
vigilanza  ed  alla  severità  delle  leggi  5  ma  riguardo  ai  veri  po- 
veri (  poiché  per  le  inevitabili  disuguaglianze  nelle  condizioni 
sociali  ,  e  per  la  continua  fluttuazione  delle  facoltà  e  delle  ric- 
chezze territoriali  e  dell'  industria  sarà  pur  troppo  sempre  una 
chimera  il  credere  di  poterli  sopprimere  affatto),  si  ricercano 
in  questo  libro  tutti  i  mezzi  per  diminuirne  almeno  il  numero , 
e  per  rendere  meno  perniciosa  la  loro  presenza. 

Fra  questi  mezzi  il  primo,  e  certamente  il  più  perentorio  che 
ci  venga  suggerito ,  accompagnato  però  da  tutte  quelle  cautele 
che  sono  necessarie  per  renderne  sicura  e  non  crudele  1'  os- 
servanza ,  si  è  una  rigorosa  proibizione  della  questua  pubblica. 

Neil'  abbracciare  siffatta  opinione  che  ancora  si  controverte 
da  varii  scrittori,  zelatori  del  resto  di  buona  fede  della  umanità; 
e  nel  credere  perciò  che  il  Governo  possa  e  debba  usare,  ab- 
bisognando, la  violenza  per  estirpare  la  Mendicità ,  sia  col  co- 

*i  L'Ab  Giambattista  Vasco  da  Mondovi,  cbe  visse  dalla  metà  sin  verso  il 
fine  dello  scorso  secolo,  è  autore  diliginte  di  molte  dissertazioni  sopra  i  più  im- 
portanti argomenti  di  economia  politica  Scrisse  un  Saggio  polilico  sulla  moneta, 
una  dissertazione  in  cui  disapprova  l'istituzione  dei  corpi  d'  arti  e  mestieri, 
un'  altra  in  cui  condanna  le  tariffe  coercitive  e  cosi  le  tasse  del  pane  ecc.  Alla 
memoria  scritta  Sulle  cause  della  mendicità  e  sui  mezzi  di  sopprimerla  tenne 
dietro  quella  Sulla  felicità  pubblica  considerata  nei  coltivatori  di  terre  proprie ^ 
dove  indica  come  fonte  di  sociale  prosperità  lo  scompartimento  'ed  il  possesso 
delle  proprietà  fra  i  contadini.  Si  pregia  poi  particolarmente  un  suo  opuscolo  in- 
titolato r  Usura  libera  ,  nella  quale  appare  precorrere  le  dottrine  poscia  svi- 
luppale dal  Mastroffini  ,  e  consiglia  sino  da  quei  tempi  lo  'stabilimento  delle 
Casse  di  risparmio.  Finalmente  egli  dettò  una  memoria  per  rispondere  al  que- 
sito proposto  dalla  B.  Accademia  delle  scienze  di  Torino  sul  modo  di  provve- 
dere al  «ostentamento  degli  opera]  addetti  agli  edifizj  per  il  lavorio  delle  sete  nel 
caso  di  loro  scarsezza.  Tutte  queste  memorie  scritte  dal  Vasco  con  singolare 
evidenea  e  precisione  ,  si  trovano  nella  Raccolta  degli  Economisti  classici  ita- 
liani ,  e  non  è  d' uopo  soggiungere  quanto  le  medesime  possano  ancora  al  di 
d'  oggi  servire  uilo  studio  della  scienza  economica  ,  e  quanto  eifettivameute  al- 
èUui  recenti  scrittori  se  ne  siano  giovato.  E  dunque  giusto  che  almeno  non  sf 
trascuri  alcuna  occasione  per  raaimentare  un  nome  sì  beuemerito. 


295 

stringere  i  poveri  al  lavoro ,  sìa  col  punirne  le  contravven- 
zioni ,  ci  duole  soltanto  che  la  forma  data  dall'  Autore  al  suo 
libro  non  gli  abbia  permesso  di  sollevare  il  proprio  assunto 
a  maggior  altezza  ;  prendendo  a  dimostrarci  con  tutta  la  filo- 
sofica eloquenza,  di  cui  era  capace,  la  necessità  materiale  non 
solo  ,  ma  la  giustizia  intrinseca  e  razionale  della  voluta  proi- 
bizione. Allora  una  così  importante  opinione  non  appariva  sol- 
tanto appoggiata  ad  aride  e  sterili  avvertenze. 

Egli  è  vero  per  altro  che  i  mali  e  le  schifose  conseguenze 
di  queir  inveterato  abuso  della  pubblica  questua  sono  cosi 
sensibili  e  frequenti,  e  ci  vengono  poi  con  tanta  evidenza  dal 
nostro  Autore  rappresentati,  che  bastano  a  gran  pezza  per  per- 
suaderci della  necessità  di  quella  proibizione,  per  quanto  una 
siffatta  misura  possa  ancora  a  qualche  più  tenero  pensatore 
sembrar  severa,  od  anche  dispotica. 

La  necessità  pertanto  di  questa  proibizione  accompagnata  da 
tutti  quegli  analoghi  provvedimenti  che  sono  diretti  a  proscri- 
vere il  pubblico  esercizio  della  mendicità ,  è  riconosciuta  dal 
nostro  Autore  come  un  bisogno  sociale  j  purché,  ben  inteso, 
non  venga  ad  un  tempo  angustiato  il  libero  arbitrio  della  ca- 
rità privata. 

In  tal  modo  si  viene  dimostrando  che  1'  applicazione  delie 
teorie  di  Duchàtel  e  di  Naville,  che  trasportati  da  una  filan- 
tropia d'  immaginazione  e  di  cuore,  vorrebbero  tuttavia  libera 
la  pubblica  questua  ,  e  quindi  esclusa  la  carità  legale  e  coat- 
tiva con  tutte  le  sue  tasse,  ben  lungi  dal  recare  alla  società 
alcun  reale  vantaggio,  e  di  evitare  quegl' inconvenienti  che  da 
questi  scrittori  le  sono  imputati ,  verrebbe  anzi  gravata  di 
moltissimi  altri  più  considerevoli  danni,  che  il  nostro  A.  non 
ommette  di  riferire  (  J^ol.    i.  pag.    3 7.  e  38.  ). 

Lo  invaghirsi  pertanto  alla  cieca  di  quelle  teorie ,  può  sola- 
mente provenire  dal  non  considerare  abbastanza  attentamente 
la  condizione  presente  della  società  ,  e  le  molle  principali  che 
la  fanno  operare.  Della  qual  cosa  mentre  l'Autore  del  Saggio 
vuol  farci  avvertiti,  ci  dà  poi  una  prova  della  sua  singoiar  per- 
spicacia, allorquando  afferma  che  chiunque  si  confida  unica- 
mente   nella  carità  privata  e  spontanea,    non  bada    alle    moki'. 


-2M 

indicazioni  che  protrano  scemato  il  fervore  dei  sentimenti  reli- 
giosi j  e  cresciuta  la  tendenza  del  secolo  a  maggiori  godimenti 
niMeì'ialij  e  quindi  a  maggior  egoismo ^  specialmente  nelle  con- 
trade doue  è  in  vigore  la  carità  legale. 

Sin  qui  dei  mezzi  coercitivi  e  diretti  che  il  Governo  può  e 
dovrebbe  usare  per  estirpare  la  Mendicità,  soprattutto  con  vie- 
tare la  pubblica  questua.  Ora  vengono  con  bella  precisione  no- 
verati nel  capo  IX.  quei  provvedimenti  indiretti  che  meglio 
possono  rimovere  le  cause  generali  della  Mendicità,  e  ridurre 
al  minor  numero  possibile  i  veri  poveri. 

Egli  è  quivi  perciò  che  veggiamo  suggerita  la  pratica  di  tutte 
quelle  disposizioni  ,  e  1'  introduzione  di  tutte  quelle  benefiche 
istituzioni  appartenenti  al  governo  morale  ,  politico  ,  ed  eco- 
nomico di  uno  Stato,  e  che  hanno  per  iscopo  di  aumentare 
la  prosperità  pubblica  ,  con  diminuire  la  miseria  privata. 

Troppo  lungo  sarebbe  1'  enumerare  in  questo  scritto  tutti 
questi  mezzi  che  propone  1'  Autore  ;  noi  pertanto  ci  limitiamo 
a  notarne  i  principali. 

Fra  i  primi  adunque  notasi  quello  di  accordare  un  ragione- 
^vole  e  proporzionato  favore  all'  industria  tanto  agricola  ,  che 
manufattrice  ;  coll'avvertenza  però  di  rivolgerlo  piuttosto  alla 
prima  che  non  alla  seconda ,  quando  così  il  richiede  la  condi- 
zione del  paese  che  si  vuole  sgravare  dal  pauperismo.  A  questo 
proposito  e  nelle  note  annesse  a  questo  primo  libro  dell'  Opera , 
va  congiunta  una  discussione  dove  l'Autore  scostandosi  dai  prin- 
cipii  del  Golbertismo ,  e  giustamente  sgomentato  dalle  crisi 
commerciali  che  tratto  tratto  si  scorgono  in  alcune  contrade  , 
adduce  le  ragioni  per  cui  egli  non  crede  che  possa  essere  utile 
il  promuovere  la  produzione  industriale  sino  all'  infinito  ,  ma 
pensa  in  vece  che  debba  limitarsi  entro  i  confini  eh'  egli  sup- 
pone indispensabili  per  tenere  1'  equilibrio  tra  la  produzione, 
e  la  consumazione  probabile ,  e  per  non  vedere  la  classe  det,li 
operaj  esposta  a  tutte  le  conseguenze  disastrose  della  mapcanza 
del  lavoro  ,  e  del  ribasso  delle  mercedi. 

Sono  gli  stessi  timori  e  quest'  istessa  prudenza  ,  che  consi- 
gliano poscia  air  Autoi'e  delle  simili  limitazioni  ,  sia  allorché 
ragiona  sulle  pubbliche  tasse,  e  vuole  che  siano  moderate,  sia 


295 

quando  desidera  la  promulgazione  di  leggi  annonarie,  sia  quando 
raccomanda  1'  esecuzione  di  lavori  pubblici. 

Nelle  discussioni  eh'  egli  intraprende  sopra  questi  rilevantis- 
simi oggetti,  lo  spirito  di  una  ciicospetta  moderazione  gli  è 
sempre  compagno.  Cosi  quantunque  l'Autore  dichiari  di  profes- 
sare il  principio  della  libera  concorrenza  ,  nell'  esecuzione  pra- 
tica però  rinviene  tanti  e  tali  inconvenienti  ,  eh'  ei  termina 
pur  anche  per  credere  indispensabili  molte  riserve  e  limitazioni. 
Ciò  specialmente  si  osserva  là  dove  si  tratta  dell'  importazione, 
e  dell'  esportazione  dei  generi  di  prima  necessità. 

Ad  uno  stesso  modo  veggonsi  temperati  i  consigli  che  deb- 
bono regolare  le  deliberazioni,  e  gli  appalti  de'  pubblici  lavori. 
Esamina  quindi  su  di  ciò  la  quistione  se  meglio  convenga  af- 
fidarne la  direzione  al  Governo  centrale,  oppure  a,  t.iueìlo  della 
provincia  5  ed  anche  qui  il  nostro  Autore  colla  solita  prudenza,  « 
con  quel  metodo  conciliativo  che  nelle  cpse  ordinarie  di  Stato 
è  il  più  fecondo  di  vantaggi  reali  e  sicuri  ,  pensa  che  il  sislem.i 
medio  e  temperato  che  ammette  secondo  le  circostanze  tutte 
le  capacità  e  che  non  esclude  veruna  persona  rivestita  di  ca- 
rattere pubblico  ,  che  pondera  la  qualità  dell'  impresa ,  e  che 
poi  combina  tutto  ciò  colle  convenienze  locali,  sia  quello  da  pre- 
ferirsi. Frattanto  se  vi  fermerete  sopra  questo  argomento  dei 
lavori  pubblici  troverete  eziandio  discussa  la  giustizia  di  (juclla 
legge ,  che  per  V  esecuzione  delle  opere  pubbliche  adotta  la 
facoltà  dell'  occupazione  della  proprietà  privata  ,  e  sopra  di  ciò 
riconoscerete  col  conte  Petitti  l'inviolabilità  di  questo  diritto, 
salvo  l'unico  caso  di  una  vera,  provata,  ed  imponente  pubblica 
utilità:  per  accertare  poi  le  condizioni  ed  i  confini 'della  quale 
utilità  egli  vi  mostrerà  distintamente  i  metodi  ,  e  le  cautele  e 
le  provvisioni  legislative. 

Egli  tiene  poscia  peculiare  discorso  sopra  i  ponti  e  le  strade 
in  ferro  ,  e  ne  ragiona  la  varia  loro  utilità  secondo  la  varia 
condizione  ed  estensione  degli  Stati. 

Ma  soprattutto  degna  di  lode  si  è  la  descrizione  ,  che  vien 
data  in  quest'opera  di  tutti  quei  lavori  pubblici  che  sarebbe 
ancor  utile  d' intraprendere  o  di  continuare  negli  Stati  conti- 
nentali  del   Re   di    Sardeeua. 


296 

Continuando  frattanto  a  parlare  dei  mezzi  indiretti  per  di- 
minuire il  pauperismo,  è  altamente  consigliata  l'istruzione  ele- 
mentare delle  popolazioni  minute  ed  indigenti  ,  1'  istituzione 
delle  casse  di  risparmio  ,  la  protezione  e  1'  incoraggiamento 
dello  spirito  di  associazione,  specialmente  riguardo  alle  società 
per  mutui  soccorsi 5  di  preferenza  ai  corpi  delle  arti  e  mestieri, 
dei  quali  sull'autorità  di  varii  celebrati  scrittori  e  fra  gli  altri 
del  Verri  se  ne  bramerebbe  l'abolizione  *i. 

Uno  fra  i  mezzi  più  possenti  per  prevenire  la  Mendicità,  e 
ridurla  a  minor  numero  si  è  quello  di  una  buona  legislazione 
civile  ,  la  quale  fra  gli  altri  benefizii  minora  pur  anche  i  li- 
ligi.  Ed  è  poi  in  ima  delle  discussioni  apposte  per  nota  al 
fine  del  primo  voi.  che  l'Autore  mostra  il  bisogno  di  una  com- 
piuta ed  uniforme  legislazione  civile  ,  commerciale,  e  penale 
neir  interesse  pur  anche  della  mendicità ,  come  quella  che  de- 
terminerebbe i  diritti  ed  i  doveri  di  ciascun  cittadino  ,  facili- 
terebbe i  privati  commercii ,  e  diminuirebbe  le  contenzioni.  — 
Ed  è  quivi  perciò  che  1'  egregio  Autore  col  voto  di  tutti  i 
migliori  scrittori  di  cose  legislative,  coi  riflessi  scritti  dal  conte 
Federigo  Sclopis  *2 ,  e  coli'  esempio  de'  migliori  codici  d'  Eu- 
ropa, prelude  a  quella  legislazione  che  fra  poco ,  lo  sperano 
tutti,  beneficherà  le  piemontesi  popolazioni  (;?«§•  4^5.  e  seg. 
voi.    I.  ). 

La  carità  e  la  beneficenza  generosamente  e  saggiamente  eser- 
citate ,  sono  pure  uno  dei  rimedii  più  positivi  della  Mendicità. 
Non  è  perciò  da  chiedere  se  il  nostro  Autore  se  ne  occupi. 
Anzi  la  stessa  opinione  già  da  noi  emessa  quando  diemmo  rag- 
guaglio dell'opera  del  sig.  di  Naville  *3,  si  è  pur  quella  del 
conte  Petitti.  Egli  perciò  non  si  contenta  ohe  la  carità  stia  nel 
libero  ed  indeterminato  arbitrio  degli  individui,  ma  desidera  che 
venga  pur  anche  quando  che  sia  diretta,  illuminata,  e  promossa 
dal   Governo.    Questo    è   lo    stesso    che   dire  ,  che  1'  intervento 

*i  Certamente  qui  l'Autore  non  intese  parlare  dei  Capi  delle  Arti  che  alimen- 
tano e  sopraintendono  alle  Sale  di  asili  stabilite  con  tanto  successo  in  Firenze. 
*a  V.  li  quattro  Discorsi  della  legislazione.  —  Torino.  i835. 
*3  Pistribuzioiw  a.  di  settembre  pag.  563  di  questo  Giornale. 


297 

governativo  è  necessario  per  dirigere  ,  eccitare,  e  sussidiare  la 
carità  spontanea  e  privata  ;  e  che  quella  coattiva  e  legale  deve 
essere  secondo  le  occorrenze  ammessa  in  una  ben  disposta  so- 
cietà. Laonde  registrando  le  ragioni  che  si  sogliono  allegare  in 
prò  e  contro  siffatta  opinione  ,  dimostra  che  quelle  in  favore 
sono  preponderanti. 

Accennati  i  mezzi  indiretti  con  cui  si  può  e  si  deve  riparare 
alla  Mendicità,  e  dato  uno  sguardo  sulla  competenza  della  spesa, 
vale  a  dire  sulla  quistione  se  e  come  sia  giusto  di  fare  un  ri- 
parto fra  li  varii  poteri  sociali  ,  cioè  fra  il  centrale,  il  provin- 
ciale ed  il  comunale  della  spesa  occorrente  per  1'  esecuzione 
dei  provvedimenti  necessarii  per  ottenere  quell'intento  5  il  nostro 
Autore  passa  ad  offrire  un  metodo  che  crede  il  più  conveniente 
per  distribuire  le  molteplici  incumbenze  che  il  buon  governo 
della  Mendicità  richiede.  Ad  esso  pertanto  vi  chiama  tutti  i  varii 
officiali  sia  dello  Stato  ,  che  della  Provincia  ,  e  del  municipio, 
e  vuole  che  l'opera  di  tutti  0  politici  o  giudiziari!  od  econo- 
mici impiegati  che  siano,  concorra  riunita  e  concorde  al  fine 
proposto  di  estirpare ,  correggere  e  diminuire  il  pauperismo. 
Nella  quale  distribuzione  è  saggiamente  adoperata  una  propor- 
zionata dispensa  di  attribuzioni  e  di  doveri  ,  che  non  può  a 
meno  di  dar  luogo  ad  una  utile  e  saggia  emulazione  ,  e  pro- 
curare una  scambievole  sorveglianza  sopra  le  operazioni  di  cia- 
scun impiegato. 

Non  bastava  certamente  dimostrare  1'  utilità  di  proibire  la 
pubblica  paltoneria ,  e  di  esporre  i  mezzi  più  efficaci  per  otte- 
nere la  repressione  e  la  riduzione  dei  mendici ,  se  nel  tempo 
stesso  non  si  proponevano  quegli  stabilimenti  necessarii  per 
curare  e  tener  lontana  dall'aspetto  della  società  questa  piaga, 
che  pur  troppo  non  si  può  sanare  del  tutto. 

Quindi  il  nostro  Autore  per  i  poveri  validi  propone  1'  am- 
pliazione  e  la  fondazione  delle  case  di  ricovero  e  d' industria  , 
nelle  quali  debbano  esercitarsi  in  utili  occupazioni  i  poveri  rac- 
coltivi o  volontariamente ,  o  per  forza.  Esponendo  le  regole  più 
adatte  per  l'amministrazione  di  queste  case,  e  per  lo  miglio- 
ramento morale  di  coloro  che  vi  vengono  ricoverati  ,  in  con- 
seguenza delli  già  premessi  principii ,  egli  vuole  che  l'intervento 


208 

governativo  sia  per  esse  ristretto  unicamente  ad  alcune  supe- 
riori direzioni  ;  per  modo  che  venendo  a  fondarsi  uno  di  questi 
stabilimenti  da  una  società  di  benefattori  ,  il  Governo  debba 
bensì  proteggerlo ,  e  favoreggiarlo  con  sussidii ,  ma  non  esten- 
dere la  propria  ingerenza  oltre  all'  approvazione  dell'  opportuno 
regolamento. 

Le  stesse  regole  accompagnate  da  tutte  quelle  norme,  che 
sono  indispensabili  per  assicurare  la  loro  sussistenza  ,  vengono 
eziandio  suggerite  riguardo  all'  istituzione  di  case  di  ricovero 
per  i  mendicanti  invalidi. 

Relativamente  a  quelli  vergognosi  si  raccomandano  special- 
mente alla  prudenza  delle  autorità  municipali ,  che  conoscen- 
done più  da  vicino  la  condizione ,  meglio  possono  provvedere 
al  loro  sollievo  senza  lasciarli  esposti  ad  una  necessaria ,  od 
anche  tal  volta  ippocrita  pubblicità.  Per  ciò  poi  che  riflette 
ai  soccorsi,  la  carità  privata  e  le  Congregazioni  di  carità  deb- 
bono più  particolarmente  provvedervi. 

Oltre  a  questi  mezzi  che  sono  quelli  più  conosciuti  ,  e  più 
generalmente  praticati  per  contenere  nel  numero,  e  migliorare 
nella  condizione  le  varie  specie  de' poveri,  l'opera  del  conte 
Petitti  indica  ancora  quegli  altri  mezzi  che  sono  meno  ordinarii 
'e  comuni,  e  che  possono  soltanto  aver  luogo  secondo  la  varia 
posizione,  e  condizione  degli  Stati. 

Tali  sono  li  stabilimenti  agricoli  mediante  la  concessione  e 
riparto  di  una  data  quantità  di  beni  comunali  a  ciascuna  fa- 
miglia povera  j  tali  sono  le  colonie  estere  ed  interne  5  tale  la 
permissione ,  o  l' invito ,  e  qualche  volta  anche  il  comando 
delle  emigrazioni  in  quei  casi,  cioè,  in  cui  la  popolazione  dei 
poveri  si  rendesse  strabocchevolmente  eccessiva  *i. 

*i  II  progetto  degli  stabilimenti  agricoli  e  del  riparto  de'  beni  comunali  po- 
trebbe effettuarsi  sulle  basi  e  coi  mezzi  cosi  saviamente  proposti  nell'  eccellente 
scrittura  del  sig.  conte  Piola  sopra  i  terreni  incolli  del  Piemonte  ;  nella  quale 
si  venne  scoprendo  una  carriera  sinora  trascurata  per  aumentare  l.i  ricchezza 
territoriale  di  uno  Stato  e  la  somma  del  lavoro  ,  e  perciò  di  mezzi  di  sussistenza 
per  la  classe  indigente. 

Gli  stessi  divisamenti  del  Piola  vennero  recentemente  ripetuti  nella  disserta- 
zione sulla  coltura  dei  pascoli  pubblici  annessa  agli  Elementi  di  economia  po- 
lìtica di  Filiberto  Demarese. 


299 

Chi  legge  quest'  opera ,  troverà  a  questo  luogo  un  esame  delle 
leggi  pauperarie  attualmente  in  vigore  nei  principali  Stati  di 
Europa  ,  e  specialmente  di  quelle  vigenti  in  Piemonte  ^  esame 
che  conduce  l'Autore  a  molte  importanti  conclusioni,  fra  le  quali 
quella  che  ricorda ,  che  le  provvisioni  sulla  Mendicità  quando 
sono  troppo  rigorose  e  crudeli  ben  lungi  dal  frenarne  gli  abu- 
si ,  non  fanno  anzi  che  aumentarli. 

Troverà  parimenti  un  invito  per  la  formazione  di  statistiche 
della  Mendicità,  colle  regole  opportune  per  quella  più  esatta 
loro  compilazione  che  la  materia ,  le  circostanze  e  lo  scopo 
possono  permettere  ,  e  seguendo  i  consigli  di  Romagnosi ,  e  di 
Pocqueville  ,  evitare  gli  scogli  che  prima  di  essi  incontrarono 
Villeneuve,  ed  il  Gioia. 

Dopo  di  avere,  come  sin  qui  abbiamo  veduto  ,  colla  scorta 
de'  migliori  scrittori ,  e  col  proprio  criterio  esposte  tutte  quelle 
massime ,  e  proposti  tutti  quei  metodi  che  gli  parvero  più  giusti 
e  convenienti  per  dare  un  buon  governo  alla  Mendicità  ,  uno 
scrupolo  sopraggiunge  al  nostro  Autore  ,  e  teme  che  tutte  quelle 
massime,  e  tutti  quei  divisamenti  possano  coli'  andar  del  tempo 
far  introdurre  la  tassa  dei  poveri ,  quale  si  trova  stabilita  in 
Inghilterra  con  tutti  gl'inconvenienti  che  quivi  l'accompagnano. 
Ma  egli  facendo  tosto  toccar  con  mano  la  differenza  che  passa 
tra  i  risultati  dei  proposti  divisamenti  e  quelli  della  tassa  in- 
glese, e  soprattutto  ripetendo  che  presso  di  noi  i  poveri  hanno 
di  già  un  patrimonio  permanente  nelle  opere  di  pubblica  bene- 
ficenza, che  deve  essere  inviolabilmente  conservato,  e  giammai 
usurpato,  ma  tutelato  dalla  pubblica  autorità  (  Fo/.  I,  pag.  122 
e  seg.  ) ,  ed  osservando  ancora  che  il  generale  e  coattivo  con- 
corso dei  cittadini  sarebbe  soltanto  richiesto  allorquando  non 
fossero  più  sufficienti  né  la  carità  privata ,  né  quell'  istesso 
patrimonio  ;  rassicura  perciò  in  tal  modo  se  stesso  ,  ed  i  pro- 
prii  lettori  dai  concepiti  timori. 

Dileguati  così  tutti  i  dubbii  sulla  giustizia ,  e  sulla  utilità  di 
tutti  gli  ordinamenti  e  metodi  proposti  principalmente  per  la 
proibizione  della  questua,  e  sulla  ragionevolezza  della  carità  le- 
gale, non  poteva  il  conte  Petitti  di  tutte  queste  sue  conclu- 
sioni dare  una  riprova  migliore ,  fuorché  inserendo  per  appen- 


300 

dice  alla  sua  opera,  come  fece  ,  la  Sovrana  Provvisione  del 
29  novembre  i836,  con  cui  si  stabiliscono  le  condizioni  colle 
quali  nei  dominii  di  terraferma  del  re  di  Sardegna  potranno 
quindi  innanzi  erigersi  Ricoveri  di  mendicità. 

Chiunque  sulle  tracce  del  conte  Petitti  esamini  i  principii 
che  si  ebbero  presenti  nell'  ordinare  questa  legge ,  ed  i  risultati 
che  si  voglion  con  essa  ottenere ,  andrà  sempre  più  persuaso 
che  venuto  il  caso  della  sua  esecuzione,  la  mendicità  sarà  go- 
vernata con  minor  gravezza  de' privati,  e  dello  Stato,  i  mendici 
stessi  avranno  maggior  sollievo ,  e  cesserà  soprattutto  quello 
scandalo  della  pubblica  questuazione. 

§  II.  Degli  Istituti  di  beneficenza. 

Se  necessario  e  giusto  è  1'  ufficio  di  reprimere  e  di  correg- 
gere la  Mendicità  ,  più  bello  e  santo  si  è  quello  che  si  consa- 
cra a  prevenirla ,  ed  a  soccorrerla. 

A  ciò  intende  il  secondo  libro  dell'opera  del  sig.  conte  Petitti, 
diviso  in  dodici  capi,  tutti  ridondanti  di  principii,  di  notizie 
storiche  e  legislative,  di  norme  e  di  metodi  sulla  direzione  a 
darsi  alla  beneficenza  onde  si  comparta  a  reale  vantaggio  del- 
l'umanità bisognosa  e  sofferente. 

Il  sentimento  e  l' obbligo  della  beneficenza  è  ingenito  alla 
natura  dell'uomo,  ed  all'essenza  della  società.  Quindi  è  che  non 
solo  convenienti ,  ma  anzi  necessarii  sono  gV  istituti  destinati 
a  promoverla ,  a  raccoglierne  ed  assicurarne  gli  atti  ,  e  a  di- 
stribuire secondo  i  diversi  bisogoi ,  le  sovvenzioni  della  carità 
privata.  Da  queste  verità  il  consigliere  Petitti  prende  nuova 
occasione  per  confutarele  opinioni  di  quegli  scrittori  che  prefe- 
rendo una  libertà  vaga  ,  e  senza  limiti  sopra  l'esercizio  della  be- 
neficenza, cercano  di  far  credere  inutile  0  nociva  siffatta  sorta 
d' istituti. 

Ciò  premesso  ei  procede  al  novero  di  questi  stabilimenti  se- 
condo la  qualità  degli  infelici ,  a  cui  vengono  in  soccoi-^o  ,  e 
questa  descrizione  basta  per  convincere  che  non  v'  ha  genere 
d' infermità  ,  a  cui  l' ingegnosa  beneficenza  dell'  uomo  non  ab- 


301 

bia  pensato  ,  e  dì  cui  questi  istituti ,  nei  quaK  essa  Tiene  per 
così  dire  depositata  ,  non  si  occupino  particolarmente. 

Le  persone  perciò  che  ricevono  in  questi  diversi  stabilimenti 
i  convenienti  sussidii  sono  le  donne  partorienti,  poi  gli  esposti^ 
o  trovatelli,  indi  gl'infanti  legittimi,  poscia  gli  orfani,  quindi 
gì'  infermi  ,  i  maniaci ,  gì'  incurabili  ,  i  poveri  vergognosi ,  e 
finalmente  le  fanciulle  nubili. 

Pare  che  qui  si  possa  avvertire  una  lacuna ,  perchè  non  vi  si 
scorge  fatta  menzione  delle  donne  di  mala  vita  ,  una  delle  non 
meno  deplorabili  miserie  sociali.  Eppure  esse  formano  pur  troppo 
una  classe  delle  più  bisognose  de'  soccorsi  morali  della  società, 
e  difatti  per  esse  la  beneficenza  non  è  punto  stata  inoperosa  , 
esistendovi  molte  leggi ,  e  vari  stabilimenti  sia  per  ovviare  alla 
moltiplicazione  di  queste  donne ,  sia  per  curar  quelle  che  sono 
cadute  inferme,  sia  per  ricoverarle  quando  inclinano  alla  con- 
versione. Di  quanti  bisogni ,  di  quante  cure ,  di  quanti  ordi- 
namenti sia  bisognevole  questa  sciagurata  schiatta  di  persone, 
bene  il  provala  recente  opera  del  sig.  Parent  du  Chatelet*i  , 
ed  i  varii  statuii,  ed  i  parecchi  stabilimenti  che  ad  un  tal 
uopo  anche  presso  di  noi  sono  fondati  *2.  Abbiamo  tanto  più 
notata  questa  lacuna,  poiché  non  1'  abbiamo  vista  riempiuta 
quando  nel  capo  Vili,  del  libro  3."  sulle  carceri ,  accenna  di 
volo  gli  ^Ergastoli  per  le  donne  discole  ;  e  perchè  eziandio  ella 
è  questa  una  negligenza  che  contrasta  troppo  risentitamente 
colla  minuta  accuratezza  del  restante  dell'opera. 

Rivedute  le  altre  più  antiche  istituzioni  di  beneficenza  s' in- 
contriamo poscia  in  quelle  più  recenti ,  come  sono  i  Monti  di 


*i  De  la  prostìtution  dans  la  ville  de  Paris  considérée  sous  le  rapport  de 
rhygiéine  publique ,  de  la  morale  ,  et  de  l'administration.  —  Par  A.  I.  B. 
l'arent  du  Chatelet  (  Paris  i836  ). 

*2  Si  possono  su  questo  propobito  vedere  gli  statuti  della  città  di  Vercelli  del 
i333,  lib.  4-  —  Quelli  di  Vigevano  del  x532.  — E  Cnalmente  quelli  di  Torino 
del  i36o;  —  In  particolare  poi  le  RR.  PP.  del  20  maggio  1766.  —  E  quelle 
del  12  Qbre  1791  di  regolamento  del  Vicariato.  —  Meritano  poi  speciale  consi- 
derazione i  sovrani  provvedimenti  del  16  gennajo  174^,  27  novembre  J744  ^ 
3o  agosto  1751  relativi  ;;lla  fondazione  dell'opera  ossia  Deposilo  delle  convertite 
amministrata  dalla  Compagnia  di  S.  Paolo  ,  «  del  ritiro  detto  delle  Forzale  pu*- 
Miche  stabilito  in  Torino. 


502 

pietà,  le  Casse  di  risparmio,  le  Società  per  le  assicurazioni, 
e  le  Lotterie. 

Se  non  clie  sopra  i  Monti  di  pietà  che  prestano  sopra  pe- 
gno e  con  interesse,  si  sarebbe  forse  potuto  aggiungere  che  ben 
soventi  non  servono  quanto  ai  facoltosi  che  ai  disordini  del 
lusso,  e  quanto  ai  meno  agiati  che  alle  conseguenze  del  vizio; 
cosicché  vi  sarebbe  molto  a  dubitare  se  i  Monti  di  pietà  a 
tal  modo  stabiliti  possano  veramente  chiamarsi  ed  essere  in  so- 
stanza veri  Istituti  di  beneficenza. 

Parimenti  le  lotterie ,  ove  cadano  sopra  oggetti  mobili  e  spe- 
ciali, ed  ove  siano  temporarie,  e  tutto  l'utile  si  eroghi  a  prò 
degli  indigenti ,  consentiamo  ancor  noi  coli' Autore  che  possano 
riescire  ad  opere  di  beneficenza  ,  ma  diversamente  le  trove- 
remmo in  contraddizione  con  quanto  egli  stesso  scriveva  nel 
capo  IX  del  libro  precedente  ,  cioè  che  fra  i  mezzi  indiretti 
per  rimuovere  le  cause  generali  della  Mendicità  ,  bisogna  im- 
pedire gli  stabilimenti  che  invitano  ai  vizi  d'ogni  specie  e  par- 
ticolarmente alla  pratica  dei  giuochi  di  sorte. 

Nello  stesso  modo  finalmente  quando  si  parla  delle  Casse 
di  risparmio  si  sarebbe  eziandio  potuto  suggerirne  1'  annesta- 
mento  colle  Banche  agricole  ,  dirette  a  sovvenire  le  classi  con- 
tadine di  fondi  destinati  per  le  migliorie  de'  poderi  e  delle  ma- 
nifatture. Raccomandare  che  con  tutti  i  mezzi  di  pubblicità  che 
si  possono  avere ,  e  con  quello  specialmente  della  istruzione 
confidata  al  Clero  ,  venisse  spiegato  all'  intelligenza  del  popolo 
Io  scopo  di  queste  Casse,  e  resogli  famigliare  il  loro  istituto, 
sarebbe  pur  stato  un  ottimo  consiglio. 

Ma  indipendentemente  di  queste  lievi  inavvertenze  l'illustre 
Autore  ritorna  a  meritare  i  più  giusti  encomii ,  allor  quando 
riconosce  che  alla  religione  cristiana  sono  dovuti  i  progressi  della 
vera  beneficenza  ,  i  di  cui  canoni  nella  civiltà  del  paganesimo 
giacevano  pressoché  ignorati  od  inerti.  Mosso  da  questa  storica 
considerazione  egli  non  dubita  di  conchiudere  che  Vaholire  gli 
stabilimenti  di  beneficenza  sarebbe  non  un  progredire,  ma  un 
retrocedere  nelle  vie  della  vera  civiltà. 

Ma  nulla  potrà  mai  farci  temere  questo  disastro.  Come  poi 
il  cristianesimo  sia  slato  quello  che  arricchì  pur  anche  la  mo- 


303 

derua  civiltà  degli  stabilimenti  caritativi ,  uoii  è  cosa  clic  si 
possa  negare.  Egli  difatti,  mentre  rinvigoriva  e  fecondava  tutte 
le  cagioni  psicologicbe  e  religiose  che  spingono  naturalmente 
r  uomo  alla  beneficenza,  non  perdeva  di  vista  le  cause  esterne 
e  materiali  che  potevano  più  facilmente  propagarla  e  stabilirla. 
Quindi  è  che  nel  libro  del  sig.  conte  Petitti  troviamo  con  molta 
erudizione  ricordate  le  cagioni  storiche  che  costituirono  la  carità 
privata.  Ed  una  tale  indagine  ci  guida  naturalmente  a  conoscere 
quali  siano  state  le  pubbliche  ragioni  e  gì'  impulsi  principali 
che  determinarono  le  fondazioni,  le  dotazioni  più  cospicue  degli 
istituti  di  beneficenza  e  le  speciali  loro  destinazioni.  Cosi  alle 
frequenti  donazioni  dei  potenti ,  alle  Crociate  ed  alle  Emanci- 
pazioni dei  Comuni ,  fannosi  risalire  le  fondazioni  di  questi 
pii  istituti  ;  non  senza  però  assegnare  alle  epoche  più  receuti , 
in  cui  le  popolazioni  sono  accresciute,  e  le  proprietà  più  di- 
vise ,  il  migliore  ordinamento ,  e  la  moltiplicazione  dei  me- 
desimi. Egli  è  pertanto  all'  appoggio  di  così  fatte  investigazioni 
che  si  viene  assolvendo  il  Cristianesimo  dall'  imputazione  che 
alcuni  scrittori ,  e  persino  dal  Gioia  e  dal  Sismondi  sembrangli 
venir  fatte  di  avere  cioè  colla  paura  della  fine  del  mondo,  collo 
stimolo  dell'espiazione,  e  colle  indulgenze  impinguata  la  Chiesa, 
sottratte  le  proprietà  al  commercio,  popolato  il  mondo  di  Mani 
■morte,  e  di  stabilimenti  inutili,  corrotta  la  morale,  e  ritardato 
l'incivilimento  *i.  Il  nostro  Autore  per  contro  col  senno  e  colla 
pietà  che  lo  distinguono,  osserva  che  se  qualche  abuso  potè  in 
tali  cose  succedere  nei  tempi  d' ignoranza  e  di  superstizione  , 
esso  però  non  deve  mai  confondersi  col  dogma  della  carità  cri- 
stiana, né  colle  intenzioni  e  coi  reali  vantaggi,  che  sin  d'al- 
lora recavano  gli  stabilimenti  di  beneficenza ,  e  che  perven- 
nero aumentando  sino  a  noi  lasciandoci  un  patrimonio  irrevo- 
cabile di    saggi  provvedimenti ,    e   di    positive  sostanze. 

Terminate  queste  osservazioni  che  come  ognun  vede  sono 
forse  di  troppo  poderosa  importanza  per  un  semplice  Saggio  ; 
e  spiegato  come  negli  istituti  di  beneficenza  si  debba  praticare 


*i  Vedi  le  opere  del  merito  e  delle  ricompense    lib.  i,  cap.   a,,   e  Hyst.  des 
lèfjul/tù/ut's  italiennes,  p;!;;.  4j6,  419,  \\fè. 


504 

la  carità  morale  ,  e  quella  materiale  col  miglioramento  interno, 
e  coir  estrinseco  soccorso  del  bisognoso ,  ritorna  1'  Autore  con 
maggior  ampiezza  però  di  argomenti  a  trattare  la  quistione  del- 
l'i/2fer>'erefo  governatilo,  che  forse  più  opportunamente  poteva 
ad  un  tratto  esaurire  nel  capo  X.  del  primo  libro.  Comunque , 
anche  rispetto  agli  istituti  di  beneficenza  ,  ritiene  sempre  per 
base  inconcussa  che  mentre  si  debbono  sempre  ad  ogni  costo 
rispettar  ed  eseguire  le  pie  intenzioni  de' fondatori,  pure  il  Go- 
verno possa  e  debba  partecipare  alla  direzione  di  siffatti  stabi- 
limenti. Il  suo  ufficio  però  si  vuole  costantemente  ristretto  ad 
una  larga  tutela  ,  senza  che  s' ingerisca  nelF  amministrazione 
interna  ed  esterna  delle  opere  pie  ,  ma  unicamente  si  limiti  ad 
autorizzarne  il  regolamento  ,  e  a  sopraintenderne  la  osservanza, 
ed  a  richiedere  di  tempo  in  tempo  i  rendiconti  amministrativi 
tanto  morali,    che  materiali. 

Non  si  può  difatti  negare  a  questo  proposito  che  rimosso 
ogni  sospetto  sull'avocazione  al  Governo  dei  diritti  e  dei  fondi 
di  questi  stabilimenti ,  tolto  ogni  dubbio  sulla  violazione  o  sulla 
diversa  applicazione  delle  intenzioni  dei  benefattori ,  e  perciò  li- 
mitata l'azione  del  governo  ad  un  concorso  di  illuminata,  gene- 
rosa e  disinteressata  tutela  ,  l' esecuzione  dello  scopo  di  questi 
istituti  e  le  pie  volontà  dei  fondatori  possono  venire  con  mag- 
gior sicurezza  e  regolarità  guarentite.  Quest'  intervento  del  Go- 
verno, egli  è  poi  anche  fatto  per  ispirare  una  maggior  confi- 
denza alla  carità  privata,  e  per  scemare  il  pericolo  delle  mal- 
versazioni ,  giacché  r  amministrazione  si  troverebbe  sempre  in 
presenza  d'  una  vigilanza  più  potente  ,  imparziale  ed  esperta. 

Venendosi  a  parlare  d'  uno  stabilimento,  necessariamente  si 
viene  pur  anche  a  parlare  della  sua  amministrazione.  Quella 
pertanto  degli  stabilimenti  di  beneficenza  ,  sarà  ella  sottoposta 
al  sistema  di  concentrazione  j  che  fa  governare  tutte  le  opere 
pie  di  uu  municipio  da  una  sola  Congregazione  locale,  oppure 
sarà  soggetta  a  quello  di  separazione  ,  che  lascia  a  ciascun'  o- 
pera  la  sua  special  amministrazione  ? 

Ecco  come  l' Autore  scioglie  questo  problema.  Se  la  qui- 
stione viene  limitata  alle  istituzioni  di  un  solo  municipio  ,  in 
•juLsto  caso    non    si   può    dissentire   che  talvolta   e    soprattutto 


505 

mancandovi  persone  capaci  di  amministrare  1'  opera  pia  ,  sia 
preferibile  il  sistema  di  concentrazione.  Ma  quando  all'opposto 
si  trattasse  d'uno  stato,  o  d'una  provincia  allora  è  più  saggio 
il  partito  della  5ep«/'azio/ze  ;  il  che  deve  poi  maggiormente  aver 
luogo  secondo  l'Autore  allorché  si  tratta  di  Ospedali  (  cap.  VII. 
lib.  2.  ).  Ovvia  si  è  la  ragione  di  questo  giudizio.  Infatti  le 
peculiari  intenzioni  dei  fondatori  e  le  destinazioni  di  ciascun 
stabilimento  non  possono  meglio  conoscersi  che  nel  luogo  stesso 
in  cui  sono  fondati  ,  ed  i  bisogni  poi  e  gl'interessi  speciali  ed 
individuali  tanto  dello  stesso  stabili meulo,  che  delle  persone  che 
vi  ricorrono ,  difficilmente  potrebbero  venire  rappresentati  al 
Governo  centrale  o  provinciale,  senza  che  la  beneficenza  si  tro- 
vasse esposta  al  pericolo  delle  parzialità ,  e  dei  favori  in  de- 
trimento o  dell'  uno  o  degli  altri.  In  generale  pertanto  e  salve 
alcune  rarissime  eccezioni  checché  ne  pensi  il  conte  Folchino 
Schizzi ,  si  può  tenere  col  nostro  conte  Pctitli  per  il  sistema 
di  separazione. 

Posta  la  necessità  d'  un'  amministrazione  ,  conviene  pensare 
alle  persone  che  deggiono  comporla.  Quindi  mentre  il  nostro 
Autore  reputa  conveniente  che  gli  Amministratori  siano  gratuiti, 
crede  però  che  gli  Agenti  contabili  da  cui  quelli  sono  ajulati 
debbano  avere  uno  stipendio.  E  qui  avrebbe  potuto  terminare 
di  esporre  tutto  ciò  che  riguarda  l'ordinamento  personale  d'un 
opera  pia,  a  vece  che  con  offesa  dell'ordine  ne  torna  poscia  a 
discorrere  nel  capo  Vili,  pag.   8o  del  secondo  volume. 

Sulla  quistione  poi  (  che  forse  era  eziandio  più  opportuna  a 
trattarsi  quando  si  nigionò  sull'origine  degli  stabilimenti  di  be- 
neficenza e  delle  varie  cagioni  che  ne  determinarono  le  dota- 
zioni )  se  convenga  che  le  opere  pie  posseggano  o  non  beni 
stabili  ,  il  slg.  conte  Peti  Iti  malgrado  alcuni  speciosi  argomenti 
che  certuni  adducono  in  contrario,  si  dichiara  per  l'affermativa. 
Da  questa  sentenza  riesce  a  queste  savie  conclusioni  —  che  le 
opere  pie  debbono  per  quanto  possono  conservare  l'antico  loro 
patrimonio,  eccettuato  il  caso  di  utili  e  parziali  permute  —  e 
che  non  può  essere  né  utile,  né  dignitoso  per  i  governi  di  pren- 
dere i  beni  di  questi  istituti,  assumendo  il  peso  di  corrispon- 
dere all'opera    r  interesse    del  loro  valore.   Quando    e  dove  ciò 

20 


306 

avvenne  grave  nocumento  ne  provarono  gli  stabilimenti  stessi , 
e  grave  scandalo  la  carità  privata. 

Veramente  poi  ad  un  immenso  lavoro  si  accinge  l'Autore 
scrivendo  il  capo  VII-  —  Qui  è  raccolta  la  descrizione  dei  varli 
istituti  di  beneficenza,  ospizj ,  congregazioni,  spedali,  manico- 
miij  ciascuno  secondo  i  bisogni  e  le  varie  specie  di  persone 
d'entrambi  i  sessi,  che  nei  medesimi  ricevono  soccorsi  mo- 
rali, o  materiali.  —  Qui  si  parla  pur  anche  di  quelle  congre- 
gazioni di  uomini  e  di  donne  dedicati  al  servizio  di  quegli 
ospedali   stessi 

—  Qui  si  veggono  minutamente  registrate  tutte  le  regole  e 
tutte  le  discipline  opportune  al  buon  governo  interno  di  questi 
istituti  tanto  sotto  il  rapporto  morale,  istruttivo  e  [religioso, 
che  sotto  il  rapporto  fisico,  economico,  ed  igienico  singolar- 
mente in  occasione  di  epidemie  e  di  contagi  *i.  —  Qui  persino 
si  discorre  della  struttura  e  della  disposizione  architettonica 
degli  edifizj.  —  Qui  da  ultimo  si  viene  nuovamente  a  par- 
lare, sebbene  sotto  maggiori  rapporti,  dei  Monti  di  pietà,  delle 
Casse  di  risparmio,  delle  Società  di  assicurazioni,  e  delle  Lot- 
terie, di  cui  già  aveva  toccato  nel  primo  libro. 

Come  ognun  vede  eccede  ogni  confine  di  un  articolo  di  gior- 
nale lo  intraprendere  il  ragguaglio  di  tutte  queste  cose,  il  che 
ove  si  facesse  non  riescirebbe  altro  che  una  sparuta  ripetizione 
di  notizie  già  nell'  opera  stessa  toccate  soltanto  per  cenni. 

Ci  restringiamo  pertanto  a  lodare  l'intento  dell'Autore  quando 
si  dichiara  fautore  del  sistema  del  mutuo  insegnamento  nelle 
case  di  rifugio,  ove  desso  si  estenda  pur  anche  alle  dottrine  re- 
ligiose ;  confutando  cosi  vittoriosamente  tutti  quegli  argomenti 


•|  Fra  i  vai'ii  Giornali  Torinesi  che  più  o  meno  rapidamente  già  parlarono 
di  quest'opera  del  conte  Pclitti ,  il  Repertorio  delle  scienze  fisico -mediche  estese, 
com'  era  dovere  ,  le  sue  osservazioni  sopra  i  metodi  curativi  clinici,  vittuarii  e 
farmaceutici  che  si  osservano  nei  varii  stabilinicnli  di  beneficenza.  Queste  os- 
servazioni che  sono  dcitate  da  una  persona  dell'  arte ,  meritano  d'  essere  ponde- 
ratamente avvertite.  E  per  una  persona  dell'  arte  era  certamente  onesto  il  pa- 
trocinare 1'  onore  della  propria  professione  ;  se  non  che  in  questa  difessi  bisogna 
pruna  ricordarsi  ben  bene  che  i  consigli  non  sono  accuse,  come  gli  abusi  pos- 
sibili non  sono  le  massime  pratiche  di  un'  arte. 


507 

che    ancora  si  fanno  contro  questo  sistema  che  si  è  una.  delle 
più  benefiche  istituzioni  della  moderna  civiltà  (pag.  a/p  e  seg. 

voi.  li;. 

Sebbene  poi  già  per  due  volte  avesse  parlato  dell'  intervento 
governativo,  pure  vi  rinviene  il  nostro  Autore  per  insegnare 
quelle  regole  che  ponno  essere  più  proprie  per  operare  una 
salutare  influenza  del  Governo  sull'  amministrazione,  e  sulla 
contabilità  degli  istituti  di  beneficenza,  e  per  1'  ordinamento 
di  quelle  persone  o  pubbliche  o  private,  che  deggiono  avervi 
le  necessarie  incumbenze ,  onde  la  posizione  e  la  qualità  so- 
ciale di  ciascuna  si  accordi  col  miglior  esercizio  dell'impiego, 
e  mai  ne  nasca  alcun  conflitto  di  attribuzioni.  Ed  affinchè 
nulla  mancasse  a  queste  ricerche  propone  inoltre  le  norme  che 
sono  da  tenersi  nella  formazione  dei  regolamenti  speciali  di 
ciascun  stabilimento,  che  (come  già  si  disse)  deve  sottoporsi 
all'approvazione  superiore,  come  pure  le  regole  che  voglionsi 
osservare  nello  estendere  i  rendiconti ,  e  le  massime  fonda- 
mentali   su  cui  deggiono  venir  regolati. 

Questa  disamina  portava  nuovamente  1'  Autore  a  ragionare 
della  utilità  delle  statistiche  di  ciascun  stabilimento  di  benefi- 
cenza, e  perciò  indica  le  condizioni  principali  onde  la  loro  re- 
dazione riesca  se  non  di  una  geometrica  esattezza  ,  almeno  perà 
di  un  positivo  profitto. 

Ma  poiché  si  parla  assai  sovente  di  statistiche,  si  sarebbe 
desiderato  che  si  fosse  nello  stesso  tempo  insegnato,  che  il 
maggior  loro  giovamento  sta  riposto  nella  costaate  loro  pub- 
blicità, affinchè  i  loro  risultati  non  siano  sempre  un  arcano  do- 
cumento ,  o  restino  soltanto  noti  a  ben  pochi. 

Neil'  opera  che  percorriamo  si  osserva  soventi  questo  con- 
trasto :  talora  lo  scrittore  rasenta  terra  terra  per  accontarci  de' 
più  minuti  particolari,  e  tal  altra  volta  solleva  il  volo  a  cose 
di  ben  più  alta  portata.  Cosi  nel  capo  X.  scorre  rapidamente 
sulle  legislazioni  relative  agli  statuti  di  beneficenza  nei  varii 
stati  d'Europa,  ed  accennato  come  fosse  peccante  e  nocivo  lo 
stato  della  legislazione  antica,  passa  a  rivedere  quello  attual- 
mente in  vigore  nella  Francia,  nell'Inghilterra,  nel  Regno  Lom- 
bardo-veneto, e  finalmente  negli  stati  Sardi,  dove  la  maggior 


508 

parte  delle  opere  pie  si  governa  ancora  con  regolamenti  par- 
ziali e  talvolta  incoerenti.  Egli  è  perciò  che  quivi  si  stava  tut- 
tavia desiderando  un  ordinamento  generale  ed  uniforme,  che 
ne  assicurasse  la  retta  amministrazione,  e  potesse  la  carità  con 
lumi  e  mezzi  maggiori  spandere  più  distesamente  i  suoi  benefizj 
(FoL  II,  pag.   ii8> 

Come  poi  si  è  veduto  essere  abbondante  il  contenuto  nel 
capo  VII.  di  questo  secondo  libro,  così  non  minore  si  è  il 
cumulo  delle  cose  raccolte  nel  capo  XI.  In  esso  difatti  non 
si  fa  di  meno  che  passare  in  rassegna  gì'  istituti  di  beneficenza 
esistenti  nei  principali  stati  d'Europa,  e  segnatamente  in  quelli 
italiani. 

Ma  in  una  maniera  ancor  più  speciale  si  rammentano  tutti 
gì'  istituti  di  beneficenza  che  esistono  nelle  otto  divisioni  di 
terra  ferma,  che  compongono  lo  slato  Sardo,  e  di  ciascuno 
ne  ricorda  i  titoli ,  le  destinazioni ,  le  rendite ,  e  le  facoltà. 
Non  sarebbe  parimenti  possibile  il  tener  dietro  a  si  gran  mole 
di  notizie  statistiche;  ed  è  perciò  che  rassegniamo  i  lettori  alla 
lettura  del  libro  se  bramano  averne  un'  intiera  contezza. 

Diremo  però  soltanto  che  l'Autore  consacra  alcune  partico- 
lari considerazioni  sul  governo  dei  fanciulli  esposti,  ricordando 
con  venerata  menzione  le  provvide  R.  Patenti  del  1 5  ottobre 
1822,  colle  quali  furono  prescritte  ottime  regole  per  l'ammi- 
nistrazione degli  ospizj  dei  trovatelli ,  e  quel  che  è  più  gene- 
roso si  assegnò  un'annua  somma  di  il.  4*5,000  pel  loro  man- 
tenimento. Nuova  prova  e  conchiudentissima  si  è  questa  che 
r  intervento  governativo  nelle  opere  pie  non  deve  solamente 
essere  un  atto  di  potere  assoluto,  ma  bensì  di  paterna  muni- 
ficenza. Né  vogliamo  poi  congedarci  da  questo  pietoso  argo- 
mento dei  trovatelli  ,  senza  dire  anche  noi,  come  disse  il  conte 
Petitti ,  che  il  malcostume  ed  il  numero  dei  figli  spuri,  non 
già  alla  facilità  del  ricovero  che  trovano  negli  ospizj  si  debbono 
attribuire,  ma  sì  bene  a  molte  altre  cavise  morali,  come  sa- 
rebbero lo  stabilimento  delle  grandi  manifatture  ^  V  accresci- 
mento degli  eserciti  permanenti  j  raumento  del  lusso  nelle  classi 
minori ,  e  l'  accumulazione  di  molta  popolazione  nelle  grandi 
città.  Per  tali  cagioni  si  riconosce  ognor  più  indispensabile  Tesi- 


309 

stenaa  degli  ospizj  per  le  partorienti  e  per  gli  esposti ,  come 
pure  r  accoglimento  di  questi  ultimi  per  mezzo  delle  Ruote.  E 
per  verità  quand'  anco  siffatti  ricoveri  non  servissero  che  ad  im- 
pedire un  solo  infanticidio ,  ciò  basterebbe  per  dichiararli  ne- 
cessarii  e  meritevoli  della  perenne  approvazione  della  umanità 
e  della  sociale  economia. 

Osserveremo  ancora  che  l'Autore  soggiunge  alcune  altre  con- 
siderazioni sugli  ospizi  dei  maniaci  che  pur  si  potevano  con  mag- 
gior aggiustatezza  riunire  a  quelle  più  estese,  che  prima  si  da- 
vano nel  §  9  del  capo  VII.  Se  noi  si  facciam  debito  di  lodare 
che  tutti  i  metodi  di  trattamento  suggeriti  dal  Conte  riguardo  a 
questi  infelici  spirano  sempre  umanità  ,  dolcezza ,  e  filantropia, 
sappiamo  però  che  a  taluni  recò  stupore  come  egli  abbia  tra- 
sandato di  celebrare  la  erezione  del  nuovo  manicomio  esegui- 
tasi nella  capitale  del  Piemonte.  E  questo  rimprovero  gli  si  fa 
soprattutto  per  avere  lasciato  dubitare  che  in  questo  stabili- 
mento non  si  fossero  ancora  in  tutto  adottate  quelle  pratiche 
più  miti ,  che  tanto  possono  sul  morale  di  quegli  sventurati. 
Che  se  per  avventura  queste  pratiche  non  si  veggono  ancora 
tutte  compiutamente  poste  in  esercizio;  ciò  non  già  al  difetto 
di  cognizioni  negli  amministratori  ,  né  assai  meno  al  difetto 
di  volontà,  come  neppure  al  vizio  dei  regolamenti;  ma  bensì 
all'immensa  moltitudine  di  tante  altre  maggiori  urgenze  ed  all' 
incredibile  dispendio  occorso  per  provvedervi  si  deve  unica- 
mente attribuire.  Del  resto  non  sarebbe  né  giusto ,  né  generoso 
il  dimenticare  che  non  sono  ancora  quindici  anni  che  questo 
stabilimento  giaceva  ancora  in  un  angustissimo  locale,  in  uno 
stato  d'inerzia,  e  con  tutti  gli  antichi  poco  umani  metodi  di 
trattamento;  ed  ora  invece  ha  un  magnifico  edifizio  costrutto, 
e  governato  secondo  le  migliori  e  le  più  recenti  norme  adot- 
tate ne'  più  celebri  Manicomii.  Onde  poi  sorga  una  maggior 
armonia  nelle  varie  parti  del  suo  regolamento  interno,  e  mag- 
gior concordia  nell' amministrazione,  sappiamo  che  il  Governo 
vi  ha  più  volte  non  invano  rivolto  l'animo,  ed  ancora  recente- 
mente incaricò  una  special  Commissione  per  darvi  riordina- 
mento. Tutte  queste  erano  sicuramente  soddisfacenti  notizie  che 
l'Autore  dell'opera  che  esaminiamo,  poteva  inserirvi  ad  onore 


310 

(Iella  patria,  ed  esse  ci  avrebbero  alquanto  racconsolati  ài  queir 
altra  ben  triste,  cbe  ci  dà  annunziando  1'  aumento  sensibile 
che  si  riscontra  nel  numero  dei  maniaci  (  J^ol.  II,  pag.  3o6  ). 
Finalmente  diremo  che  in  quest'  opera  non  si  tralascia  di 
fare  alcuni  cenni  sulle  Confraternite  italiane  ,  ed  altri  istituti 
che  ab  antico  esistoao  in  Italia  per  il  sollievo  dell'umanità,  i 
quali  crebbero  di  secolo  in  secolo  il  patrimonio  dei  poveri , 
e  dei  tribolati ,  e  somministrarono  utili  direzioni  allo  spirito 
di  beneficenza  ,  cosicché  da  esse  il  sig.  conte  Petitli  ricava  non 
poche  considerazioni  sulle  opere  pie  italiane,  e  singolarmente 
su  quelle  fondate  in  Piemonte  (  V^ol.  II,  pag-  3o8  ). 

Una  mente  men  forte  e  capace  di  quella  del  sig.  conte  Petitti 
si  sarebbe  a  questo  punto  riposata.  Ma  egli  invece  continua 
con  egual  lena  le  sue  investigazioni  sopra  gli  istituti  caritativi 
esistenti  in  Parigi,  ne' suoi  dintorni,  e  nelle  principali  città 
della  Francia ,  e  di  queste  investigazioni  raccoglie  quelle  più 
speciali  avvertenze  che  possono  convenire  al  governo  delle  no- 
stre opere  pie. 

Lo  stesso  esame  egli  intraprende  pur  anco  intorno  agli  istituti 
dì  beneficenza  dell'  Inghilterra  ,  e  ne  nota  le  principali  disci- 
pline ,  i  pregi  ed  i  difetti  che  potrebbero  presso  noi  farne  imi- 
tare ,  o  schivare  1'  esempio.  Fra  quelli  degni  d'  imitazione  si 
possono  riferire  gì'  istituti  destinati  alla  distribuzione  dei  rime- 
di! farmaceutici. 

Lungo  si  è  il  novero  di  questi  Istituti,  Società  ed  Associazioni 
che  si  possono  quasi  dire  particolari  all'  Inghilterra  ,  e  che  ten- 
dono a  rendere  in  ogni  maniera  soccorso  alla  umanità  bisognosa, 
inferma  ,  o  pericolante.  Però  il  loro  numero  istesso  ,  e  1'  infi- 
nita varietà  delle  loro  destinazioni  attestano  l' immenso  loro 
bisogno  ;  ed  in  vero  neppure  sono  ancor  sufficienti  per  far 
scemare  nella  popolazione  di  quei  Tre  Regni  quella  moltitudine 
d'  indigenti  ,  e  di  miserabili  d'  ogni  specie  che  quivi  si  mostra 
ognor  più  imponente  sia  per  il  difetto  della  produzione  terri- 
toriale ,  sia  per  la  massima  disparità  nelle  condizioni  sociali , 
sia  per  1'  eccesso  della  produzione  industriale  in  massima  parte 
ricavata  non  più  dalla  mano  dell'uomo,  ma  dalla  forza  delle 
meccaniche  inveuzionì.  Non  è  poi  la  cosa  meno    interessante  di 


311 

questo  ragguaglio ,  l'osservarvi  con  quali  mezzi  nell'  Inghilterra 
si  provveda  al  miglioramento  religioso ,  all'  educazione  ,  ed  alla 
istruzione  degli  indigenti ,  e  dei  ricoverati  nelle  diverse  case 
di  beneficenza  5  ciò  tutto  operandosi  ,  e  coU'apertura  di  scuole 
analoghe  nelle  provincie  ,  e  nei  distretti ,  e  colla  società  delle 
missioni,  e  persino  colla  distribuzione  di  libri  e  di  trattati  per 
questo  special  uso  composti. 

Trattanto  egli  è  ormai  tempo  di  avvertire  che  una  delle  più 
pregevoli  conclusioni  clie  si  può  trarre  dalle  disquisizioni,  e 
dai  quadri  statistici  ed  amministrativi  contenuti  nel  Saggio  del 
sig.  conte  Petitti ,  e  la  conclusione  appunto  eh'  egli  stesso  ne 
trae ,  e  con  cui  termina  il  suo  secondo  libro  ;  si  è  quella  della 
moltiplicazione  che  dappertutto  si  osserva  degli  istituti  di  be- 
neficenza, ed  i  miglioramenti  e  le  riforme  che  succedono  nel 
loro  regolamento,  la  caritativa  sollecitvidine  dei  cittadini  pro- 
mossa,, diretta  e  tutelata  dai  governi,  l'utilità  generale  insomma 
dello  spirito  di  associazione  che  dappertutto  si  diffonde,  e  dap- 
pertutto si  dovrebbe  sussidiare  e  proteggere. 

A  coronare  poi  degnamente  una  si  lunga  serie  di  teorie  e 
di  fatti ,  e  come  novella  sorgente  di  salutari  risultati  _,  sorse  op- 
portuna in  Piemonte  ,  ed  il  conte  Petitti  riporta  quella  legge 
recente  ,  per  cui  viene  provvisto  al  buon  governo  ed  alla  con- 
tabilità tanto  attiva  che  passiva  degli  istituii  di  carità  e  di  be- 
neficenza *i.  In  questa  legge  si  veggono  ridotti  alla  pratica 
molti  dei  principii  sparsi  nell'opera  del  sig.  conte  Petitti,  e 
vi  domina  soprattutto  quella  sua  massima  favorita  della  larga 
tutela-,  dimodoché  si  può  dire  senza  adulazione,  che  quanto 
si  è  da  qualche  anno  fatto  in  Piemonte  per  lo  riordinamento 
delle  opere  pie  ,  e  quanto  sarà  ancora  per  farsi ,  pare  proprio 
fatto  e  si  farà  forse  ancora  sulle  norme  tracciate  in  questo 
Saggio  dal  conte  Petitti. 

'i   VeJi  il   R.  Editto  del   '4  dicembre    iHMk 


312 

§  IH.  Delle  Carceri. 

La  colpa  ed  il  delitto,  i  colpevoli  ed  i  delinquenti  sono  un' 
allea  specie  di  miseria  che  se  la  società  ha  il  diritto  ed  il  do- 
vere di  punire  ,  di  contenere  e  di  emendare  ;  la  carità  ha  poi 
anch'essa  l'obbligo  di  sollevare  e  di  soccorrere.  Dopo  perciò  di 
aver  parlato  della  Mendicità  ,  e  degli  Istituti  di  beneficenza  , 
r  ordine  delle  cose  chiamava  il  nostro  Autore  a  parlare  delle 
Carceri.  Egli  è  di  fatto  dalla  folla  dei  niendici  che  esce  il  più 
soventi  la  popolazione  dei  delinquenti,  imperocché  la  povertà 
ed  il  bisogno  furono  mai  sempre  possenti  stimoli  al  delitto  , 
e  quando  poi  i  carcerati  vengono  rilasciati  dal  carcere  ,  lor 
tocca  soventi  di  rientrare  nella  classe  dei  mendicanti  ,  e  tal- 
volta ricalcano  la  carriera  del  delitto,  se  nelle  carceri  non  si 
educarono  al  rispetto  della  virtù  ,  all'  abitudine  del  lavoro , 
alla  emendazione.  Per  le  quali  cose  il  terzo  ed  ultimo  libro 
dell'  opera  del  sig.  conte  Petitti  si  raggira  sul  buon  governo 
delle   Carceri. 

Se  ragionando  della  Mendicità  e  delle  opere  pie  il  buon  go- 
verno di  esse  poteva  forse  richiedere  che  venissero  richiamate 
a  più  severi  prlnclpii  ed  a  più  stretti  ordinamenti ,  perchè  al- 
cune erano  forse  degenerate  o  cadevano  in  un  funesto  rilassa- 
mento ,  quando  poi  si  viene  a  ragionare  delle  Carceri ,  ben 
altre  massime  che  di  rigore  deggiono  venir  professate. 

Cosi  veramente  le  teoriche,  i  voti,  le  classificazioni,  le  di- 
scipline che  professa  l'Autore  in  questo  libro,  sono  per  la  mag- 
gior parte  le  stesse  che  quelle  degli  scrittori  più  filantropi  e 
principalmente  del  sig.  Carlo  Lucas  nella  celebrata  sua  opera 
Sulla  riforma  delle  prigioni  *i. 

Lasciata  però  in  disparte  ogni  più  alta  considerazione  sulla 
legislazione  penale,  ed  attenendosi  soltaiito  a  ragionare  delle 
regole  penitenziarie,  il  conte  Petitti  discende  a  fare  la  enume- 
razione delle  carceri  secondo  i  varii  oggetti  dell' iucarcei-azlone^ 
cosicché  prima  ei  parla  delle  Case  di  custodia  per  gli  accusati 
ancora  esenti  da  condanna  ,    e  poi  delle  Case   di  pena  per  gli 

*i  Vedi  la  distribuzione  2.  di  ottobre  pag.  4i)  ili  questo  Giornale. 


313 

inquisiti  già  condannati*,  e  queste  divide  secondo  la  qualità  dei 
delitti  in  ipri^ioin  Correzionali  j  Penitenziarie j  in  Bagni-galere , 
ili  carceri  Militari ,  e  finalmente  in  quella  della  i>/fl/a-^a^a  per 
i  debitori  insolvendi. 

Le  ultime  case  di  detenzione  che  si  descrivono  ,  sono  gli 
Ergastoli  destinati  alla  reclusione  di  quelle  persone  d'  ambi  i 
sessi ,  che  dando  gravi  motivi  di  tendenza  delittuosa  ,  debbono 
in  esse  ricevere  quella  correzione  e  quel  morale  miglioramento 
che  solo  può  preservarle  dal  cadere  nei  delitti. 

Sopra  perciò  ciascuna  di  queste  sorta  di  carceri ,  conforme 
alla  propria  indole  e  destinazione  vengono  avvertite  le  necessa- 
rie regole  e  cautele  ,  onde  si  possa  ottenere  un  buon  governo 
non  solamente  materiale  e  fisico  ,  ma  eziandio  morale  di  que- 
sti stabilimenti. 

A  tal  uopo  ella  è  soprattutto  raccomandata  la  separazione, 
dei  due  sessi  ,  e  delle  diverse  categorie  degli  accusati  sotto 
processo  ,  e  dei  delinquenti  già  colpiti  da  condanna. 

Il  nostro  Autore  non  è  poi  di  quegli  ottimisti,  che  vorreb- 
bero escluso  dal  sistema  penitenziario  il  principio  dell'intimi- 
dazione :  Egli  però  lo  vorrebbe  soltanto  subordinato  a  quello 
della  prevenzioue  dei  delitti  e  delle  recidive  ,  ed  a  quello  pur 
anche  dell'  emendazione  del  reo.  Così  mentre  trova  ancor  ne- 
cessarie le  segrete  per  i  delitti  più  gravi ,  esige  però  che  il 
chiudimento  in  esse  sia  il  più  breve  possibile  ,  e  secondato  da 
una  celere  istruzione  del  processo  ;  raccomandando  pur  anche 
la  libertà  delle  difese  (    F^ol.  II,  pag.  ^og  ). 

In  tutte  le  case  penitenziarie  conviene  che  vi  sia  un  governo 
disciplinare  interno  ,  che  non  solamente  si  occupi  dei  ditenuti, 
ma  eziandio  della  condotta  dei  varii  officiali  a  cui  è  affidata 
la  sicurezza  ,  la  pulizia  ,  ed  il  mantenimento  di  questi  stabili- 
menti. Di  ciò  tutto  ,  e  di  queste  incumbenze  destinate  a  man- 
tenere severamente  1'  ordine  e  la  disciplina  si  rende  conto  in 
questo  libro  ,.'6  per  meglio  riescire  ad  ottenere  quell'ordine 
e  quella  disciplina  si  vuole  rigorosamente  proibito  il  giuoco 
pei  dilenuti.  Riguardo  poi  agli  altri  mezzi  per  ottenere  nelle 
prigioni  l'ordine  necessario,  variano  le  opinioni  degli  Autori, 
e  soprattutto    quanto  al  metodo   dell'  isolamento  dei  carcerali. 


314 

Ma  il  nostro  Autore  si  attiene  al  parere  del  signor  Lucas  che 
condanna  in  generale  questo  metodo  come  sorgente  di  molti 
funesti  effetti,  e  perciò  lo  crede  soltanto  applicabile  a  quei  di- 
tenuti più  protervi  che  attentano  all'ordine  ed  alla  disciplina 
interna  del  carcere.  Nello  stesso  tempo  si  osserva  con  quali 
cautele  e  modificazioni  si  debba  usare  1'  obbligazione  del  si- 
lenzio. 

In  seguito  non  solamente  vengono  tracciati  i  regimi  vittuarii, 
ed  alimentarli  tanto  nei  casi  ordinarii ,  come  in  quelli  di  ma- 
lattia, ma  inoltre  si  trovano  raccomandati  i  mezzi  ed  i  metodi 
più  acconci  per  dare  ai  prigionieri  un'  istruzione  religiosa , 
morale  e  letteraria.  Ed  uno  certamente  dei  mezzi  più  efficaci 
per  ottenere  siffatto  intento  ,  e  che  giova  parimente  ad  assi- 
curare la  disciplina  interna  delle  prigioni  ,  e  la  rigenerazione 
dei  carcerati  ,  si  è  lo  assuefarli  e  lo  dirigerli  al  lavoro.  Quindi 
si  additano  in  questo  libro  le  regole  ,  che  sono  le  più  appro- 
priate e  nel  tempo  stesso  più  miti  per  un  simile  proposito  ,  e 
vengono  descritte  quelle  arti  e  quei  mestieri  che  si  possono  col 
maggior  vantaggio  e  colla  maggior  facilità  introdurre  e  prati- 
care nelle  carceri. 

Seguono  poi  altre  regole  per  1'  esecuzione  di  tali  lavori ,  e 
per  la  fissazione  della  loro  mercede.  Il  prodotto  di  questi  la- 
vori che  vuoisi  versare  nella  cassa  dell'  istituto  ,  deve  subire 
una  proporzionata  distribuzione  a  cui  partecipa  lo  stesso  stabi- 
limento ,  non  meno  che  i  ditenuti  sia  per  mezzo  di  un  fondo 
di  riserva  che  per  essi  si  forma  onde  lo  trovino  nell'occasione 
del  loro  rilascio  ,  sia  colla  facoltà  di  procacciare  per  essi  me- 
desimi alcuni  godimenti  durante  la  prigionia. 

E  sebbene  da  un  canto  la  devoluzione  che  l'Autore  consiglia 
a  favore  della  massa  di  quel  fondo  particolare  che  un  ditenuto 
morto  nel  carcere  può  lasciare  (  pag.  477  )  '  possa  sembrare 
contraria  al  diritto  di  proprietà,  pare  però  dall'altro  che  possa 
non  £;ià  solamente  avere  per  fondamento  lo  evitare  le  moleste 
rese  di  conto,  e  le  reclamazioni  degli  eredi  ;  ma  bensì  soprat- 
tutto quello  spirito  di  comunione  che  è  sì  naturale  e  conso- 
lante fra  quegli  individui  che  soggiacquero  ad  un'  eguale  sven- 
tura ,  e  soffrirono  gli   stessi  dolori. 


315 

Parrà  intanto  a  qualche  più  largo  filantropo,  educato  nei 
principii  di  Bentham  e  di  Lucas,  alquanto  rigido  il  sistema  del 
nostro  Autore  quando  ammette  le  punizioni  dei  ditenuti  esten- 
sive persino  nei  casi  di  straordinaria  protervia,  ma  sempre  però 
come  un  estremo  rimedio,  alle  percosse  ed  alle  battiture  (  ^ag^. 
463  e  ses.  );  ma  cotesto  più  delicato  pensatore,  che  uomo  di 
Stato  cangierebbe  d'avviso  ,  dove  pensasse  che  le  carceri  popo- 
late d'individui  macchiati  di  colpe  e  di  delitti,  o  proclivi  almeno 
al  vizio  non  possono  essere  al  postutto  recinti  di  quieto  o  deli- 
zioso vivere,  uè  che  desse  debbono  considerarsi  semplicemente 
come  un  mezzo  di  miglioramento  ,  ma  bensì  ,  e  rispetto  mas- 
sime ai  ditenuti  già  sottoposti  a  condanna  ,  come  una  espia- 
zione e  come  un  mezzo  d'  intimidazione  necessario  non  sola- 
mente per  essi  ,  e  per  ovviare  le  recidive  ,  ma  eziandio  per 
rimovere  gli  altri  cittadini  dal  commetterne.  Quantunque  però 
non  escluda  le  punizioni  ,  l'illustre  Autore  consiglia  poi  anche 
le    ricompense    da    darsi    in  alcune    occorrenze    ai    ditenuti. 

E  mentre  suggerisce  ancora  alcune  regole  per  l'esatto  servi- 
zio delle  amministrazioni  e  della  contabilità,  penetrato  della 
necessità  e  dell'utilità  di  tutti  i  divisamenti  da  esso  proposti  , 
ei  si  lusinga  colla  consolante  prospettiva  di  una  saggia  riforma 
delle  carceri ,  e  di  un  vero  miglioramento  de'  carcerati. 

Ma  la  fatica  del  sig.  conte  Petitti  non  era  ancora  compiuta. 
Egli  perciò  suggerisce  ancora  alcune  norme  speciali  per  il  go- 
verno de'  Bagni-galere,  per  le  carceri  Militari  e  per  quelle  della 

Mala-paga  5    e    non    tralascia  in  ultimo  di  parlare    pur  anche 

degli  Ergastoli  destinati  a  rinchiudere  i  discoli  dell'uno  e  dell' 

altro  sesso. 

Avvicinandosi  intanto  al  fine  della  sua  opera   1'  Autore   non 

dimentica  di  dettare  alcuni   consigli    sopra    una    frequente    ed 

oculata   visita   delle    carceri  ,    affidata   a    persone    di    un  rango 

superiore,  probe  ed  intelligenti. 

Ma  una  ben  degna  considerazione  ancor  lo  trattiene  5    ed    è 

quella  sulle   Case  di  rifugio  per  gì'  individui  usciti  dal  carcere. 

Egli  con  giusta  allegrezza  li  loda  in  que'  Stati    dove  già   sono 

fondate  ,  e  con  fervidi  voti  le  raccomanda  colà  dove  ancora  non 

lo  sono. 


316 

Meritevole  in  vero  di  tutto  l' interessamento  filantropico  si 
è  questa  classe  di  persone  liberate  dal  carcere  ,  le  quali  per 
r  ordinario  avvilite  od  irritate  da  quel  disprezzo  e  da  quel!' 
isolamento  con  cui  la  pubblica  opinione  li  accoglie  ed  a  cui  la 
medesima  li  condanna  ,  precipitano  molte  volte  nelle  recidive. 
Per  accogliere  questi  neofiti  di  una  vita  nuova  e  rigenerata 
già  si  trovano  in  alcune  contrade  d'  Europa  questi  asili  5  ma 
soprattutto  e  commendevole  e  degna  di  essere  imitata  presso 
d'ogni  nazione  la  legge  del  4  dicembre  i835  promulgata  nel 
Belgio,  e  riferita  nell'  opera  del  sig.  conte  Petitti,  colla  quale 
si  approva  e  si  costituisce  una  società  detta  di  Patronato  per  i 
ditenuti  liberati. 

Con  questa  legge  le  amministrazioni  di  quegli  Asili,  od  an- 
che un  solo  membro  di  esse,  restano  incaricate  di  assumere  il 
patronato  di  tali  individui,  e  di  far  sì  che  vengano  provveduti 
di  lavoro  ,  ed  abbiano  qualche  onesto  collocamento  nella  so- 
cietà in  cui  rientrarono.  Ella  resta  poi  anche  cura  di  questi 
patroni  lo  invigilare  per  un  qualche  tempo  sulla  condotta  dei 
di  tenuti  rilasciati  ,  afilnchè  non  succedino  le  recidive,  ed  affin- 
chè quel  peculio  che  il  ditenuto  possedè  talvolta  uscendo  dal 
carcere  non  gli  serva  d'incentivo  al  mal  operare,  ed  al  vi- 
vere sfaccendato. 

Poche  osservazioni  finalmente  sulla  convenienza  relativa  , 
cioè,  dipendente  dagli  ordini  e  dalle  situazioni  di  ciascun  Stato 
in  riguardo  all'  introduzione  delle  così  dette  Colonie  penali.  • — 
Pochi  riflessi  sulla  natura  e  sulla  destinazione  di  queste  colo- 
nie ,  nelle  quali  (  mentre  si  sta  vagheggiando  come  possibile 
r  abolizione  della  pena  di  morte  )  si  crede  che  dovrebbero  ve- 
nir deportati  alcuni  più  perduti  scellerati,  ed  in  specie  quelli 
che  nel  presente  sistema  penale  sarebbero  ancora  condannali 
alla  pena  capitale  ,  e  così  pur  anche  i  colpevoli  di  gravi  de- 
litti politici.  —  Poche  altre  avvertenze  infine  sull'utilità  delle 
statistiche  penitenziarie ,  e  sui  metodi  e  requisiti  della  loro 
compilazione ,  terminano  finalmente  il  terzo  ed  ultimo  libro 
di  quesl'  opera. 


517 

Tale  si  è  il  sunto  prolisso  egli  è  vero,  ma  però  ancor  ben 
imperfetto  dell'  opera  del  sig.  conte  Petitti.  L'  immensità  delle 
materie  che  percorre  ,  e  quel  continuo  riassumere  per  ordine 
numerico  gli  ultimi  risultati  ,  le  dernier  mot  delle  infinite  qui- 
stioni  in  essa  trattate ,  e  quel  riferire  per  lo  minuto  tutti  gli 
argomenti  che  si  adducono  in  favore  o  contro  ciascuna  opinione 
o  sistema  ,  furono  altrettante  difficoltà  che  s' incontrano  per 
darne  un  ragguaglio  più  esatto  ,  e  nel  tempo  stesso  più  unito 
e  complessivo.  Ma  con  tutto  ciò  noi  speriamo  di  averne  pre- 
sentato un'  ided  sufficiente ,  e  tale  che  basti  per  invogliare 
chiunque  a  conoscere  più  intimamente  questo  libi'o ,  ed  a  farvi 
sopra  uno  studio  più   regolare  e  profondo. 

Chi  per  altro  si  applicasse  a  questo  studio  troverebbe  forse 
per  le  stesse  ragioni  or  or  avvertite ,  che  questa  grave  fatica 
_j  del  conte  Petitti  è  bensì  una  compilazione,  un  catalogo  di  tutte 
le  nozioni  ,  i  sistemi  e  le  istituzioni  i-elative  all'intrapreso  ar- 
gomento ,  piuttosto  che  un  libro  che  contenga  un  corso  d'  idee 
ordinato  e  compiuto  sulle  basi  razionali  e  sopra  tutti  i  rapporti 
di  quella  parte  dell'economia  politica,  che  si  occupa  della  men- 
dicità ,  delle  opere  pie  ,  e  delle  prigioni. 

Ma  non  poteva  essere  altrimenti  :  imperciocché  l'Autore  tutto 
intento  da  un  canto  a  sviscerare  dai  più  celebri  scrittori,  e  dall' 
esempio  delle  piemontesi  come  delle  straniere  istituzioni,  quelle 
positive  e  sommarie  notizie  che  meglio  credeva  convenire  alla 
propria  impresa ,  ed  occupato  dall'  altro  ad  accozzare  e  con- 
densare 1'  una  dopo  l'altra  le  scarne  conclusioni  di  quei  trat- 
tati e  di  quegli  esempii,  non  attese  poi  a  dare  alla  sua  opera 
tutta  quella  altezza  ed  estensione  di  concetti,  e  tutta  quella 
eloquenza  di  ragionamento  con  cui  si  poteva  rammorbidire, 
e  di  cui  ben  era  capace  5  e  la  lasciò  invece  sgominata  e  senza 
legame  alcuno  di  unità  confondersi  per  entro  alle  più  intral- 
ciate ramificazioni  delle  percorse  materie.  Ond'  è  che  qucst' 
opera  si  trova  in  molte  parti  mancante  d'idee  proprie  dell'Au- 
tore che  la  dettò  ,  di  quelle  idee  che  sono  elaborate  nello  stu- 
dio e  nella  meditazione  sulla  scienza,  di  quelle  idee  insomma 
originali  e  profonde  che  sovrastano  alla  scienza  od  all'arte  che 
si  prende  a  trattare,  e  ne  comprendono  tutti  i  principii  e  tulle 


318 

le  conseguenze.  Per  il  che  se  con  una  parola  sola  si  volesse 
far  la  critica  di  questo  libro,  si  potrebbe  dire  cbe  esso  manca 
di  sintesi. 

I  quali  difetti  vengono  ancor  più  resi  sensibili  per  le  fre- 
quenti trasposizioni,  e  dimezzamenti  delle  materie  e  delle  qui- 
stioni,  come  già  ebbimo  ad  osservare  nel  processo  dell'opera: 
locchè  malgrado  i  riepiloghi  con  cui  giudiziosamente  ne  con-' 
chiude  ogni  parte,  pure  non  tralascia  d'ingenerare  ben  spesso 
confusione,  ripetizioni,  e  disordine:  tutte  cose  che  nuocono 
sommamente  a  quella  concatenazione  e  deduzione  logica  d'idee 
e  di  cognizioni,  che  tanto  si  desidera  in  un  libro  qualunque, 
e  massime  poi  in  quelli  di  discipline  sociali. 

Egli  è  ben  vero  che  queste  mende  possono  comparire  piut- 
tosto di  forma  e  di  metodo  che  non  di  sostanza,  e  che  tali 
sono,  che  forse  non  le  scorgerebbe  chi  solamente  tratto  tratto 
e  non  di  seguito  prendesse  ad  esaminare  quest'  opera.  Ma  ad 
ogni  modo  se  a  queste  mende  non  può  forse  intieramente  far 
scusa  la  modestia  del  titolo,  perchè  a  dir  vero  un  Saggio  in 
due  volumi  di  oltre  mille  pagine  non  è  cosa  si  leggera  5  questa 
scusa  però  ad  esse  certamente  la  fa  la  modestia  delle  inten- 
zioni dell'Autore,  il  quale  volendo  comporre  un  repertorio,  op- 
pure un  Manuale  teorico -pratico  di  tutto  ciò  che  sinora  si 
pensò,  e  si  scrisse,  e  si  fece  intorno  alla  mendicità,  agli  isti- 
tuti di  beneficenza  ,  ed  alle  carceri ,  non  poteva  far  meglio  che 
radunare  come  praticò  in  un  solo  libro  tutte  le  cognizioni  re- 
lative a  questi  tre  rami  dell'  economia  politica.  Il  che  operando 
rese  quella  utilità  che  è  propria  di  simili  raccolte,  di  presen- 
tare, cioè,  in  un  colpo  d'occhio  tutte  le  notizie  che  possono  oc- 
correre a  chi  pose  studio,  o  deve  applicarsi  a  tal  genere  di 
discipline ,  facilitandone  così  la  cognizione  e  le  occorrenti  ri- 
cerche. 

Per  la  qual  cosa  questa  utilità  innegabile  e  cosi  positiva 
(che  se  fuori  del  Piemonte  potrebbe  andare  scemando,  in  esso 
è  però  grandissima  )  già  basterebbe  per  ricomperare  quei  di- 
fetti che  si  ebbero  a  notare,  e  che  forse  erano  inevitabili  per 
chi  voleva  mietere  un  campo  cosi  vasto ,  come  quello  che  scelse 
il  signor  conte  Petilti,  e  volle  raccogliervi  ogni  spica. 


319 

Ma  ciò  che  più  di  tutto  questo  fa  trionfare  il  suo  libro 
sopra  d'ogni  censura,  sono  i  prcgj  distìnti  che  vi  risplendouo  , 
e  di  cui  noi  ,  a  meritato  omaggio ,  ci  ascriviamo  a  debito  di 
accennare  i  seguenti ,  come  quelli  che  più  prominenti  ci  re- 
starono maggiormente  impressi. 

1.  IVon  vi  sono  teorie,  non  sistemi,  non  istituzioni,  non  c- 
sperimenti  rimoti  o  contemporanei  di  cui  sopra  queste  materie 
economiche  abbiano  trattato  filosofi  e  puhbllcisli,  o  che  i  go- 
verni o  private  società  abbiano  tentato 5  non  vi  sono  finalmente 
ragioni  per  cui  un'opinione  ad  un'altra,  un  provvedimento 
ad  un  altro  debba  prevalere,  che  il  signor  conte  Petitti  non 
abbia  studiato,  discusso  e  ponderato;  e  ch'egli  non  abbia  scelto 
e  raccolto  in  questo  libro. 

2.  Nel  trattare  tante  e  così  vitali  f[ui.stioni ,  e  nell' istituire 
il  confronto  fra  le  legislazioni  e  gli  istituti  de' varii  paesi,  ei 
vi  tenne  sempre  buon  conto  de'  fatti  morali  e  positivi  della 
umanità;  cosicché  ogni  principio,  ogni  consiglio  che  vi  sia  pro- 
posto come  migliore  lo  dimostra  sempre  in  armonia  colle  mas- 
sime della  religione  ,  della  morale  e  della  carità  cristiana.  Nel 
che  è  sempre  costante  il  signor  conte  Petitti,  sia  che  giudichi 
necessario  il  rigor  delle  leggi  e  proponga  mezzi  coercitivi  che 
sembrano  scostarsi  dai  voti  di  una  troppo  cieca  ed  illimitata 
filantropia,  sia  ch'egli  consigli  divisamenti  più  largVji,  più  uma- 
ni, e  più  confacenti  all'indole  ed  ai  bisogni  delle  presenti  gene- 
razioni. 

3.  In  questo  libro  finalmente  in  mezzo  alla  folla  di  tante 
antiche  e  recenti  opinioni,  e  soprattutto  nell'odierna  molli- 
plicità  di  esperimenti  governativi  ed  amministrativi,  il  nostro 
Autore  abbraccia  sempre  i  partiti  più  generosi,  e  quelli  che 
gli  sembrano  più  utili  per  il  gradualo  e  ragionevole  incremento 
della  civiltà. 

Che  se  le  sue  sentenze  potevano  talora  essere  forse  più  va- 
ile, più  speculative  ,  più  libere  ,  esse  però  non  potevano  mai 
in  alcuna  circostanza  desiderarsi  più  positive,  più  appropriate 
ai  luoghi  ed  ai  tempi,  più  prudenti  insomma  ;  massimamente 
per  ciò  che  spettava  alle  opere  pie  ,  nel  di  cui  andamento  nuo- 
ceva forse   più  una  libertà  senza  limiti ,    che  un  giudizioso   e 


320 

moderalo  contegno.  Del  resto  si  può  in  generale  ben  dire  che 
r  Autore  di  quest'  opera  modera  sempre  i  suoi  giudiz,  m  modo 
che  mai  tendano  verso  principii  di  soverchio  ristretti  e  vin- 
colativi se  non  v'ha  pericolo  di  precipitare  in  rovinose  licenze, 
come  non  teme  giammai  che  pieghino  verso  più  larghe  mas- 
sime quando  del  pari  non  v'ha  il  pericolo  contrario  d.  ritor- 
nare a  metodi  superstiziosi  e  servih. 

Per  le  quali  considerazioni  noi  non  dubitiamo  che  questo 
libro  sia  per  venire  risguardato  da  tutti  come  una  benemerita 
fatica  di  un  amministratore  esperto,  zelante  e  di  buona  fede: 
ma  dagli  uomini  di  Stato  poi  perchè  vi  trovano  le  applica- 
zioni ed  i  risultati  pratici  di  profonde  meditaziom  ,  e  dagli 
nfficiali  amministrativi  egualmente,  perchè  hanno  in  esso  una 
snida  illuminata  nello  studio  e  nell'esercizio  delle  loro  attri- 
buzioni 5  i  meriti  di  questo  libro  saranno  ancora  più  partico- 
larmente sentiti  ed  apprezzati. 

la  quanto  poi  a  noi  lo  onoriamo  sinceramente  siccome  una 
rispettabile  testimonianza  dei  progressi  che  vanno  facendo  an- 
che in  Piemonte  i  buoni  stud,  sociali,-  e  siamo  certi  che  que- 
st'opera  frutterà  all'illustre  Autore  se  non  altro  ,  almeno  quel 
premio  che  forse  vai  più  della  lode  e  della  gloria,  le  benedi- 
Lni  cioè  di  qualcuno  di  quegli  infelici ,  a  cui  .  provvedimenti 
da  lui  consigliati  avranno  giovato. 


S.    B. 


321 

Scienze  Morali 

Delle  prime  costumanze  j  e  della  prima  educazione. 


1°  Appena  l'uomo  comincia  a  sviluppare  le  facoltà  intellet- 
tuali, come  ciascuno  rimontando  all'ultima  puerizia  può  riscon- 
trare in  se  stesso,  vadosi  attorniato  da  un'  immensità  di  esseri 
che  lo  incantano ,  e  che  fasciano  la  sua  mente  di  un  buio 
impenetrabile.  —  La  naturale  curiosità  lo  spinge  a  mendicare 
dagli  altri  delle  nozioni  su  tutto  quello  che  opprime  la  sua 
intelligenza  5  e  sebbene  questo  uomo  non  sia  opera  del  caso  , 
ed  un  automa  che  si  muova  soltanto  all'.urto  di  un  capriccioso 
destino,  nulla  meno  l'anima  sgombra  di  tutte  le  immagini,  e 
nel  pieno  silenzio  delle  passioni,  di  leggieri  si  persuade  di 
quanto  le  viene  asserito  ,  sia  pur  Tero  o  fallace.  —  Ella  entra 
nel  mondo  come  un  nudo  pellegrino  ,  il  quale  si  veste  cogli 
abiti  dell'uso.  —  L'anima  nostra  simile  a  quella  tenera  pian- 
ticella che  serba  fedele  la  prima  direzione  del  suo  cultore, 
s' immedesima ,  direi  quasi ,  colle  prime  idee  che  riceve  ,  e  se 
ne  forma  un  sistema  d' immaginazione ,  e  sovente  di  razioci- 
nio. —  Sembra  che  le  prime  idee  acquistino  su  la  mente  un 
oscillamento  perenne ,  che  con  un  moto  arcano  ed  ultroneo  si 
riproduce. 

2.°  Quegli  dlffatto  che  bambino  paventò  de'  vampiri ,  delle 
prodigiose  maliarde ,  e  della  stravagante  malignità  degli  spinti, 
come  quello  di  Nika  che  fa  scempio  de'  passeggieri,  quello  di 
Rath  che  si  disseta  nel  sangue  de'  fanciulli ,  quello  di  Both  , 
il  quale  cavalcion  su  le  nubi  segna  con  mano  di  fuoco  la  vitto- 
ria, e  l'eccidio  degli  eserciti  e  dei  regni,  colui,  dico,  che  di 
tali  superstizioni  fu  imbevuto,  giunto  agli  anni  virili,  malgrado 
tutti  i  lumi  della  filosofia,  e  il  dileggio  cui  va  soggetta  la   sua 

,t  1 


522 

paei-ìle  credulità ,  non  sa  passeggiare  fra  la  tacita  notte  senza 
figurarsi  mille  larve  gigantesche,  che  al  suo  sguardo  fanno  mille 
spaventose  metamorfosi.  —  Qual  è  poi  l' idiota  colono  che  per 
una  specie  di  tradizione  non  serbi  piena  credenza  al  filtro  che 
signoreggia  gli  affetti,  e  a  tutti  quei  magici  incanti  ,  onde  il 
Tasso  e  l'Ariosto  attìnsero  il  maravìglioso  dei  loro  immortali 
poemi  ? 

3."  Ella  è  forse  l'infermità  dello  spirito,  e  questo  cieco  at- 
taccamento alle  prime  nozioni,  su  cui  l'intelletto  pare  non  osi 
portar  disamina  per  tema  quasi  di  essere  disingannato  ,  che 
popolarono  la  terra,  il  mare,  e  l'olimpo  di  mostruose  divinità, 
e  rapirono  tanti  altari  e  tanti  incensi  al  vero  Dio  delle  genti. — 
!5Voi  dunque  non  so  se  per  beneficio  della  natura,  o  per  fatai 
conseguenza  dell'umana  caduta  siamo  tenacemente  memori  e 
ligi  alle  massime ,  che  si  acquistano  al  primo  apparire  della 
ragione,  né  possiamo  staccarcene  senza  il  miracolo  della  sapien- 
za. —  Cotal  verità  sembra  un  mistero  inestricabile  ,  ma  pure 
la  riscontriamo  tutto  giorno  in  quei  vecchi,  i  quali  non  sanno 
acconciarsi  a  tutto  ciò  che  si  allontana  di  un  passo  dai  loro 
antichi  principi,  e  dal  loro  modo  d'intendere,  e  di  sentire.— 
La  riscontriamo  negli  stessi  uomini  che  diciamo  di  genio ,  i 
quali  mentre  sono  gli  oracoli  della  più  alta  dottrina  ,  restano 
spesso  impiccioliti  dalle  più  rìdevoli  superstizioni  nella  puerizia 
acquistate. 

4.*  Cosi  i  saggi  d'Atene  e  1  più  segnalati  filosofi,  dell'  anti- 
chità, mentre  col  pensiero  percorrevano  i  confini  del  creato , 
e  carpivano  ogni  giorno  qualche  segreto  alla  natura  ,  le  opinioni 
più  erronee  della  prima  educazione  erano  poi  la  forza  per  così 
dire  centripeta  al  tenore  dei  loro  costumi.  —  Socrate  stesso  che 
può  dirsi  il  fondatore  della  sana  filosofia  compariva  talvolta  fra 
le  gozzoviglie  e  lo  stravizzo  delle  taverne.  —  Da  ciò  si  conosce 
eziandio  che  la  saggezza  di  quei  tempi  era  una  corruttela  più 
moderata  ,  e  che  la  nuda  virtù  non  apparve  tra  gli  uomini  che 
dopo  la  luce  del  Vangelo  divino,  —  Ma  ad  onta  dell'  Evangelio, 
e  dei  sacri  pergami,  e  delle  leggi,  la  virtù  più  luminosa  e  la 
verità  più  evidente  non  è  voluta  credere ,  se  col  latte  non  è 
succhiata. 


325 

5."  E  per  verità  quella  porzione  di  popolo  sciagurato  che 
per  r  incuria  di  molti  governi  nasce  e  cresce  fra  l' indolenza 
e  la  irreligione  di  scioperati  genitori ,  sembra  tralignare  onni- 
namente dalla  nobiltà  natia ,  e  solo  intesa  alla  crapola  ed  ai 
reati  ,  si  ride  delle  minaccie  e  dei  premii  eterni,  come  il  ciclope 
d'  Omero  si  rideva  dei  fulmini  di  Giove.  —  Siffatto  popolo  non 
soffre  nelle  sue  azioni  altro  modello  ed  altro  consiglio  ,  che 
quello  delle  passioni  ,  e  compone  quella  plebe  tumultuosa,  che 
Tacito  e  Seneca  chiamano  belva  di  più  capi ,  e  più  volubile 
del  vento.  —  Eppure  la  saggia  natura  parla  a  tutti  le  mt.de- 
sime  voci  ,  sparse  in  tutti  il  seme  della  giustizia  e  della  virtù, 
e  r  uomo  ,  come  dice  il  gran  Filangieri ,  nasce  nell'  ignoranza, 
e  non  già  nell'  errore. 

6."  Tutto  quindi  dipende  dalla  prima  educazione ,  e  consi- 
mile idea  volevasi  forse  nel  pensiero  di  Bruto  ,  quando  pro- 
strato dalle  vittorie  di  Cesare  esclamava  ;  «  O  virtù ,  io  ti  ho 
adorato  come  una  divinità,  ma  tu  non  sei  che  un  nome  va- 
no *i.  »  —  Non  v'ha  punto  di  dubbio:  Veducazione  è  all'uomo 
ciò  che  un  abile  scalpello  dello  statuario  è  ad  un  informe  masso 
di  marmo  ,  e  da  lei  dipende  in  gran  parte  il  valore  che  noi 
diamo  alle  cose  ,  ed  in  ispezialità  agli  enti  morali.  —  I  Sibariti 
e  gli  Asiatici  tenevano  le  voluttà  in  conto  di  bene  j  gli  Spartani 
ed  i  prischi  Romani  le  riputavano  un  male.  —  Così  ciò  che 
presso  un  popolo  è  turpe,  mercè  Veducazione  presso  l'altro  è 
decoroso.  —  In  Grecia  si  applaudiva  a  quella  nobile  vedova  , 
che  prezzolata  compariva  su  le  scene  ;  in  Roma  si  biasimava. 
—  In  un  luogo  1'  ospitalità  è  una  legge  inviolabile;  in  un  altro 
r  uccisione  degli  stranieri  è  un  privilegio  nazionale.  —  E  che 
mai  rende  tanti  popoli  affezionati ,  e  prodighi  eziandio  della 
vita  alla  più  stolida  idolatria,  e  a  tante  frivole  religioni  ,  che 
sono  insulto  sacrilego  ,  e  non  ossequio  di  gratitudine  al  Crea- 
tore ,  se  non  che  la  forza  della  prima  educazione ,  ed  una  coti- 

N  L'  esclamazione  che  poco  innanzi  alla  morte  Marco  Bruto  faceva  ,  »econdo 
che  riferisce  Dione  Cassio  ,  (uoua  più  letteralmente  così  :  «  O  virtù  misera- 
))ilc  ,  eri  una  parola  niidit ,  t  io  ti  seguiva  come  tu  fossi  una  cosa  :  ina  tu 
sottostavi  .-illa  forluui.   » 

Df'Agostifii. 


ù24 

<jiana  avvertenza  ai  principii  che  la  costituiscono?  —  La  stessa 
verità  degli  umani  appetiti  è  figlia  della  prima  educazione  ,  o 
almeno  degli  accidenti  dalla  medesima  accumulati.  —  Non  è 
già  nelle  aduste  regioni  dell'Africa  ,  ove  più  fervano  le  pugne 
delle  Fri  ni ,  ma  nelle  contaminate  capitali  della  Francia,  e  del- 
l'Inghilterra ,  e  d'altrove.  —  Se  l'Ateniese  Timone  avesse  re- 
spirato le  prime  aure  di  vita,  ed  avesse  apparato  i  primi  eru- 
dimenti della  vita  sociale  su  la  Senna,  o  sul  Tamigi,  anziché 
i  solinghi  dirupi ,  avrebbe  forse  amato  la  pompa  degli  orna- 
menti, la  rovina  dei  tavolieri,  i  popolosi  teatri  ,  e  le  brillanti 
conversazioni. 

•j."  Finalmente  la  prima  educazione  si  è  quella  che  forma 
l' indole  non  solo  degli  individui ,  ma  eziandio  delle  nazioni , 
e  poco  o  nulla  a  ciò  contribuiscono  la  varia  temperatura  delle 
zone  ,  e  tutte  le  altre  influenze  locali.  —  L'  Italo  ,  il  Gallo  , 
il  Germano  ,6  1'  Ibero  che  Calvidio  ne*  suoi  versi  ci  dipinge 
di  sì  vaghi  costumi  sotto  la  vigilanza  di  un  solo  legislatore , 
diverrebbero  certamente  capaci  delle  medesime  virtù  ,  e  delle 
medesime  inclinazioni  ,  in  quella  guisa  che  una  schiera  di  dis- 
giunte nazioni,  capitanata  da  un  prode,  acquista  lo  stesso  entu- 
siasmo alla  gloria  dei  marziali  cimenti.  —  Se  ciò  non  fosse  vero 
non  si  vedrebbero  tante  popolazioni  sotto  il  medesimo  clima 
cangiar  d' opinioni  e  di  genio ,  col  mutarsi  delle  pubbliche 
costumanze  5  non  si  vedrebbero  ora  nel  più  rapido  progresso 
delle  scienze ,  ora  sepolte  nella  caligine  dell'  ignoranza ,  ora 
aggiogare  gli  imperi  più  bellicosi ,  or  tributare  il  servaggio  a 
quegli  stessi  che  furono  1'  oggetto  dei  loro  trionfi. 

8.°  L'  Egitto  che  fu  la  maestra  dell'  universo  in  tutto  quello 
che  concerne  le  belle  conoscenze,  maestra  di  tal  grido,  che  le 
sacre  pagine  encomiano  Mosè  per  essersi  addottrinato  fra  i 
sapienti  del  Nilo  ;  quell'  Egitto  famosa  divenne  il  centro  della 
rozzezza  e  dell'  avvilimento  ,  tostochè  i  molesti  conquistatori  vi 
innalzarono  uno  scettro  di  ferro,  e  l'educarono  a  nuove  leggi, 
a  nuovi  riti ,  a  nuovi  Dei.  —  La  Grecia  parimente  da  un 
mucchio  di  capanne  divenne  la  sede  di  tutte  le  scientifiche 
discipline  ,  e  l'arbitra  delle  battaglie  ,  posciachè  uno  Strabone, 
un  Licurgo  ,  un  Solone,  e  cento  altri  amatori  del  genere  umano 


325 

la  strinsero  in  vincoli  di  sociale  fratellanza  ,  e  l'  assoggettarono 
alla  religione  ,  ed  alle  leggi  ,  le  quali  erano  solo  ciò  clie  deb- 
bon  esser  le  leggi,  la  norma,  voglio  dire,  e  lo  scudo  della  pub- 
blica prosperità.  —  Nullaostante  questa  Grecia  famosa,  decaduta 
dal  suo  splecidore ,  non  esiste  più  che  negli  annali  j  e  i  posteri 
di  Alessandro  ,  e  di  tanti  invitti  capitani  non  furono  che  un 
branco  di  schiavi  *i. 

g."  Ma  $e  noi  dalle  prische  istorie,  che  ci  presentano  una 
serie  infinita  di  popoli  sempre  varj  nelle  loro  intraprese  ,  nei 
loro  governi,  e  nei  culti,  e  nelle  massime,  e  persino  nelle  pas- 
sioni in  forza  di  una  lunga  educazione,  noi  discendìaiuo  a  tempi 
meno  rimoti ,  che  non  diremo  di  quelF  orbe  econosciato ,  che 
solcando  sotto  astri  novelli  un  oceano  sterminato ,  ci  rese  noto 
queir  animoso  Colombo ,  il  quale  ci  appartiene  per  titolo  di 
gloria  e  di  nazione?  — Errava,  non  sono  che  tre  secoli,  per 
le  foreste  e  per  le  spelonche  poco  dissimile  dai  biruti  quella 
innumerevole  popolazione  ,  che  ornai  forma  l' invidia  delle  più. 
colte  nazioni.  —  Chi  può  mai  stabilire  quanti  secoli  abbia  vis- 
suto sotto  r  inalterabile  regime  degli  Incas  ?  —  Eppure  nel 
giro  di  pochi  lustri  apprese  i  costumi  ed  i  vizi  de'  suoi  conqui- 
statori ,  e  i  moderni  americani  credono  un  sogno  1'  oscura  ori- 
gine dei  loro  antenati.  —  Che  uon  diremo  del  luttuoso  cam- 
biamento della  Francia ,  dacché  il  libertinaggio  dava  il  brio  di 
saccenti  ai  proseliti  dell'ateismo,  i  quali  insieme  alle  leggi,  ai 
monarchi,  ed  alla  morale  volevano  proscrivere  Iddio  dall'uni- 
verso? —  Dappertutto  bolliva  una  ribellione  d'inferno,  enei 
vessilli  delle  sue  esecrande  vittorie  leggevasi  a  carattere  di 
sangue  la  morte  a  chiunque  non  prostituiva  il  6uo  cuore  al 
delitto,  e  non  sacrificava  all'idolo  dell'empietà.  — Qual  cam- 
biamento uon  ha  fatto  questa  Francia  medesima  dall'  epoca 
sospirata ,  in  cui  la  Previdenza  pietosa   sui  lagrimevoli  destini 


•i  Fino  all'ultima  tanto  memorabile  rigenerazione  (qui  si  potrebbe  aggiungere) 
ai  nostri  tempi  operata  da  quei  magnanimi  che  riempirono,  la  terra  del  loro 
nome,  e  della  fama  delle  loro  vittorie,  onde  parvero  risorte  le  età  di  Leonida, 
di  Temistocle ,  e  di  Epaminonda. 

D. 


326 

dell'  Europa  pose  un   termine    finalmente   a  quella    turbinosis- 
sima età  ? 

IO."  Se  non  che,  quale  più  deplorabile  esempio  dell'Italia, 
ove  affatto  cangiano  le  provincie  ,  e  le  monarchie  col  cangiarsi 
della  pubblica  educazione  ?  —  Quando  1'  arbitro  degli  imperi , 
e  delle  repubbliche  volle  mostrare  anche  all'  Italia,  che  le  pos- 
sanze della  terra  non  hanno  base  sull'adamante  dell'eternità, 
e  che  appena  osano  credersi  tali ,  crollano  sotto  il  peso  di  quella 
mano  che  stringe  come  un  grano  di  polvere  gli  immensi  mondi, 
che  ruotano  nel  firmamento  5  allora  le  falangi  dell'Aquilone  più 
dure  del  ferro  che  vestivano ,  e  più  truci  della  tempesta  innon- 
darono il  bel  paese  protetto  indarno  dalle  alpi,  e  dalla  fama. 
Il  genio  della  ferocia  e  della  strage  precedeva  i  loro  passi  ,  e 
come  spaurite  colombe  dinanzi  all'  avido  sparviero  ,  fuggirono 
immantinente  le  arti,  le  scienze,  la  giustizia,  la  pace,  e  ogni 

antica  usanza,  e  per  sino  l'idioma. Fu  allora  che  l'esistenza 

era  un  infortunio ,  e  la  schiavitù  il  minimo  de'  tributi.  —  Fu 
allora  che  la  notte  della  barbarie  stese  un  densissimo  velo  sul 
giardino  del  mondo,  e  forse  vi  regnerebbe  tuttora,  se  quei 
zelanti  Anacoreti,  che  certi  beffardi  filosofi  appellano  egoisti, 
non  ci  avessero  conservato  fra  il  silenzio  dei  chiostri  la  subli- 
mità del  genio  italiano ,  e  le  reliquie  d'  ogni  umano  sapere.  — 
Ma  sien  grazie  al  cielo.  —  L' itala  gloria  rinacque  dal  proprio 
rogo  come  l' arabo  augello ,  e  da  otto  e  più  secoli  pare  che 
abbia  scelto  queste  alme  contrade  in  prediletto  asilo  ,  assiden- 
dosi  accanto  a  quei  generosi  potenti,  i  quali  ci  serbarono  in 
difficili  tempi  il  più  reale  dei  beni  ,  quella  pace ,  cioè  senza 
cui  la  felicità  delle  nazioni  non  è  che  una  chimera. 

II."  Ma  veniamo  al  precipuo  sviluppo  del  tema.  —  Nulla 
v'ha  di  più  caro  e  di  più  innato  nell'  umana  natura,  che  la 
tenerezza  di  madre.  - —  Pare  che  il  Creatore  abbia  inserto  in 
questo  nom_e  tutti  gl'incanti  dell'immaginazione,  e  le  dolcezze 
del  cuore.' — Ogni  altro  affetto  scema  col  tempo,  o  si  distrugge 
colle  vicende  5  1'  affetto  materno  rinvigorisce  ogni  giorno  anche 
a  fronte  degli  stenti,  dell'ingratitudine,  dei  crucci  più  divoranti, 
e  rassomiglia  a  quell'  eterna  clemenza  che  ci  fa  splendere  un 
sole  benefico,  e  cadere  le  pioggie  a  suoi  tempi,  e  biondeggiare 


327 

i  campi  di  messe ,  e  rosseggiare  i  vigneti.  —  Un  figlio  in  una 
parola  è  l'universo  al  pensiero  di  una  madre.  —  Sol  nel  suo 
figlio  ella  fonda  le  speranze  dell'  avvenire ,  lo  splendor  del  ca- 
sato, l'oggetto  della  «uà  nobile  ambizione,  la  gioia  della  vec- 
chiezza ,  tutte  le  delizie  della  sua  vita  5  quindi  né  il  fantasma  della 
gloria,  né  le  lusinghe  degli  onori,  né  il  bagliore  delle  dovizie 
valgono  a  compensare  il  cuor  materno  su  la  perdita  di  un  fi- 
glio. — ,  Ella  darebbe  cento  volte  la  vita  per  salvarla  al  dolce 
pegno  de'  suoi  amori,  né  vi  ha  cosa  che  la  consoli  quando  a 
lei  la  rapisce  la  morte.  —  Ogni  tocco  del  bronzo  ferale  le  piomba 
sull'anima  a  colpi  di  martello,  e  la  disperazione  invade  i  suoi 
sensi.  —  La  notte  non  ha  più  quiete  per  lei ,  il  giorno  non  ha 
più  attrattive.  —  Altro  più  non  vede  che  1'  ombra  dello  spento' 
amor  suo;  ad  altro  più  non  pensa  che  ai  giorni  felici,  in  cui 
le  pargoleggiava  d'intorno;  e  quindi  i  panni  si  squarcia,  e  fu- 
ribonda e  scarmigliata  si  atterra  sul  muto  avello,  e  il  caro  fi- 
glio chiama  per  nome,  e  1'  aria  assurda  di  pietosi  ululati,  e  il 
cielo  accusa  d'  ingiusto ,  e  di  barbara  la  sorte ,  e  di  crudele  la 
stessa  pietra  che  ne  chiude  i  gelidi  avanzi.  —  Tale  è  la  forza 
dell'amore  materno,  tale  l'attaccamento  ai  proprii  parti! 

12.°  Eppure  chi  'Icrederebbe?  —  questo  sviscerato  trasporto 
comune  alle  stesse  belve  più  feroci ,  talvolta  vien  sopito  e  di- 
strutto in  gran  parte  dalla  forza  del  costume.  —  Quando  in 
Cartagine  uà  oracolo  crudele  esigeva,  che  i  suoi  delubri  fu- 
massero di  vittime  innocenti,  le  madri  di  coloro,  che  1'  urna 
fatale  destinava  a  morire,  carezzavano  col  sorriso  su  le  labbra 
i  proprii  figli  suir  ara  del  sacrificio ,  perchè  spirassero  senza 
gemiti  in  grato  olocausto  agli  eterni.  ■ —  Qual  è  la  madre  ai  gior- 
ni nostri  capace  di  sì  nefando  eroismo  ?  —  Dov'  è  la  madre 
che  ora  non  palpiti  al  nome  di  guerra  ?  —  Eppure  in  Isparta 
le  madri  armavano  i  figli  di  propria  mano,  ed  imponevano  loro 
di  vincere ,  o  di  morire  :  «  Vola ,  o  caro  figlio ,  al  campo  dell' 
»   onore,  e  con  questo  scudo   ritorna,  od  in  questo  muori,  m 

1 3,''  Parca  che  la  natura  avesse  destinato  la  sola  virilità  alle 
azioni  clamorose,  ma  L'  esempio,  il  quale  è  sempre  una  educa- 
zione efficacissima,  fé'  credere,  che  l'anima  non  ha  sesso,  e 
che  anche  le  donne  sono  acconcie  a  tutto  intraprendere,  a  tutto 


328 

soflVire. — Clelia,  cmulatrice  di  Scevola ,  si  slancia  nel  Tevere 
per  involarsi  al  nemico  di  Roma  5  Lucrezia  si  pianta  un  pugnale 
nel  seno;  e  Virginia  acconsente  di  morire  fra  le  braccia  del 
padre,  anziché  vivere  fra  quelle  di  Appio 5  né  Porzia  é  meno 
eroica  di  Bruto.  —  Ma  per  tacere  di  Tomiri,  di  Semiramide, 
di  Araalasonte,  e  di  tante  altre  antiche  eroine,  quanto  nei  fasti 
delle  armi  non  sono  celebri  i  nomi  di  Giovanna  Monfort ,  e 
di  Giovanna  d'Arco,  che  col  solo  suo  brando  ruppe  gì'  Inglesi 
vittoriosi,  e  ornai  padroni  della  Francia  *i  ?  — Quanto  non  sono 
celebri  nella  repubblica  delle  scienze  'e  delle  lettere  i  nomi 
di  una  Pellegrina  Amoretti,  che  in  pubblico  agone  ottenne  gli 
allori  della  giurisprudenza,  di  una  Maddalena  Lusignani,  che 
fa  tribunale  di  teologia,  di  una  Cornelia,  che  fu  prodigio  di 
eloquenza,  e  finalmente  di  una  Deodata  Saluzzo,  che  può  dirsi 
la  decima  Musa  del  Parnaso  *2? 


*i  E  per  toccare  eziandio  di  una  nostra  ,  emola  questi  ultimi  tempi  di  qual- 
sivoglia più  rinomata  guerriera  ,    chi  non  ha  udito  narrare  di  Anna  Perotto  di 
Chieri  ?  —  Di  quella  donna  forte  ,  di  quella  vera  Bradamante ,  che  in  mentite 
divise  osò  seguire  il  marito  nell'  armi  ,    pugnò  al  Varo  e  alle  Piramidi ,    fu  fe- 
rita a  Tiro  e  a  Sagunto  ,  due  volte  prigioniei-a  in  Ungheria  e  in  Irlanda  ,  tornò 
due  volte  all'  armi;  corse  Lamagna  e  Francia  ,  combattè  in  Ispagna,  durò  navi- 
gazioni penose ,    fu  esempio  dovunque   di  fortezza   più   che  virile  ,    e   reduce  al 
suolo  natio  dopo  tante  militari    vicende  brandì    di  nuovo  la  spada  a  difesa  del 
suo  re  e  della  patria  ,  volò  contro  i  nemici  e  còllo  sposo  al  fianco  piantò  la  prima 
il  vessillo  vincitore  su  le  mura  della  combattuta  Grenoble.  —  Le  imprese  di  que- 
sta Amazzone  subalpina  sono  state  descritte  latinamente  dal  maraviglioso  Bouche- 
ron,  e  in  italiano  dal  pellegrino  ingegno  del  Biondi  in  una  nitidissima  opei-etta 
adorna  del  ritratto  della  Perotto  ,  e  stampata  ,  se  non  erriamo  ,  nel    1824  dalla 
tipografia  Chirio  e  Mina.  —  Speriamo  che  gli  editori  milanesi  delle   File  e  Ri- 
tratti delle  Donne  celebri  ecc.  non  dimenticheranno  la  nostra  eroina  ,  potendo 
essi  cosi  aggiungere   compimento    e  splendore    alla    magnifica   opera    della   Du- 
chessa d'  Abrantes. 

*2  Si  potrebbero  qui  enumerare  eziandio  tra  gli  altri  moltissimi  i  nomi  di  Pro- 
perzia  Derossi  che  maestrevolmente  maneggiò  lo  scarpello,  di  Giuseppina  Bo- 
nomi  che  trattò  con  gran  lode  la  storia  degli  Imperatori  Germanici,  di  Te- 
resa Bandettini  che  colse  tanti  allori  versando  all'  improvviso  i  tesori  dell'itala 
poesia  ;  quindi  dell'  Albarelli  Verdoni  ,  della  Moscheni ,  della  Mazzoni ,  della 
Taddei ,  poetesse  pure  di  bellissima  fama ,  e  della  interprete  di  Cicerone  Teresa 
Carnianj  Malvezìi ,  e  dell'  egregia  traduttrice  di  Chateaubriand  Mantica  Brocchi 
G ab  ardi, 

D. 


329 

i4.°  Ma  se  io  poi  avessi  la  tetra  vaghezza  di  funestare  il  pen- 
siero di  chi  mi  legge  con  immagini  d'  orrore,  io  gli  mostrerei 
dei  popoli,  che  per  forza  di  consuetudine  mangiavano  i  cada- 
veri dei  congiunti,  coli'  idea  forse  di  dar  loro  un    pietoso    se- 
polcro, come  la  tenera  Artemisia  alle    ceneri   di   Mausolo;   gli 
mostrerei  dei  popoli,  che  per  un'  esecrabile  economia  strozza- 
vano la  prole  soverchia,  o  di  viziata  natura.  —  Io  lo  condurrei 
per  quelle  strane  regioni,  ove  l'amor  più  casto    è   una   tiran- 
nide, e  l'acquisto    del  pari,    che    1'  abbandono    di  una    sposa, 
non  sono  che  un  mercimonio; — finalmente  gli  additerei  il  pa- 
*$bolG  dei  malfattori,  sul  quale  un  uomo  si  fa  pondo  d'ignominia 
e  di  morte  al  suo  simile.  —  Chi  mai  non  raccapricciasi  alla  sola 
idea  di    quello    abbominevole    ministero?  —  Eppure    una   lunga 
consuetudine  ne  fa  un  mestiere  di  lucro. — Che  più? — la  forza 
de\V  educazione  in  Egitto  formava  nei  Re  degli  schiavi  coronati, 
in  Grecia  formava  degli  ambiziosi,  in  Roma  dei  tiranni,  e  sotto 
questo  cielo  benigno  1'  educazione  ha  sempre  formato  nei  nostri 
regnanti  i  modelli  della    clemenza,    di  una  pietà   edificante,   e 
di  una  paterna  sollecitudine  per  la  pubblica  felicità.  —  Per   la 
qual  cosa,  se  quest'anima  nostra,   questo  raggio  di  sostanza  di- 
vina è  tanto  credulo  ciecamente  alle  prime  nozioni j  che  vi  serba 
indelebile  attaccamento  5  se  la  maggior  parte  delle  nostre  azioni 
non  sono  che  imitative;  se  gli  errori  dell'infanzia  rendono  inac- 
cessibile al  nostro  cuore  la  verità  anche   cinta  di   tutta  la   sua 
luce  -,  se  la  virtù  non  è  che  un  cumulo  d' idee  rettificate  nello 
sviluppo  dell'  anima ,  dirò  così  ;  se  le  più  turpi  passioni  e  i  de- 
litti non  sono  che  funesta  conseguenza  di  negletta  educazione  ; 
se  finalmente  il  mondo  morale  è  suscettibile  di  qualunque  mo- 
dificazione, come  ce  lo  rappresentano  le  storie  di  tutte  le  età, 
potremo  conchiudere  che  non  sarebbe  opera  malagevole  il  for- 
mare una  città  e  una  nazione  di  virtuosi ,  qualora  il  di  lei  spi- 
rito venga  diretto  da  priucipii  costanti,  e  stimolato  da  esempii 
coerenti  *i.  Francesco  R. 

i  Ma  quanti  ostacoli  sarebbono  prima  a  superarsi  nella  odierna  società  per 
aggiungere  così  sublime  proposito,  e  non  rilegarne  il  disegno  tra  quegli  alti  so- 
gni che  figurava  la  mente  del  diyipo  Platone.! 

D. 


530 

X4£TT£RATURA  —  Maj^faeim  Tragedia  di  Carlo  Mareuco. 


Carlo  Marenco  è  già  tanto  innanzi  nell'  arte  da  risvegliare 
negli  amici  d'  Italia  non  solo  liete  speranze ,  ma  riconoscente 
rispetto  :  e  la  lode  gli  è  debita  non  più  come  conforto  ,  ma 
come  tributo.  E  io  povero  critico,  ormai  antico  lodatore  di  lui, 
non  saprei  dire  quanto  sia  il  mio  piacere  in  iscrivere  queste 
parole:  perchè  la  riverenza  delle  nobili  cose  e  l'amore  degli 
ingegni  rivolti  a  degno  fine ,  sono  consolazioni  necessarie  all' 
animo  mio. 

In  questa  nuova  tragedia  il  poeta  si  mostra  più  signore  che 
mai  dello  stile  e  del  concetto  ;  più  libero  dai  vizi  di  quella 
scuola  che  tutti  conoscono  sentenziatrice,  declamatrice  e  pas- 
sionata per  poche  moderne  idee,  senza  mai  sapere,  né  inten- 
dere ,  né  rendere  le  passioni  e  le  idee  de'  tempi  passati.  Gli 
affetti  propri  e'  li  serba  ad  un  coro  che  sarà  tra'  più  be'  saggi 
lirici  dell'età  nostra,  quando  l'autore  n'avrà  tolte  via  alcune 
strofe,  e  ritoccato  lo  stile.  Del  resto  i  suoi  personaggi  non 
predicano  tutti  in  parole  diverse  la  medesima  cosa:  non  arrin- 
gano quasi  mai  :  a  ciascuno  è  dato  il  conveniente  linguaggio , 
né  si  pone  studio  a  farli  più  mondi  o  più  sudicii  di  quel  che 
li  faccia  la  storia.  Carlo  d'Angiò  ,  interrogato  con  qual  diritto 
entri  nel  regno  di  Puglia ,  risponde  schietto  : 

Dirgli  potrei,  che  cavalier  qua!  sia, 
Che  ha  core  in  petto  ed  una  spada  al  fianco, 
Che   a  bramar  basti  e  a  procacciargU  un  regno, 
Quei  di  farne  ha  ragion ,  quandunque  il  possa , 
E  dovunque  il  conquisto.  In  non  diversa 
Guisa  di  Federico  i  materni  avi 
In  Sicilia  regnare.  E  eh'  altro  mai , 
Fuorché  il  brando  e  il  valor,   vantar  potea 
Quel  Roberto  Guiscardo,  il  qual  sul  Greco, 


351 

E  il  Longobardo,  e  '1  Saracen  s'aderse 
Di  vittoria  sull'  ali .... 
Ma  d' Apulia  a'  lidi 

10  sconosciuto  avventurier  non  vengo. 
Nel  roman  crisma,  che  sacrogli  il  crine 

Per  man  di  tal,  che  al  tuo  Manfredi  iù  fronte 
Riconfiggea  gli  anàtemi  paterni , 
Sta  di  Carlo  il  diritto  .... 
Però  che  limge  vola  ,  e  inesaudito 
Ad  orecchio  francese  unqua  non  giunse 

11  gemito  del  Tebro.  Al  trono  appesa 
Sta  dell'  Eterno  al  suo  fulmine  accanto 
DI  Carlomagno  e  Clodoveo  la  spada  : 

E  s'  avvien  che  dal  fodero  ei  la  tragga, 

Non  è  usbergo  di  popoli  o  di  prenci 

Che  le  resista  ...  Or  vanne,  e  digli 

Che  in  battaglia  affrontar  me  non  s'  arrischi , 

Poi  che  spada  non  è  che  non  vacilli 

A'  suoi  guerrieri  in  pugno,  e  non  è  petto, 

Che  non  covi  segreto  il  tradimento. 

Questo  mescuglio  di  buone  ragioni  e  di  ree,  che  fa  Carlo, 
uou  tutto  lodevole  e  non  tutto  spregevole,  che  parte  della  ragione 
colloca  dal  lato  di  Manfredi ,  parte  dal  suo  ;  questo  è  il  vero 
drammatico  ,  il  vero  storico,  questo  il  bello.  Ben  gli  risponde 
in  sul  primo,  il  legato  di  Manfredi,  il  buon  conte  Giordano: 

Quel  popol  calunniar  mal  ti  s'  addice 
Che  t'  affanni  a  far  tuo.  Se  tanto  speri 
Nella  viltà,  nella  perfidia  altrui, 
Del  tuo  valor  diffidi.  E  questa  è  dunque 
La  spirante  valor  gallica  gente  ? 

Fin  qui  parla  il  conte:  ma  questa  che  segue  è  scappata 
(bella  sì,  ma  non  drammatica  )  del  moderno  poeta: 

Antico  vezzo  è  di  francesi  labbra 
Dell'  Italia  1'  oltraggio  ,  onde  s'  eterna 
Contro  lei  ,  che  v'  ha  domi ,  una  vendetta 
Resa  or  villana  dalle  sue  sventure. 


332 

Perchè  più  non  la  teme  ogni  straniero 
Di  perfidia  1'  accusa  ,  e  onesti  nomi 
Prende  la  frode  se  d'  oltr'  alpe  viene. 

Rimproveri  troppo  veri:  ma  ad  uomo  del  secolo  duodecimo, 
quando  le  memorie  della  lega  eran  fresche  ,  e  le  glorie  delle 
italiane  repubbliche  eran  vive  e  continue  ,  non  opportuni.  E 
già  quanto  in  essi  è  di  storico  ed  eloquente  ,  i  primi  cinque 
versi  bellissimi  lo  contengono.  La  seguente  imprecazione  non 
oserei  però  dire  peccante  d'  anacronismo  simile  : 

Oh  di  codardo  ! 
E  di  perfido  nome  abbia  qualunque 
Dello  stranier  qui  la  tutela  invoca , 
E  chi  al  torrente  dell'  ingorda  Francia 
I  suoi  varchi  disserra. 

Ma  ritorna  il  Marenco  a  ragionare  nella  persona  del   conte. 

Volgi  uno  sguardo  a  questo  suolo,  e  tutto 
Quanto  s'  estende  in  tra  i  due  mari  e  '1  monte  , 
Lo  vedrai  sparso  di  francesi  tombe. 


Né  di  voi  mai  rima»  di  qua  dall'  alpe 
Fuorché  r  ossa,  e  V  infamia  che  le  copre. 

Francesi  predecessori  di  Carlo  d'Angiò  troviamo  Carloma- 
gno  ,  il  quale  in  Italia  lasciò  più  feudi  tedeschi  che  tombe 
francesi;  e  Brenno,  i  cui  commilitoni  vi  s'annidarono,  se  cre- 
diamo alle  tradizioni  e  all'accento  della  favella,  se  non  che 
questo  del  far  pensare  e  dire  agli  uomini  degli  andati  secoli 
i  nostri  dolori  e  le  nostre  lamentazioni ,  è  vezzo  raro  nel  sig. 
Marenco  j  e  di  ciò  volevo  congratularmi  con  lui. 

Tutta  appropriata  è  la  risposta  di  Carlo  : 

Osi  in  brando  cangiar  la  molle  cetra 
11  lascivo  cantor  ,  cui  le  delizie 
Di  Capua  effeminaro,  e  della  polve 
De'  campi  asperga  1'  odorato  crine. 
Digli,  che  al  suon  dell'  armi  una  francese 
Donna  sorgea  da'  morbid'  agi ,  e  d'  aspro 


335 

Acciai-  vestia  le  delicate  membra  ; 
E  colà ,  donde  Annibale  già  scese  , 
Di  Francia  i  cavalier  non  isdegnaro 
Seguir  la  guida  de'  femminei  imperi. 
Digli  che  bench'  io  sia  signor  di  cpiella 
Terra ,  onde  move  si  lodato  il  canto  , 
Cinto  di  trovatori  a  lui  non  vengo  , 
Ma  di  guerrier.  Della  vittoria  1'  inno 
Mi  scioglieran  nel  mio  trionfo  poscia 
I  suoi  cento  cantori ,  ov'  io  pur  degni 
Canto  venal  di  sempre  serve  muse. 

Questo  è  r Angioino  davvero,  e  queste  che  seguono  sono  pa- 
role degne  d' italiano ,  e  nella  loro  mansuetudine  rintuzzano 
potentemente  i  rimproveri  selvaggi  del  re: 

Signor,  non  die  natura  esser  villano 
In  Italia  al  valore. 

Nella  scena  tra  Elena  e  il  cantore  Bonetta  parmi  altresì  ve- 
dere troppo  profetici  e  non  assai  drammatici  accenni  al  regno 
di  Napoli  ,  qual  fu  poi.  Ma  questi  timori  e  querele  d'  Elena 
mi  paiono  sovranamente  belle,  perchè  non  escon  dai  limiti  del 
secol  suo. 

Temo  Carlo  lontano.  Il  desideino 
D'  un  giogo  ancor  non  conosciuto  io  temo. 
Oh  !  venga ,  e  regni ,  e  desiar  1'  antico 
Faccia  il  nuovo  signor.  Temo  de'  Svevi 
L'  inclemente  giustizia  ,  e  di  quel!'  alte 
Vendette  ,  che  il   ribelle  ingiurie  noma , 
La  memoria  recente. 

E  quello  che  dice  Manfredi  anco  de'  tempi  suoi  mi  par  raro, 
ond'  ha  la  bellezza  dell'  opportunità ,  senza  la  quale  non  è  bel- 
lezza vera.  Il  qual  vero  1'  Alfieri  senti  di  rado  ,  e  lo  dimenticò 
sovente  lo  Schiller. 

Basti ,  che  il  regno 
Due  volte  già  ricuperai  perduto. 
Se  perdere  una  volta  anco  si  debbe, 


334 

Sia  perduto  per  sempre.  Io  questa  abbono 
Ai  popoli  ed  a'  regi  obbrobriosa 
Vece  assidua  di  fuglie  e  di  ritorni. 
Già  m'  attedia  il  regnar,  se  re  son  io 
D' irrequieto  popolo  .... 

re  di  tal  regno, 

Che  un  sol  giorno ,  un  conflitto  e  dona  e  toglie , 

Facile  a  tutti ,  a  conquistarsi  lieve 

Più  che  a  tenersi.  Ah  si  :  cadiam ,  se  d' uopo  , 

Vittima  al  genio  reo  di  questa  terra. 

Cadiam.  Dai  tradimenti  è  almen.  secura 

La  cerchia  d'  un   sepolcro. 

E  tutta  quella  scena  tra  Manfredi  e  la  moglie  parrai  (  tranne 
la  fine  arida  un  po'  )  delle  più  vere  ed  alte  scene  del  moderno 
teatro ,  quale  né  Vittore  Hugo  ,  ne  francese  alcuno  vivente  com- 
pose mai. 

Ahi  !  meco  tutta 
Tutta  cadrà  la  casa  mia,  s'io  cado, 
n  so  pur  troppo  ,  ed  un'  arcana  voce 
Quasi  la  voce  del  desdn  si  fosse, 
Cupamente  mei  grida,  Eppur  col  fato 
Degg'  io  ,  quantunque  ineluttabil  sia  , 
Contrastar  virilmente  .... 

O  capo  amato         (aljiglio) 
Tristo  agli  orfani!  Guai,  guai  alla  prole 
Di  vinto  re  !  Di  che  ragion  feroce 
S'  armin  le  nuove  signorie  1'  ignori. 
O  nato  nella  porpora  ,  il  vedrai 
Ciò ,  per  cui  non  veder  n'  andrò  sotterra  , 
//  vedrai  tu  del  vincitor  superbo 

Il  minaccioso  volto  ? 

Oh  rabbia!  Pago 

Sarà  di  Roma  il  desiderio  antico  ? 

Gloria  e  possanza  degli  Svevi  estrema 

Federico  fia  stato?  Un  turbin  fero 

Che  veemente  e  procelloso  spira 

Sovra  la  terra,  e  passa,  e  altro  iwn  lascia 

Di  sé  che  d'  un  gran  suon  la  rimembranza 

Maledetto 


555 

Quel  dì  cbe  tratta  repugnante  all'  ara 

Nuzlfal  venne  da'  votivi  claustri 

La  Normanna  Costanza ,  ond'  ebbe  vita 

Un  figlio,  che  dovea  nel  lungo  corso 

Del  suo  regno  stancar  della  sua  stirpe 

I  destin  gloriosi ,  e  lasciar  sole 

Le  sventure  a'  nepoti  !  — •  O  donna  salvami 

Tu  dall'  obbrobrio  e  dal  servaggio  il  figlio. 

A  di  migliori ,  e  alla  vendetta  il  serba , 

S'  io  pero  :  e  al  padre  nel  valor  somigli  : 

In  altio  no 

Qui  ed  altrove  Manfredi  sente,  senza  avvedersene  (e  questa 
è  l'essenza  della  poesia)  la  sua  doppia  natura,  di  re  italiano 
e  d' uomo  tedesco.  E  dopo  aver  detto  in  un'  ora  d'  animo  ri- 
posato : 

Eli'  è  soave  ,  Italia , 
Al  par  dell'  aer  tuo  la  tua  favella: 

All'aspetto  della  sopravegnente  sventura,  i  tedeschi  spiriti 
in  lui  si  risentono,  e  grida  allo 

.  .  spirto  eccitator  della  lombarda 
Lega  fatai ,  che  in  sanguinosi  lutti 
I  trionfi  volgea  dell'  Enobardo , 
E  gli  resse  lo  stil ,  quando  in  Costanza 
Segnava  la  germanica  vergogna? 

E  la  parte  cavalleresca  ,  propria  del  tempo  dell'  uomo,  nel 
dramma  risalta  con  poetica  luce.  Letto  1'  annunzio  del  nemico 
vicino,  Manfredi  non  dà  tempo  al  proprio  dolore,  né  alle  altrui 
condoglianze  e  ai  consigli.  E  quella  scena  breve  e  (  tranne  le 
parole  segnate  )  napoleonica ,  sola  basta  a  manifestare  il  poeta  : 

Morte  e  sventura  ! 
All'  armi!  Suoni  dagli  Abruzzi  al  Faro 
Tromba  di  guerra.  Lo  stranier  s'  appressa 
Del  mio  regno  ai  confini  .... 
D'  Etruria  e  Lombardia  riedan  coU'  armi, 
Ond'  io  già  diedi  a'  Ghibellin  soccorso  j 


336 

Qui  tosto  ì  miei  vicarii.  Entro  le  mura 

Di  San  German  che  fra  gli  eccelsi  monti , 

E  le  paludi  insuperabil  stassi, 

Il  tedesco  valor  chiudasi ,  e  seco 

Ogni  arcer  saraceno.  A  te,  Rainaldo, 

Della  vanguardia  mia  fido  il  comando. 

Va  ,  sul  Liri  t'  accampa  ,  e  '1  varco  angusto 

Di  Cepperano  all'  inimico  vieta. 

Maledizion  su  te  ,  sovra  i  tuoi  figli , 

Se  gallico  destriero  unqua  calpesta 

L'  apulo  suol  !  Qual  tu  qui  sii ,  rammenta  -, 

E  che  sovra  il  tuo  capo,  e  dell'  intera 

Tua  schiatta  piomberà  ,  s'  unqua  rovina , 

La  casa  di  Manfredi.  —  In  Benevento 

Il  parlamento  de'  Baron  s*  intimi. 

Col  gran  nerbo  dell'oste  io  là  starommi. 

Ovunque  degno  sia  d'  un  re  '1  periglio , 

Bramoso  quivi  accorrerò.  —  Tu  pria 

Che  l'usbergo,  o  Giordano,  il  manto  vesti 

D'  ambasciatore.  All'  Angiohio  incontro 

Va  sollecito  ,  e  reca  a  quel  superbo 

Di  Manfredi  gli  accenti. 
Gior.  0  re  !  Quai  patti 

Propor  pensi  a  colui ,  eh'  altro  non  vuole , 

Che  in  tua  vece  regnar? 
Manf.  Vieni,  e  il  saprai. 

Il  patto  eh'  egli  propone  è  un  duello  :  e  il  conte  Giordano 
è  degno  ambasciatore  e  degno  amico  al  regnante  guerriero.  E 
piene  di  guerriera  e  di  drammatica  vita  son  le  parole  nelle 
quali   gli  narra  la  fuga  degli  appostati  al  passo  del  ponte: 

....     Il  corridor  francese 

Stampa  1'  apula  polve.  Invan  scorrea 

Fra  noi  pocanzi  e  l' inimico  ,  il  fiume  : 

Ei  l'ha  varcato.  E  non  a  nuoto  ,  o  Sire  ; 

Non  colla  lancia  in  resta  e  '1  brando  in  pugno. 

Di  Cepperano  ei  lo  varcò  sul  ponte; 

E  sollevata  la  visiera  avea , 

E  la  spada  nel  fodero. 


357 

In  questa  franca  semplicità  sta  la  vera  bellezza:  qaesta  prin- 
cipalmente dimostra  il  poeta.  E  questa  più  che  in  ogni  altro 
luogo  risplende  nella  scena  lodata  tra  Manfredi  e  la  moglie. 
I  pensieri  di  regno  e  di  guerra  soprastanno  all'  affetto,  e  lo 
premono  j  ma  là  dove  e'  può  vincere  e  farsi  sentire  un  poco  , 
lo  fanno  parer  più  potente. 

Alla  Grecia  natia  faccia  ritorno 

Di  Manfredi  la  vedova.  —  Reliquie 

D'  una  stirpe  d' eroi ,  tu  questo ,  o  donna  , 

Cresci  degli  avi  alla  virtude  ,  e  a  quella 

Che  ai  diradati  e  profughi  sol  resta  , 

E  sola  un  giorno  a  me  restò  ,  la  speme. 
£1.        Siam  pervenuti  a  tanto? 
,   Manf.  E  giunto,  è  giunto, 

Elena  ,  il  di ,  eh'  esperimento  estremo 

Far  degg'  io  de'  miei  fati.  —  O  tu,  che  sorgi 

Dall'  Adria  ,  italo  sol    .  .  .  I'  itale  sorti 

Rivelerai  cadendo.  Ah  !  non  sia  vero  , 

Che  allor,  che  in  la  tirrena  onda  sanguigno 

T' attufferai ,  d'illuminar  consenta 

/  barbarici  orgogli  e  i  nostri  lutti. 
Et.  Ahi  lassa  ! 

^     Tu  corri  ,  il  veggo  a'  tuoi  funesti  accenti  , 

A  pugna  disperata.  E  ti  cai  dunque 

Di  te  ,  del  trono  ,  e  di  me  pur  si  poco 

Che  spensieratamente  arbitra  farne 

Vuoi  d'  un  sol  di  la  sorte  ?  E  non  li  resta , 

Se  Benevento  cade,  ancor  gran  parte 

Del  regno  intatta  ,  e  il  siculo  rifugio  , 

E  la  speme  nel  tempo  ? 
Manf,  E  tardi.  Sempre  , 

Sempre  dinanzi  a  insullator  nemico 

Indietreggiar  ?  Della  viltà  1'  esenqilo 

Dare  ai  popoli  io  re  ? 

Degno  è  pur  di  Manfi-edi  j  e  più  bello  che  soliloquio  non 
soglia  (  soliloquio  è  ormai  infausto  nome  come  sonetto  ),  è  quel 
«he  segue  all'  addio  : 

32 


358 

O  cor  mio  di  perigli  avido,  in  tutta 
La  tua  prodezza  ,  invitto  core  ,  or  sorgi. 

Dappresso  io  lo  vedrò.  Starogli  a  fronte 
Neil'  armi  chiuso.  Al  suo  destriero  il  mio 
Spingerò  incontro.  Ah  potess'  io  mirarlo 
Precipitato  dall'  arcion  ,  la  terra 
eh'  ei  conquistar  volea  ,  premer  morendo  , 
E  di  sangue  imbrattar  le  regie  insegne 
Di  che  mal  si  fregiava;  ed  io  feroce 
Soprastargli ,  e  col  pie  premerlo  ,  e  dirgli 
Mentr'  egli  muore  :   «  oltraggiator  mentisti  !  » 

Se  io  dicessi  che  tra  i  soliloqui!  innumerabili  dell'Alfieri  non 
è  un  solo  più  poetico  di  questo,  so  bene  che  troppe  collere 
e  troppo  terribili  desterei.  E  però  non  lo  dico.  Dico  bensì  che 
r  Alfieri  (  uomo  più  giusto ,  se  non  più  grande ,  dei  grandi 
ammiratori  suoi  )  se  avesse  letta  1'  ultima  scena  del  quart'  atto 
di  questo  Manfredi ,  avrebbe  onorato  nel  suo  concittadino  un 
vero  poeta. 

Scud.  Schierato 

In  ordin  di  battaglia  il  Franco  move 

Ver  lo  fiume  a  gran  passi,  e  par  che  il  ponte 

Di  Benevento  ad  assalir  s'appresti. 

E  già  pervenne  al  campo  ,  il  qual  si  noma  .  .  . 

£on.      Taci  ! 

Man/.  Perchè  ? 

Boll.  Di  là  dal  ponte  i  nostri 

Guidinsi.  Ovunque  il  Franco  sia ,  che  importa 

Del  loco  il  nome  ? 
Manf.  Ov'  è  ?  prosegui. 

Scud.  È  giunto 

Testé  alia  Pietra  del  Roseto. 
Man/.  ...  Andiaino. 

Perchè  questa  pietra  del  Roseto  era  un  campo  sparso  di  rose, 
sul  quale  un  vaticinio  profetava  le  ultime  sventure  a  ìManfredi. 
E  il  poeta  aveva  accennato  a  questo  già  ;  e  quell'  aridianiu  cosi 
preparato,  è  sublime. 


359 

Non  sempre  (  e  anche  questa  è  bellezza  vera  )  non  sempre 
Manfredi  si  mostra  così  animosamente  devoto  a  glorioso  peri- 
colo. Ma  quando  il  dubbio  gli  tiene  ancora  l' anima  ne'  suoi 
artigli  (il  dubbio  ai  generosi  più  insopportabile,  perchè  meno 
vlncibile  del  timore),  egli  esclama: 

Cotanta 

Arroganza  in  costoro  onde  mai  sorge  ? 

Che  disegnan?  che  sperano? 
E  sebbene  1'  autore  accumuli  volentieri  sul  capo  di  Manfredi 
la  meraviglia  e  la  pietà,  e  lo  abbellisca  più  forse  che  il  vero 
drammatico  non  vorrebbe ,  sebbene  lo  lavi  da  ogni  peccato , 
tranne  l'incesto,  e  gli  faccia  credere  e  dire  legittima  al  suo 
primo  figliuolo,  non  a  Corradino,  l'eredità  del  regno  5  pure  e' 
gli  concede  1'  onor  de'  rimorsi  5  eh'  è  arte  (  e  di  tutte  più  vera  ) 
di  nobilitare  personaggio  non  nobile  in  tutto. 

Oh  quanto 
Meglio  per  me  stato  savia  che  nato 
Fossi  lontano  ,  assai  lontan  da   questa 
Bella  contrada  ,  là  dove  risplende 
Pallido  il  sole  ,  ove  un  fredd'  aer  fosco 
Ogni  senso  mortai  rende  men  pronto  ! 
Natura  stessa  a  intemperanti  affetti 
Sotto  fervido  cielo  incita  ,  e  come 
In  grembo  a'  monti  le  ascondea  ,  ne'  petti 
De'  mortali  qui  pose  orride  fiamme 
Divoratrici  ... 

.  .  .  Ma  invano 
Stato  pur  fora  ,  invan.  Dovea  più  umile. 
Sortir  la  culla  ,  e  serberia  Manfredi 
Sotto  qualunque  ciel  1'  alma  più  pura. 
Che  non  ponno  a  guastar  le  caste  menti 
Del  poter  l' insolenza  ,  e  gli  ozi  molli 
D'un' opulenta  sorte?  Mostruosi 
Desir  ,  vergogna  ai  più  fangosi  cenci , 
L'  ostro  e  1'  oro  li  copre.  Nelle  greche 
Storie  tu  dotta  ,  de'  regali  tetti 
Le  ignominie  conósci.  Ah  non  son  fole  , 
Pur  troppo ,  i  fasti  della  colpa  ! 


340 

E  per  questa  confessione  sì  fa  grande  Manfredi.  E  quando 
gli  traggono  innanzi  il  conte  d'Aquino,  il  suo  traditore ;,  quél 
cognato  che  primo  egli  tradì ,  amando  d'  amore  la  moglie  di 
lui ,  la  propria  sorella,  ben  fa  Manfredi  in  un  breve  e  tanto 
miglior  soliloquio  a  domandarne  a  se  stesso; 

Or  eh'  ei  s'  appressa 
Perchè  mi  sento ,  quasi  il  reo  foss'  io , 
11  turbamento  della  colpa  in  core? 
Or  se  Manfredi  si  sente  reo  ,  se  V  incesto  non  fu  l' unica 
macchia  della  sua  vita  5  se  l' indulgenza  dovuta  ai  peccati  di 
amore  non  basta  a  farlo  scusato  di  quelle  concubine  parecchie 
(  delle  quali  Elena  moglie  sua  doveva  nel  dramma  mostrarsi 
•un  po'  meno  ignara  e  perdonargliele ,  ma  rammentarle  )  5  se 
nella  bella  scena  accennata  poc'  anzi  Rainaldo  il  vile  trova  pa- 
role altere  e  non  ingiustamente  crudeli  da  attutare  lo  sdegno 
del  re  ,  e  da  farlo  parer  suo  minore  e  suo  reo  5  e  l' alleanza 
co'  Saraceni  ,  contro  a'  quali  un  antenato  di  Manfredi  prese  la 
croce  e  la  lancia  5  se  le  violenze  fatte  ai  preti  del  regno  5  se 
gli  ambiziosi  disegni  non  erano  del  resto  innocenti  ;  se  insomma 
i  torti  e  i  difetti  di  re  Manfredi  sono  o  dal  poeta  conosciuti  e 
adombrati  ,  o,  que'  eh'  egli  s'  ingegna  di  palliare  un  po',  dalla 
storia  non  sono  negabili  (  da  quella  storia,  dico,  che  non  adula 
vilmente  i  fortunati ,  e  non  lascia  inonorate  e  maledette  le 
reliquie  de'  vinti  )  ,  io  non  intendo  perchè  sia  piacciuto  al  sig. 
Marenco  guastare  con  una  epigrafe  di  Seneca  il  tragico ,  la  mo- 
ralità del  suo  dramma  e  la  verità,  che  vuol  dire  la  poesia; 
non  intendo  perchè  gli  sia  piacciuto  esclamare  :  «  felice  chi , 
morendo  in  guerra  ,  ogni  cosa  veda  consunto  con  sé.  » 

Falsa  sentenza ,  ed  alla  fine  di  Manfredi  non  molto  oppor- 
tuna. Della  quale  io  non  farei  parola  ,  e  volentieri  me  ne  pas- 
serei come  di  cosa  estrania  al  dramma  ,  se  non  vedessi  questa 
mania  delle  epigrafi  (  ambizione  da  eruditi  citatori  e  non  da 
poeti  )  imperversare  in  istrano  modo  ,  e  ,  nel  romanzo  segna- 
tamente,  farsi  ogni  dì  più  intollerabile. 

Ma  assai  di  questo  e  assai  di  Manfredi.  Al  quale  la  storia 
e  il  poeta  diedero  amico  degno  il  conte  Giordano,  che  morto 
lo  piange  nobilmente  e  nella  storia  e  nel  dramma. 


541 

Non  fu  mar  vinto,  fu  tradito  sempre 

Il  mio  prode  signor  -.  tradito  al  ponte 

Di  Cepperan-,  di  San  German  tradito 

Sulle  mura  -,  tradito  oggi  nel  piano 

Di  Benevento  .  .  .  Ahi  vituperio  eterno  ! 

Sul  capo  ai  traditor  ,  cada  sul  capo 

De'  tiranni  il  suo  sangue ,  e  i  suoi  splendori 

Perda  macchiato  di  tal  sangue  il  GigUo. 
Ma  r  imaginare  che  Giordano  fa  poi  ,  Carlo  voglia  lasciare 
insepolte  le  ossa  del  re ,  è  profezia  di  quelle  che  piacciono  al 
dramma  rettorico  5  non  è  secondo  natura.  Quand'  anco  e'  lo 
pensasse,  deve  tacerlo  per  non  istigare  il  cupo  francese  a  nuova 
vendetta.  L'  ultime  parole  son  calde  e  non  rettoriche ,   parrai. 

Vile ,  ai  ceppi  mi  serbi  ?  Oh  vien ,  t' invoco 

Più  nobil  premio  a  fedeltà  serbato , 

Scure  angioina.  —  Ai  tiaditori  impreco 

Di  costui  r  amicizia. 
Siccome  r  esagerazione  è  facile  ala  sulla  quale  si  librano  gli 
umanisti ,  cosi  la  parsimonia ,  e ,  se  posso  dire ,  la  modestia 
nel  ritrarre  gli  uomini  e  le  cose,  è  fausto  indizio  d'ingegno 
già  forte.  E  con  modestia  è  dipinta  Elena  la  moglie  del  re, 
figliuola  al  signor  di  Tessaglia ,  tra  greca  e  italiana  ,  sommes- 
samente affettuosa  ,  e  non  altro  veggente  nel  re  che  un  ma- 
rito. Essa  invidia  ,  senza  quasi  avvedersene ,  alla  moglie  dell' 
Angioino  l'onore  di  farsi  nell'armi  compagna  al  consorte,  e 
chiede  a  Manfredi,  se  non  del  combattere,  il  consorzio  del 
morire.  11  non  ci  verseggiare  i  vagiti  dei  due  figliuoli,  e  rispar- 
nilarci  le  solite  smorfie  paterne  e  materne  ,  è  altra  prova  di 
senno.  Bello  quel  fare  Manfredi  per  la  coscienza  della  vicina 
sventura  e  de'  propri  falli ,  più  superstizioso  di  lei  misera  don- 
na ,  che  trema  e  non  osa  tremare  scopertamente.  Il  re  ,  alla 
cometa  traente  per  V  alto  l' orrido  crine  : 

Or  che  minacci  adunque 
Insolit' astro ,  mutator  d'imperi? 
Sei  tu  '1  nascente  astro  Angioin ,  che  spinge 
La  mia  stella  al  tramonto?  In  tua  carriera 
T'  affretta  pur.  Tramonterai  tu  pure 


342 

Sovra  imprecanti  popoli.  Ma  noi 

(Sia  qualunque  il  destin  )  non  scenderemo 

Senza  gloria  all'  occaso. 

All'  ansio  core 
Della  tua  sposa ,  ah  !  non  voler,  Manfredi  , 
Crescer  timor  con  rei  presagi.  Io  spero, 
Che  innocua  passi  per  le  vie  del  cielo 
Quella  notturna  luce. 

^  E  tutta  la  scena,  «on  così  bella  come  la  dipartenza,  ma 
e  no  abilmente  bella  e  degna  dell'arduo  soggetto.  Il  sogno  di 
Manfredi,  la  preghiera  d' Elena,  donna  e  „.oglie ,  si  riconcilii 
con  Roma  ma ledicente  ,  son  le  parti  d'essa  scena  più  vive.  Poi 
qua  e  la  ,1  colorito  languisce  5  ma  tale  poeta  quale  il  sig.  Ma- 
renco,  lo  saprà  dappertutto  con  le  gradazioni  debite  ravvivare 
E  sapra  toglier  via  quell'  incontro  d'  Elena  e  di  Rainaldo  con 
Manfredi  morente,  che  offende  e  la  storia  e  quell'alta  poe- 
sia,  alla  quale   egli  debbe  oramai    tener  volto  l'ingegno. 

Tommaseo. 


Prose  e  Poesie  inedite  o  rare  di  Italiani  vigenti 

RACCOLTA. 
Bologna,  pei  tipi  del  Nobili  e  Comp. ,    ,836. 


Un  opera  periodica  ,  che  ha  per  iscopo  di  raccogliere  tra  le 
molte  scritture  di  poesia ,  e  di  prosa  dettate  da  autori  viventi 
alcune  o  pm  pregevoli  o  più  rare,  e  quelle  produrre  e  diffon- 
dere siccome  eletto  saggio  letterario,  può  in  Italia  forse  più 
fihe  m  altro  luogo  riuscire  oggidì  profittevole  e  benemerita.  Nei 
paesi  che  all'Italia  confinano,  nella  Francia  soprattutto ,  le 
opere  letterarie   d'ogni  sorta  gravi    e  leggere,  di  piccola  e   di 


343 

grande  mole,  ciotte  ed  indotte ,  buone  e  cattive  ,  uscite  appena 
alla  luce  con  subita  rapidità  si  diffondono  e  pervengono  quasi 
in  sul  primo  loro  comparire  alla  conoscenza  ed  alle  mani  di 
tutti.  Quali  cbe  di  ciò  siano  le  cagioni  ,  o  l' uso  invalso  colà 
tra  gli  scrittori  presenti  di  anteporre  ad  ogni  altra  legge  o  ri- 
sguardo d'  arte  l' intento  di  piacere ,  seguitando  1'  andazzo  del 
gusto  e  la  voglia  popolare,  o  la  moltitudine  de'  giornali,  cbe  con 
mille  bocche  o  lodando  o  biasimando  danno  pubblicità  ad  ogni 
più  picciola  cosa  ,  o  l'intellettual  coltura  diffusa  universalmente 
tra  il  popolo  e  il  bisogno  di  leggere ,  che  ne  è  conseguenza , 
o  la  naturai  prontezza  ed  attività  che  quella  nazione  reca  in 
ogni  sua  cesa  ,  o  sia  che  oltre  a  tutte  queste  insieme  v'abbiano 
altre  cause  più  efficaci ,  il  fatto  sta  pur  così  5  ed  in  questo  so- 
pra gli  altri  si  avvantaggiano  gli  scrittori  d'  oltramonti.  Ben 
diversamente  avviene  nell'Italia.  Oggidì  fra  noi  sebbene  non  cor- 
rano tempi  di  grande  abbondanza  e  ricchezza  letteraria  ,  tut- 
tavia non  mancano  ottimi  ingegni ,  che  s'  affaticano  ;  né  difet- 
tiamo di  buone  scritture  che  di  di  in  dì  escono  a  luce.  Ma  per 
un  infelice  concorso  di  più  cagioni  la  fama  di  quelli  lenta- 
mente si  diffonde  ,  e  la  conoscenza  di  queste  non  che  rapida- 
mente si  allarghi  oltre  i  confini  d'Italia,  a  mala  pena  e  con 
istento  esce  talvolta  dalla  chiostra  delle  città,  dove  esse  nacquero. 
Quindi  è  che  alla  superba  ricchezza  oltramontana  d'opere  scien- 
tifiche e  letterarie,  che  tuttodì  ci  si  schiera  innanzi  agli  occhi, 
e  di  cui  si  fa  sì  gran  mostra,  noi  Italiani,  quantunque  forse 
ricchi  del  paro,  non  possiamo  contrapporre  la  nostra  spezzata, 
spicciolata  e  talvolta  ignoi'ata  perfino  in  gran  parte  da  noi 
stessi.  Per  la  qual  cosa  riputiam  noi ,  che  una  raccolta  perio- 
dica di  buone  prose  e  poesie  ,  giovandosi  della  voga  e  del  fa- 
cile accoglimento  ,  che  ottengono  oggidì  le  opere  periodiche , 
possa  all'  Italia  riuscire  grandemente  fruttuosa  ,  facendo  cono- 
scere in  parte  e  come  per  saggio  gli  occulti  tesori  del  suo  sa- 
pere ,  diffondendone  la  gloria  letteraria  e  scientifica ,  quella 
che  a'  di  nostri  sommamente  si  pregia  e  cresce  lustro  alle  na- 
zioni ,  e  mantenendola  in  faccia  allo  straniero  nel  suo  debito 
seggio  di  onore. 

Per  quello  che  s'appartiene  all'utilità  che  può  derivare  dalle 


544 

raccolte  agli  studj  ed  air  incremento  delle  lettere ,  ella  non  è 
da  tutti  consentita.  A  molti  non  piacciono  le  raccolte,  parendo 
loro  essere  elle  inutili  affatto  ai  provetti  della  letteratura,  i  quali 
sogliono  attingere  alle  vive  fonti ,  quando  le  giudichino  di  buona 
vena,  e  sdegnano  i  piccioli  rivi,  che  sene  derivano  nelle  rac- 
colte,- insufficienti  poi  anzi  alcuna  volta  nocive  ai  principianti , 
ai  quali,  per  quanto  copiose  elle  sì  distendano,  saranno  pur 
sempre  troppo  scarso  alimento  ;  oltreché  porgendo  loro  agevole 
mezzo  di  acquistare  qualche  pronta  e  svariata  conoscenza  delle 
lettere  ,  li  allontanano  spesso  da  più  profondi  e  maturi  studj. 
Noi  non  siamo  intieramente  di  quest'avviso  ,  e  giudichiamo  che 
le  raccolte  quando  sieno  bene  ordinate  ,  e  non  impinzate  alla 
rinfusa  di  cose  ora  buone  ,  ora  mediocri ,  e  tra  di  sé  troppo 
disparate  ,  possano  giovare  alla  letteratura  ,  offerendo  come  in 
eletto  compendio  quello  ,  che  di  più  bello  e  squisito  produs- 
sero tra  le  molte  loro  scritture  il  più  delle  volte  ignorate  gli 
autori  o  presenti  o  passati.  Ma  a  conseguire  questo  fine  d'uti- 
lità ,  e  ad  ottenere  insieme  quell'altro  nobile  scopo,  che  più 
sopra  dicevamo ,  conviene  che  chi  assume  1'  arduo  incarico  di 
raccoglitore ,  elegga  con  molto  senno  e  discernimento  ,  e  non 
faccia,  come  dice  il  Caro,  fascio  d'ogni  erba,  ma  si  ben 
ghirlanda  d'  ogni  fiore. 

L'egregio  sig.  Prof.  Pietro  Bernabò  Silorata ,  editore  della  rac- 
colta ,  che  noi  qui  annunziamo  ,  ha  ingegno  e  dottrina  più  che 
sufficienti  per  isdebitarsi  degnamente  del  generoso  incarico  che 
egli  assunse.  E  ben  ne  è  prova  questa  sua  raccolta  abbondevole 
di  belle  e  peregrine  composizioni  sì  in  prosa  che  in  versi,  tra- 
scelte qua  e  là  con  buon  gusto  e  giudìzio.  1  fascicoli  d' essa 
s'alternano  l'uno  di  poesie,  l'altro  di  prose.  Tra  quelle  ve 
n'  ha  delle  pregevoli  assai  del  Costa  ,  del  Biondi ,  del  Leopardi , 
del  Borghi,  del  Mamìani  e  d'altri.  Tra  queste  ne  parvero  det- 
tatti  con  nobile  intendimento  e  con  eletto  scrivere  l'elogio  scien- 
tifico d'Alessandro  Volta,  il  discorso  sull' istituzione  de' sordo- 
muti ,  la  lettera  dei  dìsavantaggi  degli  scrittori  ecc.  Solo  vor- 
remmo che  l'esimio  editore  avesse  lasciato  addietro,  o  perme- 
glio dire,  giacché  il  fatto  non  si  può  più  disfare,  che  egli  la- 
sciasse a^ldietro  in  avvenit;e  alcune  prosucce  di  uiun  momento,.. 


545 

alcune  leggere  poesie  ,  le  quali  non  é  qui  bisogno  di  notare , 
perocché  chi  sopraintende  alla  collezione  è  troppo  buon  cono- 
scitore in  cosiffatta  materia  par  distinguerle  egli  stesso. 

La  presente  raccolta  contiene  molte  e  delicate  composizioni 
del  sig.  Silorata  ,  tra  le  quali  un  saggio  della  sua  traduzione 
de'  salmi,  che  si  sta  ora  pubblicando  per  associazione.  Di  que- 
sta si  farà  altra  volta  menzione  nel  Giornale.  Intanto  facciam 
qui  plauso  al  chiarissimo  traduttore  d'  aver  impreso  a  vestire 
di  belle  forme  italiane  que'  sublimi  e  splendidi  canti  Davidici, 
ne'  quali  rivivono  abbelliti  da  una  pienezza  ineffabile  di  senti- 
mento gli  antichi  giorni ,  le  antiche  genti ,  il  primo  culto ,  i 
primi  inni.  I  concetti  di  quella  poesia  ebraica ,  scrive  il  Qui- 
net  *i  ,  sembrano  scaturire  per  la  prima  volta  dal  giovine 
cuore  dell'  uomo  con  tutta  la  freschezza  d'  una  recente  crea- 
zione 5  se  non  che  le  illusioni ,  le  gioie ,  i  cari  affetti  dell'  età 
prima  vi  si  veggono  spesso  oscurati  da  un  sentimento  precoce 
d'  infortunio  ,  da  un  senso  arcano  di  dolore  ,  il  quale  risuona 
in  que'  carmi  con  modi  lamentosi  d'  incomparabile  espressione. 
Alle  dolci  reminiscenze  de'  giorni  antichi  di  gioia  e  d'  amore 
si  mescola  l' angoscioso  senso  d' un'  età  trista  d'  avvilimento  e 
d'  oppressione. 

*i  Etude  sur  Herder. 


AVVISO 


Di  questa  raccolta  annunziata  esce  alla  fine  di  ciascun  mese 
un  fascicolo  di  pag.   i6o   al  prezzo  di  baj.   i5.   Si  ricevono  le 


546 

associazioni  in  Bologna  dal  tipografo  Annesio  Nohili  ,  e  dal  di;r 
reattore  in  via  Poggiale  palazzo  Cappi,  N.  712. 

IL   LIBRO   DC^  SALmi 

nSCATO    IN    VEKSI    ITALIANI 

(Da   35teitto    2^eiMa£ò   oiiotataj 

\ 

Socio  corrispondente  della  R.  Accademia  delle  Scienze  di  TorinQ 


Senza  parlar  del  merito  di  questa  versione  de'  Cantici  inspi- 
rati  del  Real  Profeta  ,  la  quale  già  ebbe  degna  lode  nelle  pa- 
gine di  varii  giornali  d' Italia  5  solo  ci  piace  far  conosciuto  che 
tutti  gli  esemplari  dell'  edizione  de'  primi  cinque  fascicoli  si- 
nora pubblicati ,  sono  interamente  esauriti  per  un  egual  nu- 
mero di  socii  all'  opera  stessa.  Ond'  è  che  venendoci  fatte  molte 
dimande  di  associazione ,  ci  è  grato  di  dovere  por  mano  ad 
una  ristampa  de'  fascicoli  suddetti  ,  con  caratteri ,  carta  e  tutto 
similissimi  ;  la  quale  si  farà  tostochè  il  numero  delle  nuove 
soscrizioni  equivarrà  alla  spesa  di  stampa.  Frattanto  i  novelli 
socj  potranno  ricevere  ,  se  loro  aggrada ,  il  fascicolo  sesto  che 
tra  poco  verrà  in  luce  ,  ed  i  seguenti. 

Ogni  mese  circa  se  ne  pubblica  un  fascicolo  di  pag.  82  al 
prezzo  di  baj.  8,  e  franco  di  posta  per  tutto  lo  Stato  baj.  8  e 
mezzo. 

Chi  assicurerà  6  sottoscrizioni  ,  avrà  una  copia  di  tutti  i  fa- 
scicoli in  dono. 

Bologna  20  gennaio    iSSj. 


347 

JriLOLOGlA  —  Grammaire  Egyptienne ,  ou  principes  généraux 
de  l'Ècriture  sacrée  Egjptienne  appliquée  d  la  rèprèsentation 
de  la  langue  paride  ,  par  Champollion  le  jeune^  puhlièe  sur 
le  manuscrit  autographe.  —  Première  partie.  ~~- Paris  i836'. 


Molti  pregevoli  scritti ,  e  due  sopra  gli  altri  han  fatto  chiaro 
il  nome  ,  e  durevole  appresso  la  posterità  faranno  la  memoria 
di  Champollion  minore  ,  da  troppo  immaturo  destino  rapito 
agli  studii  egizii  ,  ai  quali  con  indicibile  ardenza  d'  animo  ,  e 
con  rara  sagacità  di  mente  fu  egli  unicamente  consacrato.  Con 
la  lettera  a  Dacier  nel  1822  avea  chiarito  l'esistenza  dei  carat- 
teri fonetici  ovvero  alfabetici  nelle  scritture  geroglifiche  dell' 
Egitto  5  quindi  fattosi  scala  di  quella  prima  memoranda  sco- 
perta a  più  alte  investigazioni ,  nel  1824  pubblicava  nel  Pre'cw 
du  sjstème  des  hièrogljphes  la  teoria  singolare  delle  varie  specie 
di  quelle  antiche  scritture  ,  per  quanto  avea  potuto  ricavarla 
dall'assiduo  esame  de' monumenti.  La  lettera  a  Dacier,  nella  quale 
egli  col  metodo  severo  dell'  analisi ,  e  con  legittime  induzioni 
dimostrò  l'assunto  che  erasi  proposto,  venne  accolta  con  me- 
ritato favore  dai  dotti  ,  e  salutata  quale  avventuroso  augurio 
di  scoprimenti  importantissimi  a  farsi  nella  storia  e  nelle  an- 
tichità egizie.  Al  Précis  in  vero  toccò  varia  fortuna  secondo  le 
varie  disposizioni  degli  umani  ingegni.  Gli  uni  a  quello  si  ade- 
rirono quale  guida  sicurissima  per  1'  inestricabile  laberinto  di 
quelle  note  enigmatiche  ,  o  per  tali  giudicate  dalle  passate  ge- 
nerazioni. Altri  all'  incontro  vi  trovarono  molteplice  materia  di 
censura  ,  nella  quale  forse  anche  trascorsero  per  soverchia  a- 
cerbità  ,  come  a  cagion  d'esempio  il  dottissimo  Klaproth  ,  che 
nel  1829  pubblicò  le  sue  osservazioni  sopra  1' alfabeto  fonetico, 
e  sopra  i  progressi  fatti  sino  allora  nell'  interpretazione  de'  ge- 
roglifici. E  gli  uni  e  gli  altri  peccarono  di  eccesso  ,  quelli  re- 
putando con  troppa  credulità  quasi  sentenze  d'  infallibile  ora- 


348 

colo  quanto  uscisse  dalla  bocca  o  dalla  penna  del  maestro  della 
nuova  dottrina  ,  e  questi  per  contrario  rigettando  come  incoe- 
rente ed  arbitrario  1'  intero  sistema  ,  fondando  questo  loro 
troppo  severo  ed  ingiusto  giudizio  sopra  alcuni  difetti  di  quell' 
opera ,  e  sopra  il  metodo  per  verità  poco  lodevole  ,  e  troppo 
sovente  seguitato  dall'  Autore  ,  cioè  di  sottomettere  al  giogo 
dell'  autorità  i  seguaci  di  sua  dottrina ,  senza  darsi  pensiero  di 
avvalorarla  per  ogni  parte  con  argomenti  valevoli  a  convincerne 
gì'  intelletti.  Ciò  nondimeno  a  noi  pare  ,  che  un'  attenta  let- 
tura del  Précis  debba  persuadere  ^  ognuno  che  libero  sia  da 
preconcetta  sentenza ,  se  non  di  assoluta  certezza  almeno  di 
somma  probabilità  pel  maggior  numero  de'  principii  in  esso 
contenuti  ;  lasciando  tuttavia  che  ciascuno  accolga  come  gli 
pare  e  piace  le  spiegazioni  delle  frasi  geroglifiche,  delle  quali 
per  modo  d'esempii  è  corredata  quell'  opera  ,  potendo  essere 
verissimi  i  principii  teoretici ,  e  tuttavia  da  gravissime  diffi- 
coltà esserne  impedita  l'applicazione.  Comunque  vada  la  cosa , 
il  Champollion  persuaso  fermamente  di  battere  il  buon  sen- 
tiero ,  ne  punto  sgomentato  dalle  censure  de'  suoi  oppositori  , 
sino  al  termine  di  sua  mortale  carriera  costantemente  attese  a 
compiere  il  suo  sistema  ancora  imperfetto  nel  Précis  ,  e  man- 
cante di  molte  parti,  siccome  suole  e  dee  accadere  ne'  primi 
pi'incipii  di  qualsivoglia  nuova  scienza  o  disciplina.  Però  il 
frutto  più  maturo  de'  suoi  lunghissimi  studii ,  il  più  compito 
de'  suoi  lavori  sopra  le  scritture  sacre  dell'  antico  Egitto  , 
quello  ,  che  può  darci  la  misura  del  suo  sapere  dopo  il  viaggio 
dell'  Egitto  e  della  Nubia  ,  è  appunto  la  Grammatica  della 
quale  intendiamo  favellare  ,  e  che  solamente  nel  testé  scaduto 
anno  ha  incominciato  a  vedere  la  luce  ,  quasi  un  intero  lustra 
dopo  la  morte  del  suo  autore.  A  questa  avea  egli  posto  1'  ul- 
tima mano  giovandosi  di  tutte  quelle  cognizioni  ,  che  il  sog- 
giorno di  sedici  mesi  in  mezzo  ai  monumenti  tuttora  esìstenti 
sulle  rive  del  Nilo  ,  aveagli  potuto  procacciare  ;  cosi  compiuta 
e  finita  ,  nella  fatale  sua  malattia,  e  dal  letto  di  morte,  egli 
caldamente  la  raccomandava  al  dolente  fratello  ,  come  il  più 
bel  titolo  di  sua  gloria  letteraria  e  come  il  dono  più  prezioso 
che  egli   potesse   morendo  h^gnre  alia  posterità,   confidando  an- 


o4y 

cora ,  che  colla  pubblicazione  della  medesima  sarebbe  chiusa 
per  sempre  la  bocca  a'  più  pertinaci  avversari  del  suo  sistema. 
E  veramense  se  1'  opera  al  frontispizio  adeguatamente  corri- 
sponde ,  in  essa  troveremo  non  solo  spiegata  in  ogni  sua  parte 
la  teoria  della  scrittura  geroglifica  e  geratica,  ma  eziandio  chia- 
rita la  grammatica  della  lingua  parlata  in  Egitto  prima  del 
dominio  greco  e  persiano,  la  quale  per  l'addietro  dagli  uni  era 
creduta  sepolta  nelle  rovine  dell' imperio  de' Faraoni,  dagli  altri, 
e  più  ragionevolmente',  voleasi  conservata ,  sebbene  con  moltis- 
sime e  gravi  alterazioni  ,  ne'  libri  copti  dell'  Egitto  divenuto 
cristiano.  Ma  allora  soltanto  potrà  questa  grammatica  essere  giu- 
stamente apprezzata,  quando  tutta  intera  uscita  dalle  stampe, 
potranno  gli  studiosi  valersene  per  l'interpretazione  de' testi  egi- 
zii.  Intanto  non  dubitiamo  di  raccomandare  la  lettura  di  quella 
parte,  che  sola  finora  ha  veduto  la  luce  ,  nella  quale  si  com- 
prendono tutti  gli  elementi  del  sistema  ,  che  dee  riuscire  di 
grande  utilità  a  coloro  che  coltivano  gli  studii  egizii ,  e  spie- 
garne ampiamente  la  teoria  agli  altri ,  che  senza  attendervi 
di  proposito  ,  pure  amano  di  conoscerne  l'andamento,  ed  i  suc- 
cessivi progressi. 

Serve  d'  introduzione  alla  grammatica  egizia  il  discorso  detto 
dair  autore  nell'  incominciare  le  sue  lezioni  d'  archeologia  nel 
collegio  di  Francia  nel  i83i  ,  nelle  quali  esponeva  i  principii 
di  quella  ,  ed  i  segni  destinati  a  rappresentarli  nelle  due  scrit- 
ture geroglifica  e  geratica.  Due  sono  i  punti  più  rilevanti  di 
quel  discorso;  il  primo  è,  che  l'Egitto  debb' essere  tenuto 
per  sorgente  primitiva  delle  istituzioni  politiche  e  religiose  , 
delle  arti  e  delle  scienze  della  Grecia  5  secondo  lui  le  dottrine 
di  Platone  sono  meramente  egiziane,  ed  uscite  dai  santuarii  di 
Sai  ;  le  teorie  psicologiche  dell'antica  setta  pitagorica  si  vedono 
tuttora  rappresentate  nelle  pitture  ,  e  spiegate  nelle  iscrizioni 
dei  sepolcri  dei  re  Tebani  nei  recessi  della  valle  deserta  di 
Biban-el-Molouk.  Non  ignoriamo,  che  ben  diversamente  da  lui 
sentono  sulle  antiche  origini  delle  cose  greche  molti  dottissimi 
ingegni  dell'  età  nostra,  né  questo  è  il  luogo  da  trattare  siffatta 
questione  ,  né  da  tanto  ci  reputiamo  di  osare  interporre  il  no- 
stro giudizio.  L'altro  punto,  di  cui  il  Champollion    e    qui  ed 


350 

ìa  altri  suoi  scritti  si  fa  caldo  difensore  ,  è  la  somma  impor- 
tanza dello  studio  de'  geroglifici  ,  per  la  copiosa  messe  di  no- 
tizie storiche  ed  archeologiclie  del  più  antico  umano  incivili- 
mento ,  la  quale  è  riservata  agi'  interpreti  de'  monumenti  egizii 
scritti  ,  dai  quali  soli  si  potrà  finalmente  conoscere  nel  suo 
vero  aspetto  lo  stato  politico  e  religioso  del  vetusto  imperio 
de'  Faraoni. 

I  primi  nove  capitoli  ,  che  sono  i  soli  puLblicati  della  gram- 
matica ,  trattano  dei  nomi,  della  forma  e  della  disposizione  ma- 
teriale de'  segni  scritti  ;  della  loro  significazione  e  delle  varie 
loro  specie  5  delle  diverse  maniere  con  cui  que'  segni  si  com- 
binano insieme  per  formare  parole  e  nomi  ,  per  qualificare 
questi ,  determinarli  senza  equivoco ,  indicarne  il  genere ,  il 
numero  ,  e  le  varie  relazioni  ;  finalmente  de'  caratteri  che  ser- 
vono all'  enumerazione  delle  cose  ,  ed  a  quella  delle  civili 
partizioni  del  tempo.  La  parte,  che  rimane  a  pubblicare,  e 
maggiore  d'  assai  della  prima,  abbraccia  i  pronomi,  gli  aggettivi, 
il  verbo  e  la  sua  congiugazione  per  tempi  e  modi,  e  finalmente 
le  particelle,  sotto  le  quali  sono  comprese  le  preposizioni  ,  gli 
avverbi  ,  le  congiunzioni  ,  e  le  interiezioni.  Così  apparirà  una 
volta  interamente  svelato  quello  più  strano  che  ingegnoso  si- 
stema di  scrittura  ,  di  cui  per  venti  e  più  secoli  perpetua- 
mente servironsi  que'  sacerdoti  egizii  un  tempo  già  celebrati 
per  r  altezza  del  loro  sapere ,  se  a  buon  diritto  o  no  l' igno- 
riamo 5  certamente  non  pare  che  stesse  loro  gran  fatto  a  cuore 
il  progresso  dell'umanità  liè  verso  la  perfezione  delle  arti  ,  né 
verso  il  conseguimento  della  vera  scienza. 

Forse  a  più  d'  uno ,  leggendo  il  sommario  delle  materie  con- 
tenute in  questa  veramente  nuova  grammatica  ,  verrà  in  pen- 
siero di  domandare  ,  come  mai  l'illustre  Autore  senza  il  presi- 
dio d'altri  monumenti  bilingui,  che  la  lapida  di  Rosetta,  e  nell' 
ignoranza  in  cui  sono  i  dotti  dello  stato  della  lingua  egizia  par- 
lata nei  tempi  de'  Faraoni,  sia  potuto  giungere  ad  intendere  il 
vero  senso  de'  testi  geroglifici ,  e  così  perfettamente  da  fare  de' 
medesimi  una  grammaticale  e  minuta  analisi,  senza  la  quale  ogni 
interpretazione  di  quelli  debbe  riuscire  ipotetica  ed  arbitraria, 
ed  assolutamente  impossibile  una  ragionevole  teorica  di  quell»^ 


551 

scritture.  E  la  stessa  iscrizione  geroglifica  di  Rosetta ,  é  forse 
mai  stata  sino  ad  ora  convenevolmente  spiegata  ,  ed  invocata 
dall'  Autore  per  confermare  il  suo  sistema  ?  In  verità  lunga 
tempo  già  io  sperai  ,  che  questa  cotanto  sospirata  grammatica 
conterrebbe  una  valente  difesa  del  sistema  esposto  nel  Pre'cis  e 
costantemente  seguitato  di  poi  dal  Gbampollion  negli  altri  suoi 
scritti  ;  sperai  che  sopra  salde  ragioni  sarebbero  fondate  le  re- 
gole grammaticali  ;  ma  quella  speranza  è  svanita ,  quando  nel 
leggere  la  prima  parte  ,  V  ho  ritrovata  positiva  e  dogmatica  , 
come  sono  le  gramoiatiche  di  quelle  altre  lingue  più  note  , 
sulla  natura  delle  quali  non  può  cadere  alcuna  controversia. 
Vero  è  ,  che  moltissimi  esempii  vi  sono  recati  con  intendi- 
mento di  confermare  per  essi  ciascuno  degli  esposti  principii  , 
ai  quali  vengono  quelli  soggiunti  ;  ma  è  questo  un  perpetuo 
circolo  vizioso ,  quando  non  sitasi  antecedentemente  provato,  che 
il  vero  senso  degli  addotti  esempii  è  quello  stesso  dato  loro 
dall'  autore.  Dovremo  noi  dunque  sospettare  ,  che  il  Cham- 
poUion  abbia  senza  stabile  base  innalzato  tutto  questo  sistema, 
che  r  assiduo  studio  di  più  lustri  ,  che  1'  esame  di  un  numero 
quasi  infinito  di  monumenti  non  abbiagli  in  fine  fruttato  ch^ 
errore  ed  illusione  di  mente?  Che  egli  tessendo  la  storia  dei 
tentativi  fatti  sopra  lo  stesso  argoihento  nelle  passate  età ,  abbia 
indicato  le  vere  cagioni  perchè  quelli  sieno  riusciti  vani  ,  e 
poscia  esso  medesimo  non  abbia  saputo  correre  miglior  cam- 
mino ,  ed  abbia  fatto  nelle  stesse  acque  più  tristo  naufragio? 
Ciò  non  pare  in  guisa  veruna  credibile  ,  né  certamente  si 
debbe  ammettere ,  essendo  noi  persuasi  ,  che  lo  scopritore 
dell'alfabeto  fonetico  ,  che  1'  autore  del  Precis  ha  bensì  potuto 
molte  volte  dare  troppo  libera  carriera  all'  ardente  sua  immagi- 
nativa neir  interpretazione  de'  testi  egiziani  ,  che  forse  la  sua 
teoria  riceverà  col  tempo  più  d'  una  correzione  o  modificazione, 
ma  che  sopra  saldo  fondamento  pure  riposi  1'  intero  edifizio. 
Ammettiamo  per  dimostrato  ciò  ,  che  d'  altronde  è  somma- 
mente verosimile,  1'  antica  lingua  egizia,  quanto  alla  sua  so- 
stanza ,  essersi  conservata  nella  copta;  ammettiamo  di  più, 
che  r  uso  dell'  alfabeto  fonetico  risalga  ai  tempi  faraonici ,  la 
qual  cosa   è  posta  fuori   d'ogni   ragionevole  dubbio  nel  Pre'cis, 


552 

e  premessi  questi  due  principii  noi  portiamo  ferrai  credenza , 
che  r  esame  de'  monumenti  egizii  col  lume  dato  dall'iscrizione 
di  Rosetta  ,  anche  senza  il  soccorso  di  verun  altro  testo  bi- 
lingue ,  potè  condurre  il  ChampoUion  alla  scienza  teoretica  di 
quelle  scritture,  dalla  quale  scienza  tuttavia  all'interpretazione 
di  un  qualsivoglia  testo  egiziano,  è,  a  parer  nostro,  un  im- 
menso intervallo  ,  rimangono  ancora  difficoltà  gravissime  a  su- 
perare. In  una  parola  ,  componesi  la  grammatica  de'  principii 
generali  ,  oltre  ai  quali  richiedesi  il  vocabolario  intero  della 
lingua  ,  per  potersi  accingere  con  certezza  di  buon  successo 
alla  spiegazione  dei  testi.  Ma  per  dimostrare  il  nostro  assunto, 
cioè  ,  che  r  esame  de'  monumenti  scritti  dell'antico  Egitto  potè 
bastare  alla  sagacità  del  ChampoUion  per  ritrovare  il  vero  si- 
stema de'  gerogliflci  ,  stimiamo  opportuno  di  dare  primiera- 
mente un  breve  sunto  dei  quattro  primi  capitoli  della  gram- 
matica ,  i  quali  più  specialmente  abbracciano  la  teoria  della 
scrittura  ,  che  le  regole  grammaticali  della  lingua  parlata. 

»  I  caratteri  che  da  principio  composero  il  sistema  geroglifico 
furono  imitazioni  più  o  meno  fedeli  di  oggetti  corporei  presi 
da  tutte  le  diverse  classi  del  creato.  Il  numero  di  questi  ca- 
l'atteri  incavato  dall'  analisi  de' monumenti  scritti,  non  ascende 
ai  novecento.  La  scrittura  geroglifica  fu  principalmente  ado- 
prata  ad  ornare  i  pubblici  monumenti  ;  però  somma  diligenza 
era  usata  nel  delineare  le  forme  degli  oggetti,  ed  ancora  nell' 
abbellirli  de'  colori  ad  essi  convenienti.  Ma  così  fatta  scrittura 
riusciva  troppo  lunga  e  malagevole  cosa  pei  bisogni  della  vita 
comune  5  quindi  si  cercò  di  facilitarne  1'  uso  con  rendere  più 
semplici  le  forme  de'  caratteri  ,  e  togliendo  ogni  ornato  della 
pittura.  Primieramente  le  immagini  degli  oggetti  furono  ridotte 
ai  soli  estremi  lineamenti  ,  conservando  tuttavia  le  forme  di- 
stintive del  genere  e  della  specie  alla  quale  appartenevano  ,  e 
questa  differenza  distingue  la  scrittura  de'  libri  geroglifici  da 
quella  dei  monumenti.  Questa  prima  riduzione  fu  poscia  seguita 
da  un'  altra  maggiore ,  e  la  novella  forma  de'  cai-atteri  ne  ri- 
mase per  tal  guisa  alterata  ,  da  creare  come  un  altro  genere 
di  scrittura  più  corsiva  ,  conosciuta  col  nome  greco  di  geratica 
o  sacerdotale.  Questa  scrittura  geratica,  considerata  unicamente 


ZK-Z 


ODO 

nella  sua  forma  materiale,  è  di  quattro  specie  distiute  una  dall' 
altra  per  varii  gradi  di  abbreviatura  ,  onde  si  viene  scostando 

dai  geroglifici   dai  quali  riconosce  sua  orìgine 

«  I  caratteri  geroglifici  presi  secondo  la  loro  significazione  sono 
divisi  in  tre  diverse  specie,  i.°  in  figurativi ,  \  quali  indicano 
al  proprio  la  cosa  di  cui  sono  1' immagine  ;  così  la.  figura  d'un 
cavallo  serve  ad  indicare  un  individuo  di  quella  specie  di  qua- 
drupedi 5  -1°  in  tropici  o  simbolici ,  i  quali  non  più  per  imi- 
tazione ,  ma  per  similitudine  prossima  o  rimota  ,  vera  o  suppo- 
sta richiamano  alla  mente  1'  idea  della  cosa  che  sono  destinati 
a  rappresentare  ;  3."  in  fonetici  ovvero  alfabetici  ,  i  quali  rap- 
presentano semplicemente  gli  elementi  de'  vocaboli  ,  le  lettere 
vocali  e  consonanti.  Nella  forma  materiale  punto  non  si  distin- 
guono dalle  prime  due  specie  ,  essendo  essi  ancora  immagini 
di  cose  sensibili.  Anzi  può  uno  stesso  carattere  geroglifico  in 
varii  casi  passare  dallo  stato  figurativo  al  simbolico,  ed  al  fo- 
netico. Il  principio  generale  del  metodo  fonetico  fu  di  rappre- 
sentare un  suono  alfabetico  coir  immagine  d'un  oggetto,  il  cui 
vocabolo  nella  lingua  parlata  incominciasse  con  la  lettera  che 
si  voleva  esprimere  d'  onde  nacque  nelle  scritture  egizie  quella 
gran  copia  d'omofoni  ossieno  segni  indicanti  un  medesimo  suono, 
potendo  una  medesima  lettera  essere  rappresentata  da  più  ca- 
ratteri immagini  d'  oggetti  ,  i  nomi  de'  quali  avessero  la  me- 
desima iniziale:  ogni  testo  egìzio  sia  geroglifico ,  o  sia  geratico 
è  composto  di  segni  appartenenti  a  ciascuna  delle  tre  specie 
indicate  ,  i  quali  concorrono  secondo  la  propria  loro  natura  , 
ed  insieme  si  combinano  in  una  medesima  frase.  In  generale 
i  caratteri  fonetici  ricorrono  in  maggior  numero  de'  simbolici , 
e  questi  de'  figurativi.  (L'alfabeto  de'  geroglifici  fonetici  esposto 
in  questo  capìtolo,  e  de'  quali  tutti  l'Autore  afferma  avere  ri- 
conosciuto il  vero  valore  ,  tra  semplici  e  composti  ,  è  di  due- 
cento e  quarantasette.)  I  caratteri  delle  vocali  nell'alfabeto 
fonetico  hanno  un  valore  indeterminato  ,  il  quale  può  variare 
dall' a  all'è  o  i,  dalle  semplici  ai  dittonghi  ,  a  ai,  e  ei  ie  ^ 
a  cu  ,  la  più  parte  delle  vocali  medie  sono  oidinariameute 
oramesse  nelle  parole  trascritte  con  segni  fonetici  ne'  testi  ge- 
joglifici  e  geratici ,    onde   troviamo  sn  per  son  (  fratello  )  ,    rt 

23 


554 

per  rat  (  piede  )  ainn  per  amori  (  il  dio  Amrnone  ).  Le  arti- 
colazioni aspirate  della  lingua  egizia  nei  testi  gerogliCci  sono 
rappresentate  con  gli  stessi  segni  delle  articolazioni  semplici  a 
quelle  corrispondenti  ;  e  le  consonanti  /  e  r  si  scambiano  vi- 
cendevolmente r  una  coir  altra  ,  o  a  dir  meglio  i  segni  omo- 
foni dell'articolazione  /  servono  a  notare  anche  lar,  e  così  di 
rincontro.  Essendo  ogni  testo  geroglifico  e  geratico  composto 
di  un  numero  maggiore  di  caratteri  fonetici  ,  che  non  delle 
altre  due  specie  ,  la  scrittura  sacra  fu  dunque  strettamente  col- 
legala con  la  lingua  parlata  ,  poiché  la  maggior  parte  di  que' 
segni  rappresentavano  i  suoni  di  questa  :  lo  stesso  vincolo ,  seb- 
bene meno  stretto,  legava  pure  alla  medesima  i  caràtteri  figu- 
rativi ,  ed  anche  i  tropici  o  simbolici  ,  a  ciascuno  de'  quali 
dovea  pure  corrispondere  un  vocabolo  di  quella  favella.  Poteva 
impertanto  un  testo  geroglifico  o  geratico  essere  letto  con  la 
stessa  facilità  e  celerità  ,  con  che  appresso  gli  europei  leggonsì 
i  trattati  d'algebra  ,  i  quali  offrono  anch'  essi  come  le  scrit- 
ture   egiziane    un    miscuglio    perpetuo  di  caratteri  fonetici    ed 

ideografici 

«  I  tre  metodi  fondamentali  della  scrittura  sacra ,  l' imitazione ^ 
la  similitudine  e  la  rappresentazione  de'  suoni  furono  adoprati 
ne'  testi  egizii  per  notare  i  nomi  comuni  della  lingua  parlata. 
Trovansi  con  caratteri  figurativi  rappresentati:  i."  i  nomi  gene- 
rici della  specie  umana,  e  quei  delle  membra  del  corpo  uma- 
no 5  2.°  i  nomi  della  maggior  parte  delle  varie  sorta  di  qua- 
drupedi ,  e  di  alcune  loro  membra  ,•  3.°  i  nomi  di  alcune  specie 
di  uccelli  ,  poiché  d'  ordinario  le  immagini  de'  volatili  appar- 
tengono alla  classe  de'  caratteri  fonetici  ,  o  a  quella  dei  sim- 
bolici 5  4-°  i  nomi  di  rettili  in  picciolo  numero  ,  quelli  di  al- 
cune specie  di  serpi ,  e  di  pochissimi  insetti  ;  5.°  i  nomi  di 
un  numero  molto  ristretto  d'oggetti  appartenenti  al  regno  ve- 
setale  -,  6°  i  nomi  della  massima  parte  dei  prodotti  d'  arte  ed 
industria  umana  ,  come  di  vesti  ,  ordigni,  suppellettili,  edifizii 
ecc.;  7.°  finalmente  coll'immagine  d'un  uomo  o  di  una  donna 
ornata  delle  insegne  caratteristiche,  furono  notati  i  nomi  co- 
muni di  uffizii  e  dignità  esercitate  o  nella  società  domestica, 
o  nella  vita  pubblica,  come  re,   regina,  capo,  scriba,  prete  , 


555 

guerriero  ecc.  Sovente  con  segni  simbolici  o  tropici  furono  rap- 
presentati molti  nomi  comuni  ,  usando  gli  scribi  o  della  me- 
tonimia o  della  metafora,  o  finalmente  del  genere  enigmatico. 
Il  terzo  n»etodo  di  cui  si  servirono  nelle  scritture  sacre  per 
notare  i  nomi  comuni  della  lingua  parlata  ,  fu  d'  adoprare  i 
caratteri  fonetici.  Infatti  la  massima  parte  dei  vocaboli  della 
lingua  egizia  si  trovano  ne'  testi  geroglifici  e  geratici  trascritti 
con  segni  fonetici ,  e  non  differiscono  dagli  stessi  vocaboli  scritti 
con  lettere  greche  nei  testi  copti ,  che  per  Tommessione  o  tras- 
posizione di  alcune  vocali,  e  raramente  per  mutazione  di  luogo 
di  alcune  consonanti  5  gli  esempii  che  in  gran  copia  se  ne  ad- 
ducono ,  sono  più  che  idonei  a  comprovai'e  questo  fatto.  In 
generale  la  differenza  che  si  osserva  tra  1'  ortografia  antica  dei 
vocaboli  egiziani,  e  la  copta,  nasce  dallo  scambio  delle  lettere 
appartenenti  allo  stesso  organo  vocale.  Nei  testi  egizii,  di  qua- 
lunque età  sieno,  s'  incontrano  moltissimi  nomi  fonetici  scritti 
per  abbreviazione  ,  non    esprimendo  che   le    lettere  iniziali  dei 

medesimi 

«  L'ommessione  delle  vocali  medie  ,  e  talvolta  anche  finali 
nella  trascrizione  fonetica  dei  nomi  della  lingua  parlata  dovea 
sovente  generare  incertezza  ed  oscurità  nei  testi  egizii,  poiché 
un  numero  grandissimo  di  vocaboli  egiziani  essendo  formati 
delle  medesime  consonanti  disposte  con  lo  stesso  ordine,  tut- 
tavia esprimono  idee  tra  di  loro  diversissime  ,  e  distiuguonsi 
gli  uni  dagli  altri  unicamente  per  le  vocali,  come  a  cagion 
d'  esempio  sabe  (  dotto  ),  sobe  (  impuro  )  ,  sebe  (  flauto  ),  kob 
(  opera  )  ,  hab  (  lievito  )  ,  hib  (ibis  uccello)  ecc.  Per  rimediare 
a  così  grave  inconveniente  fu  introdotto  1'  uso  di  notare  i  vo- 
caboli scritti  foneticamente  con  un  carattere  aggiunto  ,  il  quale 
determinava  nello  stesso  tempo  ed  il  significato  del  vocabolo , 
e  la  pronunzia  stessa  di  quello  ,  indicando  indirettamente  le 
vocali  da  supplire  nella  lettura  del  medesimo.  Di  questi  carat- 
teri determi  fiativi  gli  uni  determinano  la  specie,  altri  il  genere 
della  cosa  indicata  dal  nome  fonetico  ,  ed  hanno  una  parte  di 
gran  rilievo  nel  sistema  geroglifico  ,  trovandosi  costantemente 
dopo  la  maggior  parte  de'  nomi  fonetici  ,  dei  pronomi,  dei  nomi 
proprii  e  dei  verbi » 


356 

Ritornando  ora  al  nostro  proposito,  osserviamo  primiera- 
mente ,  che  una  parte  dell'alfabeto  fonetico  esposto  dall'  autore 
nel  secondo  capitolo  della  grammatica ,  fu  già  con  invincibili 
pruove  stabilita  nella  lettera  a  Dacier  ;  partendo  dal  principio 
generale  del  metodo  fonetico  ,  quel  primo  alfabeto  fu  di  molti 
omofoni  accresciuto  nel  Précis,  ma  senza  dimostrazione  alcuna, 
che  ne  provasse  la  verità;  finalmente  in  quest'ultima  sua  opera 
egli  ne  ha  aumentato  ancora  il  numero  di  poco  meno  del 
doppio  ,  che  nel  Pre'cis  ,  contentandosi  di  avvertire  i  lettori  , 
che  di  tutti  questi  segni  esso  ha  rìeonosciuto  il  vero  valore. 
Certamente  trattandosi  di  fatti  positivi  e  materiali  la  testimo- 
nianza di  ChampoUion  ,  che  tanti  anni  consacrò  all'investiga- 
zione del  sistema  delle  scritture  egizie  ,  che  esaminò  quanti 
monumenti  scritti  o  sono  tuttoi'a  esistenti  in  Egitto  ,  o  souo 
custoditi  ne'  varii  musei  d'  Europa  ,  può  tener  luogo  di  argo- 
mento morale  idoneo  a  cattivarsi  la  nostra  fede,  se  non  ad 
ingenerare  assoluta  certezza.  E  che  l'alfabeto  fonetico,  stabiliti 
una  volta  que'  tanti  segni  ,  che  bastino  a  rappresentare  gli 
elementi  de'  vocaboli  ,  si  possa  accrescere  di  omofoni  col  solo 
materiale  confronto  de'  monumenti  ,  è  noto  a  tutti  coloro,  che 
non  sono  del  tutto  pellegrini  negli  studii  egizii  :  è  impossibile 
paragonare  insieme,  a  cagion  d'esempio,  due  papiri  funerarii 
appartenenti  a  due  diversi  defunti,  e  contenenti  assolutamente 
le  stesse  materie  ,  senza  che  nell'  analisi  comparativa  dei  due 
testi  ,  tu  ritrovi  molti  caratteri  varianti  quanto  alla  forma 
materiale  da  un  testo  all'  altro  ,  ma  precisamente  identici 
quanto  al  significato  ;  che  se  non  due  soli  ,  ma  più  e  più  di 
così  fatti  papiri  si  vogliono  col  medesimo  scopo  mettere  a  con- 
fronto (  e  sono  questi  papiri  a  centinaja  ,  e  scritti  o  con  ca- 
ratteri geroglifici ,  o  con  geratici ,  e  contengono  tutti  chi  per 
intero  ,  e  chi  in  maggiore  o  minor  porzione  le  stesse  for- 
mole  sacre,  onde  sono  detti  rituali^,  chi  non  vede,  come 
successivamente  col  tempo  e  col  lavoro  debbasi  ritrovare  1'  in- 
tera serie  de'  caratteri  omofoni  segnati  sopra  i  monumenti  ? 
Ma  assai  più  difficile  è  1'  investigazione  del  senso  che  hanno  in 
quelle  scritture  i  caratteri  simbolici ,  dei  quali  pochi  solamente 
troviamo  dichiarati  nel  libro  di  Orapolline  ,  od  in  qualche  al- 


557 

tro  scrittore  greco  o  latino.  Di  molti  in  vero  il  ChampoUion 
dà  la  spiegazione  e  nel  Pre'cis  ,  e  nel  Panthéon  e'gyptien ,  e 
nella  grammatica  ,  ma  senza  chiarirci  come  ne  abbia  ricono- 
sciuto il  valore.  Anche  a  questo  proposito  osserviamo  ,  che  lo 
stesso  confronto  de' monumenti  ,  il  quale  fa  conoscere  i  segni 
varianti  ed  omofoni  dell'  alfabeto  ,  conduce  del  pari  a  trovare 
il  significato  di  molti  caratteri  simbolici.  Non  di  rado  avviene, 
che  un'  idea  espressa  per  un  seguo  simbolico  in  un  testo  ,  sia 
in  un  altro  rappresentata  con  caratteri  tutti  fonetici  ;  serva 
d'  esempio  il  nome  del  defunto  ,  che  si  legge  un  numero  in- 
finito di  volte  nel  papiro  geroglifico  della  grand'  opera  sopra 
l'Egitto  -j  quasi  sempre  è  scritto  con  segni  fonetici ,  il  valore 
de'  quali  è  pienamente  riconosciuto,  e  si  può  trascrivere  Ptainii 
(  Petamone ,  che  i  Greci  traducevano  per  Ammonios ,  il  di 
jdmmone  )  5  nello  stesso  papiro  il  troviamo  qualche  volta  scritto 
coi  due  primi  segni  fonetici  pt  seguiti  da  un  carattere  che  figura 
un  obelisco,  il  quale  obelisco  simbolicamente  rappresentava  ilDio 
Ammone.  Parimenti  il  più  grande  rituale  geroglifico  del  Museo 
torinese,  che  appartenne  a  un  defunto  per  nome  Eufonch  o 
Aufonch  ci  offre  questo  nome  scritto  ben  più  di  quattrocento 
volte  ora  con  tutti  i  segni  fonetici  che  lo  compongono  ,  ora 
soltanto  con  quattro  ,  cioè  Euf  o  Auf,  ed  il  segno  detto  la 
chiave  del  nilo  ,  che  simbolicamente  esprimeva  la  vita  con 
vocabolo  egizio  detta  ondi.  Apparisce  per  gli  esempii  addotti, 
i  quali  si  potrebbero  in  gran  copia  moltiplicare  ,  che  quegli 
potrà  giungere  a  conoscere  il  vero  significato  di  un  maggior 
numero  di  segni  e  fonetici  e  simbolici ,  il  quale  corredato  della 
cognizione  della  lingua  copta  ,  avrà  a  sua  disposizione  anche 
maggior  numero  di  monumenti  a  studiare  e  paragonare  gli  uni 
agli  altri.  E  quello  che  abbiamo  detto  de'  papiri  possiamo  cou 
pari  ragione  aftermare  d'un' altra  classe  di  monumenti  religiosi  e 
funebri  non  meno  abbondante  de'  primi  nelle  collezioni  pub- 
bliche e  private  d'antichità  egizie.  Quelle  steli ,  ossieno  quadri 
figurati  di  pietra  o  di  legno  ,  che  furono  tratti  fuori  dalle  ca- 
mere sepolcrali  d'Egitto,  rappresentano  per  lo  più  adorazioni, 
libazioni  ed  offerte  fatte  pel  riposo  de'  trapassati  ad  Osiride  e 
ad  altre  Deità  dell'inferno  o  del  cielo,  o  che  so   io,    e    sopra 


358 

lutti  oltre  ai  nomi  delle  adorate  Deità ,  trovansi  ripetute  le 
medesime  formole  di  culto  ,  di  preci  e  di  voti ,  e  chi  atten- 
tamente volesse  notarne  le  varianti ,  e  registrare  tutti  i  nomi 
che  vi  si  leggono  scritti  ora  con  segni  simbolici  ,  ora  con  fi- 
gurativi ed  ora  con  trascrizione  fonetica  ,  senza  aver  mestieri 
di  penetrare  molto  addentro  nella  favella  parlata  dagli  antichi 
egizii ,  ne  potrebbe  raccogliere  un'  ampia  messe  di  notizie  pa- 
leografiche ,  se  non  vuoi  archeologiche.  Ma  un  mezzo  non  meno 
efficace  a  progredire  nella  scienza  de'  geroglifici,  e  quello  ap- 
punto, dal  quale  io  avviso  avere  il  Champollion  in  massima 
parte  ricavato  la  dottrina  con  tanta  copia  d'  esempii  esposta 
ne'  capitoli  3.°,  4'°  ^  5."  della  grammatica  ,  intorno  alla  rap- 
presentazione ,  ed  ai  segni  determinativi  de'  nomi  e  comuni  e 
proprii  ,  ci  è  sommiuislrato  dalle  figure  o  dipinte  o  delineate, 
delle  quali  abbondano  ì  monumenti  egizii  incominciando  dagli 
amuletti  i  più  piccioli  ,  e  risalendo  sino  ai  più  giganteschi  edi- 
fizii  ;  steli  ,  papiri  ,  casse  di  mummie  ,  vasi  fimerarii  ,  suppel- 
lettili domestiche,  camere  sepolcrali,  tombe  reali,  tempii  e 
reggie  ,  tutto  in  Egitto  veniva  nello  stesso  tempo  adornato  di 
quadri  rappresentanti  argomenti  militari  o  civili  o  religiosi  o 
funebri  ,  tutti  accompagnati  da  leggende  spiegative  del  dipinto 
o  figurato.  Però  un'  attenta  analisi  de'  segni  onde  componesi 
ciascheduna  di  quelle  brevi  iscrizioni  apposte  quasi  allato  ,  o 
sopra  ciascheduna  figura,  avvertirà  sovente  l'avvezzo  indagatore 
quali  di  que'  segni  servano  ad  indicare  il  nome  ,  e  quali  1'  a- 
zione  ,  r  uffizio,  e  le  attribuzioni  dell'  individuo  che  vi  è  rap- 
presentato. Le  tavole  de' monumenti  dell'Egitto,  e  della  Nubia, 
che  fanno  parte  dell'  opera  egregia  animosamente  intrapresa  e 
continuata  con  perseveranza  dal  professore  Rosellini ,  possono 
oftrire  allo  studioso  di  cotesto  ricerche  moltiplicati  esempii 
d'animali,  od  oggetti  inanimati  appartenenti  a'varii  regni  della 
natura  o  all'arte  umana,  ciascuno  col  nome  della  sua  specie 
sci'ittovi  di  sopra  od  a  canto  ora  con  caratteri  fonetici  ,  che 
trascritti  in  caratteri  copti  ci  danno  il  vocabolo  esistente  in 
questa  lingua  ,  ora  con  caratteri  figurativi  o  simbolici,  i  quali 
riscontrati  con  altri  analoghi  esempiì  ci  indicano  pure  il  pro- 
prio   valore ,    e    la  parte    che   fanno   in    quelle    iscrizioncelle. 


559 

Se  io  mi  pongo  ad  esaminare  le  figure  ordinariamente  rap- 
presentate nella  parte  superiore  dei  rituali  geroglifici  in  tutta 
la  lunghezza  di  que'  rotoli,  vi  osserverò,  a  cagion  d'esempio, 
nella  prima  parte  una  figura  umana  (  rappresenta  essa  il  de- 
funto ,  il  nome  del  quale  con  quello  della  madre  ,  è  scritto 
nel  papiro  pressoché  iu  ogni  linea  )  armata  d'  un'  asta  ,  con 
cui  combatte  successivamente  coccodrilli ,  serpi  di  varia  specie, 
e  per  sino  un  asino  (  creduti  questi  essere  gli  animali  di 
Tifone  )  ;  ciascuno  di  questi  combattimenti  è  indicato  da  una 
breve  iscrizione  ,  la  cui  analisi  non  lascia  dubbio  alcuno  , 
che  contiene  5  i."  l'azione  del  combattere  seguita  dal  segno  de- 
terminativo ,  2.°  il  nome  dell'  animale  che  è  combattuto  ,  se- 
guito anch'  esso  dal  segno  determinativo  del  genere  o  della 
specie  a  cui  appartiene.  In  una  delle  grandi  rappresentazioni 
dello  stesso  papiro  è  figurato  un  uomo  che  con  due  buoi  ag- 
giogati ara  in  un  campo  ,  dove  un  altro  semina  5  l'azione  dell' 
arare  è  sopra  i  buoi  indicata  da  due  segni  fonetici  sk  (  skai  in 
copto  significa  arare  ),  il  senso  de'  quali  è  di  più  determinato 
dalla  figura  dell'aratro,  che  vi  è  aggiunta.  Potrei  dall'esame 
dello  stesso  papiro  recare  un  numero  grandissimo  d'  esempii  , 
che  tutti  dimostrerebbero  ,  per  mezzo  delle  figure  rappresen- 
tate sui  monumenti  scritti ,  potersi  con  tutta  certezza  raccogliere 
il  vero  senso  delle  iscrizioni  che  le  accompagnano  5  possono 
veramente  chiamarsi  anch'  essi  bilingui  ,  perchè  parlano  evi- 
dentemente all'  occhio  colle  figure,  e  servono  di  traduzione  alle 
leggende.  Non  dee  adunque  rimanere  più  alcun  fondato  dubbio 
sulla  possibilità  di  riconoscere  il  sistema  delle  scritture  sacre 
d'  Egitto  ,  e  ragion  vuole  che  la  grammatica  egizia  del  Cham- 
pollion  sia  avuta  in  quel  conto  ,  che  ben  merita  l'ultimo  libro 
di  chi  a  questi  nuovi  e  difficili  studii  consacrò  i  più  begli  anni 
d'  una  vita  recisa  in  quel  punto  ,  che  maggiori  e  più  maturi 
frutti  dovea  la  scienza  aspettare  da  così  ardente  ed  assiduo 
coltivatore.  Sin  dove  poi  sia  pervenuta  questa  novella  dottrina 
de'  geroglifici  ,  e  quali  difficoltà  rimangano  ancora  a  superare, 
per  poter  dire  che  finalmente  si  leggono  e  s'  intendono  i  testi 
egiziani ,  sarà  argomento  d'  un  altro  lavoro: 

F.    B. 


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Belle   Arti  —  Lettera  Vili. 


Episodio  sui  Giupizj  Musicali 


Carlssiino  Amico. 


»  Quid  faciet?  ctc.  Che  farà,  che  dirà 
»  nella  Geometria  o  nella  Musica  chi  non 
>'  le  ha  imparate  ?  O  tacerai,  o  giudicherà 
»  da  pazzo. 

De  Orai,  lib    3. 


Il  mondo  delle  arti  è  in  alcuni  punti  simile  al  mondo  della 
natura  ,  vario ,  vago  ,  stupendo  ,  curioso  ;  e  gli  artefici  somi- 
gliano in  alcun  che  a  Dio  non  tanto  nel  creare  ,  quanto  nel 
gettar  che  fanno  il  loro  mondo  alle  osservazioni  degli  uomini  , 
argomento  eterno  di  dispute ,  di  opinioni ,  e  di  giudizi.  Ma 
come  sul  mondo  fisico  furono  in  ogni  età  giudizi  dritti  e  torti, 
opinioni  ragionevoli  e  sragionevoli  5  così  su  quel  delle  arti  si 
pronunziarono  sempre  sentenze  eque  ed  inique,  rette  e  stra- 
volte. Che  se  poi  volete  a  compimento  del  confronto  presente 
anche  una  delle  dissomiglianze  voi  ve  l' avrete  in  questa  ,  che 
il  mondo  della  natura  per  dritto,  o  torto  giudicare  che  si  faccia 
non  soffre ,  non  muta ,  anzi  va  proseguendo  con  tutta  sicurezza 
i  giri  suoi  ;  dove  all'  opposto  il  mondo  artifiziale  per  cotesto 
diluvio  di  opinioni ,  e  sentenze  si  cangia ,  si  ferma  ,  retrocede, 
rallenta,  e  quasi  ruota  per  disastrosa  via  gira  come  può.  Per 
questo  non  vi  stupirete  se  oggi  interrompo  con  un  episodio  il 
corso  delle  mie  lettere ,  e  se  invece  di  parlarvi  dell'Espressione 
musigale ,  come  vi  aveva  promesso  nell'  ultima  ,  io  vi  discorra 
de'  giudizi  che  soglionsi  proferire  sulla  musica.  Veramente  la 
cosa  è  un  po'  ardua,  e  delicata  5  ma  l'obbligo  che  ho  di  spie- 
garmi sopra  alcune  cose   dette  ultimamente ,   ed   una   storiella 


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aulica  in  cui  m'  avvenni ,  la  quale  fa  per  noi ,  mi  fecero  risol- 
vere a  questo  episodio. 

Ed  in  quanto  alla  storiella  voi  dovrete  sapere  che  in  Atene 
tempo  fu  erano  molto  in  voga  i  giudizi  popolari,  sopra  la  fer- 
mezza ,  e  rettitudine  de'  quali  nulla  è  a  dire ,  tanto  più  che 
Socrate,  e  Aristide,  e  Temistocle,  e  Demetrio,  e  perfino  Al- 
cibiade ve  ne  potrebbero  fare  ampie  testimonianze.  Ora  questi 
giudizi  non  tanto  avevano  luogo  nelle  pubbliche  assemblee  per 
gli  affari  di  stato,  quanto  anche  ne'  teatri  per  faccende  meno 
serie  ,  testimonio  sempre  lo  stesso  Socrate  non  solo  di  quelli  , 
che  di  questi.  Ciò  posto  udite  la  storiella  che  Platone  racconta 
nel  3."  delle  leggi  ,  e  se  non  fa  per  noi  datemi  pure  dello  sto- 
lido per  la  testa  ,  e  per  i  piedi  :  «  Anticamente,  racconta  il 
»  filosofo,  il  popolo  Ateniese  non  era  padrone,  ma  servo  delle 
»  leggi,  dico  di  quelle  che  riguardano  la  musica,  la  quale  era 
»  allora  distinta  per  specie  ,  e  figure  ,  cioè  per  inni,  per  elegie, 
»  per  ditirambi.  Per  queste  leggi  non  era  lecito  usare  un 
»  genere  di  canto  per  un  altro  5  e  l'autorità  di  conoscere,  giu- 
»  dicare,  e  condannare  le  trasgressioni  musicali  non  era  già  in 
»  balia  de' fischi,  e  dello  schiamazzo  come  ora  (  il  che  pur 
»  dicasi  dell'approvazione);  ma  nelle  mani  di  personaggi  esimii , 
»  i  quali  nel  silenzio  potevano  udire  sino  al  fine ,  perchè  i 
»  giovani ,  i  pedagoghi ,  e  la  plebe  venivano  frenati  colla  ver- 
»  ga  . . .  cosi  che  non  giudicavasi  per  tumulto.  Ma  coli'  andar 
»  del  tempo  cominciarono  i  poeti  a  farsi  autori  d'  irregolarità 
»  musicali  ,  non  badando ,  benché  ingegnosi ,  al  giusto  ,  ed  al 
»  legittimo  ,  e  ciò  per  una  certa  pazzia ,  e  per  secondare  il 
M  gusto  altrui.  Cotestoro  adunque  confusero  i  canti  lugubri  cogli 
»  inni ,  i  ditirambi  coi  peani  ,  imitarono  col  canto  le  tibie,  e 
»  le  cetre  ,  posero  tutto  sossopra.  Inoltre  da  ignoranti  ed  im- 
»  pudenti  mentirono  pure  centra  la  musica ,  affermando  che 
»  essa  non  aveva  norma  e  legge  ,  ma  che  giudicavasi  dal  pia- 
»  cere  dell'  uditore  fosse  egli  dabbene  o  no  ;  di  modo  che  com- 
»  ponendo  essi  cosi  fatti  poemi,  e  spargendo  nel  volgo  cotali 
»  massime  resero  la  moltitudine  sì  ingiusta  ed  audace ,  che 
»  credette  di  poter  giudicare  con  cognizione  ;  quindi  i  teatri 
»   dove  prima  tacevano  ,  schiamazzarono  quasi  che  sottilmente 


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»  sentissero  il  bello  delle  muse ,  quindi  dall'  arbitrio  degli 
»  ottimati  il  giudizio  cadde  in  balìa  della  platea ,  cioè  nella 
»    Teati'ocrazia.  » 

Ora  andatevi  a  lamentare  de'  tempi  nostri  ,  se  il  costume  di 
giudicare  senza  autorità  è  cosi  vecchio  !  Deplorate  l'odierno 
disprezzo  del  buono  e  del  bello  ,  se  per  fino  gli  Ateniesi  cosi 
gentilmente  educati  lasciavausi  affascinare  dai  novatori!  Ma  che? 
Vi  si  vorranno  adunque  dei  tribunali,  e  delle  verge?  Oibò.  Dio 
ci  guardi  dai  rigori  d'  un'  oligarchia  musicale.  Se  vi  è  cosa  an- 
cora posta  in  medio,  sono  le  arti  belle,  possessione  comune  a 
tutti  tanto  per  l'esercizio,  quanto  per  il  giudizio.  In  ciò  non 
solo  dissento  dall'  antica  usanza  d'Atene  ,  ma  anche  dalla  mia 
epigrafe  ;  poiché  lasciamo  stare  che  nelle  scienze  ,  e  nella  mu- 
sica ,  quando  contava  tra  esse,  si  richieda  per  giudicarne  di 
averle  studiate,  nelle  arti  poi  fatte  per  dilettare  gli  uomini, 
create  per  tutti  non  si  esige  d'  averle  imparate  ,  o  di  profes- 
sarle per  sentirne  ,  e  giudicarne  i  lavori.  Ma  come  dall'  altra 
parte  evvi  la  tuatrocrazia  ,  od  il  libertinaggio  teatrale  che  può 
nuocere  all'arte,  e  screditare  i  pubblici  giudizi,  è  da  vedere 
quale  temperamento  abbiasi  a  prendere  per  salvare  la  musica 
dal  giudizio  de'  pochi,  e  de'  molti.  Ed  in  primo  luogo  martel- 
latevi ben  bene  in  capo  che  il  diritto  di  giudicare  in  fatto  di 
musica,  siccome  in  tutte  le  arti  è  legittimamente  nel  pubblico 
senza  privilegio ,  restrizione  ,  e  prerogativa  di  curia  ,  o  tribù  ; 
in  secondo  luogo  che  a  siffatto  tribunale  per  giudicare  equa- 
mente certi  requisiti  si  convengono  ,  senza  i  quali  la  sentenza 
non  sarà  inappellabile.  Cosicché  io  direi  così  all'ingrosso,  e  senza 
cercar  il  pelo  nell'uovo,  che  almeno  almeno  vi  si  richiederebbe 
una  certa  intelligenza  ,  una  tafl  quale  rettitudine  o  coscienza  , 
e  finalmente  una  sufficiente  dose  di  buon  gusto.  Che  ve  ne  pare? 
Son  io  forse  tanto  rigoroso,  come  credete?  Un  giudizio  ema- 
nante da  cotesti  principii  debbe  essere  per  la  musica  la  vera 
vox  populi ,  il  voto  unanime  della  natura  ,  la  decisione  che 
debbe  sanzionare  il  bello  musicale,  non  essendo  altro  che  quella 
medesima  ,  la  quale  ripetutamente  sanzionò  i  capi-lavori  della 
poesia,  dell'eloquenza,  della  pittura,  decisione  per  cui  i  mo- 
derni consuonano  cogli  antichi  ,  per  cui  tutti  i  seco  li  ,  e  paesi 
concordano  in  coro. 


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,    E  cominciando  dal  primo  requisito  che  è  l'intelligenza,  dico 
che  questa  sarà  come  la  face  che  rischiarerà  la  mente  de'  giu- 
dicanti. Ogni  giudizio  debhe  partire  da  una  certa  convinzione, 
da  una  cognizione  della  causa  ,  il  che  non  si   fa  senza  intelli- 
genza. Dunque,  direte  voi,  bisognerà  che  il  pubblico  s'intenda 
di  musica  ?  SI  signore.  Ma  intendersi  di  musica  non    equivale 
già    al    sapere  di  musica  ,  all'  essere  dotto  in  armonia  ,  al  pos- 
seder più  o  meno  quest'  arte.  Io  chiamo  intelligente   colui  che 
senta  e  capisca  quanto  ode,  che  per  ingegno,  educazione,  col- 
tura, ed  esperienza  siasi  formato  un   criterio,    che    abbia   eser- 
citato, od  eserciti  le  sue  qualità  intellettuali,  e  via  discorrendo. 
Non  è  egli  vero  che  voi  sebben  non  pittore  ,  né  erudito  in  pit- 
tura,  né  poeta,  né  esercitato  in  poesia,  sapete  distinguere    un 
buon  quadro  da  nn  cattivo,  un  bel  sonetto  da  un  brutto?  Se 
è  così  io  vi  assicuro  che  voi  quantunque  né  musico  ,  né  dilet- 
tante, per  l'intelligenza  vostra  potete  anche    seder    giudice    di 
musica  in  qualunque  teatro.  Mi  direte    che    il   vostro    orecchio 
non  è   molto  fino  ,  che  non  è  in  grado  di  apprezzare    tutte    le 
armoniche  gradazioni.  Lo  so,   mio  caro,  che  il  vostro  udito  non 
eguaglia  la  delicatezza  del  vostro  sentire  ,  e  so  pure  che  molti 
per  essere  d'orecchio  fino,    e    sensibile    si    stimano    i    migliori 
giudici  in  musica  5  ma  io  credo  che  questa  finezza,  e  sensibi- 
lità opportunissima  in  vero  non  costituisce  tutta  1'  intelligenza 
musicale.  L'intelligenza  primo  requisito  del  giudizio  debbe  ri- 
siedere oltre  il  timpano  acustico ,  oltre  i  confini  della  organiz- 
zazione-,  l'orecchio  non  è  che  l'usciere  del  giudice.   Se  la  mi- 
glior disposizione  degli   organi  sensorii  dovesse  decidere  in  que- 
sta ,  ed  in   altre    materie,    penso   che   molti  sciocchi  sarebbero 
intelligentissimi,  e  gli  occhi  lincei  sarebbero  i  migliori  giudici 
in  pittura  ,  siccome  erano  una  volta  in  letteratura    gli   uomini 
di  netto  naso,  emunctae  naris.  —  Altri  poi  credonsi    d'aver  la 
prerogativa  di  giudicare  perchè  sono  infarinati  di    musica  ,    ne 
conoscono    il    vocabolario  ,    si    dilettano    di  canto  ,  o  di  suono  , 
di  cantori  ,  o  suonatori.   Benissimo.    Siedano    pure  costoro    tra' 
giudici  ,  ma  non  a  preferenza  d'  altri  non  infarinati,  non  dilet- 
tanti. Anche  in   quest'arte,    mio    caro,    evvi    la    mezza   scienza 
accompagnata    dalla    presunzione  ;    anche    la    musica   ha   i  suoi 


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saputelli ,  i  quali  portano  ai  tribunali  della  platea  quel  fino 
discernimento  che  mostrano  ne'  privati  concerti ,  allorché  o  can- 
tando, o  suonando  eseguiscono  un  pezzo  di  musica  in  natura, 
o  ridotto  !  Torno  a  dire  che  richiedesi  intelligenza  non  scienza, 
tanto  meno  la  saccenteria  5  ripeto  che  per  pronunziare  un  giu- 
dizio esigesi  criterio  e  buon  senso,  non  dottrina,  ed  erudi- 
zione. Che  vale  il  cicalar  tanto  di  musica  in  pubblico  ,  ed  in 
privato  ;  pizzicar  corde  ,  gonfiar  flauti  ,  strimpellar  chitarre  , 
gorgheggiare  da  mattino  a  sera  se  non  ce  ne  intendiamo  ?  Poco 
son  conosciute,  diceva  Mehul  ,  le  cause  produttrici  de' grandi 
effetti  drammatici  ,•  e  perciò  ,  comechè  molti  ciarlino  di  melo- 
drammi ,  pochi  ne  sanno  con  esattezza  ragionare.  La  grande 
dimestichezza ,  cred'  io  clic  abbiam  contratta  colla  musica,  forse 
è  quella  che  ci  dispensa  dall'  intelligenza.  Evvi  di  più  un  pre- 
giudizio in  questa  parte  ,  ed  è  che  si  possa  dare  una  musica 
dotta,  ed  un'altra  popolare,  cosicché  ove  il  comune  intendi- 
mento a  quella  non  giunga ,  possa  almeno  a  questa  arrivare. 
Così  p,  e.  per  chi  non  intende  Dante,  od  Alfieri  ,  havvi  Me- 
tastasio  ,  o  Goldoni  5  per  chi  non  sente  le  opere  di  Rafaello  , 
o  di  Paolo,  hanvi  le  bambocciate  fiamminghe.  Al  che  si  ri- 
sponde essere  nella  musica,  come  nella  poesia,  e  nella  pittura 
diversi  generi,  diversi  stili,  i  quali  siccome  esigono  egual  mae- 
stria neir  artefice  ,  così  richiedono  pari  discernimento  nel  giu- 
dice ,  in  modo  che  colui  che  non  aggiunge  allo  stile  sostenuto 
dell'opera  seria,  difficilmente  intenderà  il  semplice  della  buffa, 
supposto  che  sieno  ambedue  lavoro  perfetto  nel  loro  genere  ; 
epperciò  divien  superflua  la  distinzione  tra  la  musica  dotta,  e 
popolare  ,  perchè  ogni  musica  debbe  essere  dottissima  ,  cioè 
vera  e  buona  musica,  che  significhi  qualche  cosa,  che  esprima, 
che  dica  quanto  debbe  dire ,  e  corra  speditamente  al  suo  scopo. 
Vengo  ora  all'  altro  requisito  che  è  la  coscienza,  qualità  som- 
mamente richiesta  a  chi  debbe  giudicare.  Un  giudice  conosciuta 
la  causa  si  volge  sopra  se  stesso  per  esaminare  se  mai  o  pas- 
sione ,  o  interesse  ,  o  partito ,  o  deferenza ,  o  riguardo  volesse  o 
tradire  ,  o  corrompere  il  suo  giudizio  ,  sapendo  che  1'  onestà  , 
la  rettitudine,  l'integrità,  la  giustizia  debbono  sostenerlo  e  gui- 
darlo. In  generale  ciò  che  corrompe  ì  giudizi  pubblici  sulle  arti 


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sono  i  partili.  Chi  tien  di  qua,  chi  tien  di  là  5  GuelQ,  e  Ghi- 
bellini anche  in  musica,  né  più  né  meno  come  nella  filosofia, 
e  nelle  lettere.  Ed  a  chi  non  son  note  le  guerre  parigine  tra 
i  Glukisti ,  ed  i  Piccinisti  ?  Non  si  sparse  sangue  è  vero  come 
nelle  altre  ,  ma  lo  scandalo  fu  grave  ,  il  danno  sopravvenuto  al- 
l'arte, ed  agli  artefici  non  fu  leggiero.  I  parteggiani  del  maestro 
italiano  trova van  sempre  oro  nelle  composizioni  di  lui,  sempre 
mondiglia  nei  lavori  del  tedesco  ,  e  viceversa.  Anche  la  Germa- 
nia fu  divisa  dagli  Haydisti  ,  e  dai  Mozardisti  ;  anche  1'  Inghil- 
terra guerreggiò  pel  suo  Haendel ,  senza  parlare  dell'Italia,  Ma 
io  domando  se  nel  furor  di  questi  musicali  partiti  si  può  giudi- 
care onestamente?  Pure  direte  voi  che  è  difficile  non  simpatizzare 
almeno  per  qualcuno  ,  ed  in  virtù  di  tale  simpatia  non  usargli 
qualche  indulgenza  nel  giudicarlo.  La  simpatia,  vi  rispondo,  è 
cosa  naturale ,  ma  cieca  al  par  dell'amore.  La  simpatia  è  tolle- 
rabile ,  anzi  commendevole  finché  trattasi  di  domestico  e  privato 
trattenimento  ,  finché  anche  in  pubblico  sta  nei  limiti  d'  una 
discreta  approvazione,  e  così  dicasi  dell'antipatia.  Ma  quando 
prorompe,  ed  alza  la  voce  per  profferire  un  finale  giudizio, 
quando  co'  suoi  sibili  soffoca  la  sentenza  della  ragione  ,  della 
coscienza,  dell'equità,  è  riprovevole,  ed  iniqua,  Socrate  ed 
Aristide  furono  pur  condannati  per  antipatia ,  per  nausea  che 
si  aveva  della  loro  virtù.  —  Se  cotesti  giudici  ,  diceva  il  ci- 
tato Mehul  ,  fossero  meno  amanti,  che  amici  di  quest'arte, 
e  volessero  ben  ben  meditare  prima  di  giudicare,  non  saremmo 
più  testimoni  d'interminabili  discordie.  Ma  che?  Sia  orgoglio, 
o  sia  trascuraggine ,  gli  uomini  amano  meglio  disputare  che 
istruirsi  —  Questo  maestro,  e  filosofo  se  non  erro,  parlava  dei 
dilettanti,  i  quali  dovendo  essere  de'  primi  giudici ,  non  portano 
poi  al  tribunale  tutta  quella  indifferenza  che  é  necessaria  per 
giudicare,  essendo  già,  come  abbiam  veduto,  corredati  di  quella 
intelligenza,  che  in  essi  chiamasi  sapere  musicale.  La  mancanza 
di  questa  virtù  che  forma  l'onestà  d'un  giudice  intelligente, 
si  vede  poi  ancor  meglio  riguardo  ai  cantanti.  Ciascuno  di  co- 
storo una  volta  aveva  i  suoi  settari  sempre  armati  della  doppia 
nrma  del  fischio,  e  dell'applauso,  segno  evidente  dello  stato 
bellicoso ,   in    cui    trovavausi    le   platee.   Egli  é  vero  che  i  più 


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caldi  erano  pochi,  ma  sufficienti  per  iscaldare  gli  altri,  e  per 
dividere  la  moltitudine  indifferente  in  due  sezioni ,  quasi  che 
né  anche  in  teatro  la  neutralità  sia  conveniente.  Quindi  è  che 
ingrossate  le  fazioni  al  terminar  d'un' aria,  o  d'  un  atto  veni- 
vasi  a  battaglia.  Gli  applausi  soverchiavano  i  fischi,  e  a  tempo 
loro  questi  coprivano  quelli ,  non  restando  inerti  nella  mischia 
uè  i  piedi ,  né  le  punte  de'  bastoni ,  i  sì ,  ed  i  no  ,  gli  urli  , 
6  le  chiamate. 

>  Parole  di  dolore,  accenti  d'ira 

»  Voci  alte ,  e  fioche  ,  e  suon  di  man  con  elle 

assordavano  le  volte  teatrali,  e  la  platea  era  magicamente  can- 
giata in  campo  di  battaglia.  Finita  la  diavoleria  con  la  peg- 
gio di  qualche  partito,  il  cantante  giudicato  con  tanta  equità  e 
pace  godeva,  o  fremeva  dietro  le  scene  in  un  momento  in  cui 
aveva  bisogno  di  riposo,  onde  ripigliar  lena  e  coraggio  per  farsi 
giudicare  collo  stesso  processo  nell'altro  atto,  o  all'altra  sera. 
Cosi  giudicavasi  in  Atene  allorché  la  verga  non  aveva  più  forza 
sulla  plebe  degli  spettatori. 

Ho  fatta  menzione  de'  cantanti ,  siccome  di  quelli  che  inno- 
centemente porgono  occasione  alle  mischie  teatrali  5  ma  non 
debbo  tacervi  che  pur  essi  talvolta  siedono  sui  banchi  dei  giu- 
dici. In  qual  modo?  I  molti  riguardi  con  cui  soglionsi  trattare, 
lasciano  spesso  a  loro  la  balia  di  sciegliere,  o  rappezzare  le 
opere  che  debbonsi  esporre  in  pubblico ,  la  quale  scelta ,  o 
rappezzatura  vale  un  giudizio.  E  questo  giudizio  benché  talvolta 
sia  guidato  da  intelligenza,  senno,  e  gusto,  nondimeno  più  so- 
vente accade  che  riesca  ingiustissimo,  0  perchè  è  giudizio  di 
pochi,  e  talora  d'  un  solo  ,  o  perché  i  giudici  trovansi  in  causa 
propria,  scegliendo  quanto  loro  conviene,  o  perchè  la  scelta  è 
pessima  in  materia  di  gusto,  e  la  rappezzatura  é  giunta  peg- 
giore della  derrata.  Questo  abuso  é  assai  pernicioso  all'  arte  , 
ed  all'  ingegno  de'  compositori ,  fonte  perenne  di  quelle  oppo- 
sizioni che  gli  attori  giudici  mantengono  co'  maestri ,  cogli  ap- 
paltatori ,  coi  professori  ,  e  col  pubblico.  Per  questo  privalo 
giudizio  non  si  possono  udire  opere  nuove,  opere  iutiere,  opere 
buone  ,  e  trionfano  in  vece  i  repertori!  ,  gli  zibaldoni ,  le  mu- 
tilazioni ,  gli  ermafroditi  musicali  ... 


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Ma  r  intelligeuza  e  la  coscieaza  non  bastano  per  giudicare 
ili  materia  di  belle  arti;  gusto  ci  vuole,  e  buon  gusto,  altri- 
menti il  giudizio  corre  pericolo  di  nullità.  Questo  delicato  sen- 
timento del  buono,  questa  fina  percezione  con  cui  l'anima  as- 
sapora le  ineffabili  dolcezze  del  bello  ,  questo  sensibilissimo  tatto 
per  cui  si  discernono  i  bei  lavori  dai  mediocri,  e  brutti  debbe 
essere  il  compimento,  V ultimatum  dell'approvazione,  o  disap- 
provazione. I  grandi  artefici  che  han  per  modello  la  natura  in 
sé,  o  ne'  canoni  dell'arte  in  ciò  somigliano  pure  al  divino  Ar- 
tefice,  perchè  sanno  nelle  opere  loro  trasfondere  quell'ordine, 
quell'unità,  quella  simmetria  con  cui  si  costituisce  il  bello,  e 
da  cui  è  generata  quella  giusta  meraviglia  che  i  sensi  de'  ri- 
guardanti rapisce.  Ora  chi  tra  gli  osservatori  ,  o  giudici  non 
ha  idea  di  cotesto  magistero  ,  chi  non  conosce  il  bello ,  o  noi 
sa  dal  brutto  distinguere  non  può  giudicare  i  lavori  dell'arte. 
E  questo  senso  che  io  chiamo  buon  gusto  non  vuoisi  confon- 
dere colla  intelligenza  ;  poiché  a  questa  basterà  non  errare , 
non  confondere,  ove  a  quello  richiedesi  un  sentir  profondo, 
uà  assaporare  delicato  ,  un  discernimento  direi  che  ha  da  far  più 
col  sentimento,  che  colla  ragione,  più  col  cuore,  che  colla  mente. 
Io  non  so  se  mi  spieghi  5  ma  per  maggiore  intelligenza  fate  voi 
conto  che  il  buon  gusto  nelle  arti  sia  come  il  buon  senso  nelle 
altre  cose.  Voi  vedete  infatti  che  negli  aifari  o  speculativi  ,  o 
pratici  senza  tanta  metafisica  alcuni  sono  guidati  da  un  certo 
lume  naturale  attinto  a'  principii  della  ragione ,  e  dell'  equità 
per  cui  vengono  giustamente  chiamati  uomini  prudenti,  savi  , 
o  di  buon  senso,  i  quali  sovente  ne' processi  loro  fan  vergogna 
a  più  dotti,  e  saputi.  Cosi  accade  nelle  opere  dell'arte  per  di- 
scernere il  bello  dal  brutto ,  il  buono  dal  cattivo.  Inoltre  sic- 
come questo  buon  senso  non  è  in  tutti  quanti  ci  nascono ,  o 
non  vi  è  egualmente  5  cosi  dite  pur  del  buon  gusto  qualunque 
sia  la  causa  produttrice  di  tale  mancanza,  o  disuguaglianza,* 
cosicché  cotesti  che  io  chiamerei  insensati  nelle  arti,  vanno  di 
pari  passo  cogl'  insipienti  nelle  altre  cose ,  o  coi  sofisti  nelle 
scienze.  Ciò  posto  dico  che  questo  senso  del  bello,  o  buon  gusto 
e  sommamente  richiesto  per  formare  un  sodo  giudizio  sui  la- 
vori musicali.  Per  la  musica  evvi  anche  una  legge,  una  norma 


568 

da  seguire,  uu  tipo  da  imitare,  e  di  ciò  abbiaui  discorso  l'al- 
tra volta ,  e  prima  che  i  novatori  ateniesi  ci  venissero  ad  asserire 
il  contrario.  Ora  il  giudizio  emanante  del  buon  gusto  altro  non 
è  che  r  effetto  d'un'  applicazione  della  legge  del  bello  alla  com- 
posizione. La  qual  legge  siccome  naturale,  inconcussa,  univer- 
sale, ovvia  a  chi  è  educato,  non  oscura,  non  ambigua,  non 
l'econdita  ;  cosi  né  abuso,  né  prescrizione,  né  moda,  né  privi- 
legio, né  contraria  pratica  può  o  derogarla  ,  o  renderla  igno- 
rata. Perciò  tenete  per  principio,  che  quantun(.|ue  volte  i  ri- 
spettabili tribunali  della  platea  giudicano  un'  opera  senza  questa 
applicazione  (  il  che  non  può  certo  avvenire),  la  sentenza  loro 
è  iniqua,  ed  il  sentenziato  debbe  essere  vittima,  ove  noi  sia 
dell'ignoranza,  e  del  partito,  vittima  dico  del  cattivo  palato 
de'  suoi  giudici. 

Ma  voi  direte  che  cotesta  legge  può  essere  iuterpiclata  in 
diverse  guise,  cioè  che  si  possauo  dare  diversi  gusti.  Ed  io  vi 
concedo  varietà  di  gusti  ,  purché  sieno  tutti  buoni  5  ma  nello 
stesso  tempo  soggiungo  che  come  il  bello  è  un  solo ,  cosi  il 
gusto  veramente  buono  non  può  essere  che  uno.  Il  buon  senso 
è  un  solo,  e  ciò  che  non  é  lui,  è  stoltezza,  o  imprudenza..  Se 
il  bello,  come  dice  il  mal  provverbio,  é  quel  che  piace,  nulla 
impedisce  che  il  buon  senso  sia  quel  che  convieiìe,  l'utile  non 
r  onesto.  Ora  siccome  questo  non  sarebbe  buono  ,  ma  cattivo 
senso,  sarebbe  un  ragionar  perverso;  cosi  anche  il  solo  piace- 
vole nelle  arti  produrrebbe  un  giudizio  micidiale  di  esse.  Sia 
pur  bello  quel  che  piace,  perché  non  può  essere  bello  se  non 
genera  piacere,  ma  non  sia  bello  perchè  piace,  ma  perchè  è 
fondato  su  certe  leggi ,  contro  di  cui  nulla  vale  l' imperfezione, 
o  la  corruzione  del  sentimento  altrui ,  od  anche  perchè  ragio- 
nevolmente piace.  Perciò  tenete  quest'altra  massima,  che  nelle 
belle  arti  la  varietà  de'  gusti  contemporanei  prova  l' esistenza 
d'un  gusto  falso,  e  depravato,-  ed  i  sintomi  di  cotesta  depra- 
vazione sieno  subito  manifesti  nell'anteporre  che  si  fa  l'affettato 
al  naturale,  lo  sforzato  al  semplice,  il  fittizio  al  vero,  il  postic- 
cio al  proprio  ,  la  vernice  alla  sostanza ,  i  fiori  e  le  frasche  ai 
frutti ,  r  apparente  al  sodo  ,  e  via  dicendo.  Questo  gusto  mette 
Virgilio   e  Dante  sotto  Marini ,  ed  Ossian ,    preferisce   l' archi- 


569 

lettura  gotica  a  quella  di  Bramante ,  sparge  non  curanza ,  e 
disprezzo  sulle  antiche  opere ,  e  giura  che  i  lavori  di  Pergolesi , 
di  Paisiello  ,  e  di  Gluck  son  poveri  ,  sparuti ,  stolidi  in  con- 
fronto de'  moderni  5  e  la  ragione  meno  spietata  che  viene  in 
soccorso,  e  conferma  di  questo  giudizio  è  che  que'  vecchi  scri- 
vevano con  uu  altro  gusto.  Avete  inteso  ?  Il  gusto  di  quel  tempo 
non  è  più  il  nostro:  ogni  secolo,  ogni  età  ha  il  suo  gusto.  Se 
è  così,  decidasi  qual  sia  il  migliore.  Ma  da  ciò  che  si  è  discorso 
finora  la  decisione  non  sarà  difficile.  Ed  è  qui  veramente  il 
luogo  da  osservare  la  difficile  situazione  de'  compositori,  i  quali 
sono  costretti  ad  adattarsi  al  gusto  de'  tempi  loro.  Veramenle 
sono  degni  di  tutta  compassione.  Anche  voi,  come  spero,  ne 
sentirete  certo  tutta  quanta  la  pietà.  Essi  vorrehhero  far  hene, 
vorrebbero  scrivere  secondo  i  dettami  della  scienza ,  e  della 
legge  ...  e  non  possono  a  rischio  del  credito,  e  della  fortuna. 
Vedono  dove  sta  il  male,  ne  sanno  i  rimedi,  e  non  possono 
assolutamente  operare  per  non  disgustare  gli  ammalati.  Ebbene 
gli  voglio  compatire  anch'  io ,  ma  dopo  un  breve  colloquio.  — 
Chi  nel  seicento  formò  il  gusto  della  poesia  giudicata  univer- 
salmente malvagia?  Gli  autori,  od  i  lettori?  Coraggio;  di  qui 
nou  si  fugge.  Chi  diede  lo  scandalo?  Marini,  od  i  suoi  axnmi- 
ratori?  Chi  educò  quel  secolo  nel  pessimo?  Non  son  forse  gli 
scrittori  ?  Chi  scrive  forma  il  gusto ,  e  vi  aggiunge  autorità  ; 
gli  autori  educano  i  loro  contemporanei ,  e  guai  a  loro  se  gli 
educano  male  I  Niun  lamento  perciò  se  i  male  educati  giudicano 
in  conseguenza  della  falsa  educazione ,  se  lodano  talvolta  il  peg- 
gio ,  e  disapprovano  il  meglio.  I  buoni  maestri  d'  una  volta  di 
accordo  coi  buoni  poeti  con  opere  coniate  sull'  impronta  della 
natura,  educavano  bene  la  moltitudine,  la  quale  giammai  non 
istaucavasi  della  buona  musica  e  poesia.  In  virtù  di  sì  onesta 
educazione  non  chiedeva  novità  onde  variare  il  teatrale  sollazzo, 
ben  conoscendo  che  meglio  nou  si  poteva  fare ,  e  che  volen- 
dosi far  di  più ,  la  musica  avrebbe  senza  fallo  corso  il  rischio 
della  poesia,  e  della  pittura.  Voleva  opere  nuove  sì,  perchè  i 
maestri  abbondavano ,  e  trattavasi  di  formar  il  patrimonio  della 
musica  correndo  per  lei  il  tempo  opportuno  .  opere  nuove  do- 
mandava, ma  non  novità  perniciose  all'arie,  non  prevaricazioni, 

24 


370 

jjon  trasgressioni  musicali.  Chiedeva  insomma  melodie  uuotc  , 
motivi  nuovi ,  diversi  artifizi  d'armonia,  diverse  apparizioni  di 
bellezza  ,  ma  dentro  i  limiti  della  ragione  ,  e  del  gusto. 

Così  avrà  fatto  ,  cred'  io ,  il  popolo  greco  incantato  alla  let- 
tura dell'  Iliade  —  un  altro  ,  un  altro  poema  simile  a  questo. — 
Ed  eccovi  r  Odissea  coniata  da  Omero  sul  conio  della  prima. 
—  Altre  tragedie  ,  avrà  gridato  in  teatro  il  medesimo  popolo,- 
ed  eccovi  Eschilo  ,  Euripide  e  Sofocle  far  altre  tragedie  nuove 
sì  ,  ma  sulla  norma  delle  prime.  Né  colle  varie  produzioni  uscite 
sempre  dal  medesimo  stampo  del  buon  gusto  una  generazione 
ben  educata  patisce  nausee,  o  cessa  di  sollazzarsi.  Certamente 
1  teatri  son  luoghi  di  sollievo,  e  di  passatempo,  luoghi  di  one- 
sta ricreazione,  ma  non  a  scapito  dell'  arte  ,  a  vergogna  del  buon 
senso,  e  del  gusto;  né  quella  difficile  contentatura  che  si  mo- 
stra verso  il  pittore  de'  scenarj  ,  l' inventor  delle  vesti  ,  e  del 
ballo  debbe  cangiarsi  in  bonarietà  verso  la  musica ,  e  la  poesia. 
Un  popolo  ben  educato  da'  maestri  guarda  con  egual  occhio 
quante  arti  concorrono  allo  spettacolo  teatrale  ,  e  lascia  a  chi 
-vuol  divertirsi  grossolanamente  la  libertà  di  correre  a'  più  tri- 
viali spettacoli  de'  funamboli  ,  e  de'  giocolari.  Ma  ,  come  vi  di- 
«;eva ,  i  compositori  son  quelli  che  formano ,  e  conservano  ,  e 
promuovono  il  gusto  nel  publdico.  Sono  essi  che  d'  accordo  coi 
poeti  o  seguono  la  buona  strada  conformandosi  ai  principii  del- 
l'arte,  alle  norme  del  bello,  o  confondendo  i  generi,  trasgre- 
dendo le  regole,  e  divulgando  massime  corrotte  seminano  quella 
zizzania  nel  mondo  che  soffoca  poi  a  loro  danno  i  sani  giudizi. 
Perciò  e'  non  sarebbe  troppa  esigenza  e  severità  se  da'  maestri 
oltre  la  fantasia  ,  la  fecondità  ,  1'  ingegno  ,  la  novità ,  e  le  altre 
■virtù  musicali  di  cui  son  forniti,  si  esigessei-o  pure  i  tre  re- 
quisiti finora  discorsi  ,  perchè  se  il  pubblico  debbe  averli  per 
giudicare  .  nulla  osta  che  ne  vadan  pure  forniti  i  maestri  nello 
.«^^crivere.  Dite  un  po'  voi  infatti  se  sarà  summiim  jus  preten- 
dere dagli  scrittori  di  musica  intelligenza,  coscienza,  e  gusto? 
Io  non  trovo  miglior  rimedio  per  uscire  una  volta  di  questo 
manierismo,  di  questo  seicento  musicale;  né  conosco  mezzo 
più  spedito  e  sicuro  per  la  sanzione  del  bello  ,  e  del  buono. 
Ili  tal    modo    il    giudizio    della    moltitudine    verrebbe    tosto    ad 


571 

accordarsi  con  quel  de'  maestri.  Ma  se  ad  una  composizione 
piena  d' ingegno ,  e  di  gusto  ,  ad  un'  opera  perfetta  ,  o  vicina 
alla  perfezione  per  mancanza  di  uno  o  più  requisiti  il  pubblico 
voto  sarà  in  gran  parte  sfavorevole ,  allora  il  maestro  conscio 
d'aver  fatto  bene,  potrà  acquietarsi  sul  giudizio  di  que'pocbi 
che  intendono ,  e  sentono  il  buono  senza  parzialità  ;  e  con  tale 
conforto ,  e  con  eroico  disprezzo  dell'  avversa  fortuna  attendere 
tempi  migliori  proseguendo  coraggiosamente  nel  bene  ,  sicuro 
che  almeno  la  posterità  gli  farà  ragione.  Veramente  ella  è  grave 
sventura  che  gli  scrittori  debbano  aspettare  giustizia  dai  posteri; 
ma  d'  altra  parte  è  pur  bella  e  consolante  cosa  la  coscienza  di 
non  aver  prostituito  V  ingegno,  e  l'arte  ai  pregudizi  del  secolo; 
egli  è  dolce  a  pensare  che  a  breve  sventura  tien  dietro  lunga 
immortalità  !  .  .  ,  Addio.  B. 


VARIETÀ 

Incoraggiamento  alle  Scienze  —  Premiì  che  distribuirà  la  R. 
Accademia  delle  Scienze  di  Torino  alli  scienziati  sul  reddito 
dell'  eredità  a  tal  fine  lasciatale  dal  Dottore  Cesare  Ales- 
sandro Bressa  di  Morlara  —  Elogio  funebre  del  medesimo 
detto  dal  Professore  di  Rettorica  Edoardo  Giacinto  Trona 
il  dì   II    noi^embre   i836. 


(  Torino.  Stamperia  Reale.  ) 


L'  uomo ,  consapevole  del  passato  —  estimatox-e  non  dispet- 
toso del  presente  —  pieno  di  fede  sapiente ,  non  vaporosa  nei 
miglioramenti  dell'avvenire  —  l'uomo  che  medita  nel  suo  se- 
greto sopra  tulli  gli  elementi  di  civiltà  che  si  aggiungono  o  che 
ricevono  più  ampio  sviluppo  nell'umano  consorzio,  e  ne  segna 
i  veri  progressi  —  quest'  uomo  ha  già  sicuramente  notalo    gli' 


572 

estinpj  generosi  di  amore  all'  uuiauità  ed  alle  scienze ,  che  si 
vanno  luoltiplicando  come  in  tutta  l' Italia,  così  nel  Piemonte. 
Egli  avrà  senza  dubbio  registrati  nel  suo  libro  consolatore  i  le- 
gati numerosi  che  quasi  ogni  giorno  si  lasciano  in  favore  delle 
opere  pie  ,  specialmente  nella  capitale  di  quest'  ultima  contrada. 
Egli  avrà  scritto  come  non  sono  ancora  due  anni  il  Cav.  De- 
Pagave  abbia  fondata  in  Novara  una  casa  d'industria ,  e  l'Avv. 
Parvopassu  abbia  ordinato  un  lascito  per  stabilire  in  Alessan- 
dria una  Cassa  di  risparmio.  Ed  ora  poi  questo  osservatore 
filantropo  avrà  con  infinita  compiacenza  notato  1'  esempio  del 
Dottore  Cesare  Alessandro  Bressa,  che  nel  mese  di  ottobre  del 
i836  chiamava  in  erede  questa  R.  Accademia  delle  Scienze 
di  Torino  ,  nelli  seguenti  termini  : 

«  Eleggo  erede  universale  di  tutti  i  miei  beni  presenti  e 
futuri ,  dopo  che  siano  soddisfatti  tutti  i  varii  legati ,  la 
Reale  Accademia  delle  Scienze  di  Torino  :  appena  ces- 
sato il  diritto  di  usufrutto  delle  sostanze  cadute  in  ere- 
dità ,  la  Reale  Accademia  andrà  al  possesso  \di  esse ,  e 
sul  reddito  di  tutta  questa  sostanza  stabilirà  mi  premio 
biennale  che  alternerà  nel  seguente  modo  :  « 

«  Il  reddito  del  primo  biennio  servirà  di  premio  da  ac- 
cordarsi a  quello  scienziato ,  di  qualunque  nazione  egli 
sia,  che  durante  V ultimo  quadriennio  avrà  fatta  la  pia 
insigne  scoperta  o  prodotto  V  opera  più  celebre  in  fatto 
di  scienze  fisiche  e  sperimentali ,  storia  naturale ,  mate- 
matiche pure  ed  applicate  ,  chimica  ,  fisiologia ,  e  pato- 
logia ,  non  esclusa  la  geologia ,  la  storia  ,  la  geografia , 
e  la  statistica.  » 

((  //  reddito  poi  del  secondo  biennio  si  compartirà  a 
quello  scienziato  italiano,  che  a  giudizio  della  stessa  Ac- 
cademia di  Torino ,  avrà  fatto  nelV  ultimo  quadriennio 
la  più  importante  scoperta  o  pubblicata  Vopera  più  rag- 
guardevole in  Italia  su  qualunque  delle  scienze  sovra 
enumerate ,  e  così  di  seguito  collo  stesso  ordine.  » 


575 

Come  si  può  scorgere  dal  tenore  di  questa  disposizione  l'a- 
rena aperta  ai  dotti  cimenti  non  è  angusta ,  né  i  competitori 
che  vi  restano  invitati  son  pochi.  Qualunque  scienziato  può 
venirvi  a  far  prova  del  suo  valore. 

Non  si  creda  però  che  per  tanta  ampiezza  di  temi  sia  un' 
erudizione  enciclopedica ,  funesta  spegnitrice  del  vei-o  sapere , 
che  si  ricerchi  in  chi  aspira  ai  premii  proposti.  Molte  è  vero 
sono  le  Provincie  proposte  dello  scihile  umano  nelle  quali  essi 
si  possono  cogliere ,  infiniti  e  d'ogni  nazione  possono  essere  i 
concorrenti.  Ma  ciò  appunto  aguzzerà  meglio  gl'intelletti  5  e  la 
potente  emulazione  non  si  raffredderà  pensando  che  la  gene- 
rosa istituzione  accorda  la  preferenza  a'  que'  lavori  che  ver- 
ranno fatti  sopra  le  enumerate  scienze  secondo  l' ordine  iu 
cui  le  vennero  scritte,  poiché  ciascun  concorrente  facendo  Te- 
strema  prova  del  suo  ingegno  sopra  quella  disciplina  appunto 
che  gli  è  più  famigliare,  potrà  accogliere  così  maggiore  spe- 
ranza di  riportare  la  palma. 

Né  deve  poi  far  meraviglia  come  l'ordinatore  filosofo  abhia 
nominato  soltanto  le  scienze  positive  5  mentre  ciò  fece  perche 
essendo  quelle  stesse  eh'  egli  aveva  con  tanto  amore  professate, 
le  erano  perciò  naturalmente  predilette,  e  forse  poi  le  credeva 
più  vantaggiose  all'  umanità.  Perciò  passò  sotto  silenzio  le  scienze 
speculative  ,  come  le  opere  di  semplice  letteratura  ,  fors'anche 
avvisando  che  dì  queste  non  occorresse  penuria. 

Le  lodi  ,  ed  i  principali  fatti  hiografici  del  Dottore  Bressa 
furono  dette  in  Mortara  per  ordine  dell'Accademia  dal  Profes- 
sore Edoardo  Giacinto  Trona. 

Per  questa  orazione  funebre  apprendiamo  che  Cesare  Ales- 
sandro Bressa  ,  Dottore  in  Medicina  e  Chirurgia  ,  spinto  da 
quella  inquietudine  sacra  che  è  legge  non  rara  de'  più  svegliati 
e  sommi  ingegni,  lasciò  la  patria,  venne  in  America,  dove  scrit- 
tavi una  lodata  dissertazione  SuW  abitudine,  ed  accolto  mem- 
bro dell'Accademia  di  Filadelfia,  fece  poi  in  mezzo  agli  Ame- 
ricani una  dimora  di  dodici  anni ,  e  questi  tutti  consumò  nello 
studio  della  scienza  ,  e  nel  sollevare  coi  soccorsi  di  essa  e  della 
pietà  sua  personale  l'umanità  afilitta  e  languente. 

Reduce  nel  1 829  in  Mortara  sua  patria  ,  quivi  attese  alla  co- 


374 

siruzioue  d'  uà  Ospedale  per  gì'  infermi  ,  ne  compose  con  illu- 
minata saviezza  i  regolamenti ,  e  lo  diresse  qual  padre  finché 
visse ,  e  come  padre  morendo  lo  beneficò  di  un  pingue  le- 
gato. 

Giunto  poi  l'oratore  Trona  a  celebrare  l'ultima  opera  dell' 
illustre  trapassato  ,  quella  che  il  rende  immortale  ,  ecco  eoa 
quali  parole  la  annunzia  : 

Tuona  la  parola  di  Dio  legislatore,  che  fratelli  tutti  sono 
gli  uomini ,  tutti  da  un  sangue  redenti ,  tutti  viventi  all'  ombra 
d'  uno  stesso  perdono  j  che  tutti  siamo  da  una  legge  j  da  una 
speranza,  da  una  fede  congiunti.  Ma  l"  uomo  j  che  mena  una 
vita  sempre  sotto  ad  un  cielo  ,  sempre  un'aria  respira,  e  sem- 
pre sentesi  U  orecchio  dal  suono  di  un  linguaggio  toccare,  è 
povero  troppo  egli  di  alti  affetti ,  né  conosce  che  tutto  quanto 
il  mondo  aW  uomo  è  patria,  né  sa  che  ovunque  faccia  d' uomo 
respira  per  diverso  che  sia  l'abito  onde  si  veste,  diverso  il  lin-^ 
guaggio  onde  suoi  bisogni  e  suoi  sensi  altrui  palesa,  si  sente 
mai  sempre  indotto  a  porgli  amore. 

Giustissimo  ed  alto  pensiero ,  se  con  esso  s'  intende   a   mo- 
strare che  r  uomo  il  quale  inalza  e  stende  lo  sguardo  e  1'  af- 
fetto sopra  ogni  suo  simile  in  qualunque  terra  ei  viva  e  soffra , 
è  soventi  più  capace  di  forti  e  magnanime  cose ,  di  quello  che 
non  sia  colui  che  non  mira  più  oltre  del  loco  natio.  E  ciò  po- 
teva più  di  qualunque  altro  insegnare  il  D.  Bressa  perchè  avendo 
particolarmente  studiata  l'indole  ed  i  psicologici  effetti  àeW'abi- 
tudine  ,    sapeva  meglio    di  qualunque    altro  ,    come   un  cieco  e 
servile  attaccamento    ai  luoghi,    alle  opinioni,    ed  ai  costumi, 
nuoc'àa  talora  ai  sentimenti  più    elevati    e    gentili.    Ma  poi  ci 
duole ,  e  molto  ci  duole ,  che  questi  istessi  bellissimi   pensieri 
raccolti  e  vestiti   di  magnifiche  parole    dal   Prof.   Trona   siano 
quindi    stati   avviliti    e   falsati  da    luì ,  quando  ne   trae    questa 
ingiusta  conseguenza.  —  Ond'è  che  l'Italo  con  nome  di  scherno 
straniero  o  barbaro  chiama  il  Britanno  ed  il  Germano  5  e  que- 
sti con  tal  nome  chiamano  chiunque  in  Italia  è  nato.  Chi  mai 
al  dì  d'  oggi  può  ancora  credere  a  sì  stolte   contumelie  ?  Dov' 
è  oggi  giorno  quell'Italiano  sì  poco  gentile  e  sì  stupido  ,  dove 
quel  Britanno  0  Germano  sì  rozzo   e   brutale  ,   che  ancora    si 


375 

chiami  l'un  l'altro  barbaro  ?  Questa  sorta  di  meschinerìe  mu- 
nicipali sono  ormai  sbandite  dagli  odierni  costumi ,  ed  è  un 
peccato  imperdonabile  lo  incontrarle  ancora  in  qualche  scrittura. 
Epperò  che  il  nostro  oratore  le  abbia  ancora  supposte  vigenti , 
egli  è  tale  rimprovero  che  ci  ritorna  tanto  più  amaro  a  fargli  ; 
in  quanto  meglio  il  conosciamo  dotato  di  gentili  e  nobili  spi- 
riti ,  e  che  la  sua  orazione ,  tranne  pochi  vezzi  rettorie!  che 
sono  oramai  divenuti  vieti  e  plateali ,  ci  parve  dettata  con  ma- 
schia eloquenza. 

Ma  lasciamo  il  lodatore  ,  per  tornare  al  lodato. 

L'  ottimo  Dottor  Bressa  (checché  ne  volesse  forse  dalla  tra- 
scritta declamazione  inferire  il  Trona)  se  non  peccava  di  no- 
stalgìa ,  nemmeno  poi  era  colpevole  di  cieco  cosmopolitismo , 
allorché  ad  uno  dei  premii  da  esso  lasciati  chiamò  uno  scien- 
ziato di  qualunque  nazione  egli  sì  fosse.  Uomo  dei  due  mondi , 
uomo  che  era  divenuto  dovizioso  nell'  altro  emisfero  ,  era  uu 
dovere  per  lui  il  beneficare  ai  dotti  da  qualunque  paese  na- 
scessero. Ma  con  tutto  ciò  il  Dottor  Bressa  non  dimenticava 
l'Italia,  né  la  patria,  né  la  terra  sua  natale j  volendo  che  il 
premio  del  secondo  bieniJo  fosse  compartito  ad  un  scien- 
ziato italiano  ,  conferendo  il  giudizio  suH'eccellenza  dell'  opera 
da  premiarsi,  e  la  distribuzione  del  premio  all'  Accauenila 
delle  Scienze  di  Torino,  e  gratificando  Mortara  con  lasciti  ge- 
nerosi. 

Egli  è  a  questo  modo  che  fiorirono  mai  sempre  le  più  savie 
istituzioni  ;  ed  è  coli'  opera  di  concittadini  come  il  Bressa, 
dotti  di  sapere  ,  e  liberali  di  cuore  ,  che  l' Accademia  delle 
Scienze  di  Torino  ,  sebbene  conti  poco  più  d'un  mezzo  secolo 
di  esistenza  ,  pure  salse  presso  di  noi ,  e  presso  gli  stranieri 
in  fama  sì  grande,  in  fama  sì  giusta. 

Noli  può  dunque  suonare  nella  repubblica  letteraria  novella 
più  gradita  di  questa  della  suprema  volontà  del  Dottor  Bressa; 
né  le  pagine  di  questo  Giornale  potrebbero  ,  dandole  pubbli- 
cità ,  pagare  un  più  giusto  tributo  d'  ammirazione  e  d'  enco- 
mio ,  né  quindi  più  calda  sorgere  in  noi  la  speranza  ,  che 
fra  gli  scienziati  si  accenda  ognor  più  il  desiderio  di  farsene 
degni. 


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Allo  scieatifico  convito  preparato  dal  D.  Brcssa  ,  accorrano 
pertanto  volentieri  tutti  coloro  che  sentiranno  di  aver  veste 
nuziale  da  tanto.  Gli  italiani  più  di  tutti  vi  accorrino,  e  non 
perdonino  a  veglie  ed  a  fatiche  per  cogliere  assieme  a  quei  pre- 
mii  materiali,  quell'  altro  più  desiderabile  assai  di  una  gloria 
meritata  5  e  se  il  premiato  sarà  sempre  un  italiano ,  nutriamo 
certezza  ,  che  le  ossa  dell'  illustre  trapassato  esulteranno  ,  e 
più  forte  fremeranno  amore  di  patria. 

Giovi  intanto  il  recente  beneficio  ordinato  da  lui  in  sì  no- 
bile guisa  a  moderare  quel  lamento  ancor  si  comune  ,  che  in 
Italia  non  vi  sia  ricompensa  per  i  veri  cultori  delle  Scienze, 

Ed  il  beli'  esempio  del  nostro  concittadino  abbia  ,  ovunque 
r  ignoranza  e  1'  egoismo  si  abborre  ,  onore  immortale  di  lodi 
e  di  gratitudine  j  conforti  il  desio  d'  imitarlo  in  chiunque 
sente  1'  amore  della  patria  ,  e  delle  più  utili  discipline  5  e  lo 
desti  in  coloro  principalmente  che  ricchi  di  fortuna,  ma  privi 
di  affetti  e  di  consolazioni  di  famiglia,  non  hanno  più  stretti 
congiunti  ,  a  cui  sorridere  ,  tranne  il  sapere  ,  e  la  patria. 

S.    B. 


Viaggi  scientifici  del  Barone  di  Huegel. 


Il  sig.  Carlo,  barone  di  Huegel,  noto  pe'  suoi  meriti  verso  la 
botanica,  ed  i  pellegrini  esemplari  di  fiori  mandati  a  Vienna, 
alle  esposizioni,  di  cui  fu  esso  uno  de' precipui  fondatori,  è 
più  noto  ancora  per  le  sue  belle  stufe  di  Hietzing ,  ricche  di 
specie  rarissime  di  piante  orientali.  Egli  è  sbarcato  a  Londra  il 
18  di  ottobre  da  un  viaggio  erudito  fatto  a  proprie  spese, 
e  vi  aspetta  l'ultimo  pr«zioso  bagaglio  ch'egli  lasciava  a  bordo 
della  nave  il  Child  Hai  old,  salpando  insieme  da  Bombai  1'  8 
di  giugno  per   ritornare  a  Vienna,    dopo  un'  assenza  di  circa 


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6  anni.  Ecco  una  descrizione  sommaria  delle  sue  corse  e  del 
suo  scientifico  bottino.  In  una  sua  gita  a  Parigi  ed  a  Londra 
nel  1 800  il  sig.  Huegel  formò  il  disegno  di  questo  nuovo  suo 
viaggio  troppo  più  importante  di  quelli  che  lo  avean  prece- 
duto. L'  amichevole  e  distinta  accoglienza  che  gli  fece  allora  il 
sig.  barone  Cuvier,  ritiratosi  allora  soltanto  dallo  studio  delle 
scienze  naturali ,  contribuì  a  confermarlo  in  tale  risoluzione. 

Dopo  un  breve  soggiorno  a  Vienna  ,  il  barone  di  Huegel  ri- 
passò nel  mese  di  dicembre  i83o  a  Parigi  a  farvi  gli  appresta- 
menti del  suo  gran  viaggio.  Un  naturalista  francese  il  sig.  Roux 
di  Marsiglia ,  un  pittore  francese  il  sig.  Marillhat  e  due  me- 
dici tedeschi  i  sigg.  di  Wels  e  Prunner  dovevano  seguirvelo.  Il 
barone  di  Huegel  s' imbarcò  con  questi  tre  ultimi  nel  seguente 
maggio  a  Tolone ,  a  bordo  di  una  nave  francese ,  passò  in  Mo- 
rea,  ad  Atene,  all'isola  di  Candia,  e  nel  mese  di  giugno  ar- 
rivò ad  Alessandria,  ove  più  tardi  il  raggiunse  il  signor  Roux. 
Dopo  una  prima  escursione  per  1'  Egitto  ,  andò  a  visitare  la 
Siria  e  la  Palestina ,  percorse  erborizzando  il  monte  Libano ,  e 
ritornò  quindi  in  Egitto,  non  senza  prima  aver  sofferto  una 
febbre  particolare  a  que'  paesi,  che  gli  rapì  il  suo  domestico 
tedesco.  Egli  continuò  1'  esplorazione  di  quest'  ultima  contrada 
fino  in  febbrajo  i833,  che  trovò  nolo  a  Cosseir  su  di  un  bat- 
tello a  vapore  inglese  per  recarsi  a  Bombai  col  sig.  Roux  solo  (  i 
signori  di  Wels  e  Prunner  essendo  entrati  al  servizio  del  Vi- 
ceré ,  e  il  sig.  di  Marillhat  rimastosi  in  Egitto  per  aspettare 
una  propizia  occasione  di  ritornare  in  Europa  ). 

Il  barone  di  Huegel  approdava  a  Bombai  nel  seguente  aprile , 
dopo  una  breve  dimora  fatta  a  Mokka ,  e  spediva  contempora- 
neamente alla  sua  famiglia  a  Vienna  ,  per  mezzo  del  consolato 
generale  austriaco  in  Egitto ,  un  diario  compito  di  questa  prima 
parte  del  suo  viaggio,  un  portafoglio  ricco  di  numerosi  dise- 
gni con  una  doviziosa  collezione  di  antichità,  di  botanica,  di 
zoologia,  di  entomologia  ecc. 

Il  nostro  viaggiatore  non  tardò  molto  a  intraprendere  una 
accurata  esplorazione  del  governo  di  Bombai  che  durò  fino  al 
mese  di  ottobre  ,  e  eh'  egli  spinse  quindi  soletto  verso  il  mez- 
zodì della  Penisola,  inviando  però  prima  similmente  in  Europa 


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le  collezioni  fatte  in  Bombai ,  e  lasciando  in  cruesta  città  il  si" 
Roux  malato,  che  ri 'moriva  poi  nel  i833.  Egli  attraversò  di- 
filatamente gli  alti  monti  Nilghcrries  (gioghi  azzurri  ).  Al  prin- 
cipio dell'anno  i833  1' isola  di  Ceylan  divenne  l'oggetto  delle 
ricerche  del  sig.  Huegel;  egli  la  perlustrò  in  varii  sensi.  In 
agosto  fece  vela  per  Madras  ,  donde  indirizzò  le  nuove  sue 
collezioni  a  Vienna.  Verso  la  fine  di  settembre  il  sig.  di  Huegel 
prese  passaggio  sulla  fregata  inglese  1'  Alligatore  per  la  Nuova 
Olanda,  e  nel  tragitto  visitò  Batavia,  Sumatra  e  Singhapur. 
Dalla  Nuova  Olanda  si  trasportò  alle  tre  Colonie  inglesi  di 
Swanriver,  del  paese  di  Van  Diemen  e  del  nuovo  Sud  Wale», 
fermandosi  in  quest'  ultima  circa  un  anno ,  e  riportandone 
poscia  all'  isola  di  Norfolk  ed  alla  Nuova  Zelanda  una  salute 
rovinata   dal   clima   insalubre  delle  Indie. 

La  predilezione  del  sig.  Huegel  per  la  ricca  vegetazione  della 
Nuova  Olanda  lo  determinò  a  profittare  del  suo  soggiorno  in 
quest'  isola  continentale  per  formarsi  un  magnifico  erbai-io  ed 
un  assortimento  di  oltre  a  aym.  varietà  e  specie  di  semi,  che 
egli  mandò  poco  stante  a  Hietzing,  ove  ne  furono  già  coltivati 
con  buon  successo  la  maggior  parte.  Queste  piante  offrono  oggi 
soggetti  rarissimi  ,  e  non  pochi  nuovi  affatto  e  ignoti  sinoi-a 
in  Europa.  Il  sig.  di  Huegel  inviò  pure  di  colà  a  Vienna  copiose 
collezioni  d'oggetti  appartenenti  alla  storia  naturale.  In  ottobre 
del  1834  egli  si  trasferì  da  Sydney  a  Madras ,  ove  fermossi  un 
mese  e  donde  poi  giunse  a  Canton  sull'entrare  del  i835.  Di 
quivi  egli  tornò  indietro  per  Singhapur  e  Madras  a  Calcutta , 
nel  mese  di  marzo.  Lasciando  onesta  capitale  delle  Indie  in- 
glesi egli  risalì  le  sponde  del  Gange  verso  i  monti  Himalaya , 
e  dopo  alcuni  mesi  di  soggiorno  in  queste  contrade,  col  per- 
messo ottenutone  dal  Mahadarascha  di  Labore,  Rundjit-Singh, 
intraprese  il  viaggio  di  Cascemire  con  uno  degli  ufficiali  di  que- 
sto principe.  Egli  si  trattenne  più  dì  mezzo  un  anno  a  Casce- 
mire,  di  cui  visitò  la  valle  determinandone  la  posizione  geo- 
grafica, e  tornò  quindi  a  Labore,  ove  giunto  al  principio  del 
i836,  ringraziò  personalmente  il  Mahadarascha  della  sua  pro- 
tezione e  dell'appoggio  datogli  durante  le  sue  dotte  esplora- 
zioni, e  ne  fu    accolto  con    attestati    di    molto  riguardo  e    eoa 


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offerte  seducentissime  di  servizio  in  quelle  parti ,  che  il  sig. 
di  Huegel  stimò  tuttavia  di  ricusare ,  preferendo  il  ritorno  in 
patria.  Partendo  da  Labore  il  sig.  di  Huegel  traversò  i  paesi 
de'  Raiputi  indipendenti  dalla  Compagnia  delle  Indie  Orien- 
tali ,  e  arrivò  dopo  un  penosissimo  cammino  e  senza  scorta  a 
Bombai  il  4  di  aprile ,  quattro  anni  dappoi  eh'  egli  ebbe  af- 
ferrato il  suolo  delle  Indie.  Non  gli  riuscì,  prima  dell' 8  di  giu- 
gno, di  trovar  un  legno  che  il  riconducesse  in  Europa.  Una 
navigazione  di  quattro  mesi  ,  compresa  la  fermata  di  una  set- 
timana al  Capo  di  Buona  Speranza  ,  il  condusse  finalmente 
alla  stagione  delle  tempeste   sulle  coste  della  Gran  Bretagna. 

Durante  questo  viaggio  di  sei  anni  il  sig.  di  Huegel  ebbe  a 
lodarsi  delle  più  cordiali  attenzioni  per  parte  tanto  delle  po- 
destà inglesi,  quanto  dei  principi  indigeni.  Egli  era  quando 
accompagnato  da  un  seguito  numeroso,  e  quando  soletto  e  come 
ramingo,  secondo  i  varii  paesi  che  attraversar  dovea.  Talvolta 
egli  era  circondato  di  tutta  la  pompa  dell'  oriente  e  di  ogni 
comodità  inglese,  altre  volte  in  preda  alle  fatiche  ed  alle  pri- 
vazioni del  deserto ,  e  sempre  s'  è  trovato  in  climi  fatali  gene- 
ralmente agli  europei. 

Egli  reca  da  questa  lunga  e  penosa  peregrinazione,  qual  prin- 
cipale ricchezza,  un  compito  e  minuto  giornale,  un  ricco  erbario 
con  semi,  un  grande  museo  di  quadrupedi ,  d'uccelli,  d'anfibii, 
di  ovipari ,  d' insetti ,  d' idoli  ecc.  Tutto  ciò  che  egli  ha  ram- 
massato fino  al  suo  arrivo  a  Calcutta  nel  i835  è  già  pervenuto 
a  Vienna  in  circa  loo  casse:  le  raccolte  fatte  più  tardi  si  tro- 
vano in  gran  parte  a  bordo  del  Child  Harold,  e  arriveranno  di- 
rettamente da  Calcutta  a